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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AI PARTECIPANTI ALLA XXI SETTIMANA BIBLICA ITALIANA

Venerdì, 25 settembre 1970

 

Siamo particolarmente onorati di ricevere, questa mattina, la vostra eletta schiera, carissimi partecipanti alla XXI Settimana biblica dei Professori di Sacra Scrittura d’Italia. Ci congratuliamo con voi, che in numero tanto cospicuo avete partecipato all’impegnativo e importante corso di aggiornamento: ci rallegriamo, soprattutto, perché possiamo stamane rivolgere la Nostra parola a voi, prima di tutto come a sacerdoti, consacrati totalmente al Cristo, e inoltre come a insegnanti di scienze bibliche nei seminari d’Italia, che aprite cioè all’animo ardente e pensoso dei vostri alunni i segreti della intelligenza della Parola rivelata. La vostra è una responsabilità tanto più grande quanto più deve misurarsi e assimilarsi, con l’aiuto del Divino Paraclito, a quella stessa del Figlio di Dio, continuandola e prolungandola in certo modo presso quelle giovani menti: Tunc aperuit illis sensum, ut intelligerent Scripturas (Luc. 24, 45).

FORMIDABILE COMPITO

Proprio per adempiere sempre meglio questo formidabile compito avete affrontato quest’anno un tema molto importante: «Esegesi ed ermeneutica». Vada, per questa scelta, il nostro compiacimento all’Associazione Biblica Italiana, e ai suoi infaticabili animatori, specie al Presidente, il P. Giovanni Canfora, che ringraziamo del cortese indirizzo a Noi rivolto. Valenti specialisti vi hanno presentato il problema dell’esegesi e dell’ermeneutica: la prima, intesa come l’attività tradizionale dell’interprete dei libri sacri, qual è stata delineata dall’Enciclica Divino afflante di Pio XII e dai capitoli III e VI della Costituzione dogmatica Dei Verbum, non senza dimenticare ciò che S. Agostino già ricordava: Codicibus emendandis primitus debet invigilave sollertia eorum, qui Scripturas nasse desiderant (Doct. chr. 11, 14; PL 34, 46); la seconda, come studio dei mezzi e dello stesso processo interpretativo nel senso più vasto, cioè delle radici, delle condizioni e dei momenti dell’interpretare, includendo in questa considerazione anche l’interprete; e in tale argomento è stato considerato con molta attenzione - da quanto abbiamo potuto apprendere dagli schemi delle relazioni - il processo che in questi decenni ha portato l’esegesi dei nostri fratelli separati del protestantesimo, attraverso l’apporto di studiosi degni di ogni rispetto, a puntare verso una comprensione totale del significato del testo biblico.

Il tema, ripetiamo, è molto importante; e basta considerare che la sua risonanza raggiunge anche la teologia, la catechesi, la mentalità stessa dell’uomo di oggi - che esige su ogni cosa nozioni semplici e chiare, e tutto giudica secondo l’orizzonte della sua capacità di comprendere - per vedere come la vostra riflessione sul modo di interpretare e di spiegare il messaggio permanente della Scrittura sia di urgente e appassionante attualità.
Non possiamo certo entrare nello specifico aspetto dei problemi trattati: ma desideriamo cogliere l’occasione per esporvi alcune considerazioni e alcuni principi, che sembrano a Noi essere capitali per guidare la vostra delicata attività di studiosi, che ha riflessi tanto decisivi sulla vita e sulla formazione dell’uomo, del cristiano. Le nostre parole rispecchiano l’ansia della Chiesa, che, «in religioso ascolto della Parola di Dio» (DeiVerbum, 1), e sua autentica interprete, favorisce ogni sforzo che tenda a «raggiungere una intelligenza sempre più profonda della S. Scrittura, per poter istruire i suoi figli con le divine parole» (Ibid., 23), preoccupandosi che la dottrina sia esposta - come ha ancora detto il Concilio nel Decreto sull’ufficio pastorale dei Vescovi - «in modo consono alle necessità del tempo in cui viviamo, in modo cioè che risponda alle difficoltà e ai problemi dai quali sono assillati e angustiati gli uomini» (Christus Dominus, 13).

ISTANZE DELL’ODIERNO PROCESSO ERMENEUTICO

Perciò non possiamo non rilevare con soddisfazione alcune istanze, che emergono dal rinnovato interesse per il processo ermeneutico.
1) Anzitutto la persuasione che l’interpretazione non ha esaurito il suo compito se non quando ha mostrato come il significato della Scrittura si possa riferire al presente momento salvifico, cioè quando ne ha fatto vedere l’applicazione nelle circostanze presenti della Chiesa e del mondo. Senza detrarre nulla al valore della interpretazione filologica, archeologica e storica del testo, che rimane sempre necessaria, si deve sottolineare la continuità tra esegesi e predicazione, che la Costituzione sulla Divina Rivelazione ha espresso con queste parole: «Gli esegeti cattolici e gli altri cultori di Sacra Teologia, collaborando insieme con zelo, si impegnino, sotto la vigilanza del Sacro Magistero, a studiare e spiegare con gli opportuni sussidi le divine Lettere, in modo che il più gran numero possibile di ministri della divina parola possano offrire con frutto al popolo di Dio l’alimento della Scrittura, che illumini la mente, corrobori le volontà, accenda i cuori degli uomini all’amore di Dio» (Dei Verbum, 23). E questo sia detto particolarmente a voi, che formate i futuri sacerdoti.

2) Ancora: in ogni processo interpretativo, e a maggior ragione quando si tratta della Parola di Dio, la persona dell’interprete non è estranea al processo stesso, ma ne è coinvolta, viene messa in questione con tutto il suo essere. Se la parola di Dio è «vivente ed efficace» (Hebr. 4, 12), ed «ha la forza di edificare e di dare l’eredità tra tutti i santificati» (Act. 20, 32), per entrare in contatto serio con essa, considerandola come è in realtà, parola di Dio, la quale opera «in coloro che credono» (Cfr. 1 Thess. 2, 13), occorre entrare nel dialogo che essa intende condurre autoritativamente con ogni uomo. Scopo divino delle Scritture è appunto quello di dare la sapienza «che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù, affinché l’uomo di Dio sia formato perfetto, pronto per ogni opera buona» (2 Tim. 3, 15-17). Pertanto, chiunque scruti la Scrittura è in primo luogo scrutato da essa, e deve accostarla in questo spirito di umile disponibilità, che solo prelude alla comprensione piena del messaggio.

3) Notiamo in terzo luogo l’accento posto sulla necessità di cercare una certa connaturalità di interessi, di problemi, con l’argomento del testo, per potersi aprire all’ascolto di esso. Lo stesso Dio che si rivela nelle Scritture, lo stesso Spirito che parla per bocca degli scrittori sacri, è quello che muove il nostro cuore alla ricerca di Lui, che suscita in noi la grazia della disponibilità e dell’ascolto. La Chiesa, nel cui seno queste Scritture sono venute alla luce, è quella che ancor oggi ci nutre alla vita dello spirito, e che ci trasmette con la sua Tradizione gli atteggiamenti fondamentali che trovano nella Scrittura la loro prima motivazione scritta.

ESIGENZA DI FEDELTÀ ALLA PAROLA E ALLA SUA INCARNAZIONE

Ma soprattutto è importante rilevare, negli orientamenti attuali, l’esigenza di una vera fedeltà alla Parola. Questa esigenza, espressa dai diversi studiosi in modi e forme diverse, spesso anche opposte tra loro, è quella che anima tutto l’ascolto della Parola nella Chiesa. È una fedeltà che ha come suo termine definitivo la persona del Signore morto e risorto, datore dello Spirito, e il Padre che egli ci ha manifestato. Il Cristo è la prima «esegesi» del Padre, la sua «Parola», quella che ce lo manifesta, ed ogni ulteriore parola su Dio e sul Cristo si basa su questa prima rivelazione del Padre.
Essendosi poi il Verbo di Dio manifestato storicamente nella carne, e conseguentemente nell’assunzione di un linguaggio umano, le sue parole, quelle dei primi testimoni e servitori della parola, di coloro che lo Spirito ha mosso a esprimere autenticamente il mistero del suo apparire tra gli uomini, rimarranno sempre la norma fondamentale di tutto ciò che si dirà sul Cristo fino alla fine dei secoli.

L’incarnazione del Verbo, la sua umiliazione nell’assumere una forma temporale in una determinata epoca storica, nell’ambito di una determinata cultura, è un fatto che ha la sua ripercussione per tutte le culture susseguenti, e le obbliga a volgersi continuamente, e con fedeltà, a questo momento privilegiato e a lasciarlo operare, come principio formativo insostituibile, nel loro interno. Ma la fedeltà alla Parola incarnata, esige anche, in virtù della dinamica dell’Incarnazione, che il messaggio sia reso presente, nella sua interezza, non all’uomo in genere, ma all’uomo d’oggi, a quello a cui il messaggio è annunciato adesso. Cristo si è fatto contemporaneo di alcuni uomini e ha parlato nel loro linguaggio. La fedeltà a lui chiede che questa contemporaneità continui. È qui tutta l’opera della Chiesa, con la sua Tradizione, il Magistero, la predicazione.

Gli esegeti debbono contribuire a questo compito. La fedeltà all’uomo moderno è impegnativa e difficile, ma è necessaria, se si vuol essere fino in fondo fedeli al messaggio. Essa non è servilismo né mimetismo, ma coraggiosa predicazione della Croce e della Risurrezione, con la certezza fiduciosa che tale messaggio ha la sua risonanza anche nel cuore dell’uomo moderno. La storia della Chiesa ci dà esempi luminosi di questa coraggiosa attualizzazione della Parola. Santa Caterina da Siena, che avremo presto la consolazione di proclamare Dottore della Chiesa, ha parlato agli uomini del suo tempo con un linguaggio caldo e incisivo, nell’assoluta fedeltà al messaggio evangelico. Tra le due fedeltà, quella al Verbo incarnato e quella all’uomo d’oggi, non può né deve esistere contrasto. La prima fedeltà contiene la norma assoluta e insostituibile, la seconda suggerisce le modalità della traduzione e della spiegazione del messaggio.

Ecco, figli carissimi, quello che abbiamo voluto richiamare alla vostra attenzione, con grande riconoscenza per i vostro studi, con sincera fiducia nella vostra opera educativa, con lieta speranza nel progresso delle scienze bibliche, per l’importanza ecumenica che esso riveste. Continuate con perseveranza nel vostro umile, silenzioso, tenace lavoro; la Chiesa conta su di voi, sulla vostra fedeltà al suo Magistero, soprattutto, ripetiamo, sulla vostra dedizione all’educazione dei ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio (Cfr. 1 Cor. 4, 1), opera più che ogni altra degna di elogio, di incoraggiamento, di premio. Il Signore non mancherà di assistervi con la sua luce, e di concedervi le sue consolazioni perché possiate immergervi nel mare della Sacra Scrittura, come la chiama Sant’Ambrogio (S. AMBR., Ep. 2,3), «che racchiude in sé significati reconditi, e la profondità degli enigmi profetici», per sempre meglio conoscerli e illustrarli agli altri. Con la Nostra Apostolica Benedizione.

                   

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