![]() |
![]() |
|
|
DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI Giovedì, 8 ottobre 1970
Siamo lieti di dare il Nostro benvenuto ad un gruppo così qualificato
e numeroso di esperti, quali voi siete, signori Dottori Commercialisti. Vi siamo
assai grati per la visita che avete voluto farci stamane, in occasione dei
lavori del vostro XVII Congresso Nazionale; e vi diciamo che il vostro desiderio
di venire dal Papa ci onora, e, oltre a fornirci ampia testimonianza dei
sentimenti che vi animano nel vostro lavoro, ci dà il piacere di incontrarci con
voi, di fare da vicino la vostra conoscenza, di rendere onore alla scienza e
all’attività vostra. Eppure, voi chiedete anche a Noi una parola che sia di luce al vostro
cammino, e di incoraggiamento nelle difficoltà e nelle fatiche quotidiane della
vostra professione; siete venuti per questo nella Nostra Casa, come guidati,
lasciateci dire così, da un istinto superiore e nobilissimo, che vi fa sentire e
indovinare in qualche modo che «l’uomo spirituale giudica di ogni cosa», secondo
l’espressione di San Paolo (1 Cor. 2, 15). Effettivamente il Nostro
dovere, essenzialmente spirituale, ci impone di considerare le cose in ordine
all’uomo, e l’uomo in ordine a Dio; ora, situandoci in tale punto prospettico,
Noi abbiamo sempre una parola, sia pur modesta, da dire. È il Nostro mandato che
ce lo comanda, quello che, proprio in virtù della Nostra spirituale missione
unicamente dedicata alle anime e alla Chiesa, ci rende altresì «esperti in
umanità», come abbiamo voluto dire, presentandoci, umili e inermi, davanti alla
tribuna internazionale delle Nazioni Unite, a New York (4 ottobre 1965; cfr.
Insegnamenti di Paolo VI, III (1965), p. 508). PREPARAZIONE PROFESSIONALE Per ciò che riguarda voi, in quanto persone, si presentano alla Nostra considerazione due grandi questioni: anzitutto la preparazione professionale, quella che, come vi abbiamo detto, forma oggetto della Nostra sincera ammirazione per voi. Voi giungete alla professione dopo un lungo e difficile tirocinio universitario, che per taluni è stato compiuto a duro prezzo, in ore suppletive a quelle del quotidiano lavoro; questa professione ha tali e tante applicazioni - come abbiamo veduto dalle vostre relazioni - che esige una continua adeguazione alle esigenze, così crescenti e mutevoli, del tempo nostro in questo settore. Collegata con questa, è la questione della onestà professionale, virtù umana prima ancora che cristiana, perché iscritta nell’ambito della coscienza, e convalidata dalle grandi testimonianze letterarie e giuridiche del mondo precristiano, ad esempio di quello greco e, soprattutto, romano. Tale virtù è tanto più necessaria nel momento presente, quando la costruzione di un mondo più giusto e più retto richiede l’apporto di tutti, e non ammette che nessuno sia transfuga dai suoi doveri. Voi non ignorate che il Concilio Vaticano II ha sottolineato in forma vibrata questa responsabilità dei laici: li ha esortati a fare «gran conto della competenza professionale,... e di quelle virtù che riguardano i rapporti sociali, cioè la probità, lo spirito di giustizia, la sincerità, la cortesia, la fortezza d’animo», come è detto nel decreto sull’apostolato dei laici (Apostolicam actuositatem, 4), notando altresì che l’ordine temporale conserva tutta la sua autonomia, anzi l’avvalora, quando sia inserito armoniosamente nel rispetto della norma divina (Cfr. Ibid., 7); così la Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo ha chiesto ai «cristiani che hanno parte attiva nello sviluppo economico-sociale contemporaneo» che, acquisite «la competenza e l’esperienza assolutamente indispensabili,... conservino il retto ordine, rimanendo fedeli a Cristo e al suo Vangelo» (Gaudium et spes, 72). Voi vedete, dunque, quanto la Chiesa guardi a voi, alla vostra competenza personale, alla vostra onestà professionale, perché solo di qui può nascere quell’ordine nuovo, da essa caldamente patrocinato, e che oggi sta a cuore a tutti gli uomini di buona volontà. SERVIZIO SOCIALE PER IL BENE DI TUTTI Per quanto riguarda, in secondo luogo, la vostra attività di commercialisti,
impegnati in un’azione tanto specializzata e tecnica da sembrare talora perfino
alquanto arida, ci sembra di potervi dire che dovete mirare, nel compierla, al «
servizio » sociale. Essa è non solo per l’interesse proprio, ma anche per il
bene comune. IL DRAMMA DEL TERZO MONDO E infine, per quanto vi riguarda in veste di operatori sul piano internazionale, non possiamo non richiamare la vostra attenzione alle condizioni talora drammatiche, in cui versa l’economia dei Paesi del «Terzo mondo». Anche questo aspetto della vostra specializzazione non vi deve essere estraneo, perché una completa formazione esige, da parte vostra, sensibilità a questi problemi, sebbene, forse, non possiate contribuire in modo determinante alla loro soluzione. Ma voi non ignorate certamente le difficoltà che quei popoli, pur tanto volonterosi e geniali, trovano sia nel dover cedere a prezzi minimi le loro materie prime, mentre debbono acquistare le materie lavorate a prezzi assai superiori; sia nel vendere i loro prodotti, nel farli conoscere e nel diffonderli in modo conveniente nel grande vortice della concorrenza internazionale. La benemerita Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) sta alacremente studiando come i paesi ricchi possano aiutare quelli meno provveduti, e, pur in mezzo a ostacoli di ogni genere, che sorgono dal particolare aspetto dell’azione puramente commerciale, ispirata dalle ferree leggi della economia, sta convincendo i vari Paesi aderenti che è necessario giungere a qualche decisiva soluzione, cercando di ovviare a questo fenomeno deplorevole con provvedimenti concreti, volonterosamente presi da parte di tutti. Dal canto Nostro, con l’Enciclica «Populorum progressio» Noi non abbiamo mancato di alzare alta la Nostra voce, anche a costo di
essere fraintesi, in favore di un’economia più giusta e più regolata, dettata
anch’essa dalle leggi dell’amore.
|
|