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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO
DI SUA SANTITÀ PAOLO VI
IN ASIA ORIENTALE, OCEANIA ED AUSTRALIA

CERIMONIA DI BENVENUTO

DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI

Aeroporto Internazionale di Giakarta, Indonesia
Giovedì, 3 dicembre 1970

 

Siamo lieti dell’occasione, che ci offre il presente viaggio, di fare tappa in questo bello e grande Paese dell’Indonesia, nel quale nessuno dei nostri Predecessori ha mai messo piede, ma dove i cattolici sono presenti da più di 400 anni, cercando di fare del bene intorno a sé.
Infatti, nel 1546 uno dei nostri più grandi Santi, Francesco Saverio, dopo aver costeggiato a breve distanza Sumatra e Giava, veniva a stabilirsi ad Amboine e Ternate, gettando le basi di quella che doveva essere l’opera dei suoi confratelli e successori.
Se questo servo di Dio aveva abbandonato famiglia e paese per venire qui, ciò non fu né per ambizioni politiche, né per acquisto di ricchezze mediante il commercio, e neppure in cerca della gloria o del piacere di vedere del nuovo e di parlarne al mondo; egli voleva fare del bene, quanto più bene poteva, ai suoi simili, perché sapeva che Dio voleva questo da lui.
Noi pure non abbiamo altra intenzione nei Nostri diversi viaggi verso tutti i punti del globo: cercare, secondo le Nostre umili forze, di operare per addolcire la sorte degli uomini, adoperandoci a far regnare la pace e a far trionfare la giustizia, senza la quale non si dà pace durevole.
Avvicinandoci alle vostre coste, abbiamo potuto ammirare dall’altezza del cielo, l’immensità e la ricca vegetazione di queste isole disposte a catena senza fine, che fanno del vostro bel Paese uno dei più distesi in lunghezza che ci siano nel mondo. E, in conseguenza di questa estensione, è un Paese dove si affiancano molte razze, molte culture, molte religioni: vi si incontrano tutte le grandi credenze del mondo: Musulmani, Buddisti, Indù, Confucianisti e Cristiani; tutte religioni ufficialmente riconosciute dalla Costituzione del Paese, che pone, inoltre, come uno dei cinque pilastri della nazione, la fede in una «divina Onnipotenza».

Noi ci facciamo pertanto un dovere e una gioia di rendere omaggio al governo e al popolo per questo bell’esempio dato al mondo di un alto senso religioso, d’una collaborazione e di un arricchimento reciproco nella diversità. Ci piace infatti ripeterlo qui: «Noi intendiamo riconoscere con tutto rispetto i valori spirituali e morali, insiti nelle varie confessioni religiose che non sono cristiane; vogliamo con esse promuovere e difendere gli alti ideali che possono essere comuni nel campo della libertà religiosa, della fratellanza umana, della buona cultura, della beneficenza sociale e dell’ordine civile» (Ecclesiam suam, A.A.S., LVI (1964), p. 655). «La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità, che illumina tutti gli uomini» (Nostra aetate, 2).
La Chiesa «guarda con stima ai Musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, Creatore del cielo e della terra e che ha parlato agli uomini» (Ibid., 3). Essa ammira nell’Induismo «coloro che cercano la liberazione dalle angosce della nostra condizione, sia attraverso gli esercizi della vita ascetica, sia con la meditazione profonda, sia con il rifugio in Dio nell’amore e nella confidenza»(Ibid., 2). Essa riconosce che nel Buddismo «l’insufficienza radicale di questo mondo mutevole è riconosciuta, che vi si insegna una vita per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, potranno sia acquistare lo stato di liberazione perfetta, sia pervenire allo stato di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o grazie ad un soccorso venuto dall’alto» (Ibid., 2).

È con questi sentimenti che Noi abbiamo affermato: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo; la Chiesa si fa parola, la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa dialogo» (Ecclesiam suam, A.A.S., LVI (1964), p. 639).
Noi siamo lieti di avere qui, accanto a Noi, un uomo del vostro popolo e del vostro sangue, il Signor Cardinale Darmojuwono, nelle cui mani si trova la più alta autorità cattolica del vostro Paese. Dopo di lui sono del Paese altri Vescovi, mentre dei sacerdoti sempre più numerosi si preparano a prendere il posto dei missionari, i quali, anch’essi, hanno tutto lasciato generosamente per aiutare il vostro popolo in tutti i settori che sono in loro potere, vivendo la vostra vita e facendo proprie le vostre usanze ed i vostri interessi. È la migliore risposta che si possa dare a coloro, che vedono nella Chiesa Cattolica un’istituzione prettamente europea: la Chiesa è cattolica, e ciò vuol dire universale, ed essa ne offre in tutti i Paesi la prova che voi avete qui sotto i vostri occhi.
Il Nostro riconoscente saluto va a tutti i missionari, pieni di dedizione, sparsi in tutte le vostre isole; esso va, in modo non meno commosso, alla crescente generazione dei sacerdoti e dei Vescovi del Paese. Benediciamo paternamente i numerosi fedeli, che ci circondano, e quelli ancor più numerosi che non hanno avuto la possibilità di venire. Salutiamo con rispetto i rappresentanti di tutte le altre religioni, che ci hanno fatto l’onore della loro presenza. Ringraziamo le autorità del Paese, che hanno reso possibile questo incontro e che ci hanno accolto con tanta cortesia. Siano esse sicure di trovare in ciascuno dei loro sudditi cristiani i più devoti collaboratori per la realizzazione dei nobili ideali, da loro concepiti per il progresso sempre più grande e più rapido del vostro Paese, così largamente dotato da Dio di bellezza, di fertilità e di risorse di ogni genere.
Di tutto cuore invochiamo su di voi tutti la benedizione di Dio onnipotente.

                                        

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