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DISCORSO DI PAOLO VI PER LA CONSEGNA DEL PREMIO PER LA PACE «GIOVANNI XXIII»
A SUOR TERESA BOYAXHIU
Mercoledì, 6 gennaio 1971
Dopo le parole, che sono state pronunciate per annunciare il conferimento del
Premio Internazionale della Pace, intitolato al Nostro Predecessore Giovanni
XXIII, di venerata memoria, a Madre Teresa, qui presente, può sembrare che tutto
sia stato detto, e che a Noi non resti altro da dire, salvo l’espressione della
compiacenza per un avvenimento così felice. Ed è ciò che facciamo ringraziando
coloro che lo hanno preparato, specialmente il Consiglio della Fondazione, al
quale va il merito di questa prima attribuzione del Premio; e lo facciamo anche
salutando quanti sono presenti a questa semplice e significativa cerimonia, e
poi manifestando la Nostra ammirazione a colei alla quale è stato assegnato il
Premio e alle sue seguaci e collaboratrici, tutte di cuore benedicendo. Tutto
sembra così compiuto. Potremmo dire: la seduta è tolta; fra tre anni, a
Dio piacendo, di nuovo essa si riunirà, con quali persone non sappiamo, ma
sappiamo che l’ideale della Pace sarà ancora il motivo della riunione, perché la
fondazione del Premio ha carattere permanente. Per ora sembra, dicevamo, che
tutto sia finito.
Se non che noi tutti avvertiamo che invece tutto ancora resterebbe da dire. I
discorsi, che abbiamo ascoltati e la motivazione ora letta circa l’assegnazione
del Premio, la fondazione ed il Fondatore del Premio, lo scopo ad esso prefisso,
la Pace, e l’umile Religiosa a cui è stato conferito, l’opera sua specialmente e
il quadro storico, sociale, umano in cui tale opera si colloca, il tutto insomma
di questa semplice cerimonia, resterebbe da commentare, da ripensare e da
capire. Tutto qui è oggetto di riflessione. Noi tutti faremo bene a portare via
da questo incontro un proposito di meditazione. Gli animi sono pieni di stimoli
a pensare; e forse non solo a pensare, ma a fare. A ringraziare il Signore,
prima di tutto, che ci concede, fra tanti affanni e tante penose esperienze
della nostra vita contemporanea, una consolazione così pura, così viva, così
eloquente: il bene esiste, il bene è operante, il bene prevale: quale conforto,
quale lezione, quale speranza! A rincorrere il filo dei pensieri, che subito si
snoda nello spirito riflessivo, avvertiamo che questo commento non finirebbe
più. Scegliamo rapidamente qualche spunto.
Il primo spunto è di critica al nostro stesso operare di questo momento: è forse
conforme allo spirito cristiano conferire un pubblico premio all’opera buona?
Non dev’essere questa custodita dal silenzio e dall’umiltà, che ammoniscono, con
le parole del Vangelo, a non fare sapere alla mano sinistra l’azione lodevole
compiuta dalla mano destra, ed a non attendere premio da alcun altro, fuorché
dal Padre, che vede nel segreto, la ricompensa meritata? (Cfr. Matth. 6,
3-4) È vero : il bene dev’essere compiuto umilmente, silenziosamente, senza
alcuno intento di vanità e di pubblicità; non deve aspettarsi la sua mercede
dagli uomini e nel tempo; questo lo ha insegnato il Signore per chi opera il
bene; ma il Signore ha pur detto di non mettere la lucerna sotto il moggio, ma
sopra il candelabro, affinché risplenda per tutti quelli di casa; ed ha aggiunto
(ciò che farà piacere anche alla modestia di Madre Teresa), che questa
irradiazione deve avere due scopi, che prescindono dall’onore dovuto alla
lucerna; uno scopo è l’edificazione degli altri, e il secondo è la
glorificazione del Padre celeste (Cfr. Matth. 5 , 15-16), dal Quale ogni
bene discende (Iac. 1, 17). Ed è ciò che noi intendiamo fare con il
conferimento di questo Premio, e che certo ha inteso fare Papa Giovanni,
trasformando un premio a lui assegnato in una fondazione stabile a incitamento
d’un bene ulteriore che dev’essere fecondo e moltiplicato. V’è di che godere.
Nell’intenzione della fecondità e della diffusione del bene questo Premio è
conferito; nella fiducia dell’esemplarità del bene esso è presentato allo
sguardo nostro e del pubblico.
E così ad un altro spunto di riflessione noi siamo invitati, una riflessione
consolante e paradossale, quella delle leggi che presiedono all’economia del
bene. Dicevamo della Legge della umiltà; ne scopriamo un’altra: il bene è
diffusivo. Lo è il male, purtroppo, e quanto è potente la forza del suo
contagio, quanto è grave e responsabile! (Cfr. Matth. 18, 7) ma lo è
anche il bene. L’opera di Madre Teresa lo dice. Una volta di più ci sono svelate
le inesauribili energie potenziali del bene, le riserve del cuore umano, le
quali si effondono e diventano operanti quando la leva del sacrificio personale,
diciamo pure del coraggio, con l’aiuto di Dio, le fa scaturire e le impegna
nell’azione. Ed ecco un’altra legge di questa meravigliosa economia del bene: è
a questo momento del suo iniziale e dinamico processo che dalla mancanza, in
certi casi totale, dei mezzi temporali per compierlo il bene fa balzare fuori i
mezzi stessi; la povertà diventa fonte della sua ricchezza; il suo vuoto si
riempie faticosamente, sì, ma prodigiosamente; la storia delle opere di carità
documenta questa legge. Gioco della Provvidenza; e fenomeno della bontà umana,
che per manifestarsi ha tante volte bisogno dell’altrui necessità, resa
stimolante da chi ha il genio del bene, il carisma della carità.
Queste osservazioni ne generano altre. Questa, ad esempio: quando un’opera
benefica comincia a misurarsi con i bisogni, ai quali porta soccorso, scopre le
dimensioni spaventose di questi bisogni, che prima, forse perché creduti
insanabili, erano ‘meno sentiti e più tollerati da una inerte rassegnazione; ed
invece di rallegrarsi dei primi risultati positivi conseguiti si sente
sopraffatta dalle proporzioni smisurate del male ch’essa ha avuto la temerarietà
di affrontare, così che procede nel timore d’arrendersi alla viltà della
rinuncia all’impresa iniziata e nell’angustia dei propri limiti; soffre cioè, e
nella sofferenza procede; una sofferenza che s’è fatta comunione; s’è fatta, nel
senso etimologico, compassione; ed è ciò che invece d’esaurire le forze
soccorritrici, altro paradosso della carità, le rimonta e le qualifica
permanenti. Ed allora l’opera benefica acquista un valore che va oltre il merito
del suo concreto esercizio; essa diventa una testimonianza, una duplice
testimonianza: una che grida e denuncia i bisogni esistenti, trascurati,
dimenticati, giudicati inguaribili e che pone all’opinione pubblica l’esistenza
implorante d’un problema aperto e spasimante; l’altra che predica in silenzio
non solo la necessità, ma la possibilità di risolverlo. E meraviglioso; un
elemento nuovo è venuto in evidenza; il motivo sovrumano che rende facile tanta
audacia, il motivo mistico, il motivo evangelico, quello che trasfigura il volto
del povero affamato, del bambino languente, del lebbroso ripugnante, del
delinquente temibile, del moribondo esausto nel volto misterioso di Cristo; ed
una specie di fascino spirituale avvince la Sorella, il Fratello, che si sono
votati alla carità; perché ormai la carità è diventata il motivo superiore, che
assorbe tutti gli altri, pure degnissimi del sentimento umano, e che tutti li
spinge e li sublima con abituale tendenza fino al grado eroico.
Una volta di più, nella storia della Chiesa e nel progresso della società, il
Vangelo si compie e si celebra, e riaccende nel cuore degli uomini la gioia del
bene, la speranza della vita ideale, la verità luminosa della parola d’Ireneo:
«Gloria di Dio è un uomo che vive» (Adv. Haer. IV, 20, 7; PG 7,
1037).
Tutto questo, sembra a Noi, acquista grande importanza nel quadro moderno del
mondo che sale, vogliamo dire nello sforzo di sincerità che l’umanità odierna
sta facendo con la denuncia a se stessa degli immensi bisogni emersi nella
società moderna, a raggio mondiale : l’ignoranza, la fame, la malattia, il
lavoro, la caducità e i pericoli delle sue stesse conquiste. Occorrono, oggi più
che mai, ora che la coscienza universale s’è ridestata, energie immense
dell’uomo per l’uomo, le energie che potenti e generose imprese della comunità
internazionale mettono in campo, mentre queste imprese stesse hanno bisogno che
l’ideale umano non si offuschi, ma abbia sempre molti e nuovi testimoni del suo
supremo valore. Ora la persona, che oggi Noi orniamo di questo premio, è appunto
una testimonianza di tale supremo valore; l’uomo, immagine di Dio, membro di
Cristo, specchio di chi lo contempla e vi scopre se stesso, vi scopre un
fratello. L’umile Madre Teresa, nella cui figura ci piace ravvisare le mille e
mille persone dedicate - full time - al servizio personale dei più
bisognosi, diventa esempio e simbolo di questa scoperta, nella quale è il
segreto della pace del mondo, quale tutti andiamo cercando; la scoperta, sempre
attuale, che ogni uomo è nostro fratello.
Come si rende possibile, desiderabile e stabile la pace, se non riusciamo a
fondarla, non tanto sull’equilibrio degli interessi, delle forze e dei trattati,
ma sulla fraternità degli uomini? La fraternità e la pace sono ontologicamente
sinonimi. L’una e l’altra hanno una comune radice, per noi chiarissima, nella
carità; e chi a noi si presenta come missionaria della carità, è apostola di
fraternità e messaggera di pace. Ecco perché a lei diamo il premio della pace; e
a quanti ne condividono i sentimenti e le opere la Nostra Benedizione.
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