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DISCORSO DI PAOLO VI A CONCLUSIONE DEGLI ESERCIZI SPIRITUALI NELLA CAPPELLA
MATILDE
Sabato, 6 marzo 1971
Egli dice che la chiusura degli Esercizi porta con sé sentimenti di compiacenza,
di gratitudine e di rammarico. Compiacenza per aver potuto trascorrere giornate
spirituali, in unità di preghiera, di studio, di ascolto della parola di Dio, di
volontà, sperimentando una volta di più quanto sia bonum et iucundum habitare
fratres in unum. Ringraziamento verso tutti i partecipanti, che hanno
confortato con la loro presenza l’atto di riflessione comune; come pure verso
colui che ha proposto gli esercizi, con parole che riflettevano saggezza
spirituale, cultura, esperienza e carità. Rammarico infine, perché giorni così
fecondi siano finiti, dal momento che non è possibile, quando ciascuno riprende
il suo lavoro pressante e difficile, immergersi in modo profondo ed esteso nei
pensieri dell’anima.
Su tutto però domina un sentimento di gioia per il tema svolto dal predicatore:
il sacerdozio; un tema che tocca personalmente ogni ministro di Dio e che
concerne la Chiesa, in un’ora in cui il sacerdozio ministeriale è oggetto di
discussione e presso taluni di incertezza e di perplessità. Le parole alte e
chiare, illuminate dal Vangelo, che sono scese sugli uditori lungo la settimana,
hanno presentato una teologia illuminata dalla vita vissuta, di quella che deve
essere un’autentica esistenza sacerdotale.
Paolo VI prosegue affermando che sul limitare della piena ripresa delle
normali attività ciascuno sente il bisogno di portare con sé il più possibile
delle cose essenziali meditate durante gli Esercizi Spirituali. Di qui la
necessità di fissarle nel ricordo, rafforzandole con un proposito: quello di non
interrompere, ma continuare la riflessione incominciata. È necessario
scandagliare e capire a fondo l’essenza del nostro sacerdozio, tenerne presenti
costantemente le ricchezze e i valori, perché abbiano a guidare la nostra vita
di ogni giorno. E questo, oltre che per una ragione permanente, anche per motivi
contingenti.
Anzitutto perché sappiamo quale vento di dubbio corre oggi sul sacerdozio
ministeriale. C’è una tentazione di rimettere in discussione l’educazione
ricevuta e i principi che hanno informato le scelte e le decisioni allo stato
sacerdotale. In realtà il sacerdozio va soltanto riscoperto e abbracciato nei
suoi valori essenziali, poiché esso è un oggetto di approfondimento inesauribile
e sconfinato. Non avremo mai capito abbastanza chi noi siamo, dal momento che il
sacerdozio ministeriale è un particolare rapporto con Gesù, rapporto che non è
mai esaurito, scrutando il quale troveremo sempre cose nuove e nuovo gaudio e
nuovo impegno. Inoltre perché nel prossimo settembre si svolgerà il Sinodo dei
Vescovi durante il quale la Chiesa mediterà ufficialmente sul sacerdozio e la
sua essenza. Bisogna che giungiamo a questo importante momento, arricchiti di
argomenti che permettano di ampliare la conoscenza che di questo mistero la
Chiesa ha avuto fin qui. Infine c’è un impegno speciale in coloro che fanno
parte del clero romano. Questa collocazione richiede ai sacerdoti una
particolare esemplarità. Lungo i secoli della vita della Chiesa, si è
sempre guardato a Roma come a un modello. La Chiesa di Roma ha fatto testo e gli
altri hanno diritto di giudicare la vita cristiana e il sacerdozio cattolico da
come li si interpreta e li si vive a Roma. L’esemplarità richiesta al clero
romano è un dono e un impegno. Bisogna accettare l’uno e l’altro, con lo sforzo
di esservi pari nella teoria e nella pratica.
Il Santo Padre conclude il suo breve Discorso con un invito alla fiducia.
Guardando indietro all’entusiasmo e al fervore della prima Messa, guardando
avanti, verso Gesù che ci precede, deve valere la parola di San Paolo: Scio,
cui credidi, so in Chi ho creduto. La fede in Lui giustifica ogni audacia
spirituale e non può dare luogo a scoraggiamento di sorta. Modello e auspice la
Madonna beata, colei che ha creduto; le chiediamo che ci assista e ci benedica.
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