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DISCORSO DI PAOLO VI A TRE GRUPPI DI AMMALATI ED INFERMIERI
Sabato, 22 maggio 1971
Una grande gioia e consolazione ci prende nell’accogliere questo triplice
pellegrinaggio, che si svolge nel segno comune della sofferenza, sia essa
generosamente accettata, sia essa fraternamente sorretta e consolata: infatti,
accanto ai malati provenienti dalla Francia per iniziativa del «Secours
Catholique», ai quali rivolgiamo a parte la Nostra parola, vi sono i
Laringectomizzati italiani, partecipanti con i loro familiari al XVI Congresso
Nazionale e i membri dell’Unione Cattolica Infermieri, che celebrano il loro VII
Congresso Nazionale.
AFFETTUOSI SALUTI
Vi salutiamo affettuosamente tutti: in primo luogo voi, carissimi
Laringectomizzati, ricordando tuttora con vivo senso di commozione gli incontri
avuti a Milano con i rappresentanti della vostra categoria, col Consiglio della
vostra Associazione, la quale è una delle tante mirabili opere di fervore
e di cari& e di servizio sociale, sorte per incoraggiamento del nostro
predecessore sulla Cattedra dei santi Ambrogio e Carlo, il Servo di Dio
Cardinale Ferrari. Sappiamo che la vostra Associazione continua alacremente nel
portare avanti le varie iniziative per il vostro normale inserimento nella
società e nel lavoro, e questo ci fa molto piacere: a voi il nostro augurio e
incoraggiamento, che vi porgiamo con l’affetto di sempre, con la premura di un
Padre che vi conosce e vi ama, e prega il Signore per voi. Sappiamo che siete
seguiti con amorevole disinteresse dai responsabili dell’organizzazione; c’è
qui, inoltre, il venerato Monsignor Francesco Rossi, che si interessa dei
problemi dei sofferenti in diocesi di Milano, e ci è caro dire a lui e a quanti
si occupano di voi tutta la nostra riconoscenza.
Salutiamo inoltre i vari Infermieri Cattolici, che già conosciamo bene da
precedenti occasioni; anche a voi e ai singoli Dirigenti della Unione Cattolica
Infermieri ripetiamo il nostro compiacimento per lo zelo che dimostrate nel
voler acquisire un’esemplare formazione professionale, morale, spirituale che vi
sia di indispensabile aiuto nello svolgere la vostra delicata e paziente
missione; prova di questa volontà è il tema del vostro Congresso, invero assai
interessante, che illustra e auspica l’Ospedale come comunità viva, e ne è prova
il motto che avete lanciato: «Infermieri nuovi per Ospedali nuovi», come
proposta di uno stile di vita, in cui tutte le forze vive di un Ospedale debbano
fondersi e amalgamarsi per fare di esso non un anodino, freddo, asettico luogo
di cura, bensì una comunità vibrante di amore, ove tutti concorrono per sentirsi
una famiglia di persone che si conoscono e si amano efficacemente, anche a costo
di sacrifici e di privazioni, a bene l’una dell’altra.
Vorremmo lasciare a voi, qui presenti, - ammalati, convalescenti, recuperati
alla salute, familiari, religiosi e religiose, infermieri - una parola
particolare, come ricordo di questo incontro, tanto gradito.
CAPIRE IL MALATO
E diciamo anzitutto a voi, che vi occupate in varie forme dell’assistenza ai
malati - o per vocazione consacrata a Dio e ai fratelli, o per tenerezza e
obbligo familiari, o per dovere professionale - il grande valore che la vostra
opera assume, il grande merito che essa acquista per la vita eterna. Ciò che vi
muove è la «compassione» verso i cari infermi, nel senso più alto e vero della
parola, che significa «patire-con» gli altri. Voi, cioè, avete il merito di
condividere la sofferenza, questa misteriosa e indecifrabile presenza
nell’umanità ferita dal peccato originale, e conseguenza della ribellione arcana
che questo ha introdotto nella natura creata, come nella psiche e nella carne
dell’uomo; per tale «com-passione» voi promovete l’assistenza, la cura, le
sollecitudini, le veglie, le incessanti e trepidanti premure di carità, voi fate
vostri i sentimenti di chi soffre. Capire il malato! O che grande e sublime e
difficile cosa! Capire le sue disposizioni, i suoi abbandoni, le sue speranze,
le sue angosce, il. posto che ha nell’economia della storia della salvezza! Il
malato è una scuola di teologia e di spiritualità: insegna ad amare Cristo, a
vedere riverberati nella carne ferita e dolorante gli stessi sentimenti di Gesù
nella sua Passione, a sapere prolungata nella pur misera realtà quotidiana la
grandezza della Croce redentrice: «Supplisco, nella mia carne, a ciò che manca
delle tribolazioni del Cristo, a vantaggio del corpo di lui, che è la Chiesa» (Col.
1, 21) ci ammonisce San Paolo; e continua in altri passi: «Soffriamo insieme con
lui, per essere altresì con lui glorificati» (Rom. 8, 17) «per conoscere
lui e la forza della risurrezione di lui e la partecipazione alle sue
sofferenze» (Phil. 3, 10). Cristo assimila a sé i prescelti col mezzo
supremo insostituibile, ineffabile della sofferenza, attraverso la quale Egli
stampa in essi le vestigia della sua somiglianza più stretta.
Ma non solo: il malato insegna anche ad amare il prossimo, ad aprirci a lui, a
dimenticare noi stessi e le proprie esigenze, che, paragonate alla sofferenza
degli altri, vengono, e quanto!, ridimensionate. È proprio della carità avere
l’intelligenza del dolore altrui, mentre l’egoismo rende insensibili e ciechi.
Lode dunque e onore e incoraggiamento a chi si fa infermiere e consolatore,
perché a tanta scuola affina lo spirito e ne ricava frutto meraviglioso per oggi
e per l’eternità, perché il Signore ha promesso il Regno a chi ha cercato Lui
nei malati, mentre invece lo nega a chi gli avrà chiuso il proprio cuore:
«Venite, o benedetti del Padre mio, prendete possesso del Regno preparato per
voi, fin dalla fondazione del mondo. Perché . . . sono stato malato, e mi avete
visitato . . . In verità vi dico: ogni volta che l’avete fatto al più piccolo
dei miei fratelli lo avete fatto a me» (Matth.
25, 34, 36, 40). E a voi, carissimi, che
siete o siete stati infermi, e tuttora portate nel vostro corpo lo stigma delle
pene patite, vogliamo sottolineare il merito della sofferenza. Voi non soffrite,
non avete sofferto invano: perché il dolore vi ha maturati nello spirito, vi ha
dato una visione realistica e giusta delle cose del mondo, una quadratura di
giudizio e di pazienza, vi ha aperto orizzonti sterminati di bontà, di
longanimità, di pace, di perfetta letizia.
Se la sofferenza è una scuola, essa lo è anzitutto per chi ne fa il vivo
esperimento in sé, perché, anche soltanto secondo l’aspetto umano, essa porta un
arricchimento ineguagliabile. Ma specialmente, anzi soltanto nell’economia
cristiana il dolore acquista la sua dimensione più alta e più vera; come già
abbiamo detto, esso ci configura a Cristo, ci dà la forza per accogliere la sua
croce, e ci dispone alle più alte ascensioni. Se mancasse l’accettazione di
questa realtà, svanirebbe il merito, e resterebbe, sola, la sofferenza come peso
tremendo e incomprensibile, per taluni perfino insopportabile. Sarebbe la più
grande disgrazia. Ma voi avete la fortuna di avere scoperto Cristo accanto a
voi, che vi dà la sua stessa forza, vi invita ad essere i suoi Cirenei accanto a
lui, e vi guarda con occhio di predilezione, perché in voi egli ama
identificarsi: «L’avete fatto a me». E questo merito acquistato diventa non solo
vostro, ma reversibile per tutta la comunità ecclesiale, anzi per tutto il
mondo, «Beati voi, perciò, che siete afflitti, perché sarete consolati!» (Cfr.
Matth. 5, 4). Sappiate dare un valore cristiano al vostro dolore,
santificate le vostre sofferenze con fiducia costante e generosa, con pieno
abbandono nella mano di Colui che vi prova, chiamandovi alla più ardua ed eroica
partecipazione alla sua redenzione.
Nell’esprimervi tutta la nostra benevolenza per il servizio che rendete alla
Chiesa, Noi vi assicuriamo un particolare ricordo nella preghiera: per voi
ammalati, per i vostri familiari, per voi infermieri, affinché la vostra
testimonianza di cristianesimo vissuto sia feconda di bene, sempre. E nel nome
del Signore, a tutti impartiamo la Nostra particolare Benedizione Apostolica,
che estendiamo anche ai vostri cari lontani.
Testimonianza di carità evangelica
Ed ecco il Discorso al pellegrinaggio del «Secours Catholique»:
Chers Fils et chères Filles,
Vous voici donc au terme de ce pèlerinage romain que vous préparez ardemment
depuis un an, dans toutes les délégations du Secours Catholique. Soyez les
bienvenus!
Notre regard se tourne d’abord vers vous, chers amis aveugles, infirmes,
vieillards, vous qui souvent connaissez la souffrance et la solitude, avec l’humiliation
de ne pouvoir prendre une part plus active à la vie du monde qui vous entoure.
Aujourd’hui, vous êtes à l’honneur, et vous réalisez l’un de vos rêves: vivre
entourés d’affection, au cœur même de l’Eglise. Et Nous, Nous voudrions vous
exprimer la tendresse du Seigneur Jésus, lui qui passa une grande partie du
temps si limité et si précieux de sa vie publique à soulager les malades, à
annoncer aux pauvres la Bonne Nouvelle (Cfr. Luc. 3, 18). Oui, avec le
diacre romain Laurent, Nous vous disons: vous êtes les richesses de l’Eglise. Et
si vous êtes, de sa part, l’objet d’un amour de prédilection, c’est que vous l’êtes
d’abord de la part de Dieu, qui vous appelle à partager, dans ce monde et dans
l’autre, sa vie, son bonheur, sa paix, sa lumière.
Croyez-le, chers amis, vous êtes invités, à votre tour, à favoriser, à établir
vous-mêmes ces relations fraternelles qu’il importe d’instaurer partout.
N’est-ce pas un fait bien connu? Ce sont les pauvres, entendez ceux dont le
coeur est disponible, le regard désintéressé, la main secourable, qui se
soucient des pauvres, et qui les aiment en vérité, avec ce respect de leur
dignité sans lequel la charité sonne creux comme une cymbale (Cfr. 1 Cor.
13, 1). Dans un monde où la personne est trop souvent oubliée dans sa réalité
profonde par une administration efficiente certes, mais qui croit que tout est
fait lorsqu’une aide matérielle a été apportée selon des critères
rationnellement élaborés et progressivement améliorés dans le sens d’une plus
grande justice, témoignez de son prix inestimable, de sa vitalité irréductible,
de ses aspirations ouvertes sur l’absolu. Mettez vous-mêmes en œuvre la
véritable charité selon l’évangile: donnez à la mesure de votre cœur, comme
cette veuve qui fit l’admiration de Jésus (Cfr. Luc. 21, 1-4). Accueillez
les autres avec une attention toujours en éveil, inventive et délicate. Et puis
aussi, priez pour eux, oui, priez beaucoup, sans vous lasser: dans la communion
des saints, votre supplication est d’un grand poids aux yeux de Dieu.
Et vous, chers Fils et chères Filles responsables du Secours Catholique, avec
vos aumôniers, c’est dans le même esprit que Nous vous invitons à poursuivre
cette œuvre qui a déjà porté tant de fruits en chacun des diocèses de France, et
par delà votre pays, au sein de la Caritas Internationalis. Vous n’avez certes
pas le monopole de l’aide fraternelle, que d’autres prennent de plus en plus en
charge avec des moyens considérables. Et vous devez sans cesse adapter vos
propres méthodes d’investigation et de secours, pour aider les personnes à
prendre leur place dans la société, et travailler vous-mêmes en collaboration de
plus en plus féconde avec les autres mouvements et organismes chrétiens. Mais
votre rôle n’a pour autant rien perdu de son urgence: «la charité ne passe
jamais» (1 Cor. 13, 8). Dans l’Eglise et le monde, soyez cet éveil
permanent qui maintient les consciences en alerte, ce stimulant efficace qui
encourage les bonnes volontés à collaborer dans l’action charitable. Vous devez
surtout aller aux plus pauvres, et vous savez mieux que d’autres, en chrétiens,
qu’il existe bien des sortes de faims, du corps et du cour, de l’esprit et de l’âme.
Ne vous laissez pas décourager par les critiques: faites-en votre profit, en
toute humilité et sérénité, et avancez hardiment sur les chemins de l’amour
fraternel.
Ici, vous voici tout près du tombeau de l’apôtre Pierre, ce roc sur lequel le
Seigneur a voulu bâtir son Eglise et la maintenir dans l’unité. Ravivez donc
votre foi à la lumière des générations qui se sont succédées à Rome, depuis ces
premiers chrétiens dont les catacombes décrivent, à nos yeux éblouis, la
fraîcheur de leur espérance invincible. En ce temps liturgique préparatoire à la
Pentecôte, priez l’Esprit Saint de mettre en vous, et en tous ceux qui vous sont
chers, un esprit filial pour Dieu, et un cour aimant pour vos frères, «un coeur
de chair» (Cfr. Ezech. 36, 27), selon la forte expression du prophète,
avec les dons de paix, de joie, de force. Priez aussi pour Nous, que le Seigneur
a chargé de confirmer nos frères (Cfr. Luc. 22, 32), dans la foi et
l’amour. Oh, Nous savons bien déjà les sentiments d’attachement et de fidélité
qui sont les vôtres: Nous vous en remercions, et spécialement votre Président,
le cher Monseigneur Jean Rodhain, qui contribue inlassablement à entretenir cet
esprit d’Eglise.
A vous, comme à tous ceux que vous représentez à nos yeux ce matin, Nous donnons
Notre affectueuse Bénédiction Apostolique.
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