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DISCORSO DI PAOLO VI SUI MEZZI DI COMUNICAZIONE SOCIALE
Sabato, 27 novembre 1971
Nel porgervi il Nostro cordiale e riconoscente saluto, con una espressione di
particolare apprezzamento per il devoto indirizzo rivoltoci da Mons. Pangrazio,
accompagnato dalle filiali parole del Dott. Narducci, non possiamo fare a meno
di ricordare il piacere di un altro incontro avuto con voi appena quattro mesi
or sono, il 14 luglio, nella Basilica di San Pietro. La vostra iniziativa di
allora - dicevamo - era una primizia ed un auspicio; e voi avete voluto che
quella Nostra confortante parola non solo non fosse smentita ma si compisse in
maniera piena e sollecita, com’è appunto avvenuto con la tre-giorni
conclusa stamani: organizzata subito dopo la parentesi estiva, ed allargata e
arricchita nel suo contenuto e nella sua partecipazione, grazie alla
collaborazione congiunta dell’Ufficio Promozionale Stampa della C.E.I.,
benemerito del convegno di luglio, e dell’Ente dello Spettacolo. Ai promotori,
ai relatori e a tutta la schiera dell’Avvenire, a tutti gli aderenti -
sacerdoti, religiosi, religiose, laici -, convenuti numerosi da ogni parte
d’Italia, esprimiamo pertanto la Nostra viva gratitudine e il Nostro paterno
compiacimento.
Questo vostro convegno ha voluto non limitarsi alla stampa, ma estendersi a
tutto il settore della comunicazione sociale, pur continuando a considerare gli
strumenti di essa - il cinema, la radio, la televisione, non meno che il
giornale - dal punto di vista che è proprio della Chiesa, e cioè con
preoccupazione pastorale e di apostolato: è questo un profilo particolarmente
importante e doveroso per persone come voi, le quali nell’ambito della comunità
ecclesiale occupano un posto così qualificato e così responsabile.
Nelle vostre riunioni di studio voi avete trattato anche, e giustamente, di
problemi organizzativi. Essi meritano ogni attenzione. Infatti, le strutture -
adeguate, moderne, efficienti - sono pur sempre necessarie per il perseguimento
delle superiori finalità d’ordine morale e spirituale. E così vengono in
considerazione i vostri stessi Uffici nazionali per lo Spettacolo e per la
promozione della stampa, gli organismi centrali previsti dall’Istruzione
Pastorale «Communio et progressio», le proiezioni regionali del menzionato
Ufficio Promozionale Stampa della C.E.I., e il quotidiano cattolico: considerato
anch’esso, nei suoi elementi organizzativi e amministrativi, senza il buon
funzionamento dei quali gli sforzi intrapresi non sarebbero coronati dal
successo a cui si mira per il bene delle anime e della società.
Ma soprattutto voi avete fatto oggetto di riflessione i problemi di fondo,
necessariamente sempre presenti - come la loro giustificazione e ragion di
essere intrinseca - anche quando si parla di organizzazione e di strutture. Ed
allora ecco che il fenomeno della comunicazione sociale si presenta a voi e alla
Chiesa in tutta la sua grandiosità e complessità, imperiosamente sollecitando
una direttiva, una indicazione, una affermazione ed uno sforzo, atti a garantire
e a rendere fecondi i principi morali e religiosi che devono presiedere
all’ordinato e retto svolgimento di questo importante settore dell’attività
umana.
Voi già conoscete i copiosi e frequenti insegnamenti dati in proposito dal
Magistero ecclesiastico: testi conciliari, l’Istruzione Pastorale «Communio et
progressio» ed altri documenti più o meno recenti, che si integrano a vicenda in
un’unica e coerente preoccupazione d’illuminazione e di servizio circa una
materia non semplice e non facile. Non possiamo tuttavia non insistere su alcuni
criteri fondamentali, a cui deve costantemente rifarsi chi, come voi, opera nel
campo della comunicazione sociale, soprattutto se a tale compito si dedica in
spirito di missione ecclesiale, pastoralmente ed apostolicamente qualificata.
Anzitutto, sotto il profilo personale, soggettivo, l’amore alla causa, la
passione, l’entusiasmo, che devono animare l’operatore: sentimenti che occorre
avere generosi e grandi come la vastità e la gravità dell’a causa stessa, la
quale investe e interessa l’intera collettività nazionale (e non solo
nazionale), le famiglie, la scuola, i giovani e gli adulti, tutti
indistintamente. E inoltre: il senso della dignità e del valore del servizio
della parola o dell’immagine, e il senso profondo dell’onestà e della
responsabilità professionale: la quale responsabilità non è in contrasto con la
libertà, così come non pregiudica e non menoma la libertà la sollecitudine
pastorale della Chiesa in ordine agli strumenti della comunicazione sociale:
poiché responsabilità personale e impegno pastorale comune sono piuttosto per
elevare, fortificare, nobilitare, perfezionare la libertà dell’uomo e del
cristiano, indirizzandola verso il suo naturale obiettivo che è il bene.
Responsabilità, dunque: da proclamare e da stimolare coraggiosamente,
liberamente, senza umani rispetti. Responsabilità dinanzi alla verità storica, e
dinanzi alla verità - metafisica, morale e religiosa - che trascende, e permette
ed obbliga di giudicare, gli avvenimenti. È già un grosso problema quello della
ricerca - spesso ardua, sempre premurosa e disinteressata - della realtà, della
obiettività dei fatti.
E vengono poi - intimamente collegati con quelli testé accennati - i criteri
fondamentali che devono regolare la funzione precipua della comunicazione
sociale e dei relativi strumenti: destinati non solo e non tanto ad informare,
ma a formare, ad educare cioé alla retta conoscenza e al sano giudizio.
Non si indulge, a volte, consapevolmente o no, ad una visione troppo
ottimistica, per un verso, che sa di meccanismo positivistico o storicistico,
per altro verso, quando si pensa o si dà per scontato che la proposizione di
notizie o di immagini - quali che esse siano e comunque essa avvenga - avrà
necessariamente il magico effetto di portare l’opinione pubblica ad un risultato
benefico? Non sarà più realistico, più saggio e più responsabile preoccuparsi
del conformismo superficiale ed ‘acritico, e degli effetti negativi, sul lettore
o sullo spettatore, di certi movimenti di idee o di talune espressioni di
malcostume, di frivolità, di disimpegno morale?
Ma dobbiamo concludere. Queste poche considerazioni, del resto, a voi bastano:
bastano alla preparazione e alla competenza da voi già acquisite, e bastano alla
vostra buona e ferma volontà di proseguire in un impegno che è bello e
consolante vedere rinnovarsi e rifiorire, nell’intento di assicurare alla
presenza dei cattolici italiani nel campo della comunicazione sociale una
maggiore penetrazione e più larghi riconoscimenti. Siate apostoli. Diffondete la
retta conoscenza di questi problemi - tanto gravi ed importanti per la vita e la
crescita della vostra comunità ecclesiale - negli ambienti con cui siete a
contatto a motivo dei vostri ministeri, e adoperatevi per stimolare un'azione
coerente ed incisiva.
Ci sia consentito di terminare con un particolare saluto al quotidiano dei
cattolici italiani Avvenire, qui presente coi suoi dirigenti, i suoi
impiegati e le sue maestranze. Un saluto riconoscente e incoraggiante, al quale
voi tutti volete certamente unirvi, zelanti come siete della diffusione e del
potenziamento di questo giornale. È la prima volta che l’intera famiglia del
giornale cattolico s’incontra con Noi. Noi ne siamo molto sensibili e
riconoscenti. Vorremmo che in ciascun membro di questa ricostituita famiglia
giornalistica s’imprimesse il ricordo di quest’udienza come quello di
un’alleanza spirituale: Noi vi accogliamo, carissimi figli dell’Avvenire, come
amici, come collaboratori, come impegnati ad un comune servizio alla causa di
Cristo, alla testimonianza della sua Chiesa, alla costruzione di una società
sana, moderna, cristiana. Noi abbiamo già una prova eloquente e tangibile di
questa solidale attività dall’offerta che voi ci portate per soccorrere gli
infelicissimi profughi e la popolazione sofferente del Pakistan Orientale.
L’offerta è un segno della premura con cui il giornale ha assecondato la Nostra
esortazione, e della generosa rispondenza con cui i vostri lettori hanno accolto
il vostro e Nostro invito. Ve ne siamo molto obbligati. E obbligati siamo a
quanti hanno contribuito a comporre una somma così cospicua. Ci rendiamo fin
d’ora interpreti della gratitudine di quanti avranno conforto da un gesto
evangelico e collettivo come cotesto. L’avete fatto per Lui, per Cristo,
sofferente in quegli esseri umani lontani e sconosciuti. Cristo vi ricompenserà.
E poi per quanti dedicano la loro attività nel campo della comunicazione
sociale, e specialmente per lei, venerato Monsignor Pangrazio, per il solerte e
bravo Monsignor Chiavazza, per il Direttore del giornale, per tutti e per
ciascuno di voi, il Nostro paterno e fervido augurio e la Nostra Benedizione
Apostolica.
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