 |
DISCORSO DI PAOLO VI AL CONSIGLIO
DIRETTIVO DEL «CIRCOLO DI ROMA»
Sabato, 10 giugno 1972
Cari e Illustri Signori del «Circolo di Roma»!
Siamo lieti della visita, di cui voi ci onorate, alla ripresa della vostra
attività nella nuova sede presso la Chiesa di Santa Maria in Cosmedin, sede che
noi appunto abbiamo messo a vostra disposizione per favorire il funzionamento e
l’incremento di codesta istituzione. Dalle parole, testé pronunciate dal vostro
Presidente, l’Avv. Vittorino Veronese, conosciamo la breve, ma già memorabile
storia del vostro Circolo, i suoi scopi, il suo spirito; e dobbiamo rallegrarci
che voi ne abbiate chiara coscienza; ed è questa che qua vi conduce per
esprimerla, per confortarla dei suoi specificanti motivi, e per conferirle
vigore generatore di rinnovata azione e speranza di spirituali carismi. Questo è
tutto, potremmo subito concludere.
UNA BREVE, MEMORABILE STORIA
Ma non vogliamo perdere l’occasione di fare in proposito alcuni semplici
rilievi, quasi noi fossimo assisi in familiare conversazione al simposio dei
vostri sapienti colloqui. Il primo rilievo riguarda precisamente la sede,
ora destinata alle riunioni del «Circolo di Roma». Non è mai vano conoscere la
propria dimora, quando essa è di per sé una scuola, vogliamo dire un tema di
studio storico, artistico, religioso; S. Maria in Cosmedin rappresenta infatti
un campione, un simbolo di quella realtà che è Roma, perché codesta deliziosa
Basilica, presso la quale è collocata la vostra sede, collega le sue origini
alle prime memorie dell’Urbe pagana e cristiana, e definisce la sua fisionomia
storica dalle relazioni che Roma ebbe con l’oriente greco; «ripa greca» si
chiamava in quella zona la sponda del Tevere, dove altri edifici ci ricordano
parimente la presenza di una numerosa colonia bizantina, per la quale Papa
Adriano I (772-795) volle completamente ricostruire, ampliare e abbellire la
locale diaconia, che d’allora in poi si ornò del titolo «in Cosmedin» (Cfr.
DUCHESNE, Liber Pont. I, p. 507). Facciamo voti che uno dei vostri
colloqui, per merito di qualche voce competente, integrando quanto l’Armellini
ci descrive di codesta Basilica (Cfr. ARMELLINI, Le Chiese di Roma, II,
p. 735 ss.), possa illustrare la lunga vicenda storica di questo illustre
edificio e delle sue adiacenze, che i recenti e cospicui restauri hanno
mirabilmente rimesso in onore. Sarà già cotesto un primo passo, quasi
un’iniziazione, a quella compenetrazione del vostro Circolo al sentimento
dominante che lo deve distinguere, per il fatto che Romano si chiama.
Così dall’edificio, riconosciuto nel suo valore sacro e simbolico, è più facile
il passaggio del pensiero alle finalità a cui codesta sede deve servire, come
avviene d’un tempio destinato al culto, d’un’officina destinata al lavoro, d’una
casa destinata all’abitazione. Codesta sede è destinata ad un circolo.
Che cosa è un «Circolo» nel senso sociale della parola?
Anche questo può essere tema per i vostri incontri. Ha una storia lunga questo
particolare fenomeno della convivenza umana; d’una convivenza che ha bisogno di
conversazione, quasi per effondervi una ricchezza interiore di pensiero e di
cultura, che da personale si fa collettiva; e quasi per offrire modo ai membri
del Circolo di rifornirsene nell’incontro con chi sia prodigo di proprie dovizie
interiori e le sappia dispensare con facile e gradevole parola. Risponde ad un
bisogno di alta e scelta «comunicazione sociale». È un incontro dovuto
all’affinità del linguaggio, alla dialettica del dialogo, al pluralismo delle
culture, all’avidità del conoscere, alla soddisfazione del parlare eletto, al
gusto spirituale dell’ascoltare. Ricordate l’otium liberale, il riposo
dello spirito meditante, di cui ci parla Agostino da Cassiciaco (Cfr. De
ordine, 1, 4; PL 32, 980), nella ricerca speculativa, sgombra di cure
e di interessi interiori, alle soglie della sapienza? La letteratura che si
svolge a dialogo, sia filosofica (Cfr. Platone, Seneca . . . ), che scientifica
(Cfr. Galileo), o spirituale (S. Gregorio, Abelardo, Fénelon, etc.), non lascia
intravedere quale sorgente di cultura possa sgorgare dal trovarsi insieme per
avere stimolo dialettico all’esercizio del pensiero e alla ricerca della verità?
Questa è preistoria d’un Circolo moderno. Voi pensate piuttosto alla storia più
vicina al nostro tempo, agli Atenei dedicati a liberi studi superiori, e ancor
più alle Accademie fiorenti nel sei e settecento di cui alcune vegete tuttora,
ma piuttosto appassite, centri selezionati di varia cultura, di quella
letteraria specialmente; pensate all’Arcadia, ad esempio, che raccoglieva qui a
Roma (1690), i sofisticati letterati d’una campestre semplicità, i quali già
prima si riunivano d’intorno all’esule e brillante Cristina, già regina di
Svezia. E dev’essere questa tradizione un impulso davvero potente alla vita
culturale, promossa da gruppi altamente qualificati, se ancor oggi, sotto il
nome di Accademie, risplendono istituzioni di grande fama, l’«Académie
Francaise» per citare la più celebre, ed altre insigni, rivolte all’emulazione e
all’onore della cultura superiore, non ultima certamente nel merito, se pur
recente d’origine, la nostra Pontificia Accademia delle Scienze.
Ma un’Accademia non è un circolo, che si modella su altro tipo di simposio
sociale: il pensiero ricorre al Club inglese, che ha avuto ed ha grandi e
importanti espressioni, e poi le più varie proliferazioni, di cui alcune, in
Italia, hanno appunto preso il nome di Circoli, e molte vivono tuttora
dignitosamente; per tacere di altri invece Clubs altrettanto diffusi di
numero e di forme, quanto insignificanti e spesso miseramente degradati.
UN IMPULSO ALLA VITA CULTURALE
Ancora non abbiamo identificato il tipo del nostro «Circolo di Roma». Le parole,
con cui ne ha tracciato il profilo il vostro Presidente, ci dicono meglio le
caratteristiche di questa istituzione. Essa intanto non è propriamente
un’associazione, sebbene tale la direbbe il fatto che è composta di Soci, cioè
di persone regolarmente aggregate e selezionate, ma non tanto per costituire un
gruppo compatto e omogeneo, un collegium, ma si chiama Circolo perché
concede titolo selettivo ad accedere a questa sede e a partecipare alla sua
attività, la quale principalmente consiste appunto nell’offrire ai Soci un luogo
dignitoso d’incontro fra loro e di accogliervi specialmente ospiti singolari e
occasionali, a cui Roma è ancora inesplorata meta d’arrivo, o stazione di breve
passaggio, e di cui sarebbe difficile fare la conoscenza ed ascoltare la voce,
se questo Circolo non esistesse. Modesto programma d’attività, come si sa, ma
scopo magnifico per qualità, per le persone che qua convengono, per le cose che
qui si dicono, per i sentimenti che qui si respirano e si esprimono: centro
ristretto per incontri preziosi e per alti pensieri.
Questo Circolo così realizza, nell’ambito suo, una formula della quale Roma è
fiera e vuol essere fedele custode: Roma patria communis. Vuole cioè
questo Circolo dimostrare, forse più simbolicamente che effettivamente, che a
Roma nessuno è straniero; tutti possono essere cittadini, amici, fratelli. Roma
è di tutti; quella dello spirito. Tutti hanno titolo - e il Circolo vorrebbe
darne una prova - per sentirsi in Roma a casa propria, purché la loro presenza
sappia scoprire, intuire almeno, che cosa è Roma dello Spirito. Senza nulla
togliere alla visuale storica, artistica, politica, questo Circolo guarda di
preferenza alla visuale religiosa, a quella cattolica specialmente.
UNA VISUALE RELIGIOSA
Potremmo qui fare i nostalgici, e un po’ gli eruditi d’una letteratura
celebrativa della romanità classica e religiosa, pescando citazioni, ad esempio,
nella bella antologia del compianto Monsignor Igino Cecchetti, che con la sua
Roma nobilis (del 1952) offre tanto al Romano di Roma, come a quello di
adozione, o pellegrino, un ottimo florilegio di referenze circa gli aspetti più
vari di questa Città dello spirito. Il secolo scorso svolge, com’è noto, in
stile romantico questo incantesimo proprio dell’Urbe; ricordiamo, sempre ad
esempio, il volume enfatico e sentimentale di Louis Veuillot, Le parfum de
Rome (1861), e documentiamolo con una citazione, che l’appassionato
scrittore francese vi fa d’un altro celebre innamorato di questa misteriosa
città, Goethe, il quale - scrive il Veuillot - «vecchio, assiso nel mondo, e
considerando se stesso come un abitante dell’Olimpo, diceva ai familiari del suo
tempio: È a Roma soltanto ch’io ho sentito ciò che significa essere un uomo nel
vero senso della parola. Quella elevazione di sentimenti, quella felicità, ch’io
provavo allora, io non ho più potuto raggiungerla dopo. Quando io confronto il
mio stato presente a quello in cui vivevo a Roma, io affermo che la mia felicità
è perduta per sempre» (LOUIS VEUILLOT, Le parfum de Rome, p. 462).
Romanticismo? Forse sì. Ma vi risponde sempre citando «scegliendo fior da fiore»
un misticismo, e questo di una Donna, consorte d’un membro del Corpo Diplomatico
accreditato presso la Santa Sede, che ci fa pensare, nel suo volume La Rome
du cœur (1914): il libro è di Amalia di Subercaseaux, chilena. Crediamo poi
che molti di voi conoscano le opere di Silvio Negro, e forse hanno anche
conosciuto la cara persona, morta un decennio fa; e possono quindi rilevare come
dalla contemplazione, anche analitica ed episodica, d’una Roma, in fase di
metamorfosi storica e civile, qualche cosa d’imponderabile, ma sempre seducente
per un arcano fascino spirituale, trasparisca anche dal volto moderno
dell’eterna Città.
UN'ATMOSFERA SINGOLARE
È questa atmosfera singolare, che certamente alimenta il respiro di questo
Circolo, con questa caratteristica, rispetto a tante altre degnissime
istituzioni assorte nello studio celebrativo: archeologico, artistico, storico,
culturale, religioso di Roma, che qui le finestre sono aperte alle correnti
dell’esperienza attuale, dei fenomeni presenti, dei problemi odierni, senza
scelta prestabilita, senza programma esclusivo, anzi quasi col proposito di
avere qui una torre di segnalazione dei venti che spirano negli orizzonti del
mondo, e di misurare la reazione di questo vetusto spirito romano con l’impeto
delle tendenze del pensiero e della vita contemporanea. L’attualità è accolta
con pari interesse a quello custode delle tante tradizioni qui onorate, fra cui
prima, naturalmente, quella cattolica. L’ospite anzi, che qui fa circolo, è
testimonio passivo, o attivo di questo contatto fra Roma e il mondo: scontro,
incontro, o amplesso che sia. Noi ci limitiamo, dicevamo, ordinariamente alla
Roma cattolica, è ben chiaro; cioè ai valori religiosi, morali, storici,
archeologici, politici, culturali del cattolicesimo, i quali valori, in una sede
sincera, ma libera come questa, confrontano la loro attitudine ad agire o a
reagire sulla realtà umana del nostro tempo.
L'ESPERIMENTO DEI VALORI AUTENTICI
Ne dovrebbe risultare un banco di prova molto interessante, non solo per la
qualità delle informazioni, che qui vengono esposte da voci, noi auguriamo,
sempre nobili, sicure ed oneste, ma per un rilievo facile e comune: è qui,
vogliamo dire, è a Roma che l’esperimento dev’essere fatto; l’esperimento dei
valori autentici, se e quanto siano veramente apprezzabili. Il metro è qui. Cioè
il metro dell’uomo ideale. Dell’uomo in perenne ricerca ed iniziale e potenziale
possesso di verità, di unità, di universalità, di fraternità, di civiltà, di
pace, di perfezione; e che qui - pretesa non folle, Signori! - trova
l’affermazione al grado assoluto di questi valori. Non certo per la realtà
completa ed effettiva delle cose e delle persone, che anche a Roma
ordinariamente s’incontrano alla statura della comune umanità, ma per il tesoro,
segreto ed aperto, di luce e di vita ch’esse, cose e persone, custodiscono ed
esibiscono; il segreto «di quella Roma, onde Cristo è romano» (DANTE, Purg.
32, 102).
Al «Circolo di Roma» dunque il nostro augurio e la nostra Benedizione.
|