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VISITA ALLA NUOVA SEDE DELLA C.E.I.

DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AL CONSIGLIO DI PRESIDENZA DELLA C.E.I.

Giovedì, 9 maggio 1974

 

Noi siamo lieti che ci sia oggi offerta l’occasione di incontrare e di salutare il Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana nella nuova sede assegnata alla Conferenza stessa, e ringraziamo cordialmente il signor cardinale Poma, presidente della C.E.I. medesima, delle cortesi parole, che egli, a nome di questo Consiglio permanente e dell’intero Episcopato Italiano, ci ha testé voluto rivolgere, e facciamo nostro l’augurio che l’ospitalità in questo edificio, dedicato all’apostolato cattolico fino dalla sua recente costruzione, possa modestamente, ma praticamente giovare all’attività per la quale essa è destinata e della quale noi conosciamo il crescente e organico sviluppo, reclamato dai nuovi e complessi problemi del ministero pastorale, concepito secondo i bisogni e secondo i criteri del nostro tempo.

L’opera della Conferenza Episcopale Italiana si è già dimostrata, nel ventennio dalla sua istituzione, e specialmente nel decennio dopo il Concilio, assai provvida e feconda nell’applicazione, dapprima occasionale e sperimentale, poi programmatica ed ordinata, del grande ed elementare principio dell’unione su base nazionale, manifestazione questa concreta e locale e pertanto incompleta e parziale dell’universale collegialità dell’Episcopato, alla quale la recente riflessione dottrinale del Concilio medesimo, con la riaffermata funzione di Pietro, quale «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione» (Lumen Gentium, 18), ha dato così ampio e luminoso suffragio.

Perciò, noi pensiamo, l’unione dei Vescovi Italiani può trovare in questa dimora una sua simbolica espressione, un suo centro operativo per un efficiente lavoro, e un suo strumento di facile ed esemplare concordia; una casa cioè di fratelli, un’officina d’intensa attività, un cenacolo di ardente spiritualità. Questa unione non esautora certamente ogni singolo Vescovo nel compimento responsabile e originale del suo ministero pastorale, ché anzi invita la sua personale saggezza ad offrire il suo libero e fraterno contributo nella previa preparazione di comuni programmi, ma reclama poi, spesso con generoso concorso e talvolta anche con deferente e leale sacrificio di proprie particolari vedute, uno sforzo per la conformità, per la collaborazione, per la solidarietà nell’esecuzione dei piani d’azione insieme autorevolmente stabiliti. Come in un concerto musicale, la carità collegiale esige una perfetta armonia, da cui risulta la sua forza morale, la sua bellezza spirituale, la sua esemplarità sociale.

La carità collegiale, non meno d’un concerto artistico, reclama e produce ciò che le è sommamente proprio, l’unione, anzi ai vertici, l’unità. E ciò che diciamo per noi Vescovi della Chiesa di Dio, lo raccomandiamo agli amatissimi nostri sacerdoti, diocesani o religiosi che siano. Citiamo ancora una volta la celebre similitudine di S. Ignazio d’Antiochia: vestrum presbyterium Deo dignum, sic concordatum est episcopo ut chordae citharae (Ad Eph. IV).

Noi vediamo così profilarsi dall’attività, che qui pone il suo cuore operoso, un volto rinnovato della Chiesa italiana, nel quale le linee maestre della sua tradizione cattolica si ringiovaniscono e si rinvigoriscono al soffio interiore dello Spirito conciliare e alla pressione esteriore delle insorgenti necessità pastorali. Ci è spontaneo osservare come già l’opera vostra vada imprimendo in questa antica e 8composica comunità ecclesiale italiana segni unitari e robusti di novella vitalità, mediante documenti insigni sia per la loro fedeltà al depositum apostolico, che per la loro attualità di dialogo col mondo moderno; ricordiamo, ad esempio, la vostra affermazione circa «il diritto di nascere» (30 gennaio 1972), la instaurazione del Diaconato permanente in Italia (15 febbraio 1972), la nota programmatica sulla catechesi (Aprile 1973), il piano pastorale per le vocazioni (Agosto 1973), il documento preparato per il prossimo Sinodo dei Vescovi (24 febbraio 1974), e specialmente quelli circa l’Anno Santo (1° novembre 1973), e circa l’Evangelizzazione ed i Sacramenti (12 luglio 1973), che sono promesse d’un’ampia e simultanea azione animatrice d’un alto e sicuro orientamento religioso, pronto a riversare sulla vita morale del popolo e sulle sue aspirazioni socio-culturali la sua luce spirituale e la sua energia tonificante. Si vedrà così, con l’aiuto di Dio, come la religione cattolica, professata con autenticità di fede nei suoi interiori carismi e con semplicità e virilità di umani propositi, possa concorrere a conferire ad un Popolo, laborioso e gentile, com’è quello Italiano, ma ancora bisognoso d’interiore e progressiva fratellanza e di civile ed economico incremento, una sua più schietta fisionomia di forte giovinezza e di naturale bontà.

Noi ci compiacciamo di cotesto buon lavoro, e ringraziamo quanti vi hanno merito; lo incoraggiamo con i nostri voti paterni e fraterni e lo assistiamo con le nostre preghiere.

Non possiamo in questo momento tacere la nostra piena adesione alla posizione presa - per fedeltà al Vangelo e al costante Magistero della Chiesa universale - dall’episcopato italiano nelle presenti circostanze per la difesa e per la promozione religiosa, morale, civile, sociale e giuridica della famiglia. L’affermazione, fatta da voi, pastori saggi e responsabili di tutta la comunità ecclesiale italiana, circa l’indissolubilità del matrimonio, fondata sulla parola di Cristo e sull’essenza stessa della società coniugale, esige anche da noi, e da noi per primi, aperta conferma, la quale non è suggerita da una considerazione unilaterale della questione, né vuole avere alcuna risonanza polemica, ma vuole pubblicamente riconoscere l’autorevolezza della vostra pastorale notificazione, e vuole insieme riproporre con fiducioso rispetto a quanti hanno a cuore l’incondizionata pienezza dell’amore fra i coniugi, la saldezza dell’istituto familiare, la protezione doverosa e l’educazione amorosa della prole da parte dei genitori, un tema quanto mai grave.

In ogni modo, questa fondamentale questione della famiglia noi la raccomandiamo vivamente, stimolati anche dalle attuali contingenze, alla vostra pastorale carità anche per l’avvenire, come non possiamo dubitare che le famiglie stesse per prime, le pubbliche Autorità, e quanti vi hanno attinenza nel campo dell’educazione, dell’assistenza sanitaria, giuridica e civile, vorranno dare al focolare domestico, a quello specialmente più bisognoso di aiuto e di cure, ogni più saggio e premuroso interesse.

Così noi auguriamo per la vostra missione, come per il pubblico comune vantaggio.

Oggi ogni questione assume aspetti grandi e nuovi, che di per sé intimoriscono il nostro povero e pavido animo umano; ma nello stesso tempo risvegliano quella carità che «urget nos», e accresce l’umile audacia della nostra pastorale attività, moltiplicando in noi quella fiducia che Cristo, per noi morto e risorto, ci assicura.

Così sia, con la nostra fraterna e Apostolica Benedizione.

                       

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