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DISCORSO DI PAOLO VI
AI PRESENTI ALLA «VIA CRUCIS» AL COLOSSEO
Venerdì Santo, 28 marzo 1975
Ed ora, all’ultima Stazione
della Via Crucis, come le Donne fedeli del Vangelo (Cfr. Matth.
27, 55-56; 61), noi dovremmo sostare e meditare; e dopo aver osservato, al
di fuori, forse con gli occhi pieni di lacrime e gli animi di orrore e di
spavento, la tragica e atroce storia del condannato alla croce noi dovremmo
ripensarla dentro noi stessi, con le consuete e dolorose domande, che sorgono
nello spirito davanti alla morte, davanti ad una Persona buona e cara, vittima
della propria causa e dell’altrui crudeltà.
Cioè, noi dovremmo chiedere a
noi stessi il senso della Via Crucis.
Non ci sarà possibile avere
risposta dal nostro solo pensiero, sempre smarrito in una simile ricerca; ma
sotto la lampada della fede il quadro postumo della Via Crucis, si
riempie di luce estremamente istruttiva e commovente, anche se è luce più forte
del nostro occhio, la luce del mistero della croce (Cfr. 1 Cor. 1,
18).
Senso della Via Crucis.
Chi era il Crocifisso? Noi siamo, - ahimé! - abituati alle disgrazie umane,
disseminate nella storia e in ogni angolo del mondo; i monumenti funebri, ai
grandi, agli eroi, ai prediletti, non eguagliano quello del sepolcro vuoto di
Cristo. Chi era il Crocifisso? Era, per eccellenza, il Figlio dell’uomo, era,
per sovraeccellenza, il Figlio di Dio fatto uomo! Lo ha riconosciuto perfino il
Centurione, che presiedette alla esecuzione del supplizio: «Veramente costui era
Figlio di Dio». Pensiero primo che dà a noi le vertigini, l’estasi ai Santi
contemplatori della croce.
Ma le domande incalzano. E che
cosa ha di speciale, di unico, di universale la morte di Cristo? Era ed è una
morte qualificata dal più alto grado che una morte possa meritare, era un
sacrificio; anzi il vero sacrificio, capace di salvare il mondo. Sì. Capitolo
inesauribile della teologia e dell’antropologia. Dunque anche per noi, anche per
me? Sì, ciascuno può dire: anche per me. Dunque un sacrificio umano- divino
intenzionale, voluto, previsto, liberamente consumato; un sacrificio d’amore?
Sì, un sacrificio d’amore; d’amore senza confronti, e senza confini. Davvero per
me, davvero per noi? Sì. E allora qui nasce un sentimento di riconoscenza, di
simpatia, di speranza, che sarà l’anima, ormai della mia religione cristiana, un
sentimento d’amore per Cristo. Sì, Fratelli, ricordatelo! Ricordiamolo in una
delle vicende, purtroppo, comuni e inevitabili della nostra vita temporale:
quando la sofferenza ci prova e ci consuma; essa può essere associata alla
sofferenza della croce, e acquistarne il valore; non malediciamo il dolore, non
lo priviamo del valore morale e spirituale, ch’esso, unito a quello di Cristo,
può rivestire.
E poi? Sulla via della croce
di Cristo impariamo a conoscere, a venerare, a curare, a servire il dolore,
qualunque sia, degli uomini, ormai tutti nostri fratelli. La Via Crucis è
una scuola di compassione, sentimento fondamentale questo di umanità e di
solidarietà, che certi sogni giganteschi di egoismo e di prepotenza volevano
bandire dal cuore umano, diventato di ferro. Non così il cuore cristiano, che,
in sintonia con quello di Cristo, impara a battere con quello di chi è nel
bisogno, nel dolore e nella sventura.
E sia un palpito di sofferto
ricordo per quanti, ancor oggi, soffrono per i conflitti bellici, politici e
civili, e per tutti quelli a cui la sventura e la malattia rendono amara la vita
a concludere questa Via Crucis, che vorrà continuare nella speranza della
nostra redenzione e nell’esercizio della carità verso gli altri.
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