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INCONTRO DI QUARESIMA DI PAOLO VI
CON IL CLERO ROMANO

Lunedì, 15 marzo 1976

 

Venerati Confratelli!

Questo è un momento privilegiato per noi, anche se breve, anche se non può certo concederci di esaurire le molte, le troppe cose, che noi avremmo nel cuore per voi nella felice annuale occasione di questo incontro quaresimale, a cominciare dai saluti, che subito rivolgiamo alla vostra graditissima assemblea d’intorno a noi, che non mai come in questa circostanza ci sentiamo vostro vescovo, vostro pastore, vostro maestro, vostro collega nel ministero a voi affidato.

Salutiamo pubblicamente il nostro carissimo Cardinale Vicario, Ugo Poletti, di cui cerchiamo di seguire l’opera pastorale, che in nostro nome e con tanto zelo egli compie fra voi per questa nostra diletta e comune Diocesi di Roma. A lui, dopo la recente sua infermità, che senza distoglierlo del tutto dal consueto lavoro lo ha fatto non poco soffrire, i nostri voti di perfetta guarigione, e di nuova lena, moderata dalla necessaria discrezione, per le nuove fatiche spesso tanto esigenti ed inclementi.
A Monsignor Vice-Gerente, ai venerati Vescovi Ausiliari e Delegati per i vari ministeri, a tutti i membri del Vicariato, del Seminario, delle varie Istituzioni diocesane, parimente il nostro riconoscente e beneaugurante saluto. Ed a voi tutti, cari, ottimi Parroci di questa nostra benedetta città: a voi, bravi e volonterosi Vice-Parroci; a voi Sacerdoti del Clero secolare e religioso, che prodigate le vostre cure al bene spirituale e morale della Popolazione Romana un grato, incoraggiante e benedicente encomio per la vostra collaborazione in opus ministerii, in aedificationem corporis Christi (Eph. 4, 12). Noi vorremmo che questo fraterno incontro e questo intenzionale saluto confermasse il buon volere del vostro impegno ministeriale, confortasse le vostre fatiche e le vostre speranze, accrescesse di luce e di gaudio le vostre coscienze nella comune dedizione alla causa delle sorti religiose della nostra e vostra incomparabile Roma.

Noi siamo così indotti a fermare col nostro il vostro pensiero sul tema più ovvio e più noto della coscienza ecclesiale, cioè sacerdotale e pastorale, il tema della «madre Chiesa». Sì, tema ovvio e noto; chi non lo sa? ma tema non solo di tale ampiezza teologica, spirituale, storica, sociale, da reclamare una continua riflessione, un’esplorazione sempre nuova, ma tale da imporsi alla nostra attenzione per la sua straordinaria attualità. Per noi specialmente, che possiamo tutti considerarci discepoli di quella grande lezione che il recente Concilio ecumenico ci ha lasciata, appunto su la Chiesa; e che non possiamo essere insensibili ai commenti, alle discussioni, alle controversie, che sia le pagine, sia le vicende del Concilio stesso vanno suscitando.

Non è qui che noi faremo apologie o polemiche. Noi diremo soltanto a voi tutti che dobbiamo costruire, o ricostruire la Chiesa dentro di noi, prima di costruirla fuori. Dobbiamo ripensare la Chiesa, dobbiamo idealizzarla secondo l’ecclesiologia autentica, quale il Vangelo, la tradizione e la dottrina della Chiesa la rappresentano alla nostra mente, e soprattutto la presentano al nostro cuore, al nostro amore. Dobbiamo ritornare a questo amore pensando a quello che Cristo ebbe per lei, quasi sua Sposa; Christus dilexit Ecclesiam, et seipsum tradidit pro ea (Eph. 5, 25 et 29).

Sì, cari e venerati Fratelli! noi pensiamo che questo tema, immanente nella vita della Chiesa stessa, esiga in dati momenti della sua storia uno sforzo di comprensione, un’ora di contemplazione, affinché chi nella Chiesa ha compiti di ministero ritrovi la certezza della propria vocazione e della propria scelta felice e irrevocabile. Il Concilio, da un lato, ha perfezionato a tal punto la dottrina sulla Chiesa da non lasciare alcuna esitazione sull’identità del suo mistero teologico e da farne scaturire sorgenti di nuova e inesausta bellezza; e d’altro lato questa stessa novità sembra aver favorito l’esplosione di dubbi e di inquietudini che l’eredità contestatrice della Riforma aveva depositato nella subcoscienza di alcuni studiosi e di non pochi fedeli: la novità ha avuto due caratteristiche tentazioni, l’una circa la struttura umana e gerarchica della Chiesa, delineata formalmente sul tipo di società perfetta, quasi del tutto simile alla società civile, l’altra circa il contenuto religioso e trascendente della Chiesa, quasi ch’esso fosse una evasione, superflua o addirittura nociva, dalla realtà sociologica in cui è sommersa la vita della Chiesa medesima. La prima tentazione ha scosso la coesione comunitaria della Chiesa; ha messo in questione il sistema della sua autorità, ha indebolito l’obbedienza fraterna e filiale propria del costume cattolico, ha favorito un equivoco pluralismo spesso simile ad un libero esame disgregatore dell’unità della fede, della morale e della disciplina. L’altra tentazione ha dato la preferenza alla visione orizzontale, cioè temporale e sociale della nostra religione, su quella verticale e globale, e ha talora creduto di rendere efficace la professione cristiana inserendo, - anzi perfino preferendo - nell’esercizio della carità e della fraternità che le è proprio, la lotta di classe, come insostituibile energia, derivata da una fatale ed egoista necessità economica, suffragata da una parziale razionalità materialistica.

Bisogna che noi ci confermiamo nella nostra concezione dell’amore all’umanità, quale Cristo ci ha insegnato e la Chiesa, con la sua dottrina e con le sue strutture, cerca di realizzare. Bisogna che noi comprendiamo, ancora una volta, quale formula superlativa di vita comunitaria, modernissima, polivalente, psico-sociologica, facile ed eroica allo stesso tempo, sia tuttora la Parrocchia, alla quale è rivolto il vostro ministero sacerdotale. Quella sublime parola, che nell’insegnamento apostolico racchiude la sintesi della missione di Cristo nel mondo: dilexit Ecclesiam, ha la sua parallela risonanza nel precedente mandato che Egli, Cristo Gesù, lasciò come testamentario messaggio agli apostoli, e a noi tutti derivati dalla missione apostolica: «amatevi gli uni gli altri come Io vi ho amato. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Io. 13, 34-35).

Da qui nasce la nostra «Weltanschauung», la nostra visione del mondo, la nostra sociologia, la nostra «civiltà dell’amore». Voi, Fratelli, Vescovi, Parroci e Sacerdoti, voi Diaconi e Catechisti, voi ne siete gli operatori primi. Voi gli specialisti, voi i testimoni qualificati, voi gli impegnati a fondo, voi le vittime prescelte e i campioni esemplari.

Precisiamo in brevi punti concreti questo comune pensiero.

Primo. Dobbiamo, abbiamo detto, rinfrancare nel nostro spirito un vivo, sicuro, amoroso sensus Ecclesiae. Dev’essere un pensiero dominante. Un pensiero risultante dalla nostra formazione teologica, spirituale, ecclesiale. Non siamo un’associazione qualsiasi, non siamo una società temporale, siamo il «corpo di Cristo» (Cfr. LEONIS XIII Satis Cognitum, 1896). Alimentate la vostra cultura, rileggendo le grandi Encicliche su questa dottrina, per esempio, la «Mystici Corporis» di Pio XII, 1943; la «Mater et Magistra», di Giovanni XXIII; e studiando le due grandi Costituzioni del recente Concilio, la «Lumen Gentium», ossia la Chiesa in se stessa, e la «Gaudium et Spes», ossia la Chiesa nel mondo; due documenti questi che non dobbiamo ignorare, né dimenticare; così sappiate scegliere qualche Autore, fra quelli «probati», che possono ampliare la vostra visuale dottrinale, e nutrire la vostra meditazione e la vostra predicazione (H. DE LUBAC, Méditation sur l’Eglise, Aubier, 1953; L. BOUYER, L’Eglise de Dieu, Cerf, 1970; Le Fils éternel, 1974; C. JOURNET, L’Eglise du Verbe Incarné, 3 voll.; etc.). Inoltre: S. Agostino è sempre moderno (J. A. MOHLER, Die Einheit in der Kirche, l’Unité dans l’Eglise, Cerf, 1938); eccetera.

Secondo punto. Al sensus Ecclesiae deve succedere il senso della comunità, della Koinonía, in chi è impegnato in una Diocesi, qual è Roma, come voi, fratres mei carissimi et desideratissimi, vi diremo con San Paolo ai Filippesi (Phil. 4, 1 ss.), gaudium meum et corona mea, sic state in Domino, carissimi, i quali, aggiungeremo, mecum laboraverunt in evangelio cum . . ceteris adiutoribus meis, e Dio voglia: quorum nomina sunt in libro vitae. Bisogna che una carità davvero comunitaria, solidale e fraterna unisca il Clero Romano, qualunque ne sia la provenienza per il fatto stesso che tutto è addetto ad un medesimo ministero per il bene d’un solo Popolo di Dio, il Popolo Romano. Bisogna che il Clero dapprima, la popolazione poi si sappiano e si sentano ecclesia, corpo di Cristo, fratelli di fede e di carità, societas spiritus (Ibid. 2, 1), quae, - diremo con S. Ignazio d’Antiochia e martire gloriosissimo di questa Urbe fatidica -, quae et praesidet in loco chori Romanorum, digna Deo, digna decentia, digna beatitudine, digna laude, digne ordinata, digne casta, et praesidens in caritate, Christi habens legem, Patris nomen ... (S. IGNATII ANTIOCHENI Ad Romanos, «Prologus»). Bisogna perciò che la Diocesi di Roma viva davvero in unione spirituale e strutturale. Voi Parroci specialmente dovete sentire questo dovere come un onore, come un carisma da non trascurare. La distribuzione della Città in Settori, Prefetture, Parrocchie deve veramente essere operante per la fusione armonica ed organica della comunità diocesana, con l’aiuto dei rispettivi Vescovi Ausiliari, sotto la guida del Vicariato e di Monsignor Vicegerente, essendo per tutti centro e cuore di mistica e canonica unità il nostro Cardinale Vicario. Ben sappiamo quanto ciò sia difficile ed esiga un continuo sforzo coordinatore.
Molti di voi appartenete a Famiglie Religiose, con propri statuti e proprie esigenze; ma noi crediamo di onorare il vostro spirito di dedizione al Signore associandovi ad un apostolato qualificato, impegnativo e, per quanto possibile, stabile, qual è il ministero apostolico nella nostra Diocesi Romana. Vi facciamo così corresponsabili delle sue sorti spirituali, e domandiamo a voi, non meno che al nostro clero diocesano l’adesione, l’armonia, l’affezione comunitaria per le soverchianti necessità religiose, morali, organizzative di questa Chiesa altrettanto privilegiata che bisognosa di pastorale carità. Ricordiamo, come a noi tutti rivolta, la parola augurale, e carica per noi di responsabilità, di Gesù: ut sint consummati in unum, et cognoscat mundus quia Tu (Pater), me misisti et dilexisti eos, sicut et me di1existi (Io. 17, 23).

Terzo punto. Spirito d’iniziativa. L’essere inquadrati in una comunione sinfonica d’attività pastorale non diminuisce la diakonía, il servizio che ciascuno deve prestare al posto di lavoro pastorale in cui si trova. L’opera, la fatica si fa personale, e la nostra vocazione è stimolata nel modo più esigente che si possa chiedere ad un ministro del Vangelo. Provate a riflettere alla parola di Gesù: faciam vos fieri piscatores hominum (Matth. 4, 19). Basterebbe l’analisi di questa similitudine del pescatore, presentato come figura del prete in cura d’anime, per mettere fine a tanti inqualificabili ripensamenti su la propria vocazione sacerdotale (Cfr. Luc. 9, 62). Virtù prima perciò la fedeltà. Poi la pazienza. Verbum retinent, et fructum aferunt in patientia (Luc. 8, 15), insegna la parabola evangelica.

Qui esiste tutta una letteratura che educa il nostro spirito di iniziativa pastorale: rimandiamo ad essa la vostra attenzione, riservandoci ora una sola osservazione. Vi è una pazienza passiva, anch’essa molto meritoria. Quella, ad esempio, di rendersi disponibili all’incontro con chi chiede aiuto, spirituale (per le confessioni, specialmente) ed anche economico o pratico, per quanto è possibile. L’affabilità è una delle virtù specifiche del pastore, anche quando dev’essere fermo, o non può esaudire le domande che lo assalgono. Quanto da dire circa la casistica su questo punto!

Poi v’è una pazienza attiva, cioè quella che prende l’iniziativa di cercare il gregge disperso o la pecora lontana. Anche qui esistono volumi di pastorale moderna, che voi forse ben conoscete. Resta un criterio che non possiamo in questo momento tacere: occorre agire, occorre fare di più, occorre ricuperare un popolo che ha bisogno d’essere richiamato alla nostra amicizia: i giovani, i lavoratori specialmente. La pastorale ritorna missionaria. La sociologia la incanta. La liturgia riprende quota nell’efficacia della preghiera, sia personale, che collettiva.

Avanti, Fratelli. Vi è ancora molto da fare e rifare. Non ci lasciamo perdere di coraggio. Il Signore è con noi. Coraggio.

Per concludere noi vi raccomanderemo di bene accogliere e di bene impiegare la diffusione d’un libretto di orazioni, che la famiglia, nelle pareti domestiche e di sua iniziativa, deve far proprie. Cerchiamo di riaccendere l’arte e la voglia di pregare nelle case, nelle singole famiglie. Noi speriamo parecchio da questo cordiale e umile tentativo di riaccendere nella vita domestica la fedeltà, il bisogno, il gaudio della preghiera.

Sentite. La notte in cui or sono più di cinque anni, a Giakarta, nell’Indonesia, noi celebrammo la santa Messa nel grande stadio della città, l’oscurità era completa: non luna, non stelle, non luci nell’enorme assemblea, che sentivamo e non vedevamo d’intorno all’altare eretto nel centro dello stadio stesso. Alla consacrazione della Messa venne a noi vicino un assistente e volle che noi accendessimo con la nostra una sua candela. Bastarono pochi minuti, e la luce della nostra celebrazione era portata e propagata, in ordine, a tutti i fedeli presenti alla Messa, così che, noi, levando lo sguardo dall’altare, vedemmo l’Eucaristia circondata da una innumerevole costellazione di luci nell’assemblea: ogni fedele aveva in mano un piccolo cero che aveva attinto la sua fiamma dal nostro. Uno spettacolo meraviglioso e simbolico. Eravamo ammirati e commossi. Noi non dimenticheremo mai quella luccicante scena notturna. E noi speriamo che voi, portatori della luce della fede e della carità di Cristo nella nostra Roma, ci farete godere d’un simile e ancor più largo e significativo spettacolo.

Lumen Christi! Deo gratias!

Con la nostra Benedizione Apostolica.

                         

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