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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
ALLA PARROCCHIA DI SAN FRANCESCO SAVERIO
ALLA GARBATELLA

Domenica, 4 aprile 1976

 

«Salute a Voi, fratelli e figli carissimi. Una domanda viene alle nostre labbra e alle vostre: perché questa visita? Come mai il Papa viene a trovarci ? Cosa desidera da noi? Domanda complessa come la risposta, ma anche semplice».

Dopo queste parole di saluto. Paolo VI dà risposta alle domande: «Sono venuto per conoscervi. Siete miei figli - dice con tono paterno e affettuoso -. Siete della Diocesi di Roma, quindi miei diocesani. Ho il diritto e il dovere di conoscervi. Vorrei avere tempo e forza per conoscere ciascuno di voi personalmente, la vostra e le altre parrocchie di Roma. Per fortuna - aggiunge il Santo Padre - abbiamo il Cardinale Vicario il quale, nonostante la sua indisposizione, ha voluto assistere a questo incontro e condividere con me il piacere e la gioia che ci avete riservato. Saluto lui, i Vescovi a lui vicini e saluto tutta la parrocchia che sono venuto a conoscere e a scoprire; e vorrei che questo fosse un vero e significativo momento di familiare conversazione».

«È vero - dice Paolo VI ai fedeli in ascolto -: è la prima volta che vengo qui; ma questo quartiere non mi è ignoto. Cinquant’anni fa, visitavo con gli studenti universitari il quartiere della Ferratela e le altre zone periferiche della cintura della città dove erano baracche desolate e poveri emarginati. Con un gruppo di giovani studenti si veniva una volta alla settimana a visitare i poveri. È da allora che ho conosciuto queste zone ed il quartiere che, demolito a suo tempo, ha dato oggi spazio a nuove abitazioni».

Nel continuare a confidare ai presenti questi suoi ricordi personali, il Papa accenna al periodo della guerra, ai figli di San Filippo che costruirono la scuola della Garbatella, la Chiesa parrocchiale. «Queste visite - continua Paolo VI - mi servirono per conoscere questa zona. Oggi facciamo con voi una conoscenza ufficiale. Sono qui, come sacerdote, Vescovo e Papa, per benedirvi tutti nella pienezza del mio ministero».

A questo punto il Papa ha un particolare pensiero ed una paterna benedizione per il parroco Monsignor Diego Bona, i viceparroci ed i sacerdoti impegnati nel lavoro parrocchiale (curano ben quattro stazioni pastorali) e per tutte le suore che esercitano la loro missione al servizio della comunità.

«Noi dobbiamo considerare un fatto - continua poi il Papa - che è un mistero. Questa nostra comune celebrazione ci dice che siamo fratelli, siamo amici, siamo solidali nei pensieri, nei sentimenti, nell’azione, nella fede. Noi celebriamo il mistero della Chiesa. Noi apparteniamo alla schiera di quelli che credono, di quelli che sperano, di quelli che amano Gesù Cristo, che ripongono in lui la loro confidenza e guardano a lui come all’àncora di salvezza della loro stessa vita e del genere umano. Siamo qui per celebrare il mistero della Chiesa. Ma, la Chiesa - si chiede Paolo VI - che cos’è? È il luogo dove la gente può convenire, confluire, può mettersi insieme, può radunarsi per sentirsi famiglia, popolo di Dio. Questa nuova realtà - spiega il Papa - è la cosa più grande che possa avvenire nella storia dell’umanità. Dio è sceso dal cielo per fare di questa famiglia una cosa sola: il Corpo mistico di Cristo. V’è un’energia nuova, una presenza misteriosa: è la presenza dello Spirito che ci fa sentire un Cuor solo ed un’anima sola. In questo incontro, in questa parrocchia - continua Paolo VI - noi celebriamo oggi il mistero della Chiesa di Cristo, il mistero della Chiesa di Roma. Cosa significa - si chiede ancora il Papa - appartenere alla Chiesa di Roma? Significa far parte di questo centro ecclesiale ed organizzativo dove è ben visibile la compagine della sua unità. Roma - spiega ai fedeli che seguono con particolare interesse questa sua esposizione catechetica - è alla testa, al centro, al cuore di questa grande comunità che si è sparsa in tutto il mondo, in tutte le terre. Comprendete - esorta il Papa - questa vostra vocazione. Appartenete alla Chiesa centrale, dove gli apostoli Pietro e Paolo hanno dato la vita e, dopo di loro, le schiere dei martiri che si sono immolati per amore a Cristo e alla Chiesa. La memoria stessa di San Francesco Saverio, il Santo cui è dedicata questa Chiesa, parla di questa grande unità che trova nella Chiesa di Roma il suo centro, la sua compagine, la sua realizzazione, la sua sorgente di verità e di amore. Un martire del primo secolo - S. Ignazio - diceva giustamente che la Chiesa di Roma presiede nella carità, nell’amore. È questa Chiesa – dice ancora Paolo VI - che deve essere amata ed accolta. È questa Chiesa che deve sentirsi unita, protesa verso un destino eterno. Voi siete figli della Chiesa santa e cattolica. Siete figli di Dio, fratelli in Cristo, animati da un principio di vita che è lo Spirito Santo».

Paolo VI successivamente prende spunto dal Vangelo della quinta domenica di quaresima (Io. 12, 20-33) per parlare della fecondità della missione di Cristo che esige il sacrificio, l’immolazione sulla Croce. «Il destino che incombe su Gesù - dice Paolo VI - è grave, doloroso. È venuta per lui l’ora, il martirio, la passione. “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Quando noi dobbiamo parlare del mistero della morte del Signore, - rileva Paolo VI - mancano le parole. Quale morte! Guardate la Croce. Il Signore associa il suo mistero, il suo dolore, la sua sofferenza al nostro dolore, alla nostra sofferenza. Se il cristiano non sacrifica se stesso - dice ad un certo punto Paolo VI nel continuare il commento a questa pagina del Vangelo di Giovanni - non può essere vero cristiano. Il sacrificio di Cristo si riflette su di noi. È un discorso difficile, oggi, questo. È una predica difficile. Gli uomini vogliono la soddisfazione della vita, le comodità, il benessere. E che forse il Signore è contrario al benessere, al pane, alle agiatezze? - si chiede il Papa -. No. Ma, aggiunge, occorre utilizzare il dolore umano. Dal dolore non deve nascere la disperazione. Dall’apparente inutilità bisogna passare al momento positivo della sofferenza, per vivere, per risorgere. Per chi crede, la promessa è la vita eterna, se sa abbracciare la Croce, accettare le avversità, la morte. E allora, la metamorfosi, il cambiamento. Il dolore diventa prova di amore. Chi ama soffre per gli altri, come il soldato, come una madre. Così noi, se vogliamo che il nostro dolore non sia inutile, ma fecondo, dobbiamo accettare il dolore dicendo: “Signore, dammi il coraggio di prendere la mia croce, donami la speranza che il dolore non sia per me inutile, ma giovi alla mia salvezza”. E così sia».

                                

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