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LETTERA APOSTOLICA
CON LA QUALE IL SANTO PADRE
PIO XI
CHIEDE AI VESCOVI ITALIANI
DI ADOPERARSI AFFINCHÉ VENGA RISTABILITA LA PACE 
 

«I DISORDINI»

 

Ai Vescovi Italiani.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

I disordini che funestarono l’Italia nelle passate settimane recarono, a quanti amano di sincero affetto la loro patria, un profondo dolore insieme ad angoscioso timore per l’avvenire. Mentre la triste condizione dell’Italia più altamente richiede l’unanime concorso di tutti gli ordini dei cittadini, per riparare in qualche modo le tante rovine accumulate dalla guerra, le passioni di parte li travolgono in conflitti sanguinosi.

La sublime missione di pace e di amore che il divin Redentore Ci volle affidata in tempi sì tristi, e con essa anche il congenito senso della carità di patria nobilitato, non estinto, dalla universalità della Nostra cura pastorale, non Ci consente di restare più oltre silenziosi di fronte a così doloroso spettacolo. Possa questo grido di pace essere raccolto da tutti i Nostri figli d’Italia!

Purtroppo la tempesta immane che è passata sulla terra, ha lasciato anche in Italia, anzi più in Italia che altrove, tristissimi germi di odio e di violenza, mentre ha sopito in molti l’orrore naturale del sangue. Quindi vediamo le fazioni moltiplicarsi, i loro seguaci inasprirsi ogni giorno più, trascorrendo spesso, ora da una parte ora dall’altra, a sanguinose offese con uno strascico interminabile di rappresaglie che sconvolgono tutta la compagine della vita sociale. Di qui danni immensi, così all’estero pel compromesso prestigio, come all’interno, sia nell’ordine materiale, economico e finanziario, sia nell’ordine morale e religioso, ai quali andrà anche congiunta, se non si prendono in tempo i necessari provvedimenti, una inevitabile decadenza intellettuale. Tali sono le conseguenze di questa guerra fratricida, la più contraria agli elementari principî di civiltà cristiana, nonché al genuino spirito della carità divina, che è l’essenza del cattolicismo.

Il rimedio a questi mali non può aversi che dal ritorno a Dio e dalla piena osservanza della sua legge, il cui disprezzo fu causa di tante sciagure, secondo la parola del Signore al suo popolo (Isaia, XLVII, 18): « Ah, se tu avessi ubbidito ai miei ordini; la tua pace scorrerebbe come un fiume ». Ritornino dunque gli uomini a Gesù, che volle a prezzo del suo sangue renderli tutti fratelli. Tornando a lui, gli uomini si ameranno anche fra loro, perché nell’amore di Dio e del prossimo è contenuta tutta la legge evangelica: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti » (Matt., XXII, 40); anzi secondo la sublime dottrina di Sant’Agostino (Tract. 65 in Ioan, 2): «Cristo ci ha amato affinché anche noi ci amiamo a vicenda, intendendo cioè che noi amandoci gli uni con gli altri, stabiliamo fra noi un mutuo affetto, così che, uniti da un vincolo tanto dolce, siamo il corpo di un Capo così grande ». E col ritorno di tutti a Gesù, verranno pure regolati i rapporti sociali fra reggitori e sudditi, tra popoli e Governi, sui quali posa ogni bene ordinata società, e che sono disciplinati mirabilmente sin nei loro dettagli dalla legge evangelica. Anche in mezzo alle più violente vessazioni dei potenti, il Principe degli Apostoli (I Petr., II, 13) raccomandava ai primi fedeli: « State sottomessi … sia al Re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti. Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio ».

Ora, come con tanta eloquenza ed efficacia insegna Leone XIII nella sua Enciclica Immortale Dei del 1° novembre, 1885, e nel discorso agli Em.mi Cardinali dell’11 aprile 1899, la missione della Chiesa si è appunto di riconciliare gli uomini con Dio e così ricondurre fra essi la pace e la fratellanza cristiana ed insieme la prosperità sociale, secondo anche la promessa divina: « Il mio popolo starà tranquillo nella bellezza della pace, nelle tende della fiducia e nella quiete doviziosa » (Isaia, XXXII, 18). Non ignoriamo, Venerabili Fratelli, la vostra fedeltà a questa divina missione della Chiesa; continuate con zelo sempre più intenso, in questi trepidi giorni soprattutto, l’opera vostra pacificatrice, che è pure una parte non ultima di quel « ministerium reconciliationis » che a noi ha dato il Signore, conforme alla parola dell’Apostolo (II Cor., v, 18). Continuatela nella istruzione e nella direzione illuminata delle anime; continuatela con tutti i mezzi proprî del vostro alto officio pastorale e sopra ogni altro con la preghiera privata e pubblica, già tanto raccomandata dal Nostro Predecessore, il quale volle, egli stesso, darne l’esempio e proporne la formula commovente. Sarete con ciò insieme benemeriti della Chiesa e del civile consorzio, meritando ciascuno di voi la lode che la Chiesa nella sua liturgia applica ad ogni santo Pastore: « Ecco il grande Sacerdote che … in tempo di collera è divenuto riconciliazione» (Eccl. XLIV, 13).

Di questa riconciliazione degli animi sia intanto pegno ed auspicio l’Apostolica Benedizione che di cuore impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e a tutti i fedeli alle vostre cure commessi.

Dal Vaticano, li 6 agosto 1922.

PIUS PP. XI

 

© Copyright - Libreria Editrice Vaticana

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