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LETTERA ENCICLICA UBI ARCANO DEI CONSILIO DEL SOMMO PONTEFICE PIO XI AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI ED AGLI ALTRI ORDINARI AVENTI PACE E COMUNIONE CON LA SEDE APOSTOLICA: SULLA QUESTIONE ROMANA
Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione. Fin dal primo momento in
cui, per gli imperscrutabili disegni di Dio, Ci vedemmo elevati, sebbene
indegni, a questa cattedra di verità e di carità, abbiamo vivamente desiderato
di rivolgere la parola del cuore a voi tutti, Venerabili Fratelli, e a tutti i
diletti vostri figli dei quali voi avete il governo e la cura immediata. A
questo desiderio si ispirava la solenne benedizione che, urbi et orbi,
dall’alto della Basilica Vaticana, appena eletti, impartimmo ad un’immensa
moltitudine di popolo: benedizione che voi tutti, da tutte le parti del mondo,
unendovi al Sacro Collegio Cardinalizio, accoglieste con manifestazione di grata
letizia: il che fu per Noi, nell’accingerci ad assumere d’improvviso il
gravissimo officio, il più soave conforto dopo quello che Ci proveniva dalla
fiducia nell’aiuto divino. Ora « la Nostra parola viene a voi » [1]
nell’imminenza del giorno natalizio di Nostro Signor Gesù Cristo ed all’inizio del nuovo anno, e viene come strenna festiva ed
augurale, che il Padre manda a tutti i suoi figli. Di più presto soddisfare il
Nostro desiderio Ci impedirono finora molteplici ragioni. Fu dapprima la gara di
filiale pietà, con la quale da tutte le parti del mondo, in lettere senza
numero, Ci giungeva il saluto dei fratelli e dei figli, che davano il benvenuto
e presentavano i loro primi devoti ossequi al novello Successore di S. Pietro.
Si aggiungeva poi subito la prima personale esperienza di quella che S. Paolo
chiamava « il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese »
[2].
E con le cure ordinarie vennero pure le straordinarie: quelle dei gravissimi
negozi, che trovammo già avviati e che dovemmo proseguire, riguardanti i Luoghi
Santi e le condizioni di cristianità e chiese fra le più cospicue dell’orbe
cattolico; convegni e trattative che toccavano le sorti di popoli e nazioni,
dove, fedeli al ministero di conciliazione e di pace da Dio affidatoci, cercammo
di far risonare la parola della carità insieme con quella della giustizia, e di
procurare la dovuta considerazione a quei valori e a quegli interessi, che, per
essere spirituali, non sono i meno grandi né i meno importanti, anzi lo sono più
e sopra tutti gli altri; le sofferenze inenarrabili di popoli lontani, falciati
dalla fame e da ogni genere di calamità, per i quali, mentre Ci affrettavamo a
inviare il maggior aiuto a Noi possibile nelle Nostre presenti angustie,
invocavamo insieme l’aiuto del mondo intero: e infine le competizioni e le
violenze scoppiate in seno allo stesso popolo diletto, dal quale avemmo i natali
ed in mezzo al quale la mano di Dio collocò la Cattedra di Pietro: competizioni
e violenze che parvero mettere in forse le stesse sorti del Nostro paese e che
Noi non tralasciammo con ogni mezzo di sedare. Non mancarono tuttavia
straordinari avvenimenti che Ci portarono nell’animo la nota più lieta: il XXVI
Congresso Eucaristico internazionale e le solennità trecentenarie della Sacra
Congregazione di Propaganda. Furono quelle inesprimibili consolazioni e gioie
spirituali, che mai avremmo immaginato potessero in tanta copia riversarsi sui
primi inizi del Nostro Pontificato. Vedemmo allora quasi tutti i Porporati del
Sacro Collegio e potemmo anche intrattenerci a privati colloqui con centinaia di
Vescovi accorsi da tutte le parti della terra, quanti, nelle condizioni
ordinarie, appena avremmo veduto in parecchi anni; a migliaia e migliaia vedemmo
pure e paternamente benedicemmo larghe ed insigni rappresentanze dell’immensa
famiglia che Iddio Ci ha affidata, proprio come dice la sacra pagina
apocalittica, « di ogni tribù, lingua, popolo e nazione » [3]. E con loro
assistemmo a spettacoli veramente divini: vedemmo il divin Redentore sotto i
veli eucaristici, quasi a riprendere il suo posto di Re degli uomini, delle
città e dei popoli, venir portato in grandioso e veramente regale trionfo di
fede, di adorazione e di amore, nel centro di questa Nostra Roma, in un immenso
corteo, nel quale
popoli e nazioni di tutte le parti del mondo erano rappresentati. Vedemmo lo
Spirito di Dio ridiscendere nelle anime dei sacerdoti e dei fedeli e riaccendere
in esse lo spirito di preghiera e di apostolato, come nella prima Pentecoste; e
la fede vivace dei Romani di nuovo annunciarsi nell’universo mondo, con
magnifica glorificazione di Dio ed edificazione delle anime. Ed intanto la
Vergine santa, Madre di Dio e Madre nostra benignissima, Maria, Ella che già
amorevolmente Ci aveva sorriso dai santuari di Częstochowa e di Ostrabrama,
dalla taumaturgica grotta di Lourdes e dall’aerea cuspide della Nostra Milano,
nonché dal piissimo santuario di Rho, degnavasi anche gradire l’omaggio del
Nostro amore e della Nostra devozione, allorquando, riparati i gravissimi danni
dell’incendio, restituivamo al venerabile santuario di Loreto la devota effige
già prima presso di Noi preparata, da Noi benedetta ed incoronata. Fu quello uno
splendidissimo trionfo di Maria, cui parteciparono in nobile gara, da Roma a
Loreto, dovunque passò la sacra icona, le fedeli popolazioni, accorrendo da
tutte le vicinanze, con una spontanea e luminosa affermazione di profonda
religiosità, nella quale rifulsero il tenero affetto alla Santissima Vergine e
il devoto attaccamento al Vicario di Gesù Cristo. Per l’eloquenza di svariati
avvenimenti, che Noi tramandiamo alla edificazione dei posteri, veniva sempre
più chiarendosi alla Nostra mente quello che sembra rivendicare a sé le prime e
più sollecite cure del Nostro apostolico ministero, e, per ciò stesso, quello
che dovessimo dire con la prima solenne parola a voi rivolta. Gli uomini, le
classi sociali, i popoli, non hanno ancora ritrovato la vera pace dopo la
tremenda guerra, e perciò ancora non godono di quell’operosa e feconda
tranquillità nell’ordine che è il sospiro ed il bisogno di tutti: ecco la triste
verità che da tutte le parti si presenta. Riconoscere la realtà e la gravità di
tanto male ed indagarne le cause è la prima cosa e più necessaria a farsi da
chi, come Noi, voglia con frutto studiare ed applicare i mezzi per combattere il
male stesso efficacemente. È questo l’obbligo che la coscienza dell’apostolico
officio Ci fa sentire imperioso e che Ci proponiamo di adempiere, sia ora con
questa prima lettera enciclica, sia in appresso con tutta la sollecitudine del
pontificale ministero. Purtroppo continuano nel mondo le stesse tristissime
condizioni che formarono la costante ed angosciosa cura di tutto il pontificato
del venerato Nostro antecessore Benedetto XV; e perciò Noi, come è naturale,
facciamo Nostri gli stessi pensieri e propositi suoi a questo riguardo. Così
possano essi divenire i pensieri ed i propositi di tutti, sì che, con l’aiuto di
Dio e con la generosa cooperazione di tutti i buoni, se ne veggano presto
copiosi i frutti nella riconciliazione degli animi. Sembrano scritte per i nostri giorni le ispirate parole dei
grandi Profeti: « Aspettammo la pace, ma non c’è alcun bene; il tempo della
salvezza, ed ecco il terrore [4], l’ora del rimedio, ed ecco il timore
[5]. Aspettammo la luce, ed ecco le tenebre; … aspettammo la
giustizia, e non c’è; la salvezza, ma essa è ancora lontana da noi »
[6]. Si sono
infatti deposte le armi fra i belligeranti di ieri, ma ecco nuovi orrori e nuovi
timori di guerre nel vicino oriente: condizioni terribilmente aggravate in una
grandissima parte di quelle sterminate regioni, dalla fame, dalle epidemie,
dalle devastazioni che mietono innumerevoli vittime, massime fra i vecchi, le
donne ed i bambini innocenti. Su tutto quanto, si può ben dire, l’immenso teatro
della guerra mondiale le vecchie rivalità continuano, dissimulate nei maneggi
della politica, palliate nella fluttuazione della finanza, ostentate nella
stampa, in giornali e periodici di ogni fatta, penetrando ben anche nelle
regioni, naturalmente serene e pacifiche, degli studi, delle scienze e
dell’arte. Quindi la vita pubblica ancora avvolta in una fosca nebbia di odî e
di mutue offese, che non dà respiro ai popoli. Che se più gravemente soffrono le
nazioni vinte, non mancano guai gravissimi alle vincitrici; le minori si dolgono
di essere sopraffatte o sfruttate dalle maggiori; le maggiori si adontano e si
lagnano di trovarsi malviste o insidiate dalle minori: tutte risentono i tristi
effetti della passata guerra. Né quelle stesse nazioni che andarono esenti
dall’immane flagello ne scansarono i mali, né ancora vanno libere dal risentirne
gli effetti, come e più li risentono le antiche belligeranti. I danni del
passato, tuttora persistenti, vanno sempre più aggravandosi per l’impossibilità
di pronti rimedi, dopo che i ripetuti tentativi di statisti e politici, per
curare i mali della società, a nulla hanno approdato, se pure non li hanno coi
loro medesimi fallimenti aggravati. Tanto più perciò si rincrudisce l’angoscia
delle genti per la minaccia sempre più forte di nuove guerre le quali non
potrebbero essere che più spaventose e desolatrici delle passate; donde il
vivere in una perpetua condizione di pace armata, che è quasi un assetto di
guerra, il quale dissangua le finanze dei popoli, ne sciupa il fiore della
gioventù e ne avvelena e intorbida le migliori fonti di vita fisica,
intellettuale, religiosa e morale. Altro, anche più deplorevole male, si
aggiunge alle inimicizie esterne dei popoli per le discordie interne, che
minacciano la compagine degli Stati e della stessa civile società. Primeggia la
lotta di classe divenuta ormai il morbo più inveterato e mortale della società,
quasi verme roditore, che ne insidia tutte le forze vitali: lavoro, industria,
arte, commercio, agricoltura, tutto ciò insomma che conferisce al benessere e
alla prosperità pubblica e privata. E la lotta appare sempre più irreconciliabile, mentre si combatte tra gli uni insaziabilmente avidi di beni
materiali, e gli altri degli stessi beni egoisticamente tenaci: nonché fra i
soggetti e le classi dirigenti, per la comune brama di godere e di comandare.
Quindi le frequenti sospensioni del lavoro da una parte e dall’altra provocate;
le rivoluzioni e sommosse, le reazioni e repressioni; il malcontento di tutti e
il danno comune. Si aggiungano le lotte dei partiti, non sempre ingaggiate per
una serena divergenza di opinioni
circa il pubblico bene e per la sincera e disinteressata ricerca di esso, ma per
bramosia di prevalere ed in servigio di particolari interessi a danno degli
altri. Onde il trascendere sovente alla congiura, all’insidia, alle depredazioni
contro i cittadini e contro la stessa autorità e i suoi ministri; eccedere con
minacce di pubblici moti o anche con aperte sommosse ed altri disordini, tanto
più deplorabili e dannosi per un popolo chiamato a partecipare, in qualche
maggior grado, alla vita pubblica ed al governo, come avviene nei moderni ordini
rappresentativi, i quali, pur non essendo per sé in opposizione alla dottrina
cattolica, sempre conciliabile con ogni forma ragionevole e giusta di regime,
sono tuttavia i più esposti al sovvertimento delle fazioni. Ed è ancor più
doloroso notare come ormai il sovvertimento sia penetrato anche nel mite e
pacifico santuario della famiglia, che forma il primo nucleo della società, dove
i mali germi della disgregazione, già da tempo sparsi, sono stati più che mai
fomentati nel tempo della guerra dall’allontanamento dei padri e dei figli dal
tetto familiare e dalla tanto aumentata licenza di costumi. Così vedonsi bene
spesso i figli alienarsi dal padre, i fratelli inimicarsi coi fratelli, i
padroni coi servi e i servi coi padroni: troppo spesso dimenticata la stessa
santità del vincolo coniugale e dimenticati i doveri che esso impone davanti a
Dio e davanti alla società. E come del malessere generale di un organismo, o di
una sua notevole parte, si risentono anche le parti minime, così anche agli
individui si propagano i mali che affliggono la società e la famiglia.
Lamentiamo infatti il diffondersi di un’irrequietezza morbosa in ogni età e
condizione; il disprezzo dell’ubbidienza e l’intolleranza della fatica passare
in costume; il pudore delle donne e delle fanciulle conculcato nella licenza del
vestire, del conversare, delle danze invereconde, con l’insulto aperto
all’altrui miseria, reso più provocante dall’ostentazione del lusso. Di qui
l’aumentarsi del numero degli spostati, che finiscono quasi sempre con
ingrossare le file dei sovvertitori dei pubblici e privati ordinamenti. Quindi
non più fiduciosa sicurezza, ma trepida incertezza e sempre nuovi timori; non
operosa laboriosità, ma indolenza e disoccupazione; non più la serena
tranquillità dell’ordine, nel che consiste la pace, ma dappertutto un irrequieto
spirito di rivolta. Ond’è che, illanguidite le industrie, diminuiti e ritardati
i commerci, reso sempre più difficile il culto delle scienze, delle lettere e
delle arti, e, ciò ch’è molto più grave, danneggiata la stessa civiltà
cristiana, per inevitabile conseguenza, invece del tanto vantato progresso, si
aggrava sempre più un regresso doloroso verso l’imbarbarimento della società. A
tutti i mali ricordati voglionsi aggiungere e porre in cima quelli che sfuggono
all’osservatore superficiale, all’uomo del senso, il quale, come dice
l’Apostolo, non comprende « le cose dello spirito di Dio » [7], ma
che pur costituiscono quanto hanno di più grave e profondo le odierne piaghe
sociali. Vogliamo dire quei mali che
trascendono la materia e la natura, toccando l’ordine più propriamente
spirituale e religioso, cioè la vita soprannaturale della anime; e sono mali
tanto più deplorabili quanto più lo spirito sovrasta alla materia. Infatti,
oltre il rilassamento troppo diffuso dei cristiani doveri, che abbiamo
accennato, Noi lamentiamo con voi, Venerabili Fratelli, che non siano tuttora
restituite alla preghiera ed al culto non poche delle moltissime chiese cui la
guerra volse ad usi profani; che restino ancora chiusi molti seminari, dove
unicamente alla vita religiosa dei popoli si preparano e formano idonei duci e
maestri; decimate quasi in tutti i paesi le file del clero, parte del quale o
cadde vittima della guerra nell’esercizio del sacro ministero, o n’ebbe più o
meno turbata la disciplina e lo spirito per le troppo violente e contrastanti
condizioni di vita; ridotta in troppi luoghi al silenzio la predicazione della
divina parola coi suoi necessari ed inestimabili benefìci « per l’edificazione
del corpo mistico di Cristo » [8]. I danni spirituali della terribile guerra si
fecero sentire fino agli estremi confini del mondo e fin nelle più interne ed
appartate regioni dei lontani continenti, perché anche i missionari dovettero
abbandonare i campi delle loro apostoliche fatiche e purtroppo molti non
poterono più tornarvi, interrompendo ed abbandonando magnifiche conquiste di
elevazione morale e materiale, di religione e di civiltà. Vero è che queste
grandi iatture spirituali non furono senza qualche prezioso compenso, mentre più
chiaramente apparve, smentendo viete calunnie, quanto alta e pura e generosa
ardesse nei cuori consacrati a Dio la fiamma della carità di patria e la
coscienza di tutti i doveri; mentre più larghi si profusero i supremi benefìci
del sacro ministero sui campi cruenti dove la morte mieteva a migliaia le
vittime; mentre moltissime anime, deposti, in presenza di mirabili esempi
d’abnegazione, gli antichi pregiudizi, si riaccostarono al sacerdozio ed alla
Chiesa. Ma di questo andiamo unicamente debitori all’infinita bontà e sapienza
di Dio, che anche dal male sa trarre il bene. Fin qui abbiamo esposto i mali che
affliggono la società ai nostri giorni; è tempo ormai di ricercarne le cause con
tutto lo studio che Ci sarà possibile, pure avendone già toccate alcune. E fin
dall’inizio, Venerabili Fratelli, Ci sembra di udire il divino consolatore e
medico delle umane infermità ripetere le grandi parole: «Tutti questi mali
provengono dall’intimo » [9]. Fu bensì firmata la pace fra i belligeranti con
tutte le esteriori solennità; ma questa restò scritta nei pubblici istrumenti,
non fu già accolta nei cuori, che ancora nutrono il desiderio della lotta e
minacciano sempre più gravemente la tranquillità del civile consorzio. Troppo a
lungo il diritto della violenza ebbe fra gli uomini l’impero, attutendo e quasi
annientando i sensi naturali della misericordia e della compassione, che la
legge della carità cristiana aveva sublimati; né la pace fittizia, fissata sulla carta, ha risvegliato
ancora tali nobili sentimenti. Di qui l’abito della violenza e dell’odio troppo
lungamente intrattenuto e fattosi quasi natura in molti, anzi in troppi; di qui
il facile sopravvento dei ciechi elementi inferiori, di quella legge delle
membra, « repugnante alla legge dello spirito », che faceva gemere l’apostolo
Paolo [10]. Gli uomini non più fratelli agli uomini, come detta la legge cristiana,
ma quasi stranieri e nemici; smarrito il senso della dignità personale e del
valore della stessa umana persona nel brutale prevalere della forza e del
numero; gli uni intesi a sfruttare gli altri per questo sol fine di meglio e più
largamente godere dei beni di questa vita; tutti erranti, perché rivolti
unicamente ai beni materiali e temporali, e dimentichi dei beni spirituali ed
eterni al cui acquisto Gesù Redentore, mediante il perenne magistero della
Chiesa, ci invita. Ora, è nella natura stessa dei beni materiali che la loro
disordinata ricerca diventi radice di ogni male e segnatamente di abbassamento
morale e di discordie. Infatti da una parte non possono quei beni, in se stessi
vili e finiti, appagare le nobili aspirazioni del cuore umano, che, creato da
Dio per Iddio, è necessariamente inquieto, finché in Dio non riposi. Dall’altra
parte (al contrario dei beni dello spirito, che quanto più si comunicano tanto
più arricchiscono senza mai diminuire) i beni materiali quanto più si
spartiscono fra molti, più scemano nei singoli, dovendosi di necessità sottrarre
agli uni quello che agli altri è dato; onde non possono mai né contentare tutti
egualmente, né appagare alcuno interamente, e con ciò diventano fonte di
divisione ed insieme afflizione di spirito, come li sperimentò il sapiente
Salomone: « vanità delle vanità … e un inseguire il vento » [11]. E ciò avviene
nella società non meno che negli individui. «Donde mai le guerre e le contese
tra voi ? — domanda l’apostolo San Giacomo — Non forse dalle vostre
concupiscenze? » [12]. Così la cupidigia del godere, la « concupiscenza della carne
», si fa incentivo, il più esiziale, di scissioni non solo nelle famiglie, ma
anche nelle città; la cupidigia dell’avere, la « concupiscenza degli occhi »,
diviene lotta di classe ed egoismo sociale; la cupidigia del comandare e del
sovrastare, la « superbia della vita » si converte in concorrenze, in
competizioni di partiti, in perpetua gara di ambizioni, fino all’aperta
ribellione all’autorità, al delitto di lesa maestà, al parricidio stesso della
patria. Ed è questa esorbitanza di desideri, questa cupidigia di beni
materiali, che diviene pure fonte di lotte e di rivalità internazionali, quando
si presenta palliata e quasi giustificata da più alte ragioni di Stato o di
pubblico bene, dall’amore cioè di patria e di nazione. Poiché anche questo
amore, che è per sé incitamento di molte virtù ed anche di mirabili eroismi,
quando sia regolato dalla legge cristiana, diviene occasione ed incentivo di
gravi ingiustizie, quando, da giusto amor di patria, diventa immoderato nazionalismo;
quando dimentica che tutti i popoli sono fratelli nella grande famiglia
dell’umanità, che anche le altre nazioni hanno diritto a vivere e prosperare,
che non è mai né lecito né savio disgiungere l’utile dall’onesto, e che infine,
« la giustizia è quella che solleva le nazione, laddove il peccato fa miseri i
popoli » [13]. Onde il vantaggio ottenuto in questo modo alla propria famiglia,
città o nazione, può ben sembrare (il pensiero è di Sant’Agostino [14]) lieto e
splendido successo, ma è fragile cosa e tale da ispirare i più paurosi timori di
repentina rovina: « gioia cristallina, splendida, ma fragile, sulla quale
sovrasta ancora più terribile il timore che improvvisamente si spezzi ». Senonché della mancata pace e dei mali che conseguono dall’accennata mancanza,
vi è una causa più alta insieme e più profonda; una causa che già prima della
grande guerra era venuta largamente preparandosi; una causa alla quale l’immane
calamità avrebbe dovuto essere rimedio, se tutti avessero capito l’alto
linguaggio dei grandi avvenimenti. Sta scritto nel libro di Dio: « quelli che
abbandonarono il Signore andranno consunti » [15]; e non meno noto è ciò che Gesù
Redentore, Maestro degli uomini, ha detto: « senza di me nulla potete fare »
[16];
ed ancora: « chi non raccoglie meco, disperde » [17]. Queste divine parole si sono
avverate, ed ancora oggi vanno avverandosi sotto i nostri occhi. Gli uomini si
sono allontanati da Dio e da Gesù Cristo e per questo sono caduti al fondo di
tanti mali; per questo stesso si logorano e si consumano in vani e sterili
tentativi di porvi rimedio, senza neppure riuscire a raccogliere gli avanzi di
tante rovine. Si è voluto che fossero senza Dio e senza Gesù Cristo le leggi e i
governi, derivando ogni autorità non da Dio, ma dagli uomini; e con ciò stesso
venivano meno alle leggi, non soltanto le sole vere ed inevitabili sanzioni, ma
anche gli stessi supremi criteri del giusto, che anche il filosofo pagano
Cicerone intuirà potersi derivare soltanto dalla legge divina. E veniva pure
meno all’autorità ogni solida base, ogni vera ed indiscutibile ragione di
supremazia e di comando da una parte, di soggezione e di ubbidienza dall’altra;
e così la stessa compagine sociale, per logica necessità, doveva andarne scossa
e compromessa, non rimanendole ormai alcun sicuro fulcro, ma tutto riducendosi a
contrasti ed a prevalenze di numero e di interessi particolari. Si volle che non
più Dio, non più Gesù Cristo presiedesse al primo formarsi della famiglia,
riducendo a mero contratto civile il matrimonio, del quale Gesù Cristo ha fatto
un « Sacramento grande » [18], con erigerlo a santo e santificante
simbolo dell’indissolubile vincolo che a Lui stesso lega la sua Chiesa. Ne
rimase abbassata, oscurata e confusa nei popoli tutta quella elevatezza e
santità di idee e di
sentimenti, di cui la Chiesa aveva circondato fin dal suo primo formarsi questo
germe della società civile, che è la famiglia: la gerarchia domestica, e con
essa la domestica pace, andò sovvertita; sempre più minacciata e scossa la
stabilità ed unità della famiglia; il santuario domestico sempre più
frequentemente profanato da basse passioni e da micidiali egoismi, che tendono
ad avvelenare ed inaridire le sorgenti stesse della vita, non soltanto della
famiglia, ma anche dei popoli. Non si volle più Dio, né Gesù Cristo, né la
dottrina sua nella scuola, e la scuola, per triste ma ineluttabile necessità,
divenne non soltanto laica e areligiosa, ma anche apertamente atea e
antireligiosa, dovendo l’ignaro fanciullo presto persuadersi che nessuna
importanza hanno per la vita Dio e la Religione, di cui mai sente parlare, se
non forse con parole di vilipendio. Così, ed anche solo per questo, la scuola
cessava di guidare al bene, ossia di educare, privata di Dio e della sua legge,
e della stessa possibilità di formare le coscienze e le volontà alla fuga dal
male, alla pratica del bene. Così veniva pur meno ogni possibilità di preparare
alla famiglia ed alla società elementi di ordine, di pace e di prosperità.
Spente così od oscurate le luci dello spiritualismo cristiano, l’invadente
materialismo non fece che preparare il terreno alla vasta propaganda di anarchia
e di odio sociale degli ultimi tempi: donde, infine sfrenata, la guerra mondiale
gettava nazioni e popoli gli uni contro gli altri, a sfogo di discordie e di odi
lungamente covati, abituando gli uomini alla violenza ed al sangue, e col sangue
suggellando gli odi e le discordie di prima. La constatazione però di tanti e si
gravi mali non deve toglierci, Venerabili Fratelli, la speranza e la cura di
trovarne i rimedi, tanto più che i mali stessi già ne danno qualche indicazione
e suggerimento. Prima di ogni altra cosa, infatti, occorre ed urge pacificare
gli animi. Una pace occorre, che non sia soltanto nell’esteriorità di cortesie
reciproche, ma scenda nei cuori, ed i cuori riavvicini, rassereni e riapra a
mutuo affetto di fraterna benevolenza. Ma tale non è se non la pace di Cristo; « e la pace di Cristo regni nei vostri cuori »
[19], né altra potrebbe essere la
pace sua che Egli dà [20], mentre Dio, com’Egli è, intuisce i cuori [21], e nei
cuori ha il suo regno. D’altra parte Gesù Cristo ha ben diritto di chiamare sua
questa vera pace dei cuori, Egli che per primo disse agli uomini « voi siete
tutti fratelli » [22] e loro promulgava, suggellandola nel suo sangue, la legge di
universale mutua dilezione e tolleranza: «Questo è il mio comandamento: che vi
amiate a vicenda come io vi ho amati » [23]; « Sopportate gli uni i pesi degli
altri, e così adempirete alla legge di Cristo » [24]. Ne consegue immediatamente che la pace di
Cristo dovrà bensì essere una pace giusta (come il suo profeta l’annuncia: « la
pace, opera di giustizia » [25]), essendo Egli quel Dio che giudica la giustizia
stessa [26]; non potrà però constare soltanto di dura ed inflessibile giustizia,
ma dovrà essere fatta dolce e soave da una almeno uguale misura di carità con
effetto di sincera riconciliazione. Tale è la pace che Gesù Cristo conquistava a
noi ed al mondo intero e che l’Apostolo, con tanto energica espressione, in Gesù
Cristo stesso impersona, dicendo: « Egli è la nostra pace »; perché,
soddisfacendo alla divina giustizia, col supplizio della crocifissa carne sua,
in se stesso uccideva ogni inimicizia, facendo la pace [27] e riconciliando tutti
e tutto in se stesso. Così è che nell’opera redentrice di Cristo, che pure è
opera di divina giustizia, l’Apostolo stesso non vede che una divina opera di
riconciliazione e di carità: « Dio riconciliava a sé il mondo in Cristo »
[28]; « a tal segno Iddio ha amato il modo, che ha dato il suo Figliuolo
unigenito » [29].
Il Dottore Angelico ha trovato la formula ed il conio per l’oro di questa
dottrina, dicendo che la pace, la vera pace, è cosa piuttosto di carità che di
giustizia; perché alla giustizia spetta solo rimuovere gli impedimenti della
pace: l’offesa e il danno; ma la pace stessa è atto proprio e specifico di
carità [30]. Della pace di Cristo, cosa del cuore e tutta di carità, si può e si
deve ripetere quello che l’Apostolo dice del regno di Dio, che appunto per la
carità signoreggia nei cuori: « Il regno di Dio non è questione di cibo e di
bevanda » [31], cioè la pace di Cristo « non si pasce di beni materiali e terreni
», ma di spirituali e celesti. Né potrebbe essere altrimenti, dato che proprio
Gesù ha rivelato al mondo i valori spirituali e rivendicato loro il dovuto
apprezzamento. Egli ha detto: « Che cosa giova all’uomo guadagnare tutto il
mondo, se poi danneggia l’anima sua? O che cosa darà l’uomo in cambio dell’anima
sua? » [32]. Egli è colui che diede quella divina lezione di carattere: «Non temete
coloro che uccidono il corpo, e non possono uccidere l’anima, ma piuttosto
temete colui che può mandare in perdizione e l’anima e il corpo »! [33]. Non che
la pace di Cristo, la pace vera, debba rinunciare ai beni materiali e terreni:
al contrario, tutti le sono da Cristo stesso formalmente promessi: « Cercate
prima il regno di Dio, … e tutto ciò vi sarà dato in più » [34] . Ma
essa sovrasta al senso e lo domina: « La pace di Dio sorpassa ogni intelligenza
» [35], ed appunto per questo domina le cieche cupidigie
ed evita le divisioni, le lotte e le discordie alle quali l’ingordigia dei beni
materiali necessariamente dà origine. Infrenata la cupidigia dei beni materiali,
rimessi nell’onore che loro compete i valori dello spirito, alla pace di Cristo,
per naturale felicissimo accordo, si accompagna, con la illibatezza e dignità
della vita, l’elevazione dell’umana persona, nobilitata nel Sangue di Cristo,
nella figliuolanza divina, nella santità e nel vincolo fraterno che ci unisce
allo stesso Cristo, nella preghiera e nei Sacramenti, mezzi infallibilmente
efficaci di elevazione e partecipazione divina, nell’aspirazione all’eterno
possesso della gloria e beatitudine di Dio stesso, a tutti proposto come meta e
premio. Abbiamo visto e considerato che precipua causa dello scompiglio, delle
inquietudini e dei pericoli che accompagnano la falsa pace è l’essere venuto
meno l’impero della legge, il rispetto dell’autorità, dopo che era venuta meno
all’una ed all’altra la stessa ragion d’essere, una volta negata la loro origine
da Dio, creatore e ordinatore universale. Orbene, il rimedio è nella pace di
Cristo, giacché pace di Cristo è pace di Dio, né questa può essere senza il
rispetto dell’ordine, della legge e dell’autorità. Nel Libro di Dio infatti sta
Scritto: « Conservate la Pace nell’ordine » [36]; «Gran pace avrà chi amerà la tua
legge, o Signore » [37]; « Chi osserva il precetto si troverà in pace » [38]. E Gesù
stesso più espressamente insegna: « Rendete a Cesare quel ch’è di Cesare »
[39], e
perfino in Pilato Egli riconosce l’autorità sociale che viene dall’alto
[40], come
aveva riconosciuto l’autorità addirittura nei degeneri successori di Mosè
[41], e
riconosciuto in Maria e Giuseppe l’autorità domestica, loro assoggettandosi per
tanta parte della sua vita [42]. E dagli Apostoli suoi faceva proclamare quella
solenne dottrina che, come insegna « doversi da tutti riverenza ed ossequio ad
ogni potestà legittima », così proclama pure « potestà legittima non esservi se
non da Dio » [43]. Se si riflette che i pensieri e gli insegnamenti di Gesù
Cristo, sui valori interni spirituali, sulla dignità e santità della vita, sul
dovere dell’ubbidienza, sull’ordinamento divino della società, sulla santità
sacramentale del matrimonio e la conseguente santità vera e propria della
famiglia; se si riflette, diciamo, che questi pensieri ed insegnamenti di Cristo
(insieme con tutto quel tesoro di verità da lui recato all’umanità), furono da
Lui stesso unicamente affidati alla sua Chiesa, con solenne promessa di
indefettibile assistenza, affinché in tutti i secoli ed in tutte le genti ne
fosse la maestra infallibile, non si può non vedere quale e quanta parte può e deve avere la Chiesa Cattolica nel portare
rimedio ai mali del mondo e nel condurre alla sincera pacificazione. Appunto
perché per divina istituzione è l’unica depositaria ed interprete di quei
pensieri e insegnamenti, la Chiesa sola possiede, vera ed inesauribile, la
capacità di efficacemente combattere quel materialismo, che tante ruine ha già
accumulate e tante altre ne minaccia alla società domestica e civile, e di
introdurvi e mantenervi il vero e sano spiritualismo, lo spiritualismo
cristiano, che di tanto supera in verità e praticità quello puramente
filosofico, di quanto la rivelazione divina sovrasta alla pura ragione: la
capacità ancora di farsi maestra e conciliatrice di sincera benevolenza,
insegnando ed infondendo alle collettività ed alle moltitudini lo spirito di
vera fraternità [44], e nobilitando il valore e la dignità individuale con
l’elevarla fino a Dio; la capacità, infine, di correggere veramente ed
efficacemente tutta la vita privata e pubblica, tutto e tutti assoggettando a
Dio, che vede i cuori, alle sue ordinazioni, alle sue leggi, alle sue sanzioni;
penetrando così nel santuario delle coscienze, tanto dei cittadini quanto di
coloro che comandano, e formandole a tutti i doveri ed a tutte le
responsabilità, anche nei pubblici ordinamenti della società civile, perché « sia tutto e in tutti Cristo »
[45]. Per questo, per essere cioè la Chiesa, ed essa
sola, formatrice sicura e perfetta di coscienze, mercé gli insegnamenti e gli
aiuti a lei sola da Gesù Cristo affidati, non soltanto essa può conferire nel
presente alla pace tutto ciò che le manca per essere la vera pace di Cristo, ma
può ancora, più di ogni altro fattore, contribuire ad assicurare questa pace
anche per l’avvenire, allontanando il pericolo di nuove guerre. Insegna infatti
la Chiesa (ed essa sola ha da Dio il mandato, e col mandato il diritto di
autorevolmente insegnarlo) che non soltanto gli atti umani privati e personali,
ma anche i pubblici e collettivi devono conformarsi alla legge eterna di Dio;
anzi assai più dei primi i secondi, come quelli sui quali incombono le
responsabilità più gravi e terribili. Quando dunque governi e popoli seguiranno
negli atti loro collettivi, sia all’interno sia nei rapporti internazionali,
quei dettami di coscienza che gli insegnamenti, i precetti, gli esempi di Gesù
Cristo propongono ed impongono ad ogni uomo; allora soltanto potranno fidarsi
gli uni degli altri, ed aver anche fede nella pacifica risoluzione delle
difficoltà e controversie che, per differenza di vedute e opposizione
d’interessi, possono insorgere. Qualche tentativo si è fatto e si fa in questo senso, ma con ben
esigui risultati, massime nelle questioni più importanti, che più dividono ed
accendono i popoli. E non vi è istituto umano che possa dare alle nazioni un
codice internazionale, rispondente alle condizioni moderne, quale ebbe, nell’età
di mezzo, quella vera società di nazioni che fu la cristianità; codice troppo
spesso violato in pratica, ma
che pur rimaneva come un richiamo e come una norma, secondo la quale giudicare
gli atti delle nazioni. Ma v’è un istituto divino atto a custodire la santità
del diritto delle genti; un istituto che appartiene a tutte le nazioni, che a
tutte è superiore, e di più dotato di massima autorità, e venerando per pienezza
di magistero, la Chiesa di Cristo: la quale sola appare adatta a tanto ufficio,
sia per mandato divino, sia per la sua medesima natura e costituzione, per le
tradizioni sue e per il prestigio, che dalla stessa guerra mondiale usciva, non
soltanto non diminuito, ma piuttosto di molto aumentato. Appare, da quanto siamo
venuti considerando, che la vera pace, la pace di Cristo, non può esistere se
non sono ammessi i princìpi, osservate le leggi, ubbiditi i precetti di Cristo
nella vita pubblica e nella privata; sicché, bene ordinata la società umana, vi
possa la Chiesa esercitare il suo magistero, al quale appunto fu affidato
l’insegnamento di quei princìpi, di quelle leggi, di quei precetti. Ora tutto
questo si esprime con una sola parola: « il regno di Cristo ». Poiché regna Gesù
Cristo nella mente degli « individui » con la sua dottrina, nel cuore con la sua
carità, nella vita di ciascuno con l’osservanza della sua legge e l’imitazione
dei suoi esempi. Regna Gesù Cristo « nella famiglia » quando, formatasi nella
santità del vero e proprio Sacramento del matrimonio da Gesù Cristo istituito,
conserva inviolato il carattere di santuario, dove l’autorità dei parenti si
modella sulla paternità divina, dalla quale discende e si denomina [46];
l’ubbidienza dei figli su quella del fanciullo Gesù in Nazareth; la vita tutta
quanta s’ispira alla santità della Sacra Famiglia. Regna infine Gesù Cristo «
nella società civile » quando vi è riconosciuta e riverita la suprema ed
universale sovranità di Dio, con la divina origine ed ordinazione dei poteri
sociali, donde in alto la norma del comandare, in basso il dovere e la nobiltà
dell’ubbidire. Regna quando è riconosciuto alla Chiesa di Gesù Cristo il posto
che Egli stesso le assegnava nella società umana, dandole forma e costituzione
di società, e, in ragione del suo fine, perfetta, suprema nell’ordine suo;
costituendola depositaria ed interprete del suo pensiero divino, e perciò stesso
maestra e guida delle altre società tutte quante: non per menomare l’autorità
loro, nel proprio ordine competente, ma per perfezionarle, come la grazia
perfeziona la natura, e per farne valido aiuto agli uomini nel conseguimento del
fine ultimo, ossia della eterna felicità, e con ciò renderle anche più
benemerite e più sicure promotrici della stessa prosperità temporale. È dunque
evidente che la vera pace di Cristo non può essere che nel regno di Cristo: « La
pace di Cristo nel regno di Cristo »; ed è del pari evidente che, procurando la
restaurazione del regno di Cristo, faremo il lavoro più necessario insieme e più
efficace per una stabile pacificazione. Così Pio X, proponendosi di « restaurare
tutto in Cristo », quasi per un divino istinto preparava la prima e più necessaria base a quella «
opera di pacificazione », che doveva essere il programma e l’occupazione di
Benedetto XV. E questi due programmi dei Nostri Antecessori Noi congiungiamo in
uno solo: la restaurazione del regno di Cristo per la pacificazione in Cristo: «
La pace di Cristo nel regno di Cristo »; e con ogni sforzo Ci studieremo di
attuarlo, unicamente confidando in quel Dio, che nell’affidarCi questo sommo
potere, Ci prometteva la sua indefettibile assistenza. Per quest’opera a tutti
Noi chiediamo aiuto e cooperazione, ma la chiediamo e l’aspettiamo innanzi tutto
da voi, Venerabili Fratelli, cui il nostro duce e capo Gesù Cristo, che affidava
a Noi la cura e responsabilità di pascere tutto l’ovile, chiamava a parte della
Nostra universale sollecitudine; voi che « lo Spirito Santo ha posto a reggere
la Chiesa » [47], voi che fra i primi, insigniti del « ministero della
riconciliazione, fate le veci di ambasciatori per Cristo » [48], partecipi del suo
magistero divino, « dispensatori dei misteri di Dio » [49] e perciò chiamati «
sale della terra e luce del mondo » [50], maestri e padri dei popoli cristiani, «
fatti sinceramente esemplari del gregge » [51] per essere poi chiamati «
grandi
nel regno dei cieli » [52], voi — diciamo — che siete come gli anelli d’oro per i
quali « compaginato e connesso » [53] tutto il corpo di Cristo, che è la Chiesa,
sulla solidità della pietra sorge e si regge. E dell’esimia operosità vostra Noi
avemmo nuovo e recente argomento quando, per l’occasione già ricordata del
Congresso Eucaristico internazionale di Roma e per le solennità centenarie della
Congregazione di Propaganda, parecchie centinaia di Vescovi da tutte le parti
del mondo si trovarono intorno a Noi riuniti sulla tomba dei Santi Apostoli. E quell’incontro fraterno fra tanti pastori Ci fece pensare alla possibilità di un
convegno almeno virtualmente generale dell’episcopato cattolico in questo centro
della cattolica unità, per il vantaggio che potrebbe provenirne opportunamente
al riassetto sociale, dopo così profondo scompiglio. La vicinanza dell’Anno
Santo Ci infonde una dolce speranza di vedere effettuato il Nostro pensiero. Che, se non osiamo espressamente includere nel Nostro programma la ripresa e la
continuazione del Concilio Ecumenico che Pio IX, il Pontefice della Nostra
giovinezza, poté bensì largamente preparare, ma di cui poté attuare solo una
parte sebbene importante, è pur vero che anche Noi, come il pio condottiero del
popolo eletto, attendiamo, pregando che il Signore, buono e misericordioso,
voglia darCi qualche più chiaro segno del suo volere [54]. Intanto, benché
consapevoli che al vostro zelo non dobbiamo aggiungere stimoli, ma piuttosto
tributare ben meritati encomî, tuttavia la coscienza dell’apostolico ufficio e
dell’universale paternità Ci impone di chiedervi sempre più tenere e sollecite
cure verso quelle parti della grande famiglia delle quali a ciascuno di voi è
affidata l’immediata provvidenza. Per le informazioni da voi dateCi e per
la stessa pubblica fama, confermata anche dalla stampa e da altre prove, Noi
sappiamo quanto dobbiamo con voi ringraziare il buon Dio per il gran bene che,
secondo l’opportunità dei tempi, con l’opera vostra e dei vostri antecessori, si
è venuto, in mezzo al clero e a tutto il vostro popolo fedele, saggiamente
maturando e poi, giusta le circostanze, lodevolmente effettuando e moltiplicando
largamente. Intendiamo dire le svariate iniziative per la sempre più accurata
cultura religiosa e santificazione degli ecclesiastici e dei laici; le unioni
del clero e del laicato in aiuto delle missioni cattoliche nella loro molteplice
attività di redenzione fisica e morale, naturale e soprannaturale, mercé la
dilatazione del regno di Cristo; le opere giovanili con quella loro così ardente
e salda pietà eucaristica e con la tenera devozione alla Beata Vergine, garanzia
sicura di fede, di purezza, di unione; le solenni celebrazioni eucaristiche, che
al divino Principe della pace procurano trionfali cortei veramente regali, ed
intorno all’Ostia di pace e d’amore raccolgono le moltitudini dei diversi luoghi
e le rappresentanze di tutte le genti e nazioni del mondo, mirabilmente unite in
una stessa fede, adorazione, preghiera e fruizione dei beni celesti. Intendiamo
dire — frutto di questa pietà — il sempre più diffuso ed operoso spirito di
apostolato che, con la preghiera, con la parola, con la buona stampa, con
l’esempio di tutta la vita, con tutte le industrie della carità, cerca con ogni
via di condurre anime al Cuore divino e di ridare al Cuore stesso di Cristo Re
il trono e lo scettro nella famiglia e nella società; la « santa battaglia » su
tanti fronti ingaggiata, per rivendicare alla famiglia ed alla Chiesa i diritti
che da natura e da Dio loro competono nell’insegnamento e nella scuola; infine
quel complesso di iniziative, di istituzioni e di opere presentate sotto il nome
di «Azione Cattolica », a Noi tanto cara, e a cui abbiamo già rivolto sollecite
cure. Tutte queste forme ed opere di bene devono non solamente mantenersi, ma
anche rafforzarsi e svilupparsi sempre più, secondo la condizione delle persone
e delle cose. Senza dubbio esse sono ardue e vogliono da tutti, pastori e
fedeli, sempre nuove prestazioni di opera ed abnegazione; ma, siccome certamente
necessarie, esse appartengono ormai innegabilmente all’ufficio pastorale ed alla
vita cristiana; giacché, per le stesse ragioni, ad esse si riconnette
indissolubilmente la restaurazione del regno di Cristo e lo stabilimento di
quella vera pace che a questo regno unicamente appartiene: « La pace di Cristo
nel regno di Cristo ». Dite dunque, Venerabili Fratelli, ai vostri cleri che
conosciamo le loro generose fatiche su questi diversi campi, e che anche per
averle da vicino vedute e condivise altissimamente le apprezziamo; dite che
quando essi danno la loro cooperazione a voi uniti come a Cristo e da voi come
da Cristo guidati, allora
più che mai essi sono con Noi, e Noi siamo con essi benedicendoli paternamente.
Non occorre poi che vi diciamo, Venerabili Fratelli, quale e quanto
assegnamento, per l’esecuzione del programma propostoci, Noi facciamo pure sul
clero regolare. Voi sapete, al pari di Noi, quale contributo esso rechi allo
splendore interno ed all’esterna dilatazione del regno di Cristo; esso, che di
Cristo attua non soltanto i precetti ma anche i consigli; esso che, nel silenzio
meditativo dei chiostri come nel fervore dell’operosità esteriore, attua in
frutti di vita i più alti ideali della perfezione cristiana, tenendo vivo nel
popolo cristiano il richiamo all’alto, con l’esempio continuo della rinuncia
magnanima a tutto quello che è terreno e di privato comodo, per l’acquisto dei
tesori spirituali e per la consacrazione intera al bene comune, con l’opera
benefica, che arriva a tutte le miserie corporali e spirituali e per tutte trova
un soccorso ed un rimedio. E in ciò, come ci attestano i documenti della storia
ecclesiastica, i religiosi, per l’impulso della divina carità, avanzarono bene
spesso a tal segno che, nella predicazione del Vangelo, diedero anche la vita
per la salute delle anime e, con la propria morte propagando l’unità della fede
e della cristiana fratellanza, sempre più dilatarono i confini del regno di
Cristo. Dite ai vostri fedeli del laicato che quando essi, uniti ai loro
sacerdoti ed ai loro Vescovi, partecipano alle opere di apostolato individuale e
sociale, per far conoscere e amare Gesù Cristo, allora più che mai essi sono «
la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è
acquistato » [55]. Allora più che mai sono essi pure con Noi e con Cristo,
benemeriti essi pure della pace del mondo, perché benemeriti della restaurazione
e dilatazione del regno di Cristo. Poiché solo in questo regno di Cristo si dà
quella vera uguaglianza di diritti per la quale tutti sono nobili e grandi della
stessa nobiltà e grandezza, nobilitati dal medesimo prezioso Sangue di Cristo; e
quelli che presiedono non sono che ministri del bene comune, servi dei servi di
Dio, degli infermi specialmente e dei più bisognosi, sull’esempio di Gesù Cristo
Signor Nostro. Senonché quelle stesse vicende sociali che crearono ed accrebbero
la necessità della accennata cooperazione del clero e del laicato, hanno pure
creato pericoli nuovi e più gravi. Sono idee non rette e non sani sentimenti,
dei quali, dopo l’uragano della guerra mondiale e degli avvenimenti politici e
sociali che le tennero dietro, l’atmosfera stessa si direbbe infetta, così
frequenti sono i casi di contagio, tanto più pericoloso quanto meno prontamente
avvertito, grazie alle apparenze ingannevoli che lo dissimulano, sicché gli
stessi alunni del santuario non ne vanno immuni. Molti sono, infatti, quelli che credono o dicono di tenere le
dottrine cattoliche sull’autorità sociale, sul diritto di proprietà, sui
rapporti fra capitale e lavoro, sui diritti degli operai, sulle relazioni fra
Chiesa e Stato, fra religione e patria, fra classe e classe, fra nazione e nazione, sui
diritti della Santa Sede e le prerogative del Romano Pontefice e
dell’episcopato, sui diritti sociali di Gesù Cristo stesso, Creatore, Redentore,
Signore degli individui e dei popoli. Ma poi parlano, scrivono e, quel che è
peggio, operano come non fossero più da seguire, o non col rigore di prima, le
dottrine e le prescrizioni solennemente ed invariabilmente richiamate ed
inculcate in tanti documenti pontifici, nominatamente di
Leone XIII,
Pio X e
Benedetto XV. Contro questa specie di modernismo morale, giuridico, sociale, non
meno condannevole del noto modernismo dogmatico, occorre pertanto richiamare
quelle dottrine e quelle prescrizioni che abbiamo detto; occorre risvegliare in
tutti quello spirito di fede, di carità soprannaturale e di cristiana
disciplina, che solo può dare la loro retta intelligenza ed imporre la loro
osservanza. Tutto questo occorre più che mai fare con la gioventù, massime poi
con quella che si avvia al sacerdozio, perché nella generale confusione non sia,
come dice l’Apostolo, « portata qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo
l’inganno degli uomini, per quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore »
[56]. Da questo apostolico centro dell’ovile di Cristo, il Nostro sguardo e il
Nostro cuore, Venerabili Fratelli, si volgono anche a coloro che, purtroppo in
gran numero, ignorando Cristo e la sua redenzione, o non integralmente seguendo
le sue dottrine, non appieno mantenendo l’unità da Lui prescritta, ancora stanno
fuori dell’ovile quantunque ad esso da Dio destinati e chiamati. Il Vicario del divin Pastore, vedendo le tante pecorelle sbandate, non può non ripetere e non
far sua la parola, che nell’energica semplicità dice tutto l’ardore del
desiderio divino: « bisogna che io le conduca » [57]; non può non allietarsi nella
soave profezia nella quale esultava il Cuore divino: « e udranno la mia voce e
si farà un solo ovile e un solo pastore ». Voglia Iddio, come Noi con voi tutti
e con tutti i credenti intensamente lo preghiamo, presto compiere la sua
profezia e ridurre presto in atto la consolante visione. Ecco intanto di questa religiosa unità brillarci innanzi un
felice auspicio in quel mirabile fatto che voi non ignorate, Venerabili
Fratelli, inaspettato a tutti, ad alcuni forse sgradito, a Noi certo ed a voi
graditissimo: che cioè, in questi ultimi tempi i rappresentanti e reggitori di
quasi tutti gli Stati del mondo, quasi ubbidendo ad un comune istinto e
desiderio di unione e di pace, si sono rivolti a questa Sede Apostolica per
stringere o rinnovare con essa concordia ed amicizia. Della quale cosa Noi
andiamo lieti, non tanto per il cresciuto prestigio della santa Chiesa, quanto
perché sempre più chiaramente appare, e da tutti si sperimenta, quale e quanta
benefica virtù essa possiede per la felicità, anche civile e terrena, della
società umana. Sebbene infatti la Chiesa, per divina volontà, intenda
direttamente ai beni spirituali e sempiterni, tuttavia per una certa connessione di cose, tanto giova anche alla
prosperità terrena degli individui e della società, che più non potrebbe se ad
essa dovesse direttamente servire. Non vuole dunque né deve la Chiesa, senza
giusta causa, ingerirsi nella direzione delle cose puramente umane; ma neanche
permettere e tollerare che il potere politico ne prenda pretesto, con leggi o
disposizioni ingiuste, a ledere i beni di ordine superiore, ad offendere la
divina costituzione di lei o a violare i diritti di Dio stesso nella civile
società. Facciamo dunque Nostre, Venerabili Fratelli, le parole che
Benedetto XV,
di f. m., pronunciava nell’ultima sua allocuzione tenuta nel Concistoro del 21
novembre dell’anno andato, a proposito dei patti chiesti ed offerti dai diversi
Stati: «Non consentiremo mai che in questi Concordati si insinui alcunché di
contrario alla dignità e alla libertà della Chiesa, poiché importa altamente
alla stessa prosperità del civile consorzio, specialmente ai giorni nostri, che
tali libertà e dignità rimangano salve e intatte ». Appena occorre dire a questo
proposito, con quanta pena all’amichevole convegno di tanti Stati vediamo
mancare l’Italia, la carissima patria Nostra, il paese nel quale la mano di Dio,
che regge il corso della storia, poneva e fissava la sede del suo Vicario in
terra, in questa Roma, che da capitale del meraviglioso ma pur ristretto romano
impero, veniva fatta da Lui la capitale del mondo intero, perché sede di una
sovranità divina che, sorpassando ogni confine di Nazioni e di Stati, tutti gli
uomini e tutti i popoli abbraccia. Richiedono però l’origine e la natura divina
di tale sovranità, richiede l’inviolabile diritto delle coscienze di milioni di
fedeli di tutto il mondo, che questa stessa sovranità sacra sia ed appaia
manifestamente indipendente e libera da ogni umana autorità o legge, sia pure
una legge che annunci guarentigie. La guarentigia di libertà onde la Provvidenza
divina, governatrice e arbitra delle umane vicende, senza danno, anzi con
inestimabili benefìci per l’Italia stessa, aveva presidiato la sovranità del
Vicario di Cristo in terra; quella guarentigia che per tanti secoli aveva
opportunamente corrisposto al disegno divino di tutelare la libertà del
Pontefice stesso, e al cui posto né la Provvidenza divina ha finora indicato, né
i consigli degli uomini hanno finora trovato altro mezzo consimile, che
convenientemente la compensi, quella guarentigia venne e rimane tuttora violata;
onde si è creata una condizione di cose anormale, con grave e permanente
turbamento della coscienza dei cattolici in Italia e nel mondo intero. Noi
dunque, eredi e depositari del pensiero e dei doveri dei Nostri venerati
Antecessori, com’essi investiti dell’unica autorità competente nella gravissima
materia e responsabili davanti a Dio, Noi protestiamo, com’essi hanno
protestato, contro una tale condizione di cose, a difesa dei diritti e della
dignità dell’Apostolica Sede, non già per vana e terrena ambizione, della quale
arrossiremmo, ma per puro debito di coscienza, memori di dover morire e del
severissimo conto che dovremo rendere al divino Giudice. Del resto l’Italia nulla ha o avrà da
temere dalla Santa Sede: il Papa, chiunque egli sia, ripeterà sempre: «Ho
pensieri di pace, non di afflizione [58]:
pensieri di pace vera, e perciò stesso non disgiunta da giustizia, sicché possa
dirsi: la giustizia e la pace si sono baciate » [59]. A Dio spetta addurre quest’ora e farla suonare; agli uomini savi e
di buona volontà non lasciarla suonare invano: essa sarà tra le ore più solenni
e feconde per la restaurazione del Regno di Cristo e per la pacificazione
d’Italia e del mondo. Per questa universale pacificazione più fervidamente Noi
preghiamo ed a pregare tutti invitiamo, mentre ritornano, dopo venti secoli, il
giorno e l’ora, in tutto il mondo così soavemente solenni, nei quali il dolce
Principe della pace faceva l’umile e mansueto suo ingresso nel mondo e le «
milizie celesti » cantavano: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in
terra agli uomini di buona volontà » [60]. E di questa pace sia a tutti caparra la Benedizione Apostolica,
che vogliamo scenda sopra di voi e sul vostro gregge, sul vostro clero e sui
vostri popoli, sulle loro famiglie e sulle loro case, e rechi felicità ai vivi,
pace e beatitudine eterna ai defunti. La quale Benedizione a voi, al vostro
clero e al vostro popolo in attestato della nostra paterna benevolenza, con
tutto il cuore impartiamo. Dato a Roma, presso San Pietro il giorno 23 dicembre 1922,
anno primo del Nostro Pontificato. PIUS PP. XI [1] II Cor., VI, 11.
[2] II Cor., XI, 28.
[3] Apoc., V, 9.
[4]Ier.,
VIII, 15.
[5] Ier., XIV, 19.
[6] Isa., LIX, 9, 11.
[7] I Cor., II, 14.
[8] Ephes., IV, 12.
[9] Marc., VII, 23.
[10] Rom., VII, 23.
[11] Eccle., I, 2, 14.
[12] Iac., IV, 1.
[13] Prov., XIV, 34.
[14] S. August., De Civ. Dei, lib. IV, c. 3.
[15] Is.,
I, 28.
[16] Ioan., XV, 5.
[17] Luc., XI, 23.
[18] Eph., V, 32.
[19] Col., III., 15.
[20] Ioan., XIV, 27.
[21] I Reg., XVI, 7.
[22] Matth., XXIII, 8.
[23] Ioan., XV, 12.
[24] Gal., VI, 2. [25] Is., XXXII, 17.
[26] Ps., IX, 5.
[27] Eph., II, 14 et ss.
[28] II Cor., V,
19.
[29] Ioan., III, 16.
[30] 2a, 2 ae, q. 29, III, ad 3um.
[31] Rom., XIV, 17.
[32] Matth., XVI, 26.
[33] Matth., X, 28; Luc., XII, 14.
[34] Matth., VI, 33; Luc., XII,
31.
[35] Phil., IV, 7.
[36] Eccli., XLI,
17.
[37] Ps., CXVIII, 165.
[38] Prov., XIII, 13.
[39] Matth., XXII, 21.
[40] Ioan., XIX,
11.
[41] Matth., XXIII, 2.
[42] Luc., II, 51.
[43] Rom., XIII, 1. [44] S. August., De moribus
Ecclesiae Catholicae, I, 30.
[45] Coloss., III, 11. [46] Ephes., III,
15. [47] Act., XX, 26.
[48] II
Cor., V, 18, 20.
[49] I Cor., IV, 1.
[50] Matth., V, 13, 14.
[51] I Petr., V, 3.
[52] Matth., V, 19.
[53] Ephes., IV, 15, 16.
[54] Iudic., VI, 17.
[55] I Petr., II, 9.
[56] Eph., IV,
14.
[57] Ioan., X, 16.
[58] Ier.,
XXIX, 11.
[59] Ps., LXXXIV, 11.
[60] Luc., II, 14.
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