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LETTERA ENCICLICA DEL SOMMO PONTEFICE PIO XI AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI CHE HANNO PACE E COMUNIONE CON LA SEDE APOSTOLICA, IN OCCASIONE DEL TRECENTESIMO ANNIVERSARIO DEL MARTIRIO DI SAN GIOSAFAT, ARCIVESCOVO DI POLOTSK
Venerabili Fratelli, salute e
Apostolica Benedizione.
La Chiesa di Dio, per ammirabile provvidenza, fu
costituita in modo da riuscire nella pienezza dei tempi come un’immensa
famiglia, che abbracci l’universalità del genere umano, e perciò, come sappiamo,
fu resa divinamente manifesta, tra le altre sue note caratteristiche, per mezzo
dell’unità ecumenica. Giacché Cristo Signor nostro non si appagò di affidare ai
soli Apostoli la missione che Egli aveva ricevuta dal Padre, quando disse: « È
data a me ogni potestà in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le
genti » [1], ma volle pure che il Collegio apostolico fosse perfettamente uno, con
doppio e strettissimo vincolo: intrinseco l’uno, con la stessa fede e carità che
« è diffusa nei cuori … dallo Spirito Santo » [2]; l’altro estrinseco col regime di
uno solo sopra tutti, avendo a Pietro affidato il primato sugli altri Apostoli
come a perpetuo principio e visibile fondamento di unità. Quest’unità, al
chiudersi della sue vita mortale, Egli con somma premura raccomandò loro [3];
questa stessa, con ardentissime preci, domandò al Padre [4], e l’impetrò, «
esaudito per la sua riverenza » [5].
Pertanto la Chiesa si formò e si accrebbe in «
un corpo unico » animato e vigoroso di un medesimo spirito, del quale poi « è
capo Cristo, da cui tutto il corpo è compaginato e connesso per via di tutte le
giunture di comunicazione » [6]; e di esso per questa stessa ragione, è capo
visibile colui che di Cristo tiene in terra le veci, il Pontefice Romano. In
lui, come successore di Pietro, si avvera perpetuamente quella parola di Cristo:
« Su questa pietra edificherò la mia Chiesa » [7]; ed egli, perpetuamente
esercitando quell’ufficio che a Pietro fu affidato, non cessa mai di confermare,
ove sia necessario, nella fede i suoi fratelli e di pascere tutti gli agnelli e
le pecorelle del gregge del Signore.
Orbene nessun’altra prerogativa mai «
l’uomo nemico » avversò più ostilmente che l’unità di governo nella Chiesa, come
quella cui va congiunta, « nel vincolo della pace » [8], l’unità dello spirito; e
se il nemico non poté giammai prevalere contro la Chiesa stessa, ottenne
nondimeno di strappare dal seno di lei non piccolo numero di figli, e perfino
popoli interi. A sì gran danno non poco conferirono sia le lotte delle
nazionalità fra di loro, sia le leggi contrarie alla religione e alla pietà, sia
anche l’amore soverchio ai beni perituri della terra.
Fra tutte la maggiore e la
più lagrimevole fu la separazione dei Bizantini dalla Chiesa ecumenica. Sebbene
fosse sembrato che i Concilii di Lione e di Firenze potessero porvi rimedio,
tuttavia essa si rinnovò successivamente e perdura tuttora con immenso danno per
le anime. Vediamo quindi come furono traviati e andarono, perduti, insieme con
altri, gli Slavi orientali, benché questi fossero rimasti più a lungo degli
altri nel seno della madre Chiesa. Si sa, infatti, che essi mantennero ancora
qualche relazione con questa Sede Apostolica, anche dopo lo scisma di Michele
Cerulario: e queste relazioni, interrotte dalle invasioni dei Tartari e dei
Mongoli furono riprese successivamente e continuarono sin tanto che non ne
furono impediti dalla caparbietà ribelle dei potenti.
Ma in questa causa i
Romani Pontefici nulla omisero di quanto spetta al loro ufficio; anzi alcuni di
essi presero a cuore in modo speciale la salvezza degli Slavi orientali. Così
Gregorio VII mandò con benignissima lettera [9] auguri d’ogni celeste benedizione
al principe di Kiev, « a Demetrio, re dei Russi ed alla regina sua consorte »
negli inizi del loro regno, su richiesta del loro figlio presente in Roma. Così
Onorio III inviò suoi legati alla città di Novgorod; e lo stesso fece Gregorio
IX e, non molto dopo, Innocenzo IV, il quale vi spedì come legato un uomo di
animo grande e forte, Giovanni da Pian del Carpine, lustro della famiglia
francescana. Il frutto di tanta sollecitudine dei Nostri Predecessori si vide
nell’anno 1255, quando si ebbe il ristabilimento della concordia e dell’unità,
ed a celebrarlo a nome del Pontefice, e per sua autorità, il legato di lui,
l’abate Opizone, incoronò, con solenne pompa, Daniele, figlio di Romano. E così,
secondo la veneranda tradizione e le usanze più antiche degli Slavi Orientali,
si ottenne che al Concilio di Firenze, Isidoro, Metropolita di Kiev e di Mosca,
Cardinale della Santa Romana Chiesa, anche a nome e nella lingua dei suoi
connazionali, promise di conservare santa e inviolata l’unità cattolica nella
fede della Sede Apostolica.
Pertanto questa restaurazione dell’unità durò a Kiev per molti anni; ma vi
si aggiunsero poi nuove ragioni di rottura coi rivolgimenti politici, maturatisi
negli inizi
del secolo XVI. Senonché fu di nuovo felicemente rinnovata nel 1595, e l’anno
successivo, al Concilio di Brest, promulgata per opera del metropolita di Kiev e
di altri Vescovi Ruteni. Clemente VIII li accolse con ogni affetto, e
pubblicando la costituzione «Magnus Domini » invitò tutti i fedeli a rendere
grazie a Dio, « il quale ha sempre pensieri di pace, e vuole che tutti gli
uomini siano salvi e pervengano alla conoscenza della verità ».
Ma perché tali
unità e concordia si perpetuassero, Iddio, sommamente provvido, le volle
consacrare, per così dire, col sigillo della santità e del martirio. Un così
grande vanto è toccato a San Giosafat, Arcivescovo di Polotsk, di rito slavo
orientale, che a buon diritto va riconosciuto come gloria e sostegno degli Slavi
Orientali, poiché a fatica si troverà un altro che abbia dato al loro nome un
lustro maggiore, o che meglio abbia provveduto alla loro salute, di questo loro
Pastore ed Apostolo, specialmente per aver egli versato il proprio sangue per
l’unità della santa Chiesa. Ricorrendo dunque il trecentesimo anniversario del
suo gloriosissimo martirio, Ci è sommamente caro rinnovare la memoria di un così
grande personaggio, affinché il Signore, invocato dalle suppliche più fervorose
dei buoni, « susciti nella sua Chiesa quello spirito, di cui il beato Martire e
Pontefice Giosafat era ripieno… tanto che diede la sua vita per le sue pecorelle
»[10], così che, crescendo tra il popolo lo zelo nel promuovere l’unità, ne abbia
incrementato l’opera che gli fu tanto a cuore, finché si avveri quella promessa
di Cristo e insieme il desiderio di tutti i Santi, che « vi sia un solo ovile ed
un solo Pastore » [11].
Egli nacque da genitori separati dall’unità, ma,
religiosamente battezzato col nome di Giovanni, incominciò fin dall’età più
tenera a coltivare la pietà; e mentre seguiva lo splendore della liturgia slava,
cercava soprattutto la verità e la gloria di Dio: e per questo, non per impulso
di ragioni umane, si rivolse, fanciulletto ancora, alla comunione della Chiesa
ecumenica, cioè cattolica, a cui giudicava di essere già destinato per la stessa
validità del suo battesimo. Anzi, sentendosi mosso da ispirazione divina a
ristabilire dappertutto la santa unità, comprese che molto avrebbe giovato a ciò
il ritenere nell’unione con la Chiesa cattolica il rito orientale slavo e
l’istituto monastico Basiliano. Perciò, accolto nell’anno 1604 fra i monaci di
San Basilio, e mutato il nome di Giovanni in quello di Giosafat, si consacrò
interamente all’esercizio di tutte le virtù, specialmente della pietà e della
penitenza, dimostrando sempre un singolare amore per la Croce: amore che fino
dai primi anni egli aveva concepito dalla contemplazione di Gesù Crocifisso.
Così il metropolita di Kiev, Giuseppe Velamin Rutsky, il quale era a capo di
quello stesso monastero in qualità di archimandrita, testimonia che « egli in
breve tempo fece tali progressi nella vita monastica da poter esser maestro agli
altri ». Sicché, appena ordinato sacerdote, Giosafat si vide eletto a
governare il monastero in qualità di archimandrita. Nell’esercizio di tale
ufficio non solo si adoperò a mantenere e a
difendere il monastero e l’attiguo tempio, assicurandoli contro gli assalti
nemici, ma inoltre, avendoli trovati pressoché abbandonati dai fedeli, fece di
tutto per farli nuovamente frequentare dal popolo cristiano. E in pari tempo,
avendo anzitutto a cuore l’unione dei suoi concittadini con la cattedra di
Pietro, cercava da ogni parte argomenti giovevoli a promuoverla e a
consolidarla, principalmente studiando quei libri liturgici che gli Orientali, e
i dissidenti stessi, sono soliti usare secondo le prescrizioni dei Santi Padri.
Premessa una così diligente preparazione, egli si accinse quindi a trattare, con
forza e soavità insieme, la causa della restaurazione dell’unità, ottenendo
frutti così copiosi da meritare dagli stessi avversari il titolo di « rapitore
delle anime ». Ed è veramente mirabile il gran numero delle anime da lui
condotte all’unico ovile di Gesù Cristo, da tutti gli ordini e da tutte le
classi sociali, plebei, negozianti, cavalieri, e anche prefetti e governatori di
province, come narrano del Sokolinski di Polotsk, del Tyszkievicz di Novogrodesc,
del Mieleczko di Smolensk. Ma ad un campo ben più vasto ancora estese il suo
apostolato, quando venne nominato vescovo a Polotsk: apostolato che doveva
essere di una straordinaria efficacia, mentre egli offriva l’esempio di una vita
di somma castità, povertà e frugalità ed insieme di tanta liberalità verso gli
indigenti da giungere fino ad impegnare l’omophorion per sovvenire alla loro
miseria. Nel frattempo si manteneva rigidamente nell’ambito della religione, non
occupandosi minimamente di negozi politici, sebbene a lui non mancassero più
d’una volta grandi sollecitazioni ad ingerirsi delle cure e delle lotte civili,
mentre infine si sforzava, con lo zelo insigne d’un Vescovo santissimo, ad
inculcare senza posa, con la parola e con gli scritti, la verità. Egli infatti
pubblicò diversi scritti, da lui redatti in forma del tutto adatta all’indole
del suo popolo, quali sul primato di San Pietro, sul battesimo di San Vladimiro,
un’apologia dell’unità cattolica, un catechismo fatto sul metodo del beato
Pietro Canisio, ed altri simili. Siccome poi insisteva molto nell’esortare alla
diligenza del proprio ufficio l’uno e l’altro clero, ridestatosi nei sacerdoti
lo zelo del loro ministero, riuscì ad ottenere che il popolo, debitamente
ammaestrato nella dottrina cristiana e nutrito da un’appropriata predicazione
della parola di Dio, si avvezzasse a frequentare i Sacramenti e le sacre
funzioni e si desse ad un tenore di vita sempre più corretta. E così, ampiamente
diffuso lo spirito di Dio, San Giosafat consolidò stupendamente l’opera
dell’unità, a cui si era dedicato. Ma soprattutto allora egli la consolidò, e
consacrò anzi, quando per essa incontrò il martirio, e l’incontrò col più vivo
entusiasmo e con la magnanimità più mirabile. Al martirio sempre pensava, spesso
ne parlava. Il martirio si augurò in una celebre predica. Il martirio
ardentemente domandava a Dio quale singolare beneficio, tanto che, pochi giorni
prima della morte, quando fu avvertito delle insidie che gli si macchinavano: «
Signore — disse — concedimi di poter versare il sangue per l’unità e per
l’obbedienza della Sede Apostolica ». Il suo desiderio fu appagato la domenica
12 novembre 1623 quando, circondato dai nemici che andavano in cerca
dell’Apostolo dell’unità, egli si fece loro incontro sorridente e benigno, e pregatili, ad esempio del suo Maestro e Signore, che non toccassero i suoi
familiari, si diede da sé nelle loro mani; e mentre veniva crudelissimamente ferito, non cessò sino
all’estremo di invocare il perdono di Dio sopra i suoi uccisori.
Grandi furono i
vantaggi di un così famoso martirio, soprattutto tra i Vescovi Ruteni che ne
trassero vivo esempio di fermezza e coraggio, come essi stessi attestarono, due
mesi dopo, in una lettera spedita alla Sacra Congregazione di Propaganda: «Ci
offriamo prontissimi a dare il sangue e la vita per la fede cattolica, come la
diede già uno di noi ». Inoltre moltissimi, e fra questi gli uccisori stessi del
Martire, fecero ritorno, subito dopo, al seno dell’unica Chiesa.
Il sangue
dunque di San Giosafat, come tre secoli fa, anche e specialmente ora riesce
pegno di pace e suggello di unità: specialmente ora, diciamo, dopo che quelle
sfortunate province slave, sconvolte da torbidi e da sommosse, sono state
insanguinate da guerre furiose e spietate. E a Noi sembra di udire la voce di
quel sangue, « che parla meglio di quello di Abele » [12], e di vedere quel martire
rivolgersi ai fratelli Slavi ripetendo, come un tempo, con le parole di Gesù: «
Le pecorelle giacciono senza pastore. Ho compassione di questa moltitudine ». E
veramente, quanto miseranda è la loro condizione! Quanto terribili le loro
angustie! Quanti esuli dalla patria! Quanta strage di corpi e quanta rovina di
anime! Osservando le presenti calamità degli Slavi, certamente assai più gravi
di quelle ch’ebbe a lamentare il nostro Santo, a stento Ci riesce, per il nostro
affetto paterno, di frenare le lacrime.
Ad alleviare sì grande cumulo di
miserie, Noi, per parte Nostra, Ci affrettammo, è vero, a recare soccorsi ai
bisognosi, senza alcuna mira umana, senza far altra distinzione che non fosse
quella della più stringente necessità. Ma la Nostra possibilità non poté
arrivare a tutto. Anzi, non potemmo impedire che si moltiplicassero le offese
contro la verità e la virtù, col disprezzo di ogni sentimento religioso, con il
carcere e con la persecuzione, in più luoghi anche sanguinosa, dei cristiani e
degli stessi sacerdoti e vescovi.
Nella considerazione di tanti mali, Ci
conforta non poco la solenne commemorazione dell’insigne Pastore degli Slavi,
perché Ci porge propizia l’occasione di manifestare i sentimenti paterni che Ci
animano verso tutti gli Slavi Orientali e di mettere loro dinanzi, come la
sintesi di tutti i beni, il ritorno all’unità ecumenica della santa Chiesa.
Mentre invitiamo i dissidenti a tale unità, desideriamo ardentemente che tutti i
fedeli, seguendo le orme e gli insegnamenti di San Giosafat, si studino,
ciascuno secondo le proprie forze, a cooperare con Noi. Ed essi intendano bene
che tale unità, meglio che con le discussioni e altri stimoli, è da promuovere
con gli esempi e le opere di una vita santa, specialmente con la carità verso i
fratelli Slavi e verso gli altri Orientali, secondo ciò che dice l’Apostolo, «
avendo la stessa carità, una sola anima, uno stesso sentimento, senza nulla fare
per ripicca o per vanagloria; ma per umiltà l’uno creda l’altro superiore a sé,
badando ognuno non a ciò che torna bene per lui ma a quello che torna bene per
gli altri » [13].
A
questo fine, come è necessario che gli Orientali dissidenti, deponendo antichi
pregiudizi, procurino di conoscere la vera vita della Chiesa, senza voler
imputare alla Chiesa Romana le colpe dei privati, colpe che essa per la prima
condanna e cerca di correggere; così i Latini cerchino di conoscere meglio e più
profondamente la storia e i costumi degli Orientali; perché appunto da
quest’intima conoscenza derivò sì grande efficacia all’apostolato di San
Giosafat.
Questo fu il motivo per cui cercammo di promuovere con rinnovato
ardore l’Istituto Pontificio Orientale, fondato dal compianto Nostro Predecessore
Benedetto XV, persuasi che dalla retta conoscenza dei fatti sorgerà il giusto
apprezzamento degli uomini e parimenti quella schietta benevolenza, la quale,
congiunta alla carità di Cristo, con l’aiuto di Dio, gioverà moltissimo
all’unità religiosa.
Animati da tale carità, tutti sperimenteranno quanto
l’Apostolo divinamente ispirato insegna: «Non c’è distinzione fra Giudeo e
Greco, perché egli è il Signore di tutti, ricco verso tutti coloro che
l’invocano » [14]. E, ciò che più importa, ubbidendo scrupolosamente al medesimo
Apostolo, non solo deporranno i pregiudizi, ma anche le vane diffidenze, i
rancori e gli odii: in una parola, tutte quelle animosità così contrarie alla
carità cristiana, che dividono tra di loro le nazioni. Avverte infatti lo stesso
San Paolo: «Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati
dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova,
per una piena conoscenza, ad immagine del suo creatore. Qui non c’è più Gentile
e Giudeo … Barbaro e Scita, servo e libero, ma Cristo è tutto in tutti »
[15].
In
tal modo, con la riconciliazione degli individui e dei popoli, si otterrà anche
l’unione della Chiesa col ritorno al suo seno di tutti quelli che, per
qualsivoglia motivo, se ne separarono. E il compimento di tale unione avverrà
non già per l’impegno umano, ma per bontà, di quel solo Dio che « non fa
preferenza di persone » [16], e che « non fece differenza alcuna tra noi e loro »
[17]; e così, uniti tra essi, godranno degli stessi diritti tutti i popoli, di
qualunque schiatta o lingua, e quali si siano i loro riti sacri; riti che la
Chiesa Romana sempre venerò e ritenne religiosamente, decretandone anzi la
conservazione ed ornandosene come di vesti preziose, quasi « regina in manto
d’oro con varietà d’ornamenti » [18].
Ma siccome questo accordo di tutti i popoli
nell’unità ecumenica è anzitutto opera di Dio, e perciò da doversi procurare con
l’aiuto e l’assistenza divina, ricorriamo con ogni diligenza alla preghiera,
seguendo in ciò gli insegnamenti e gli esempi di San Giosafat, il quale nel suo
apostolato per l’unità confidava soprattutto nel valore dell’orazione.
E sotto
la guida e col patrocinio di lui, veneriamo con culto speciale il Sacramento
dell’Eucaristia, pegno e causa principale dell’unità, quel mistero della fede per la quale quegli Slavi Orientali,
che nella separazione dalla Chiesa Romana conservarono gelosamente l’amore e lo
zelo, riuscirono ad evitare l’empietà delle peggiori eresie. Da qui è lecito
sperare il frutto che la santa madre Chiesa domanda con pia fiducia nella
celebrazione di questi augusti misteri, cioè che « Iddio conceda propizio i doni
dell’unità e della pace, che misticamente vengono simboleggiati nelle oblazioni
fatte all’Altare » [19]. E questa grazia unitamente implorano nel santo Sacrificio
della Messa i Latini e gli Orientali: questi « pregando il Signore per l’unità
di tutti », quelli col supplicare lo stesso Cristo Signor nostro che «
riguardando alla fede della sua Chiesa, si degni di pacificarla e unificarla
secondo la sua volontà ».
Un altro vincolo di reintegrazione dell’unità con gli
Slavi Orientali sta nella loro devozione singolare verso la gran Vergine Madre
di Dio, in forza della quale molti si allontanano dall’eresia e si avvicinano
maggiormente a noi. E in questa devozione, nella quale si segnalava assai, il
nostro Santo altrettanto confidava moltissimo per favorire l’opera dell’unità:
onde soleva con particolare venerazione onorare, all’usanza degli Orientali, una
piccola icona della Vergine Madre di Dio, la quale dai Monaci Basiliani e dai
fedeli di qualsiasi rito, anche in Roma nella chiesa dei santi Sergio e Bacco, è
molto venerata con il titolo di « Regina dei pascoli ». Lei, dunque, invochiamo,
quale benignissima Madre, con questo titolo specialmente, perché guidi i
fratelli dissidenti ai pascoli della salute, dove Pietro, sempre vivente nei
suoi successori, come Vicario dell’eterno Pastore, pasce e governa tutti gli
agnelli e tutte le pecorelle del gregge di Cristo.
Infine, ai Santi tutti del
Cielo ricorriamo come a nostri intercessori per una grazia così grande, a quelli
soprattutto che presso gli Orientali maggiormente fiorirono un tempo per fama di
santità e di sapienza, e fioriscono tuttora per venerazione e culto dei popoli.
Ma primo fra tutti invochiamo a patrono San Giosafat, perché, come fu in vita
fortissimo propugnatore dell’unità, così ora presso Dio la promuova e
vigorosamente la sostenga. E così Noi lo preghiamo le supplichevoli parole del
Nostro antecessore di immortale memoria, Pio IX: « Dio voglia che quel tuo
sangue, o San Giosafat, che tu versasti per la Chiesa di Cristo, sia pegno di quell’unione con questa Santa Sede Apostolica, a cui tu sempre anelasti, e che
giorno e notte implorasti con fervida preghiera da Dio, somma Bontà e Potenza. E
perché tanto si avveri alfine, vivamente desideriamo di averti intercessore
assiduo presso Dio stesso e la Corte del Cielo ».
Auspice dei divini favori e a
testimonianza della Nostra benevolenza, impartiamo con ogni affetto Venerabili
Fratelli, a voi, al clero e al popolo vostro l’Apostolica Benedizione.
Dato a Roma, presso San Pietro il 12 novembre 1923, anno secondo del Nostro
Pontificato.
PIUS PP. XI [1] Matth., XXVIII, 18, 19. [2] Rom., V, 5. [3] Ioann., XVII, 11, 21, 22. [4] Ibid. [5] Hebr., V, 7. [6]Eph., IV, 4, 5, 15, 16. [7] Matth., XVI, 18. [8] Eph., IV, 3. [9] Ep., lib. 2, ep. 74, apud Migne, Patr. lat., t. 148, col. 425. [10] In officio S. Iosaphat. [11] Ioann., X, 16. [12] Hebr., XII, 24. [13] Phil., II, 2-4. [14] Rom., X, 12. [15] Coloss., III, 9-11. [16] Act., X, 34. [17] Ibid., XIV, 9. [18] Psalm. XLIV, 10. [19] Secreta Missae in solemnitate Corporis Christi.
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