LETTERA DI SUA SANTITÀ PIO
XI
"QUOD SANCTI"
AL
VESCOVO DI ANNECY
FIORENZO DU BOIS DE LA VILLERABEL
Al
Venerabile Fratello
Fiorenzo du Bois de la Villerabel,
Vescovo di Annecy.
Venerabile Fratello, salute e Apostolica Benedizione.
Quanto
gradita ed accetta Ci giunga la notizia delle solenni manifestazioni di pietà e
di santa letizia che stai preparando per celebrare la memoria di San Bernardo da
Mentone, puoi comprendere da te stesso. Noi, che già da molto tempo siamo soliti
onorare con particolare devozione una gloria ed una luce così rilevante della
cristianità, ora, innalzati a questa Cattedra del Beato Pietro, cogliamo assai
volentieri codesta occasione per confermare tra gli uomini, con il peso della
Nostra autorità, la sua grandezza. Infatti, in passato, quando le congiunture lo
consentivano, allo scopo di ricreare le energie logorate dallo sforzo degli
studi eravamo soliti tentare di raggiungere le più alte vette delle montagne, e
spesso abbiamo percorso quei luoghi dove, come in un vasto teatro, fu ammirata
l’attivissima carità di Bernardo. E dall’insegnamento degli stessi luoghi — nei
quali restano impresse così profondamente le orme di quel santissimo uomo, al
punto che diresti che qualcosa di lui sopravvive anche oggi — eravamo facilmente
rapiti nell’ammirazione e nell’amore di una virtù così eccezionale. D’altra
parte, ognuno si rende conto di quale straordinario valore siano state le sue
opere, se la posterità ha voluto consacrare con gratitudine, per l’eternità, il
suo nome nella immensa grandezza delle Alpi.
Dispiace certamente che, per la
negligenza e le tristi condizioni dei tempi andati, di un uomo tanto importante
ci siano state tramandate ben poche notizie che si possano dire veramente esenti
da dubbi, in quanto gli scrittori più conosciuti della sua vita hanno compiuto
il proprio lavoro senza attenersi con ogni cura alla fedeltà della storia.
Nondimeno, quanto della sua vita sappiamo con certezza, basta a dimostrare
chiaramente che Bernardo merita d’essere annoverata fra i più grandi eroi della
Chiesa cattolica. Si sa che, nato a Mentone da nobilissima stirpe e provveduto
abbondantemente di tutti quei beni di fortuna, dei quali chi è ricco è
chiamato felice dagli amici di questo mondo, pure, giovanissimo ancora, tutto
pospose all’amore per Gesù Crocifisso al punto che, ultimati gli studi
letterari, quando il padre gli aveva già preparato convenientissime nozze,
improvvisamente si allontanò da casa e per strade fuor di mano e ripide giunse
ad Aosta, dove fu accolto con ogni benignità da Pietro, arcidiacono di quella
chiesa. Avviatosi al sacerdozio sotto la guida di questi, risplendette subito
per virtù straordinarie, e specialmente di tanta penitenza da rifiutare come
delicatezze il pane di frumento e l’acqua del torrente; tali erano il suo cibo e
la sua bevanda che, mortificando il gusto, fossero appena sufficienti a
sostentare la vita. Ridotto in piena servitù il corpo, si diede con tutte le
forze alla predicazione della divina parola, dapprima come canonico di Aosta,
quindi, per più di quaranta anni, fino al termine dei suoi giorni, quale
arcidiacono. Vedendo la grande ignoranza delle divine cose in cui giacevano i
popoli in tutta la regione circostante, usi ancora a viziosi e quasi barbari
costumi, e perfino a praticare quelli che, dal lungo contatto con i Saraceni,
avevano imparato a seguire (come gli empi riti degli infedeli e le loro vane
superstizioni) non seppe contenere l’ardore del suo zelo per la divina gloria e
per la salvezza delle anime dentro i confini della diocesi Aostana, ma estese le
sue fruttuosissime fatiche a quelle di Sion, di Ginevra e di Tarantasia, e anzi
fu spinto dal suo apostolico fervore fino ad Ivrea e a Novara. Percorrendo tutte
codeste vallate e codesti passi per recuperare gli uomini dai molteplici errori
contro la verità, e dalla turpitudine dei vizi contro la dignità della vita
cristiana, sparse fruttuosamente tanto sudore da essere soprannominato
l’Apostolo delle Alpi.
Certamente questi esempi di virtù sono eccelsi, ma furono
comuni a non pochi altri Santi. Ciò però che è proprio del nostro Bernardo e
rende insigne la sua santità è quanto scrive egregiamente di lui un altro
ornamento della Chiesa di Annecy, Francesco di Sales, nel suo « Theotimo »: «
Diversi sono i gradi della perfezione nel settore della carità. Dare a prestito
ai poveri non costretti da una suprema necessità è il grado più basso
dell’elemosina. Dare tutto ciò che hai è un grado più alto. Più alto ancora di
questo è dedicare e votare se stesso al servizio dei poveri. Così, essere
ospitali senza una necessità estrema è consigliabile, a cominciare
dall’accogliere i pellegrini. Recarsi poi ai bivî stradali per invitarli, come
era solito fare Abramo, è meglio ancora: e meglio ancora è mettere la propria
dimora in luoghi pieni di pericoli per ricoverare, aiutare e servire i passanti.
In questa assistenza si segnalava quel grande santo Bernardo da Mentone,
originario di questa diocesi, il quale, figlio di un’illustrissima famiglia,
visse molti anni fra le più alte vette delle Alpi, vi radunò molti compagni allo
scopo di aspettare, alloggiare, aiutare i bisognosi, e liberare dai pericoli
delle bufere i viaggiatori e i passeggeri che spesso sarebbero periti fra le
tempeste e il gelo se non fossero stati accolti negli ospizi che quel grande
amico di Dio aveva fatto sorgere in quei due monti che da lui prendono il nome »
(Lib. II, cap. IX).
Infatti, non è molto tempo da quando, con i ritrovati
dell’ingegno umano nel perforare i monti e costruire gallerie si sono aperti ai
popoli comode ed agevoli vie. Ma in tutti i secoli
passati non v’era altra possibilità di superare le montagne interposte se non
andate per angusti sentieri aperti sulle loro cime. Orbene di tutti questi
valichi nessuno è mai stato tanto celebrato quanto il più alto passo delle Alpi
Pennine, che era chiamato Monte di Giove. Per questa via, appunto, in ogni età
passarono, le une dopo le altre, moltitudini innumerevoli di soldati; né desta
meraviglia se in un luogo tanto esposto a pericoli i Romani eressero un tempio
al maggiore dei loro dei, per renderlo propizio alle loro legioni. Di tale
tempio, come pure della dimora ad esso congiunta e che offriva rifugio e difesa
agl’inviati degl’imperatori, oggi rimane appena qualche relitto. In tal modo
Satana si era insediato alle stesse porte dell’Italia. Da quella sede, da lui
posseduta per lungo tempo, e poi per tanti anni riacquistata dopo averla
perduta, se alla fine fu cacciato per sempre il merito è tutto di Bernardo.
Effettivamente non si può mettere in dubbio che egli abbia costretto ad
abbandonare quei luoghi i Saraceni, che li rendevano malsicuri con i loro
latrocini e con le loro incursioni, e che li profanavano avendovi resuscitato il
culto idolatrico. Di tutto questo Bernardo cancellò anche il ricordo. Come ciò
possa essere accaduto, certamente non si è realizzato senza qualche singolare
virtù. Ma un’ammirazione ancora maggiore merita il disegno che lo stesso
Bernardo concepì e realizzò.
Infatti egli non si accontentò di rimuovere da quel
luogo il tempio di Satana e i suoi ministri — il che fece pure nelle Alpi Graie,
alla Colonna di Giove, che è il passaggio dalla Francia all’Italia — ma dopo
avere eretto sulle rovine del tempio la croce trionfante di Gesù Cristo, volle
che a custodirla restassero scelti soldati dello stesso Cristo, i quali, formati
dalla sua santissima dottrina a fare il bene al prossimo, stessero senza tregua
a vigilare sulla sicurezza e la salvezza dei viandanti. Così avvenne che per
consiglio ed opera di Bernardo, ad un’altezza elevatissima della terra si
costituisse un duplice baluardo stabile di cristiana carità, il quale non potrà
mai essere celebrato con lodi pari al merito. Chi consideri bene le cose, e come
una simile impresa di Bernardo dovesse apparire, non diciamo temeraria, ma del
tutto superiore alle forze umane, non dubiterà, constatandone il felice
successo, di vedervi il dito di Dio.
Condottieri fortissimi, allo scopo di
giungere al potere per impadronirsi delle più fertili province d’Europa,
riuscirono spesso a condurre attraverso codeste gole delle Alpi innumerevoli
armate; poterono pure audacemente inoltrarsi per quelle solitudini immense
ricoperte tutte di alte nevi, e bagnarne di orme cruente il candore, senza
curarsi del numero di morti e di moribondi che dietro di sé lasciavano
abbandonati. Ma dove mai si è trovato chi fosse di animo così grande da indursi
a ivi stabilire in perpetuo sé e i suoi, con lo scopo di esporre ogni giorno a
pericolo la propria salute e la vita stessa, per la salvezza di tutti i
viandanti, che o per fame o per freddo e stanchezza sarebbero altrimenti periti?
Orbene, questo appunto è il vanto immortale di San Bernardo da Mentone, che non
solo concepì questo disegno, ma lo mise in effetto; e sono ormai ben novecento
anni che l’ospizio da lui eretto, certamente più solido che sontuoso, ebbe inizio; e ciò con quante fatiche e spese, con quanti esempi
di virtù veramente invitta!
Infatti, chi potrebbe illustrare quante e quanto
grandi benemerenze, in così lungo spazio di secoli, i religiosi di Bernardo si
sono acquistati nei confronti di gente d’ogni fede e d’ogni condizione? Quanti
soccorsi hanno recato in tempi sommamente difficili? Quanti infelici già quasi
perduti hanno strappato dalle fauci della morte? Quanto hanno giovato anche al
mutuo commercio dei popoli tenendo liberi quei tragitti alpini? S’aggiunga che
la bontà delle maniere e le tante premure e diligenze, con le quali sogliono
accogliere tutti gli ospiti e usar loro ogni ufficio di carità — come Noi stessi
più d’una volta sperimentammo — non poco conferiscono a rimuovere pregiudizi
dagli animi, se per ventura vi fossero annidati, contro la Chiesa cattolica, e a
riconciliare a lei le volontà, come a fautrice insigne d’ogni umanità. E qui Ci
piace fare le più vive congratulazioni ai diletti figli, Preposito e canonici
regolari di Sant’Agostino, i quali, mantenendo inviolato lo spirito di Bernardo,
perseverano con tanto amore in quella vetusta stazione e rifugio di cristiana
carità, aiutati da quei loro cani sagacissimi nella ricerca, prontissimi al
soccorso.
Certamente sappiamo che dai più recenti studiosi si dubita intorno
all’esatto anno di nascita di San Bernardo. Ma, lasciando impregiudicata
siffatta questione, volentieri consentiamo con te, Venerabile Fratello, che,
secondo il computo comunemente ricevuto per l’addietro ne celebri il millesimo
anniversario; tanto più che, non essendo dubbio come il presente sia
l’ottocentesimo anno da che il Vescovo di Novara, secondo l’uso di quei tempi,
attribuì gli onori della santità a Bernardo, il quale in quella città era
passato dalla terra al cielo (onori poi ratificati dall’autorità della Sede
Apostolica) anche tale ricorrenza riteniamo sia da celebrare nel corso di questi
sacri festeggiamenti. In occasione dei quali dunque, Noi, allo scopo di
accrescere, secondo la pienezza della potestà Apostolica, il culto a tanto uomo
prestato dalle genti alpine sin dall’inizio e continuato nei tempi appresso
senz’alcuna interruzione, vogliamo sia dato San Bernardo da Mentone quale
Patrono celeste non solo agli abitanti e ai viaggiatori delle Alpi, ma anche a
coloro che si esercitano a salirne le vette. Infatti, fra tutti gli esercizi di
onesto diporto, nessuno più di questo — quando si schivi la temerità — può dirsi
giovevole alla sanità dell’anima nonché del corpo. Mentre col duro affaticarsi e
sforzarsi per ascendere dove l’aria è più sottile e più pura, si rinnovano e si
rinvigoriscono le forze, avviene pure che con l’affrontare difficoltà d’ogni
specie si diviene più forti per sostenere i doveri della vita, anche quelli più
ardui. Contemplando l’immensità e la bellezza degli spettacoli, che dalle
sublimi vette delle Alpi si aprono sotto lo sguardo, l’anima si solleva
facilmente a Dio, autore e signore della natura.
Infine, perché siano più grandi
lo splendore e il frutto di codeste solennità, concediamo ben volentieri che
quanti interverranno al triduo, che si celebrerà in onore di San Bernardo,
possano lucrare una sola volta ed alle solite condizioni l’indulgenza plenaria.
A colui poi che l’ultimo giorno celebrerà il pontificale, diamo facoltà di benedire i presenti a nome e per autorità
Nostra, offrendo loro del pari l’indulgenza plenaria. Intanto, auspice dei
celesti doni e a testimonianza della particolare Nostra benevolenza, con tutto
il cuore impartiamo l’Apostolica Benedizione a te, Venerabile Fratello, al clero
e al popolo tuo, soprattutto alla nobilissima casa dei Conti di Mentone
Dato a Roma, presso San Pietro, il 20 agosto 1923, anno secondo del Nostro
Pontificato.
PIUS PP. XI