LETTERA DECRETALE
DI SUA SANTITÀ PIO XI
"GEMINATA LAETITIA"
CHE PROCLAMA SANTO
DON GIOVANNI BOSCO
Il Vescovo Pio, Servo dei Servi di Dio.
A perpetua
memoria.
Di doppia letizia, in questo giorno che fece il Signore, esulta con Noi
l’intiera Chiesa di Cristo, mentre, indossata la veste nuziale, tra canti e inni
di gioia va incontro al Divino suo Sposo, magnifico vincitore della morte e
dell’inferno, e nello stesso tempo consacra solennemente un altro suo figlio,
Giovanni Bosco, onore fulgidissimo della nostra Italia e di tutto l’orbe
cattolico. Ed anche Noi, cui Dio benignissimo, nel corso di quest’anno giubilare
ora volgente al termine, concesse di onorare coll’infula della santità non pochi
uomini e donne prestantissimi per virtù, abbiamo vivamente desiderato di
celebrare questo giorno di Pasqua. Oggi invero a Noi, forti dell’infinita virtù
del Sangue del Crocifisso Redentore, mercé la vicaria potestà della quale siamo
insigniti, vien concesso di aggiungere a quella schiera di Santi un altro eroe
della santità, il quale, per i tanti e sì grandi benefìci che alla religione e
alla civiltà continuamente apporta per mezzo della sua spirituale figliolanza,
vivrà in memoria ed in benedizione sino agli ultimi tempi: vogliam dire Giovanni
Bosco, « il quale pochi anni or sono annoverammo nei fasti dei Beati, e che
(dolce è ancora all’animo il ricordo) non solo con l’aspetto e con la parola
confortò la Nostra giovinezza, ma pur anco per le meravigliose sue opere e per
lo splendore della sua virtù si attirò tutta la Nostra ammirazione ».
Egli
nacque in Murialdo, piccolo borgo campestre, e propriamente nella frazione detta
volgarmente dei Becchi, vicino a Castelnuovo di Asti, il 16 agosto 1815 da
Francesco e Margherita Occhiena di condizione contadini, ma di esimia pietà e
ottimi costumi. A tre anni non ancor compiuti rimasto orfano di padre, trascorse
la puerizia e l’adolescenza sotto la tutela e la prudente disciplina della
amatissima sua madre, in condizioni assai povere, ma informando sommamente
l’animo ad ottimi sensi di religione, pietà e semplicità di costumi. Ben presto
nel giovinetto, insieme con la pietà e l’ottima indole, risplendette
l’acutissimo ingegno e la tenacissima memoria, talmente che nelle scuole, che
poté frequentare attraverso immense difficoltà, non soltanto facilmente
intendeva quanto dai maestri veniva insegnato, ma fermamente riteneva a memoria,
ed a meraviglia riusciva a ripetere quasi parola per parola ai suoi coetanei le
prediche ascoltate in chiesa. E preludendo fin d’allora al suo futuro
apostolato, a giorni fissi, specialmente festivi, li raccoglieva sotto il
nome di compagnia dell’allegria per ricrearli ed educarli alla religione ed alla
virtù, avviandoli alla vita cristiana con ingegnosi mezzi.
Con grande impegno
seguì gli studi ginnasiali in Chieri dove, per le misere condizioni di famiglia,
dovette, per tirare avanti la vita, sobbarcarsi a faticosi lavori.
Per consiglio
specialmente e con l’aiuto di Giuseppe Cafasso, sacerdote di preclara santità,
da Noi stessi elevato all’onore dei beati nel 1925, entrò nel seminario
arcivescovile di Chieri nell’ottobre del 1835, dove, compiuti gli studi di
filosofia e di teologia, il 5 giugno 1841 fu consacrato sacerdote. Ricusata
l’offerta di lucrosi uffici, per tre anni attese nel Convitto di San Francesco
d’Assisi in Torino allo studio della teologia morale, nel quale tempo sotto la
guida ed il magistero del B. Giuseppe Cafasso cominciò ad esercitare il
ministero sacerdotale in quella maniera particolare, secondo cui nell’animo suo,
tutto infiammato dell’amore di Dio e del prossimo, egli lo concepiva: ministero
principalmente di carità, e perciò da assumersi non per l’utilità personale del
sacerdote, ma unicamente per il bene e la salute delle anime. Perciò soleva
visitare i tugurii dei poveri, gli ospedali, e le carceri per portare aiuto e
conforto con effusione di carità a tanti infelici, esercitandosi in ogni opera
del sacro ministero con grande profitto delle anime.
Ma più che d’ogni altro
preferiva occuparsi dei ragazzi e dei giovani, specialmente di quelli che,
abbandonati dai genitori, trascinavano una vita oziosa ed errabonda tra le
insidie della strada, senza che alcuno pensasse a parlare loro di Dio e li
educasse all’onestà del vivere. E ritenendo che proprio questa fosse la
particolare missione dalla Provvidenza di Dio assegnatagli, già, come si narra,
prevista in sogno fin dalla sua fanciullezza, e cioè condurre sulla via della
salute i ragazzi specialmente dell’infima plebe, dopo matura riflessione, con
generoso animo stabilì di consacrarsi completamente all’attuazione di
quest’opera, tanto più che già prevedeva quanto essa fosse per giovare
all’intera società civile.
Pertanto animato dallo spirito di San Filippo Neri e
di San Francesco di Sales, tutti i ragazzi che incontrava per le vie, nelle
osterie, nei cortili e nelle officine, benevolmente li accostava e li traeva a
sé con soavissima carità, li ricreava con svariati giochi e divertimenti, in
modo che numerosissimi accorrevano, d’ogni parte, a lui come padre amatissimo: e
così nacque l’Oratorio Salesiano. Per tre anni radunò i ragazzi presso la Chiesa
di San Francesco d’Assisi; poi essendo stato eletto Direttore spirituale del
Rifugio, fondato dalla marchesa Barolo per raccogliere le fanciulle periclitanti,
col consenso dell’Arcivescovo, trasportò colà l’Oratorio. Ma dopo sette mesi,
avendo la marchesa bisogno dei locali dove si radunavano i ragazzi, il Servo di
Dio, coll’aiuto dell’Arcivescovo, ottenne dal Municipio la Chiesa di San
Martino, detta volgarmente dei Molassi. Ma poco dopo, per le proteste dei
vicini, ai quali dava troppo fastidio l’allegro schiamazzare dei ragazzi, fu
obbligato a trasmigrare nel vecchio e abbandonato cimitero di San Pietro in
Vincoli. È incredibile a dirsi quante fatiche, quanti contrasti, quante calunnie e persecuzioni il nostro Giovanni abbia sofferto, ed è
veramente da ammirare l’aiuto divino, il quale talmente sostenne il suo servo
fedele che, dapprima cacciato di luogo in luogo, da tutti deriso, povero e quasi
profugo, riparò poi con i suoi ragazzi in quel prato suburbano e allora deserto,
detto volgarmente Valdocco, dove finalmente in seguito poté, coll’aiuto della
Divina Provvidenza, fondare la Casa Madre del suo futuro Istituto, e costruire
gli edifici necessari e adatti alla convivenza e all’educazione dei ragazzi, da
cui, come da inesausta fonte, si sarebbero diffuse pel mondo, sempre più larghe
e benefiche, le elette propaggini. Fondato e stabilito quel primo Oratorio, così
come abbiamo detto, non appena se ne riconobbe da tutti la grande utilità, il
nostro Giovanni ne eresse altri sullo stesso modello, nei quartieri suburbani
della città più miserabili, da tutti interamente trascurati, e secondo la sua
pietà li volle dedicati a San Giuseppe sposo di Maria, all’Angelo Custode e a
San Luigi Gonzaga.
Intanto aveva chiamato presso di sé la madre, donna veramente
forte e piissima, inducendola a lasciare la casa paterna e andare a dividere con
lui le cure e le angustie di quel suo apostolato; e con l’aiuto di lei istituì
presso l’oratorio di San Francesco di Sales, nella stessa sua dimora, un ospizio
per i ragazzi abbandonati, privi di pane, di vesti e di tetto, quotidianamente
esposti ad ogni genere di miserie, di insidie e di seduzioni. Ma la povera casa
ben presto risultò assolutamente insufficiente per la moltitudine di coloro che
di giorno in giorno venivano accettati, e a poco a poco fu ampliata con nuove
costruzioni, cosicché nel 1860 poteva già ricoverare quattrocento ragazzi, e
dieci anni più tardi quasi ottocento. Questi ragazzi, educati con metodo
pedagogico interamente nuovo, come diremo più avanti, in un primo tempo erano
dal Servo di Dio allogati presso alcuni proprietari di officine della città
perché v’imparassero qualche mestiere; ma avendo poi riscontrato che, sebbene i
padroni fossero buoni e morigerati, tuttavia i giovani erano spesso soggetti al
malo esempio e alle insidie dei cattivi compagni, cominciò a pensare ad aprire
dei laboratorii interni, e coll’aiuto evidente della Divina Provvidenza nel 1853
poté aprire un laboratorio di calzolai, al quale poté in seguito aggiungere
altri laboratorii, dove lo stesso Servo di Dio, in principio, insegnava i vari
mestieri nei quali da giovane si era esercitato.
Sino a questo punto non
mancarono a Giovanni uomini di buona volontà, sia del clero sia del laicato, che
si offersero generosamente ad aiutarlo in un’opera così benefica; ma intralciati
dai loro doveri personali, o dai loro affari, sebbene a malincuore, a poco a
poco si ritirarono dall’impegno nobilissimo assunto. La necessità di rimediare a
tale fatto preoccupava molto Giovanni fin dal principio del suo apostolato, nel
timore che colla sua morte tutto andasse in rovina. Perciò, consigliatosi con
uomini di riconosciuta prudenza, tra cui il Beato Giuseppe Cafasso, ed esortato
dallo stesso Sommo Pontefice Pio IX di santa memoria, stabilì di fondare una
nuova società religiosa, dalla quale, confidando unicamente in Dio, sperava di
avere molti operai per la copiosa messe. All’uopo scrisse le Regole o
Costituzioni, adatte massimamente ai nuovi tempi, le quali presentate al
giudizio della Sede Apostolica, osservate le consuete norme, nel 1874 furono approvate dal nostro già ricordato Predecessore
Pio IX, e così fu canonicamente costituita la Pia Società di San Francesco di Sales.
E per provvedere in ugual maniera anche alle fanciulle del popolo, Don
Bosco a questa Società aggiunse un Istituto di Sacre Vergini che chiamò Figlie
di Maria Ausiliatrice. Altra opera del Servo di Dio, degna di essere ricordata,
fu quella cosi detta dei Figli di Maria fondata dapprima in Sampierdarena, e
diffusa in seguito in Torino ed in altre città del mondo, il cui scopo,
approvato dal suddetto Sommo Pontefice Pio IX, era di coltivare le vocazioni
ecclesiastiche negli adulti.
Né s’ha da passare sotto silenzio l’istituzione dei
Cooperatori, ossia un’associazione di fedeli cristiani, per lo più laici, che
animati dallo spirito della Società Salesiana, e con essa pronti ad ogni opera
di carità dessero, secondo le circostanze, valido aiuto ai Parroci, ai Vescovi
ed allo stesso Sommo Pontefice; nobile germe dell’Azione Cattolica. Questa
Unione, approvata dalla Sede Apostolica fin dal 1876, fu arricchita di privilegi
e d’indulgenze e ad essa vollero essere inscritti gli stessi nostri Antecessori
Pio IX e Leone XIII, e così pure molti Vescovi e Cardinali di Santa Romana
Chiesa e innumerevoli fedeli; talché, ancor vivente il Servo di Dio, i
Cooperatori, non solamente in Italia, ma sparsi quasi in ogni regione del mondo,
salivano a circa ottantamila, ed oggi, come vien riferito, salgono ad oltre un
milione, coll’aiuto dei quali Giovanni non soltanto moltiplicò i prodigi della
sua carità, ma, apostolo ferventissimo della pietà e del culto divino, eresse
molte cappelle e chiese, tra cui due magnificentissimi templi: l’uno dedicato a
Maria Ausiliatrice in Torino e l’altro al Cuore Sacratissimo di Gesù, in questa
alma Città al Castro Pretorio, ambedue veramente degni di ammirazione e di
memoria.
Pertanto coll’opera attiva delle due Società fondate e col valido aiuto
dei Cooperatori sopra ricordati, Giovanni propagò e diffuse per l’Italia e per
l’Europa altri Istituti formati ad esempio del suo primo Oratorio di Torino, e
colla fondazione d’innumerevoli oratorii, ospizi, collegi, nella sua santa
attività abbracciò già molte regioni del mondo, educatore principe della
gioventù novella, con metodo, come sopra dicemmo, nuovissimo, il quale nella
pedagogia segnò un cammino molto eccellente e sicuro. Poiché ardentissimo
com’egli era, di zelo per la salute delle anime, aveva certo di mira il fine
civile e sociale, ma questo sottometteva al fine religioso, da cui, come effetto
da causa, dovevano il fine civile e quello sociale discendere. Siffatti sensi di
ordinata carità rispecchiavano sia le norme e le regole, sia lo stesso metodo di
educazione intimamente connesso coll’istruzione religiosa e morale negli
oratorii, ospizi e collegi. Secondo quel detto divino « Principio della sapienza
è il timore di Dio », la religione doveva permeare l’intera vita degli alunni.
Perciò, avanti e sopra ogni altra cosa non solo volle che i giovani conoscessero
gli elementi della dottrina cristiana, ma con istruzioni e sermoni adatti ebbe
inoltre cura di premunirli contro gli errori e le insidie dei novatori, nemici
del nome cristiano. E mentre ne assicurava la fede, con ogni cura tutti li
informava al sentire e al vivere cristiano, sia raccomandando la frequenza ai sacramenti, sia insinuando la pratica delle virtù
con adatte compagnie, sia promovendo fra gli alunni l’apostolato del mutuo buon
esempio con industriose invenzioni e con adatte istruzioni. Quanto poi a ciò che
si riferisce più propriamente e strettamente all’educazione morale, il Servo di
Dio s’era formato questo metodo: cioè mirare ad impedire il male con l’assidua
vigilanza, col parlare affabile, e specialmente con la dolcezza e
l’amorevolezza; metodo ch’egli stesso chiamò: sistema preventivo; metodo
veramente nuovo, come già dicemmo, secondo il quale l’animo del giovanetto viene
educato più col prevenirne le mancanze che col punirle. La stessa ricreazione fu
per Giovanni Bosco mezzo di educazione e parte del suo sistema; poiché pensando
di dovere evitare anzitutto l’ozio, padre dei vizi, e la Sua compagna, la
tristezza, allo studio ed al lavoro intramezzava frequentemente il gioco, e
nulla gli era più caro e gradito quanto il sentire i cortili delle case
salesiane risuonare delle grida, degli schiamazzi e del chiasso dei suoi
ragazzi.
Quanti e quanto ubertosi frutti si siano ottenuti seguendo questo
spirito, questo metodo, e specialmente questo maestro e direttore, bene lo
dimostrano i fatti; invero non solo ottimi operai e cittadini esimi in
grandissimo numero uscirono dai suoi ospizi; moltissimi allievi delle scuole e
dei collegi salesiani datisi alla carriera pubblica e civile od alla milizia, o
al clero, diedero con la virtù e la religiosità ottima testimonianza ai loro
istitutori; alcuni poi, come riferiscono le Cronache dell’Oratorio Salesiano,
per l’innocenza della vita, e l’ardore della pietà raggiunsero eccelse vette;
tra essi Ci piace ricordare quel candidissimo giglio di santità, che fu il
Venerabile Domenico Savio, le cui virtù Noi stessi, il nove luglio dello scorso
anno, con solenne decreto dichiarammo aver raggiunto il grado eroico.
Mentre i
Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice con tanta cura si occupano
dell’educazione cristiana e civile della gioventù e dovunque si aprono oratorii,
ospizi, collegi, seminarii e perfino scuole agricole, Giovanni Bosco, che,
acceso di zelo per le anime, già da tempo meditava di mandare i suoi figli a
predicare il Vangelo di Cristo alle genti ancor barbare, inviò il primo manipolo
di missionari della sua famiglia sotto la guida di Giovanni Cagliero, di santa
memoria, nelle ultime spiagge dell’America Meridionale, cui seguirono poi
innumerevoli salesiani anche in altre parti del mondo, e in un secondo tempo
anche le Figlie di Maria Ausiliatrice corsero a coadiuvare le opere missionarie
di ogni genere intraprese dai Salesiani. E con non minore generosità d’animo il
Servo di Dio si prese cura degli italiani emigrati in America che i Salesiani
spessissimo riuscirono a ricondurre alla fede avita, a consolidarli se
vacillanti, ad aiutarli efficacemente di consiglio e di opera, specialmente
aprendo oratorii, scuole e collegi per i fanciulli italiani.
Con lo stesso fervore col quale cercò di guadagnare nuove province al Regno di
Cristo, Giovanni valorosamente si affaticò per difendere le antiche da ogni
assalto di eretici e di nemici, così che primeggiò di gran lunga tra i più forti
e coraggiosi che nel passato secolo difesero la disciplina e la fede cattolica.
Poiché Egli nel gran turbine di tempestose
vicende che in quel tempo travagliava la Chiesa Cattolica, agli errori dei
protestanti e dei novatori qua e là diffusi, e agli speciosi sofismi che ad
opera di uomini di sfrenato intelletto, aberranti della retta fede,
serpeggiavano dovunque, valorosamente si oppose, non soltanto con le prediche e
le dispute, ma anche stampando libri e riviste, nelle quali difendeva i dogmi
della religione e la storia della Chiesa, mirando così a proteggere la religione
del popolo cristiano in quella stessa maniera e con le stesse armi con cui dagli
avversari veniva combattuta per mezzo di una colluvie di libri e stampe
periodiche.
Con uguale ardore fortemente difese i diritti e la libertà della
Chiesa e del Romano Pontefice contro gli audaci assalti delle sette con la
parola e con libri che man mano andava pubblicando, per la qual cosa ebbe a
patire non poche persecuzioni che subì molto pazientemente e che con l’aiuto di
Dio, destreggiandosi con somma accortezza e sagacia, superò felicemente. Sottile
indagatore dell’indole e delle idee del suo tempo e prudente estimatore di ogni
novità, acutamente comprese dovere egli adoperare per la difesa e la propaganda
della verità tutti i mezzi ai quali i figli delle tenebre, più accorti dei figli
della luce, si appigliavano per combatterla: perciò promosse gli studi, coltivò
l’amore del sapere, non esitò a rivolgere tosto in favore ed aiuto della
religione tutti i trovati del progresso umano e civile; e così primo in Italia
aprì gli oratori festivi per i giovani d’ambo i sessi, le scuole domenicali e
quelle serali per i figli del popolo; primo egli introdusse nelle scuole del
Piemonte il sistema metrico decimale e gli esercizi ginnastici; coronò con
l’insegnamento della musica l’educazione artistica dei giovani, e adottò nei
suoi laboratori i macchinari più moderni e più perfetti.
Così pure ebbe cura che
coloro che si dedicavano all’insegnamento nelle sue case, sia dei Salesiani, sia
delle Figlie di Maria Ausiliatrice, conseguissero i diplomi nelle Università
dello Stato, al fine di prevenire il pericolo che venisse impedito di tenere le
scuole.
All’ardore per la difesa della fede e dei costumi congiungendo le virtù
della prudenza e della carità, trattò gli avversari sempre in maniera da
cattivarseli; onde in quei turbolentissimi tempi tolse ai nemici del
cristianesimo ogni specioso pretesto di persecuzione, non permettendo mai, né a
se stesso, né ai suoi istituti di immischiarsi di politica. E quando per le
leggi faziose e gl’insidiosi maneggi delle sette sorsero gravi controversie tra
la Sede Apostolica e il nuovo Regno d’Italia, tanto il Romano Pontefice quanto
gli stessi ministri del Re gli affidarono spinose questioni da risolvere,
dovendosi trattare dell’elezione dei Vescovi di non poche diocesi, vedovate dei
loro pastori. Infatti Giovanni Bosco ebbe sempre in mira e desiderò vedere
appianato secondo pace e giustizia quel funestissimo dissidio che aveva spezzato
l’unità spirituale della sua diletta patria, dissidio che finalmente, per opera
di Dio, col plauso dell’intero orbe cattolico, in questi ultimi tempi si è
felicemente composto.
Tante e sì grandi e benefiche opere intraprese, come
abbiamo detto, con sagace intuito delle necessità del nostro tempo, e il più
delle volte condotte a termine nonostante la
contrarietà e le contraddizioni del secolo, unite coll’esercizio eroico di tutte
le virtù, al cui splendore si aggiungeva quello dei doni soprannaturali delle
estasi, della scrutazione dei cuori, delle profezie, delle visioni e dei
miracoli, di cui Dio aveva arricchito il suo Servo, resero universale l’opinione
che, per provvidentissima disposizione divina, allo scopo di promuovere la
restaurazione cristiana dell’umana società, deviata dal sentiero della verità,
Dio avesse appunto inviato Giovanni Bosco, l’uomo cioè che, di umili natali,
ignoto e povero, senza alcuna ambizione e cupidigia, ma sospinto dalla sola
carità verso Dio e verso il prossimo, zelantissimo della gloria di Dio,
benemerentissimo della civiltà e della religione, riempì il mondo del suo nome.
Ma insieme colla gloria del suo nome, talmente crebbe, lui vivente, la fama
della sua santità, che non rimase quasi città, non solo in Italia, ma anche in
Europa e in altre nazioni ancor più lontane, ove il suo nome non fosse
conosciuto e venerato. Giovanni Bosco, circonfuso dalla purissima luce di sì
splendida fama, non offuscata mai da alcuna minima nube, si avviava al suo
trapasso. Le continue e ingenti fatiche da lui sostenute nel suo attivissimo
apostolato, a poco a poco consumarono le sue forze; il che costituì la vera
natura della malattia che lo trasse al sepolcro. Sullo scorcio dell’anno del
Signore 1887 cadde gravemente malato, e per quaranta giorni con molta pazienza e
rassegnazione alla divina volontà, col volto sempre sereno e sorridente com’era
suo costume, sopportò i dolori e gl’incomodi della sua malattia, e finalmente
tra le lacrime di tutti i Superiori della sua Società e degli allievi più
anziani che l’assistevano, dopo aver dato consigli pieni di sapienza, e ricevuti piissimamente gli estremi Sacramenti della Chiesa, sull’alba del 31 gennaio 1888
con placidissima morte se ne volò alla patria celeste. Il cadavere, vestito dei
sacri paramenti, fu esposto nella chiesa di San Francesco di Sales; immenso fu
l’accorrere del popolo a visitare la salma, e al solenne accompagnamento
funebre, cui presero parte Vescovi, canonici, parroci, e moltissimi sacerdoti
giunti anche da lontani paesi, ed una moltitudine di fedeli ascendente a circa
seimila persone, mentre lungo il tragitto assistevano oltre centomila persone
tra cui molte intervenute da altre città d’Italia, dalla Francia e dalla
Svizzera, talmente che, più che un funerale, sembrò un vero trionfo o la
traslazione delle reliquie di un Santo. Celebrate le esequie nel tempio di Maria
Ausiliatrice, le sacre spoglie, per concessione delle Autorità civili furono
trasportate al Seminario delle Missioni che prima il Servo di Dio aveva aperto
in Val Salice presso Torino, ed ivi accolte con solenne pompa ed onorificamente
deposte.
La fama di santità che giustamente si era meritato in vita, crescendo
di giorno in giorno, moltissimi intrapresero a frequentare il sepolcro del Padre
e fondatore, sia per onorarlo, sia in adempimento di voti, sia per invocarne
l’aiuto presso Dio; e correndo la voce che non pochi miracoli fossero operati da
Dio ad intercessione del suo Servo, nell’animo di tutti sorse fervente il
desiderio che Giovanni Bosco fosse da questa Apostolica Sede posto nel novero
dei Santi. E così appena dopo due anni dalla sua morte, anche ad istanza di
uomini eletti per ingegno, virtù, e dignità ricoperte, si incominciò a trattare
presso la Sacra Congregazione dei Riti, per
la introduzione della Causa della sua Beatificazione e Canonizzazione, e
terminato presso la Curia ecclesiastica di Torino con l’ordinaria autorità il
così detto processo informativo sulla fama di santità della vita, delle virtù e
dei miracoli dello stesso Servo di Dio, ed esaminato accuratamente dalla stessa
Sacra Congregazione, il Nostro Predecessore Pio XI di s. m. firmò la Commissione
dell’Introduzione della Causa il 24 luglio del 1907. In seguito, compiuti,
secondo le norme canoniche i processi Apostolici, Noi stessi il 20 febbraio 1927
con solenne decreto sancimmo che il Venerabile Servo di Dio Giovanni Bosco aveva
esercitato in grado eroico le virtù teologali e cardinali.
Quindi si trattò di
due miracoli operati da Dio ad intercessione dello stesso suo Servo, ed
essendosi in ogni cosa proceduto a norma del diritto vigente, il 19 marzo 1929
Noi stessi solennemente decretammo: « Constare dell’istantanea e perfetta
guarigione di Suor Provina Negro da ulcera rotonda allo stomaco », nonché della
« instantanea e perfetta guarigione di Teresa Callegari da poliartrite acuta
post-infettiva e da altre lesioni che avevano ridotto l’inferma allo stato di
marasma ». Pubblicato poi il 21 aprile dello stesso anno il cosiddetto decreto
del "Tuto", con Nostra lettera Apostolica in data 2 giugno decretammo gli onori
dei Beati allo stesso Venerabile Giovanni Bosco, e nello stesso giorno con
ingente concorso di popolo e col plauso di tutto l’orbe cattolico ebbe luogo
nella Basilica Vaticana la solenne Beatificazione.
L’anno seguente, crescendo ognor più il fervore e la devozione dei fedeli verso il nuovo Beato, e correndo
la fama che Iddio benignissimo con nuovi miracoli si era degnato confermarne ed
aumentarne la gloria, fu ripresa la Causa per la canonizzazione dello stesso
Beato: e il 18 giugno, dal Nostro diletto figlio Francesco Tomasetti,
diligentissimo Procuratore e Postulatore Generale della Pia Società di San
Francesco di Sales, furono proposte due guarigioni miracolose, che sarebbero
state operate da Dio Onnipotente ad intercessione del Beato Giovanni Bosco,
l’una a Rimini e l’altra a Innsbruck, intorno alle quali si istruirono i
processi apostolici. Ma all’inizio dell’esame, essendosi per giusti motivi messa
da parte la guarigione avvenuta a Innsbruck, si instituì il processo sopra
un’altra guarigione miracolosa che, ad intercessione dello stesso Beato, si
diceva Iddio avesse operato nella città di Torino.
La prima guarigione sarebbe
così avvenuta: La signora Anna Maccolini nell’ottobre del 1930 fu colpita da
bronco-polmonite influenzale che durò sino al febbraio dell’anno seguente. Verso
la metà del dicembre dello stesso anno 1930 a detta malattia si aggiunse una
flebite alla gamba ed alla coscia sinistra, la quale invase l’intiero arto sì da
gonfiarlo oltre il doppio e immobilizzarlo.
Ora la flebite, già grave nei
giovani, nei vecchi riesce molto più grave per il pericolo della cancrena
proveniente da arteriosclerosi. Pertanto i due medici curanti, d’accordo nella
diagnosi, considerata l’età dell’inferma, che saliva a 74 anni e specialmente
l’affezione influenzale, emisero prognosi quasi certamente infausta per la vita
stessa dell’inferma. Che poi sia impossibile la guarigione istantanea della
flebite è dottrina comune presso tutti i medici. Ed ecco che la signora Anna, una notte, sul finire dello stesso anno, dopo aver fatto
un triduo al Beato Giovanni Bosco ed aver posto sull’arto una reliquia del
medesimo, all’istante si trovò perfettamente guarita dalla flebite, senza più
alcun dolore e senza gonfiezza all’arto, tornato libero e naturale il movimento
e libera la flessione. Oltre i medici curanti, altri che, quali periti, più
volte esaminarono la signora dopo parecchi mesi, attestarono della perfetta
guarigione; così pure altri tre periti scelti dalla Sacra Congregazione dei Riti
all’unanimità convennero nella diagnosi, nella prognosi, e nel riconoscere la
guarigione come miracolosa.
La seconda guarigione, che, come s’è detto sopra,
ebbe luogo in Torino, così sarebbe avvenuta. La signora Caterina Lanfranchi,
moglie di Alessandro Pilenga, soffriva di diatesi artritica. L’artrite l’aveva
colpita specialmente alle ginocchia e ai piedi con lesioni organiche, e per di
più in forma gravissima riguardo alla funzione degli arti, sebbene senza
pericolo per la vita. Riuscite vane tutte le cure, incominciate fin dal 1903,
per ben due volte peregrinò a Lourdes, ma non avendo ottenuta la guarigione
dalla Beata Vergine nemmeno nel secondo pellegrinaggio compiuto ai primi del
maggio 1931, prima di ripartire da Lourdes, così pregò Maria Santissima: «
Poiché qui a Lourdes non ho ottenuto la guarigione, concedetemi almeno per la
devozione che nutro verso il Beato Giovanni Bosco che egli me la possa ottenere
in Torino ». Di ritorno dalla Francia, trovandosi ella nelle stesse condizioni,
il 6 maggio si recò alla Basilica di Maria Ausiliatrice in Torino; coll’aiuto
della sorella e del vetturino discende dalla carrozza, entra nel tempio e si
siede a pregare avanti all’urna ov’è il corpo del Beato Giovanni. Poco dopo per
circa venti minuti rimane genuflessa. Sorge, va all’Altare della Beata Vergine e
nuovamente s’inginocchia. Allora, come tornando in sé, si accorge d’essere
guarita; senza alcuno aiuto, da quel momento, cammina liberamente tra lo stupore
dei presenti, che la sapevano impedita di camminare; sale e discende la carrozza
e le scale senza alcun impedimento. La guarigione da allora perdurò, come
attestarono tre periti; i medici curanti poi, i testimoni ed i periti nominati
d’ufficio dalla Sacra Congregazione dei Riti, unanimi attestarono il miracolo.
D’ambedue le guarigioni si discusse accuratamente secondo le norme del diritto,
e finalmente Noi il 19 novembre dell’anno ora decorso, solennemente dichiarammo:
« Constare dei due miracoli operati da Dio ad intercessione del Beato Giovanni
Bosco, e cioè: della guarigione perfetta ed istantanea sia di Anna Maccolini da
grave flebite all’arto sinistro, sia di Caterina Pilenga nata Lanfranchi, da
grave artrite cronica alle ginocchia ed ai piedi ». Un’ultima cosa rimaneva da
discutere, cioè se, data l’approvazione dei due miracoli, operati dopo la
venerazione concessa dalla Sede Apostolica allo stesso Beato, si potesse
procedere con sicurezza [tutto, secondo la formula d’uso] alla sua solenne
Canonizzazione. Il quale dubbio, discusso secondo le regole, Noi, già avuto in
precedenza l’unanime voto favorevole sia dei Nostri venerabili Fratelli
Cardinali, sia dei diletti figli, ufficiali, prelati e consultori della Sacra
Congregazione dei Riti, il 3 dicembre dello stesso anno solennemente dichiarammo
« potersi sicuramente procedere alla canonizzazione del Beato Giovanni Bosco ».
Poi, osservando tutto quanto in questa vicenda
di tanta importanza sapientissimamente è stato ordinato dai Nostri Predecessori,
convocammo dapprima presso di Noi i Nostri venerabili Fratelli, i Padri
Porporati di S. R. Chiesa, nel Concistoro, così detto secreto, il 21 dicembre
dello stesso anno. In esso il diletto Nostro figlio Camillo Cardinale Laurenti,
Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, tenne un discorso sulla vita, sulle
virtù e sui miracoli sia del Beato Giovanni Bosco, sia del Beato Pompilio Maria
Pirrotti, confessore, sacerdote professo dell’Ordine dei Chierici Regolari dei
Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie, e delle Beate Maria Michela del
Santissimo Sacramento, vergine fondatrice delle Suore Ancelle del Santisssimo
Sacramento e della Carità, e Ludovica de Marillac, vedova Le-Gras, co-fondatrice
della Società delle Figlie della Carità, e illustrò gli atti, che la Sacra
Congregazione, previo accurato esame, aveva ammessi ed approvati nelle Cause
degli stessi Beati; in seguito a che, Noi richiedemmo i voti dei singoli
Cardinali; e ciascuno di essi Ci manifestò il proprio parere. Terminato
felicemente il Concistoro secreto, ebbe luogo immediatamente il Concistoro che
chiamiamo pubblico, per la solenne perorazione delle cause dei sopraddetti
Beati. La perorazione per la causa del Beato Giovanni Bosco fu fatta dal diletto
figlio Giovanni Guasco avvocato della Nostra Aula Concistoriale. Noi però,
sebbene avessimo già espresso vivissimamente il desiderio di adornare del
diadema della santità quei Beati che tanto si affaticarono ad ampliare il Regno
di Cristo e di proporli all’universale ammirazione ed imitazione, tuttavia,
affinché, in cosa di sì grande importanza si osservassero tutte le norme
trasmesse dai Nostri maggiori, dicemmo esser necessario che, prima di
manifestare il Nostro giudizio, si tenesse il cosiddetto Concistoro
semi-pubblico, nel quale nuovamente i Cardinali di S. R. Chiesa e tutti i
Patriarchi, Arcivescovi e Vescovi che sarebbero intervenuti, singolarmente Ci
manifestassero il loro voto. Frattanto ammonimmo tutti di impetrarCi dal Santo
Divino Spirito maggior quantità di lumi celesti. Per la qual cosa ordinammo che
a ciascuno di loro fosse inviata copia degli atti riguardanti la vita, le virtù,
i miracoli, e le cause dei singoli Beati, acciocché, esaminata e ponderata
accuratamente ogni cosa, ciascuno potesse farne adeguato giudizio e
manifestarCelo. Questo Concistoro, così detto semi-pubblico, ebbe luogo nel
Palazzo Apostolico Vaticano il 15 dello scorso gennaio, e in esso Noi, dopo
rivolta la nostra parola a tutti gl’intervenuti, domandammo il parere di
ciascuno e ne ricevemmo i voti, dai quali, non senza Nostra grande letizia,
rilevammo tutti consentire unanimemente all’elevazione dei sopraddetti Beati
agli onori dei Santi. Decretammo pertanto che il solenne rito della
Canonizzazione degli stessi Beati si celebrasse con la dovuta pompa e
grandiosità nella Basilica Vaticana. Quanto poi al Beato Giovanni Bosco, per la
sua iscrizione al catalogo dei Santi scegliemmo questo giorno cioè il primo del
mese di aprile, solennità della Risurrezione di Nostro Signor Gesù Cristo. Ed al
fine di compiere ciò in maniera fausta e felice, tutti i presenti caldamente
esortammo nel Signore a conciliarCi con le preghiere l’aiuto celeste e, secondo
l’uso, invitammo i Nostri diletti figli Protonotari Apostolici presenti di
stendere pubblico strumento dei fatti compiuti.
Venuto il
designato giorno auspicatissimo, tutti gli ordini del clero sia secolare che
regolare, moltissimi prelati ed ufficiali della Curia Romana, Abbati, Vescovi,
Arcivescovi, Patriarchi e venerabili Nostri fratelli Cardinali di S. R. Chiesa
si portarono nella Basilica di San Pietro, adornata sontuosamente e già stipata
da una folla immensa di fedeli accorsi da tutte le nazioni del mondo, ed in essa
anche Noi con solenne pompa facemmo il Nostro ingresso. Indi, adorato
devotamente l’Augustissimo Sacramento, salimmo alla Nostra Cattedra e su di essa
sedemmo. Allora il diletto Nostro Figlio Camillo Cardinale Laurenti, Prefetto
della Sacra Congregazione dei Riti e Procuratore di questa Canonizzazione,
perorando il diletto figlio Giovanni Guasco, Avvocato dell’Aula Concistoriale,
instantemente domandò che Ci degnassimo di elevare ai sommi onori celesti il
Beato Giovanni Bosco: il che, ripetuto dallo stesso Cardinale, e dallo stesso
avvocato una seconda ed una terza volta, e cioè, come dicesi, instantius, e poi
instantissime, interposta, prima di esporre l’oracolo Nostro, la supplicazione
alla Corte celeste, e devotissimamente implorato il lume del Superno Spirito,
Noi, Vicario di Gesù Cristo e supremo Maestro della Chiesa Cattolica, proferimmo
solennemente questa Nostra tanto desiderata sentenza: « Ad onore della Santa ed
Individua Trinità, ad esaltazione delle fede cattolica e ad incremento della
cristiana religione, con l’autorità di Gesù Cristo, Signore Nostro, dei Beati
Apostoli Pietro e Paolo, e Nostra, premessa matura deliberazione e implorato più
volte l’aiuto divino, e col consiglio dei Nostri venerabili fratelli Cardinali
di S. R. Chiesa, dei Patriarchi, degli Arcivescovi e dei Vescovi presenti
nell’Urbe, decretiamo che il Beato Giovanni Bosco è santo, e lo ascriviamo nel
catalogo dei Santi, stabilendo che la sua memoria ogni anno debba essere
celebrata con pia devozione dalla Chiesa Universale nel giorno del suo natale,
cioè 31 gennaio, tra i Santi Confessori non Pontefici. Nel nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo ».
Pronunciata da Noi la formula della
Canonizzazione, annuendo alla preghiera fattaCi dal suddetto Avvocato
Concistoriale in nome del Cardinale Procuratore, ordinammo che si estendesse e
si spedisse col sigillo plumbeo questa Lettera decretale; ordinammo ancora ai
Protonotari Apostolici che a perpetua memoria di questa Canonizzazione ne
rogassero pubblico istrumento. Quindi, dopo aver reso all’onnipotente Iddio,
insieme con tutto il clero ed il popolo le dovute grazie per sì grande
beneficio, Noi, primi, implorammo devotissimamente, dallo stesso Eterno Padre,
il Patrocinio del novello santo. Successivamente Ci avvicinammo all’altare
Maggiore per incominciare il Sacrosanto Sacrificio della Messa. Dopo l’Evangelo
tenemmo ai presenti una breve omelia, nella quale volemmo proporre
all’ammirazione ed alla imitazione dei fedeli quelle cose che Ci parvero più
importanti nella vita di San Giovanni Bosco, così piena e splendente di tante
opere meravigliose, e tutti esortammo a studiare amorosamente e ad imitare
questo eroe della santità cristiana « e così, concludemmo, avverrà
certamente che col suo favore e colla sua intercessione anche noi tutti potremo
felicemente conseguire sulla morte e sulla potestà delle tenebre quella
vittoria, che ne riportò Gesù Cristo ». Terminata questa Nostra omelia,
impartimmo agli astanti l’Apostolica Benedizione e l’Indulgenza
plenaria dei peccati, e finalmente, finito il Pontificale, dalla loggia
superiore della Basilica prospiciente la Piazza, con tutto l’affetto impartimmo
un’altra solenne benedizione all’immenso popolo presente, nonché alla Città e
all’universo mondo.
Pertanto, avendo eternata la memoria preclarissima di questo
novello Santo con questa Nostra Lettera, e avendo tutto ben considerato quanto
era da esaminare, di certa scienza, con la pienezza dell’Apostolica Potestà
nuovamente confermiamo, corroboriamo, stabiliamo e decretiamo ogni e singola
cosa sopra ricordata, e l’annunziamo all’universa Chiesa Cattolica. Comandiamo
inoltre che alle copie di questa Lettera, anche stampate, purché firmate dalla
mano di un Notaio Apostolico e munite di sigillo, si debba la stessa fede che si
avrebbe alla medesima, se fosse presentata o mostrata. Se alcuno poi volesse
impugnare, o temerariamente osasse contraddire o presumesse attentare a questa
Nostra Lettera Decretale di definizione, di decreto, di ascrizione, di comando,
di statuto e della Nostra volontà, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio
onnipotente e dei Beati Apostoli Pietro e Paolo.
Dato a Roma, presso San Pietro,
l’anno del Signore 1934, nel giorno primo di Aprile, domenica della Risurrezione
di N. S. Gesù Cristo, del nostro Pontificato anno XIII.
PIUS PP. XI