«VOGLIAMO ANZITUTTO»
13 febbraio 1929
Ai professori ed agli studenti
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
di Milano. .
Vogliamo anzitutto esprimere tutta la
Nostra, non solo compiacenza, ma reale commozione che nell’animo Ci hanno
prodotto tutte le belle cose che fino a questo momento abbiamo veduto ed
ascoltato. Belle le parole, belli e preziosi i doni, belli e fragranti i fiori,
nella varietà dei loro colori così graziosamente eloquenti: bello e commovente
questo magnifico palpito e questo magnifico profumo di vita, « magnifica
semplicità » — come avrebbe detto il grande Manzoni —, questa semplicità che
solo la mano di Dio sa mettere nelle cose più grandi come nelle cose più
piccole, dando alle più grandi la grazia della più umile ingenuità e mettendo
nelle più piccole saggi e tratti della più indicibile bellezza. Belle sono state
le parole a volta a volta pronunciate dal Magnifico Rettore, e dai
rappresentanti dei professori e degli studenti. Belli e splendidi i vostri doni,
che veramente Ci hanno riempito il cuore di gioia, col ponderoso numero di
volumi che raccolgono il frutto dei vostri studii e delle vostre fatiche. Bello
è stato anche quello che il vostro valente Economo ha detto — con manifesta
ingiustizia però e con eccessiva modestia — esponendo delle cifre che egli ha
chiamato aride. Non sono davvero aride le cifre, poiché, come ha detto una volta
un poeta lombardo — sia pure di secondo o terz’ordine (che però ha spesso
trovato delle felici espressioni) — il mondo è tutto matematica e poesia. È vero
infatti che la poesia della natura è una poesia fatta di numeri, perché sono i
numeri che danno un saggio delle grandezze del Creatore e quanto più larghi e
quasi illeggibili diventano i numeri, tanto più splendida e palpitante è la
poesia. Quelle cifre poi che sono state lette, si riferiscono a tanta bellezza
di opere, a tanta generosità di sforzi, a tanto frutto di studi, che veramente
la letizia (che con la loro poesia infondono nel cuore) è altissima e squisita.
A tutte queste belle cose voi, professori e alunni, aggiungete il conforto,
dolcissimo per il Padre, della vostra presenza: e per tutto questo dal Nostro
cuore si esprime la riconoscenza e il ringraziamento con piena effusione. I
pensieri, le proteste, i propositi, dei quali abbiamo inteso l’espressione
così come essa usciva dal vostro cuore, Noi li accogliamo nel cuore Nostro e li
affidiamo al Cuore stesso di Gesù, di quel divino Re di cui, per arcana
disposizione della divina Provvidenza, Noi siamo il Vicario in terra.
Tutto ciò,
dunque, ben può indicare con quali sentimenti rispondiamo alle vostre richieste
di benedizioni: e le diamo con tutto il cuore, non soltanto ai presenti, ma
anche a tutti quelli che voi rappresentate, benché la rappresentanza sia così
cospicua da raggiungere addirittura la metà dell’intero numero di coloro che
appartengono all’Università. Con queste benedizioni Noi intendiamo riferirCi a
tutti e singoli i pensieri e i desideri di ciascuno di voi, a tutte le vostre
opere, intenti e buoni propositi.
Questa udienza Ci riesce poi particolarmente
gradita in ragione del momento così particolarmente bello e significativo nel
quale essa ha luogo. È il momento nel quale sempre più gravi e numerosi il Padre
comune segna gli anni della sua progrediente vecchiaia al chiudersi del settimo
ed all’aprirsi dell’ottavo anno dacché Iddio, nell’arcano Suo consiglio, Lo
chiamava nel suo luogo, in quel luogo che quando vaca « vaca nella presenza del Figliuol di Dio ». È il momento che segna il principio di quel 50° anno di
sacerdozio, che con sì alta eloquenza ricorda al Nostro cuore tante grazie di
Dio e tante miserie Nostre. Ed è pure il momento nel quale la divina Provvidenza
Ci ha chiamato a compiere azioni e a dar corso ad avvenimenti che certissimamente — almeno per quanto è dato di prevedere umanamente, anzi non
solo umanamente, ma anche soprannaturalmente — sono destinati a produrre (ne
abbiamo la speranza, la fiducia certa, come fin da principio ne abbiamo avuto
l’intenzione ed il desiderio) frutti preziosi per la gloria di Cristo Re, per
l’onore della Santa Madre Chiesa, per il bene delle anime, per il bene d’Italia
e di tante care anime, a Noi tanto più care quanto più vicine; per il bene del
mondo intero, non fosse altro che per i riflessi così evidenti, e così fatti per
conciliare a questi avvenimenti la simpatia di tutto il mondo, di tutte le anime
buone, di tutti i cuori di alti sentimenti ed aspirazioni; non fosse altro che
per il grande contributo che essi arrecano alla pacificazione di tante coscienze
non soltanto in Italia ma nel mondo intero, a quella pace adunque che Gesù
benedetto forse direbbe pace sua, « pacem meam »: la pace di Cristo nel Regno di
Cristo.
Abbiamo già accennato a questo argomento nel discorso tenuto due giorni
fa innanzi ai parroci e ai predicatori della Quaresima nelle chiese di Roma,
prevenendo alcune difficoltà che si possono facilmente antivedere. Lo abbiamo
fatto in forma ed in misura che Ci sembravano rispondenti al bisogno di quelli
che ordinariamente vanno a chiedere consiglio ai parroci ed ai predicatori. A
professori, a giovani abituati alle alte indagini del pensiero come sono gli
studenti di una Università, riservavamo illustrazioni di altra importanza e
precisamente quelle che convengono a chi ha la mente esercitata nelle materie
filosofiche, giuridiche, politiche.
Il Trattato conchiuso tra la Santa Sede e
l’Italia non ha bisogno di altre spiegazioni e giustificazioni esterne, perché
in realtà esso è a se medesimo spiegazione
e giustificazione la più chiara e definitiva. Ma c’è pure una spiegazione ed una
giustificazione esterna non meno chiara e definitiva, e questa è il Concordato.
Il Concordato, anzi, non solo spiega e giustifica sempre meglio il Trattato, ma
questo gli si raccomanda come a condizione di essere e di vita. È il Concordato
che Noi, appunto perché esso doveva avere questa funzione, fin da principio abbiam voluto che fosse condizione «
sine qua non » al Trattato: desiderio,
questo, nel quale, occorre dirlo subito, siamo stati nobilmente, abbondantemente
assecondati dall’altra parte. Il Trattato non avendo avuto altro fine che quello
di regolare nei termini della più assoluta indispensabilità e sufficienza la
condizione giuridica, essenziale della Santa Sede e del Romano Pontefice, di
Quegli che per la divina responsabilità di cui è investito, qualunque nome egli
abbia e in qualunque tempo egli viva, non può essere sottoposto a nessuna
sudditanza, questo fine sarebbe stato raggiunto non appena si fossero avute le
indispensabili condizioni di vera sovranità, che (almeno nelle presenti
condizioni della storia) non è riconosciuta se non attraverso ad una certa
misura di territorialità.
Ma come e che cosa avrebbe potuto essere di vitale un
tale Trattato, in un paese, in uno Stato ridotto in quella condizione in cui
avevano ridotto l’Italia tanti anni di manomissioni, di spoliazioni, di
eversioni di ogni genere compiute da governi o nemici o amici dei nemici,
sapendolo o non sapendolo? Il problema evidentemente qui incominciava a
complicarsi. E già questo si era veduto qualche tempo prima, allorché si era
fatto un tentativo di riordinamento della legislazione ecclesiastica, che
necessariamente non si sarebbe potuto ridurre che ad una semplice misura
unilaterale in materia, nella quale nessuno può legiferare senza che prima
accordi e intelligenze siano prese con la competente autorità ecclesiastica. Le
condizioni dunque della religione in Italia non si potevano regolare senza un
previo accordo dei due poteri, previo accordo a cui si opponeva la condizione
della Chiesa in Italia. Dunque per far luogo al Trattato dovevano risanarsi le
condizioni, mentre per risanare le condizioni stesse occorreva il Concordato. E
allora? La soluzione non era facile, ma dobbiamo ringraziare il Signore di averCela fatta vedere e di aver potuto farla vedere anche agli altri. La
soluzione era di far camminare le due cose di pari passo. E così, insieme al
Trattato, si è studiato un Concordato propriamente detto e si è potuto rivedere
e rimaneggiare e, fino ai limiti del possibile, riordinare e regolare tutta
quella immensa farragine di leggi tutte direttamente o indirettamente contrarie
ai diritti e alle prerogative della Chiesa, delle persone e delle cose della
Chiesa; tutto un viluppo di cose, una massa veramente così vasta, così
complicata, così difficile, da dare qualche volta addirittura le vertigini. E
qualche volta siamo stati tentati di pensare, come lo diciamo con lieta
confidenza a voi, sì buoni figliuoli, che forse a risolvere la questione ci
voleva proprio un Papa alpinista, un alpinista immune da vertigini ed abituato
ad affrontare le ascensioni più ardue; come qualche volta abbiamo pensato che
forse ci voleva pure un Papa bibliotecario, abituato ad andare in fondo alle
ricerche storiche e documentarie, perché di libri e documenti, è evidente, si è
dovuto consultarne molti.
Dobbiamo dire che siamo stati
anche dall’altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo
come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le
preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle
leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi,
diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i
feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. E con la
grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l’incontro di molti e
nobili assecondamenti, siamo riusciti « tamquam per medium profundam eundo » a
conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono
fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda
compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a
Dio.
Voi che Ci ascoltate facilmente intendete quanto grande, grave, solenne,
denso di formidabili responsabilità, fosse il problema della situazione politica
ed internazionale della sovranità pontificia. Ma nel Concordato è qualche cosa
non meno grande e non meno degna di tutti gli sforzi. Quando alla Chiesa si
riconosce la personalità giuridica con i diritti che ne derivano; quando il
Sacramento del Matrimonio prende il posto che gli compete nella legislazione e
nella vita civile; quando alle famiglie religiose è riconosciuta la personalità
giuridica; quando anche l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha una
altrettanto alta che provvida considerazione; quando all’insegnamento religioso
si dà il dovuto posto ed onore; quando altresì all’Azione Cattolica è
riconosciuto un posto legittimo; veramente è altrettanto facile che doveroso
comprendere come si possa e si debba ringraziare di tutto cuore il Signore.
Tutto questo insieme di cose si potrà poi tanto meglio apprezzare, allorché si
potranno pubblicare i testi del Trattato e del Concordato; giova però fin d’ora
considerare che quando si fa un soliloquio si può dire quel che si vuole, ma
quando si fa un dialogo bisogna pure ascoltare l’altra parte. Le favorevoli
condizioni nelle quali si è svolto il Nostro dialogo non Ci lasciano ragione
alcuna di dubitare che sarà pure assicurata altrettanto lealmente,
generosamente, nobilmente, l’esecuzione di tutte le misure di comune accordo
deliberate.
Ben volentieri abbiamo fatto a quest’uditorio tali paterne
confidenze, anche perché confidiamo che da questa eletta schiera esciranno
giovani egregiamente preparati a dedicare a così nobili ed importanti argomenti
almeno qualche parte della loro attività tutta rivolta al bene. Siamo anche
lieti di ricordare una circostanza che è riuscita particolarmente cara al
Nostro, e non dubitiamo, anche al vostro cuore, che cioè, proprio nel giorno in
cui davamo il Nostro assenso alla stampa dei documenti di cui abbiamo parlato,
davamo altresì il Nostro definitivo consenso e l’ultima approvazione alle nuove
disposizioni liturgiche per le quali la festività del Sacro Cuore di Gesù ha
avuto una maggiore solennità, anzi la più grande solennità che sia consentita
dalla Sacra Liturgia, riuscendo anche ad ottenere con la nuova solennissima
ufficiatura un insieme di preghiere, di testi, di omelie, che Ci sembra proprio
fatto per diffondere sempre più largamente ed efficacemente la devozione al S.
Cuore.
Non Ci resta infine che rinnovare
l’espressione della Nostra paterna riconoscenza, per la consolazione che voi,
figli dilettisimi, Ci avete dato in questa udienza così caramente solenne, ed
invocare sopra di Voi in tutta la sua pienezza la Benedizione Divina, mentre
impartiamo a tutti e singoli, a tutte le intenzioni, propositi e fatiche di
ciascuno, a tutta l’opera in particolare che ciascuno di voi nei più diversi
modi, ma con lo stesso nobilissimo intento, impiega per la gloria del Sacro
Cuore, la Nostra paterna Apostolica Benedizione.
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