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PIO XII
UDIENZA GENERALE*
Mercoledì, 17 giugno
1942
I nemici dell'unione indissolubile
I. Separazione dei cuori
Se grande è la tristezza dell'ora presente, non scendo però tanto profonda in
seno ai cuori caldi di fede, di speranza e di amore da ritardarne i palpiti, e
raggelare o spegnere o scemare quella fiamma di affetto cristiano che nella
gioia, o diletti sposi novelli, ha unite le vostri vite, e nella gioia vi ha
condotti in questa Roma, cuori della Chiesa, per chiamare sopra la vostra
unione, quale suggello del vostro sacro e indissolubile vincolo, la paterna
Benedizione del Vicario di Cristo.
Gioia santa, che non conosce restrizioni né riserve. Eppure, Ce ne persuade
l'animo Nostro, non senza commozione voi avete varcato la soglia della casa dei
vostri genitori per mettervi in cammino, l'uno al fianco dell'altra,
inseparabili fino alla morte. Una lacrima, senza dubbio, al momento della
partenza, ha brillato sulle vostre pupille, nel ricevere il bacio d'addio di
vostro padre e di vostra madre : in quel bacio, in che vibravano tutti i ricordi
più dolci della vostra infanzia e della vostra adolescenza, il vostro petto ha
sentito la ferita del distacco. Chi potrebbe muovervene rimprovero? Quale cuore
di sposo o di sposa potrebbe esserne geloso? Il vostro mutuo amore, che pure
vuol essere così forte da sacrificare, senza esitazione, alla vita comune le
dolcezze della tenerezza filiale, forse che deve ancora rinnegarle, e spezzare
ogni vincolo che nei figli fa la natura?
Se comando di Dio è il lasciare la dimora paterna, l'amare e onorare i
genitori è un altro precetto, non contrastante col primo. Nell'alto e provvido
suo consiglio sopra il genere umano, quel medesimo Iddio, che impone ai figli il
dovere dell'amore, dell'attaccamento verso chi ha dato loro la vita, ingiunge ad
essi anche di separarsi da padre e dalla madre per stringersi alla loro sposa
(cfr. Gen 2, 24); e, parimente, alla sposa ordina di seguire,
attraverso tutte le vicende della vita, i passi del suo sposo. Voluti da Dio,
questi due amori sono tanto lungi dall'opporsi l'une all'altro, che anzi la
pietà filiale è una delle più sicure guarentigie della concordia e felicità
coniugale. Quale fiducia potreste voi infatti riporre nell'unione e nella
fedeltà reciproca di quegl'infelici, che nel matrimonio altro non vedono né
cercano se non lo svincolarsi e il liberarsi da legame così dolce, dal giogo
così soave della vita familiari presso il focolare paterno? Tale disposizione
d'animo, non senza esempi, disistima e disonora un giovine e una giovane; è un
triste presagio che, come non si sono portati da figli rispettosi e affezionati,
così non saranno nemmeno sposi fedeli e virtuosi. Non già un amore più potente
dell'affetto familiare li ha tratti l'uno verso l'altro; ma l'egoismo, quel
bacato e sinistro egoismo, avido assai meno dell'unirsi che non del « vivere la
loro vita» parallelamente, suggellando il patto tacito, e talora anche
esplicito, di un mentito e indifferente affetto coniugale e di una indipendenza
mutua sotto il velo di una unione apparente, sterile e revocabile. Sono forse
questi i matrimoni, cui consacrano il genuino senso cristiano e la benedizione
di Dio?
Beati voi, o novelli sposi, che, ossequienti alla legge divina, ne avete
compresa la santità, gustata la dolcezza; e col sacramento non avete dubitato di
sigillare davanti a Dio e agli uomini il patto del dono reciproco per la vita;
il patto della tenerezza devota fino al sacrificio, fino all'obblio di voi
stessi; il patto della tenerezza feconda che aspira a fiorire e a fruttificare
in una famiglia numerosa e benedetta. Nella legge di Dio, che proclama
l'indissolubilità del matrimonio, voi avete inaugurata e iniziata la via della
vostra nuova vita; in quella legge voi avete giurato di avanzare e camminare,
perché l'avete accolta, non come un duro giogo, ma come un giogo di amore; non
come un costringimento della vostra volontà, ma come la sanzione celeste del
vostro scambievole e immutabile affetto; non come una imposizione di schiavitù
spirituale, ma come la garanzia divina, fonte d'incrollabile fiducia contro ogni
pericolo che venisse a insidiare o minacciare la salda rocca della vostra
unione.
Di nutrire in voi questa fiducia voi avete ben ragione; ma essa vuole nel suo
procedere trovar compagne l'umiltà e la prudenza, sotto la protezione di Dio. La
storia delle famiglie presenta esempi di giovani sposi che, pur essendo entrati
nella vita coniugale con le stesse buone disposizioni, onde siete oggi voi
medesimi animati, hanno poi, col passare del tempo sopra cotesta unione già così
intima e tenera, lasciato ingenerarsi un verme corruttore, e divorare e portarsi
via, un dì dopo l'altro, un poco della prima forza e freschezza unitiva. Agguato
che, come cantava un gran poeta italiano, anche tu, o Bellezza dell'universo,
soffri; dacché
il Tempo edace, fatal nemico, colla man rugosa ti combatte, ti vince e ti disface. Egli il color del
giglio e della rosa toglie alle gote più
ridenti, estende dappertutto la falce ruinosa.
(Monti, Bellezza dell'universo).
Non altrimenti anche quegli sposi, a poco a poco, son venuti a considerare il
loro legame al pari di un servaggio : hanno studiato e cercato infine, se non di
spezzarlo, almeno di rallentarne il vigore; giacché quel vincolo non era ormai
più per essi un vincolo d'amore. Esempi tanto dolorosi dovranno forse
scoraggiarvi o turbare la letizia degli animi vostri? Oh no. La conoscenza che
avete di voi stessi, l'esperienza che andrete acquistando dell'incostanza e
volubilità del povero cuore umano, non scemeranno la vostra fiducia, ma la
renderanno più discreta, più vigile, più umile, più prudente, meno illusoria,
meno presuntuosa, meno fallace; vi apriranno l'animo ad accogliere con spirito
filiale i paterni avvisi coi quali Noi vorremmo preservarvi da una tale miseria
coniugale, additandovi e chiarendovi la radice e le cause di una così
deplorevole degenerazione della vita comune e i mezzi di prevenirla e di
guardarvene, o, se ve ne fosse bisogno, di arrestarla a tempo.
Donde può nascere, diletti figli e figlie, questo mutamento in peggio? questa
evoluzione? È forse cominciata tutt'a un tratto per un capriccio? per la
scoperta imprevista di una incompatibilità di caratteri? per qualche tragico
incidente? D'ordinario, i cuori, che il giorno delle nozze erano tanto
fermamente e tanto amorosamente risoluti di vivere insieme, non in tal guisa
imprendono il cammino verso quella disaffezione, quella fredda indifferenza, che
di passo in passo, di grado in grado, menano all'antipatia, alla disunione e
separazione morale, triste preludio troppo spesso di una scissura ancor più
reale e più grave. Quei capricci, quelle scoperte, quegl'incidenti tragici, che
sembrano aver segnato l'inizio di tale mutamento, non sono stati di fatto se non
l'occasione rivelatrice che ha precipitato la rottura. Sotto la infida cenere
covavano i carboni ardenti.
Penetrate e scandagliate le profondità di quei cuori. Le separazioni morali
coscienti, più o meno manifeste al pubblico, ovvero celate nel segreto del
focolare, salvando all'esterno gelosamente le apparenze, non è mai che non siano
state precedute da una disarmonia, forse impercettibile sulle prime agli stessi
sposi, simile all'incrinatura occulta di un bel vaso d'alabastro. Se l'amore
fosse stato totale, se fosse stato assoluto, se fosse stato quell'amore che
consiste nel dono di sé, se non avesse conosciuto altro limite fuori dell'amore
di Dio, o meglio, se quell'amore umano si fosse sollevato sopra i sensi per
appoggiarsi, fondarsi e fondersi in un comune amore di Dio, totale e assoluto,
allora sì nessun estraneo tumulto ne avrebbe turbata l'armonia, nessun urto
l'avrebbe infranto, nessuna nube ne avrebbe oscurato il cielo. Anche nell'amore
non si vive sempre senza dolore. S. Agostino, col suo consueto vigoroso
linguaggio, dice : « Ove regna l'amore, o la pena è assente, o la pena stessa è
amata » (De bono viduitatis c. a i -
Migne PL t. 4o col. 448).
Chi dunque ha prodotto in quell'amore, in quella santa unione di anime, una
ferita invisibile e spesso fatale? Non è necessario di cercare lontano. Cercate
vicino; cercate nei cuori. Lì sta il nemico; lì sta il colpevole. Diverso
altrettanto che subdolo nelle sue manifestazioni e apparizioni, esso è
quell'amor proprio, quell'amore di se stessi, che nasce con l'uomo, vive con lui
e appena è che muoia con lui.
Ma voi direte: Dobbiamo forse odiare noi stessi? Non c'inclina la natura
medesima ad amare e cercare il nostro bene? Sì: la natura dispone l'uomo ad
amare se stesso, ma per quel bene che secondo ragione è proprio di lui. Ora la
ragione insegna all'uomo e alla donna non solo il bene individuale, ma anche il
bene della famiglia, che nell'unione e nella fedeltà coniugale si eleva a bene
della prole. Vi sono, diletti sposi novelli, un amore di voi stessi buono e uno
cattivo, quell'amor proprio, cioè, ch'è sinonimo più decente dell'egoismo, ma
non ne è meno maligno. L'uomo e la donna sono fatti da Dio. Dio che ne fece la
natura, non ne fece la corruzione; la corruzione della natura venne dalla colpa
di Eva e di Adamo. Noi dobbiamo amare noi stessi secondo la natura fatta da Dio,
non secondo la corruzione causata dai nostri progenitori, e amare l'anima nostra
e il nostro corpo con quell'amore di carità, col quale amiamo le cose di Dio e
Dio stesso (S. Th. 2ª 28ª
q. 25 a. 4-5), mentre si effonde e ci lega coi congiunti e col prossimo. Che
amore è questo? E un amore che salva l'anima nostra, che salva l'unione dei
cuori nella vita comune e nella famiglia; è un amore che diventa odio della
corruzione dell'anima in questo mondo per custodirla alla vita eterna, secondo
la parola di Cristo: Qui odit animam suam in hoc mundo, in vitam aeternam
custodit eam (Io. 12, 25).
Di fronte a un sì santo e salutare amore sta un altro amore perverso; e con
tale amore qui amat animam suam, perdet eam (ibid.). Quale amore è
questo? E l'amore della corruzione; è l'egoismo; è l'amor proprio, fonte di ogni
male, e perciò dice l'Angelico S. Tommaso che l'amore di sé è la radice di ogni
iniquità: Radix autem totius iniquitatis est amor sui ipsius (In Epist.
2 Tim. 3, 2; cap. 3 lect. 1). Noi ve lo additiamo, diletti sposi novelli,
come il più gran nemico della vostra unione, come il veleno del vostro sacro
amore. Due egoismi odiano il sacrificio di sé; non costituiscono quella salda
amicizia di due coniugi, nella quale un medesimo è il volere e il non volere,
nella quale tutte è comune, la gioia e il dolore, il travaglio e il conforto, il
bisogno e il soccorso. L'amor proprio disunisce la vita comune; e l'egoismo del
marito non è sempre pari all'egoismo della moglie; ma talvolta i due egoismi si
appaiano nella colpa.
L'amor proprio è un gran seduttore di tutte le passioni umane. Centro di
tutti i pensieri, di tutti i desideri e di tutti i moti, arriva non di rado a
innalzarsi quasi idolo, cui si rende il culto del bello che pasce l'occhio,
dell'armonioso che blandisce l'udito, del dolce che diletta il gusto, del
profumato che ricrea l'olfatto, del molle che accarezza il tatto, della lode e
ammirazione che invesca il cuore. Al proprio piacere, al proprio vantaggio, al
proprio comodo, l'amore sregolato di sé dirige il pensiero, l'azione e la vita,
e segue più gli scorretti appetiti che la ragione e l'impulso della grazia, non
ascoltando né curando l'impero del dovere verso Dio e verso il compagno o la
compagna del focolare domestico. Ma la vita coniugale, il vincolo indissolubile
del matrimonio, chiede il sacrificio dell'amor proprio al dovere, all'amore di
Dio che ha elevato e consacrato i vostri palpiti comuni, all'amore dei figli,
per i quali avete ricevuta la benedizione del sacerdote e del cielo. O spose,
non rifuggite dal dolore che, se un momento vi corruga la fronte, vi mena alla
gioia di una culla, dove il gemito di un bambino fa sussultare il vostro cuore,
dove un labbro infantile cerca il vostro seno, dove una manina vi accarezza e un
sorriso d'angelo v'imparadisa. Davanti a una culla, diletti sposi novelli,
riconsacrate il vostro amore, fate olocausto del vostro amor proprio con tutti i
suoi sogni; e ne disperda ogni nube il vostro materno e paterno gaudio, come si
dissolve e svanisce ogni nebbia al sole nascente.
Contro questo amor proprio, — di cui Ci siamo oggi appagati di mostrarvi in
genere la natura insidiatrice della vostra inseparabile unione, ma del quale Ci
riserviamo di parlare più particolarmente nella prossima Udienza, — la vostra
vittoria, diletti figli e figlie, sta nel sacrificio, che di giorno in giorno
accompagna la vostra convivenza e comunanza di vita; sacrificio misto di gioia e
di travaglio, al quale è conforto e sostegno la preghiera e la grazia di Dio,
che Noi invochiamo potente e larga su di voi, impartendovi con tutta l'effusione
dell'animo la Nostra paterna Benedizione Apostolica.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV,
Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 119-125 Tipografia Poliglotta Vaticana
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