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PIO XII
UDIENZA GENERALE*
Mercoledì, 22 luglio
1942
Gli Ausiliari del focolare:
I. Padroni e domestici
Questa casa del Padre comune, in cui voi, diletti sposi novelli,
siete convenuti, è una casa di fede. Il colle, sul quale s'innalza, le sue
pareti, le sue immagini, i suoi ricordi, la sua storia parlano di fede; e la
fede è stata la guida e l'impulso che vi ha qui condotti. Nella fede di Cristo
voi avete suggellato la vostra unione; nella fede di Cristo siete venuti presso
di Noi, non soltanto col pensiero di compiere un atto di filiale pietà, ma anche
con l'aspettazione che la Nostra parola sia per voi luce nel sentiero dei vostri
nuovi doveri e la Benedizione Nostra conforto e aiuto a portarne degnamente il
peso. Della multiforme vostra responsabilità nella vita coniugale e familiare
già parecchi punti e lati Noi abbiamo esaminati e spiegati, e altri Ci
proponiamo di esaminare e spiegare ancora; ciò che abbiamo detto ai giovani
sposi, che vi hanno preceduto in queste Udienze, Noi vorremmo esortarvi a
considerare con spirito di fede e di fiducia, e in seguito a leggere egualmente
quello che, se così piacerà al Signore, diremo agli altri che verranno dopo di
voi. Oggi intendiamo d'intrattenervi intorno ad un argomento, troppo spesso
misconosciuto ai nostri giorni, eppure in se stesso e per le sue conseguenze
importante e necessario.
Voi siete giovani: voi siete più del presente e del futuro che
del passato : è il privilegio e il vanto dei giovani. Voi contemplate il
presente; ma la storia ha camminato prima di voi. Da più di un secolo, con
rapidità sempre crescente, le condizioni e le relazioni sociali si sono svolte e
tramutate: questi eventi periodici di guerre e di universali rivolgimenti ne
hanno precipitato la trasformazione, e la trasformazione è entrata anche dentro
le pareti domestiche. Se, da una parte, si sono fatte più rare le famiglie, che
avevano un considerevole numero di persone al loro servizio, dall'altra, sono
venute moltiplicandosi quelle, che per necessità debbono ricorrere all'opera
altrui. Pur tacendo delle dimore nobili o agiate, voi vedete molte madri di
famiglia, che, ritenute dalle occupazioni quotidiane fuori di casa una gran
parte del tempo, sono obbligate a valersi, almeno per alcune ore della giornata,
dei servizi e della vigilanza di altri.
In questi bisogni e prestazioni di opera non crediate, diletti
figli e figlie, che la natura umana incontri umiliazione e disistima. Nella
sommessione del servizio sta recondito il senso di un gran mistero divino. Dio è
il sommo e unico padrone e signore nell'universo: noi tutti non siamo che servi
di Lui. Gesù Cristo stesso, « nella forma di
Dio . . . eguale a Dio, annichilò se stesso presa la forma di servo, fatto
simile agli uomini e per condizione riconosciuto quale uomo : umiliò se stesso
fatto ubbidiente sino alla morte e alla morte di croce; per la qual cosa Dio lo
esaltò e gli donò un nome sopra qualunque nome, mercè di cui abbiamo ad essere
salvati » (Phil. 2, 7 sg.; Act.
4, 12). Onde Egli non dubitò di affermare che il Figliuolo dell'uomo non era
venuto per essere servito, ma per servire (Matth. 20, 28). Non vedete voi
come in Lui sublimemente si avverò che chi si umilia sarà esaltato? Perché mai?
Perché servire a Dio è regnare, e vivere il conoscere Lui. Non è forse questo il
fine della nostra vita, come insegna il catechismo: conoscere, amare e servire
Dio? Tutti siamo servi di Dio; Noi medesimi in questo posto siamo il Servus
servorum Dei. E voi, al vostro focolare domestico, servite Dio nella
propagazione del genere umano e dei figli di Dio, anche fino agli eroismi della
maternità. Si serve Dio, si serve Cristo, si serve la Chiesa, si serve la
religione, si serve la patria, si servono i superiori, si servono gl'inferiori,
si serve il prossimo. Tutti siamo servi della Provvidenza che governa il mondo e
tutto muove alla divina gloria, il bene non meno del male che quaggiù turba
l'uomo, i popoli e le nazioni. Che è il mondo se non il campo, in cui Dio su
tutti i lavoratori, servi obbedienti o ribelli, fa splendere il suo sole e
scendere la sua pioggia (cfr. Matth. 5, 45)? Che è la Chiesa se non la
casa di Dio, dove, diceva il grande Apostolo Paolo agli Efesini,
« voi non siete più peregrini e dimoranti in
terra straniera, ma siete concittadini dei santi e appartenenti alla famiglia di
Dio»: et domestici Dei (Ephes. 2, 19) ?
La famiglia cristiana è un'immagine della Chiesa, un santuario
domestico. In essa vivono insieme coi genitori i figli e coi figli i domestici e
le domestiche, sebbene in speciale situazione rispetto ai loro padroni e alle
loro padrone, nella cui casa dimorano. Per l'origine e per il sangue essi
indubbiamente non sono della famiglia, e nemmeno per un'adozione legale
propriamente detta; tuttavia si può considerare quasi una forma di adozione
l'introdurli che si fa nella casa a vivere sotto il medesimo tetto, a divenire
in effetto i continui testimoni dell'intimità della famiglia. Ma presso un
focolare cristiano la vita di un servitore o di una domestica cristiana non ha
forse la sua modesta e discreta bellezza? Essa, è vero, si è fatta piuttosto
rara; ma non è del tutto scomparsa né dalla storia né dall'età nostra. E dunque
opportuno di additarvela, perché l'ammiriate e l'amiate, e si desti così nei
vostri cuori il nobile desiderio di farla rifiorire nella società.
Non è del Nostro pensiero il ricordare il duro concetto e la più
dura storia dei servi, in cui si tramutavano gli schiavi nella antichità; ma Ci
sembra bastevole il non dimenticare che nello stesso Impero romano, — pur con le
mitigazioni che nel corso dei tempi la legislazione e il senso pratico di quel
gran popolo avevano introdotto nei costumi pubblici, — la loro condizione e la
loro vita erano non di rado ben miserevoli. Nella letteratura di quella età
risuona ancora, per esempio, l'eco delle voci di matrone adirate e dei lamenti
delle loro serve. Sono ben noti gli episodi della elegante dama, la quale
punisce con una nerbata l'infelice Psecas, che le acconcia i capelli, per un
riccio sfuggente troppo alto (Iuvenalis Sat. VI, 486 e segg.), e di
Lalage che, egualmente per un solo mal riuscito ricciolino, unus de toto
peccaverat orbe comarum anulus, cui uno spillo non bene fissato toglieva
garbo, colpisce con lo specchio rivelatore del difetto, la pettinatrice Plecusa,
che ne cade vittima (Martialis Epigr. II, 66). Ma la femminile ira pagana
fu temperata soprattutto dal Cristianesimo, che ha per Capo e Maestro un Dio
mite e umile di cuore.
La distinzione però fra padroni e servitori non è scomparsa
nella società familiare. Entrando nel loro primo servizio —, e sovente questo
iniziale contatto con una vita diversa si eleva a particolare importanza —, quei
giovani, quelle giovanette, talvolta ancora adolescenti, appartenevano forse ad
una famiglia di contadini numerosa, onesta, stimata nel paese. Al podere paterno
avevano veduto dei servi rispettosi e rispettati, aiutare i loro genitori in
fatiche ancora troppo gravose per la loro giovane età. Nel frattempo si pensò di
avviarli e collocarli in città, servitori alla lor volta, per guadagnarsi la
vita, per formarsi in un centro di più largo orizzonte, che aprisse la via
nell'avvenire a una. situazione migliore. Col cuore gonfio e incerto, lasciando
la casa, la parrocchia, hanno ascoltato i consigli e gli ammonimenti pieni di
saggezza e di fede dei genitori; si è loro raccomandata la fedeltà a Dio e ai
loro signori. Presso questi padroni. sono venuti, talvolta accompagnati dal
padre o dalla madre, che in un certo modo delegavano loro la propria autorità e
sollecitudine paterna o materna.
Non è dunque, come or ora dicevamo, quasi una sorta di adozione
l'accoglimento di tali giovani o adolescenti nella nuova famiglia? Ma quale
responsabilità assumono coloro, che un padre o una madre hanno fatti padroni e
superiori dei loro figli! È una
responsabilità che impegna la coscienza davanti a Dio e davanti agli uomini, con
doveri da conciliare tra loro, per esercitare paternamente e dolcemente tale
autorità e sollecitudine, e, al tempo stesso, mantenere e custodire, com'è
giusto, questi « domestici» e « familiari» nell'attitudine e nello spirito della
loro condizione.
Che cosa vi è di più commovente della scena dell'infermo servo
del centurione, narrata dal Santo Vangelo? Un centurione aveva malato e vicino a
morire un servo, che gli era carissimo. Perciò, avendo egli sentito parlare di
Gesù, mandò da lui gli anziani a pregarlo che andasse a guarire il suo servo.
Gesù andò dunque con loro. E quando era già poco lontano dalla casa, il
centurione inviò a lui degli amici per dirgli: « Signore, non ti incomodare,
perché non son degno che tu entri sotto il mio tetto: . . . ma dì solo una
parola, e il mio servo sarà risanato ». E
infatti coloro, che erano stati mandati, ritornando a casa, lo trovarono guarito
(cfr. Luc. 7, 2 segg.). Ammirate la sollecitudine di questo centurione
verso il suo servo, ma soprattutto l'amore di Cristo, che consola quanti sono
affannati e aggravati e ricorrono a lui.
Se un Gentile ci offre un così bell'esempio, quali e quanti non
meno luminosi modelli ci fornirebbe la storia delle famiglie cristiane!
Svolgetene le pagine; e attraverso i secoli voi vedrete, più frequentemente che
non pensiate, la padrona di casa, sollecita al pari di una madre, accogliere la
piccola serva quasi come figlia, inesperta avviarla, maldestra aiutarla, incerta
svilupparla, rozza affinarla e illuminarla, senza detrimento di quella
semplicità, di. quella ingenuità, di quella innocenza, le quali formano tutta la
grazia di una fanciulla che dalla campagna s'inurbi e varchi una porta agiata.
Voi vedreste quella fanciulla la sera rispondere con gli altri alle orazioni che
recita il padre di famiglia; la vedreste nella sua timidezza tutta commossa al
ricordo delle preghiere che in quell'ora medesima, nel suo villaggio, porgono a
Dio i suoi cari.
Quando il senso cristiano dei servi corrisponde, con una
devozione a tutta prova, al cristiano senso dei padroni, è uno spettacolo da
rapire lo sguardo degli angeli. Perché in quel senso cristiano reciproco opera
la fede che innalza il padrone, mentre non abbassa il servo, ma li pareggia
davanti a Dio in quella comunione di spirito che si riversa nella perfezione del
doveri propri di ciascuno. Al solo vedere, non pure nelle camere più aperte, ma
persino nelle più basse stanze di servizio, ogni cosa scintillare, l'ordine e la
nettezza più linda nobilitare i più oscuri ripostigli ai quali nessuno bada, ma
che non sono meno parti della casa, ben s'immagina con quale attento amore la
domestica compia il suo umile e faticoso lavoro, il suo monotono officio, tutti
i giorni lo stesso e tutti i giorni ripigliato col medesimo ardore, giacché la
caratteristica del suo lavoro è proprio quella del ricominciarlo ad ogni ritorno
del sole. Venti volte, forse, interrotta nelle sue faccende, venti volte
chiamata, correrà alla porta per aprirla a chi viene, e accoglierà tutti con
pari premura, con eguale deferenza e rispetto, presta a tornare nell'ombra e
proseguire la sua fatica con serena gioia, con tranquilla alterezza e con
assidua diligenza. Quanti la guarderanno, riconosceranno nelle sue virtù il
riflesso delle virtù dei suoi padroni. Non ha forse anche la virtù il suo
splendore? Quella giovane, quella serva, che nella pace di una buona famiglia
cristiana ritrova e risente il profumo di un santuario domestico, dal canto suo
proverà potente animatrice al bene l'affettuosa benevolenza che la circonda: gli
anni che passano accresceranno e rafforzeranno in lei la devozione e
l'attaccamento verso i suoi signori e la loro casa.
Come è bello il vedere più tardi queste domestiche e questi
servitori cresciuti intorno al focolare dei loro padroni, e contemplarli
prodighi di cure e di rispettosa tenerezza presso le culle che vengono a
rallegrare la casa! Allora la sollecitudine e la benevolenza dei padroni si
trasforma in fiducia verso il servitore o la domestica, che sui fanciulli
esercitano, senza abusarne giammai, senza venir meno a un discreto riserbo, la
vigilanza che loro si affida. E questi fanciulli, fatti adolescenti, fatti
uomini, voi li incontrerete nelle loro case pieni di riconoscenza e di riguardo
verso coloro, i quali, ormai attempati e canuti, servirono già i nonni e i
padri, e videro nascere una o due generazioni.
Volano gli anni; padroni e servi invecchiano, le rughe solcano
le fronti, i capelli cadono o s'imbiancano, le spalle si curvano; sopravvengono
le ore delle infermità e delle prove. Allora fra padroni e servi sembra che i
legami sempre più si stringano e il servizio si muti come in un'amicizia tra due
viandanti, che, stanchi nel cammino della vita, a proseguirlo si appoggino l'uno
all'altro. Esempi di tale natura Noi stessi più volte abbiamo conosciuti o di
essi abbiamo avuto occasione di leggere; e il rammentarne qualcuno non vi sarà
forse spiacevole. Una domestica, ch'era stata cinquantun anno a servizio nella
stessa famiglia, stimando che questa lunga sua fedeltà le avesse conferito non
dei diritti, ma dei doveri di parentela, come vide i suoi padroni trovarsi
nell'indigenza, venne ad offrire loro tutti i propri risparmi per trarli
d'imbarazzo, rifiutando ogni garanzia. Un'altra, adducendo pure a suo favore un
mezzo secolo di servizio, risolse di non più gravare il bilancio di una famiglia
posta dalla guerra in dura prova; si dedicò interamente a servire la sua «
signora» divenuta povera e malata, e, quando questa fu morta, acciocché avesse
una sepoltura degna della sua antica fortuna, v'impiegò una somma ricevuta da
una Società di beneficenza (Disc. de L. Madelin - Accadémie Française
- 17 dicembre 1936).
Più alti esempi in cui, oltre la carità cristiana, brilla fra
padroni e servi l'unione nella confessione della fede e nel martirio ci presenta
la storia delle persecuzioni nei primi secoli del Cristianesimo. Ecco S.
Agatodoro, domestico di S. Papilo e della sorella di lui Agatonica, martirizzati
insieme a Pergamo (cfr. Acta Sanct. Martyrol. Rom., 1940, p. 136-137).
Ecco, in Alessandria, il vegliardo S. Giuliano, per infermità impotente a
camminare, farsi portare dinanzi al giudice da due servi, di cui, se l'uno fu
pur troppo infedele rinnegando la fede, l'altro invece, Euno, fu eroico compagno
al padrone nel martirio e nel coglierne fra i tormenti la palma (ibid. p.
78). Ecco le celeberrime martiri di Cartagine, Vibia Perpetua e la sua serva
Felicita, le quali ambedue, esposte alle belve e da esse gravemente ferite,
caddero poi, vittime a Cristo, con un colpo di pugnale alla gola (ibid.
p. 86). Né taceremo l'eroica serva Blandina, la quale nella persecuzione di
Lione dell'anno 177, mentre la stessa sua padrona temeva che ella, tenera e
fragile fanciulla, non valesse a perseverare nella confessione cristiana, non
solo sopportò esultante i più crudeli supplizi, ma esortò e incoraggiò alla
costanza nella fede il quindicenne giovanetto Pontico (ibid. p. 220 -
Eusebii Hist. 1. V C. 1-3).
Le guerre, le rivoluzioni, i disagi ci mettono anche oggidì
sotto gli occhi non dissimili ammirabili eroi ed eroine, cui animano la carità e
la fede. Se così nobili eroismi si sono fatti più rari, occorre che rivivano.
Pregate, vigilate, operate: fate del vostro tetto domestico una casa, dove chi
entra e vi porge una mano, respiri e beva l'aura più pura. L'opera vostra
splenderà allora, come gemma di diadema, nella restaurazione della società
cristiana, nella quale, secondo la grande sentenza dell'Apostolo Paolo, non vi è
più, sotto il nome di padroni e di servi, che la santa e immensa famiglia dei
figli di Dio (cfr. Gal. 3, 26-28).
Affinché, a compiere opera così meritoria, innalziate a a Dio le
vostre suppliche, porgiate a Lui i vostri voti, come a Chi solo può illuminarvi
e guidarvi, Noi, diletti sposi novelli, con tutta l'effusione dell'animo Nostro
v'impartiamo l'Apostolica Benedizione.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV,
Quarto
anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 151-158 Tipografia Poliglotta Vaticana
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