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PIO XII
UDIENZA GENERALE*
Mercoledì, 5 agosto
1942
Gli Ausiliari del focolare:
II. Padroni e domestici. Doveri reciproci
Nell'ultimo discorso agli sposi novelli adunati intorno a Noi, fu Nostro
studio il mettere in luce quale religiosa bellezza rivestano i rapporti fra
padroni e domestici, allorché gli uni e gli altri sono animati da quello spirito
cristiano, onde i « domestici» si rendono, in un certo senso, membri della
famiglia dei loro « padroni». Così belle relazioni familiari, osservavamo pure,
oggidì più rare che in passato, non sono tuttavia interamente scomparse; e Ci
auguravamo che queste tanto antiche e sante tradizioni rifiorissero nelle nuove
famiglie, che i giovani sposi, iniziando la loro vita comune, costituiscono e
formano. Non è forse, diletti figli e figlie, questo anche il vostro desiderio?
Non bramate voi così prezioso conforto e sostegno per la pace e la letizia della
casa? Ma all'opera non è bastevole il desiderio, e neanche una buona volontà
generica o una ammirazione puramente ideale. Conviene che da una parte e
dall'altra, fra chi comanda e chi serve, si tenga il proprio posto, si compia il
proprio dovere: posto e dovere, nella loro diversità, promananti da ciò che,
come vincolo, risulta comune fra padroni e domestici. S. Agostino lo proclama
molto bene: « La prima e quotidiana potestà di un uomo sopra un uomo è quella
del padrone sul servo . . . Padroni e servi, ecco due appellativi diversi; ma
uomini e uomini, sono due nomi pari» (Enarr. in Psalm. 124 n. 7 - Migne PL t. 37
col. 1653). Penetriamo in queste parole del Santo Dottore : esse nascondono un
pensiero, che, profondandosi nell'unità della natura umana, si accoppia con la
fede e ci solleva verso Dio; perché troviamo che questi uomini, padroni e
domestici, sono gli uni e gli altri egualmente servitori di Dio; che, figli di
Dio, sono fratelli; che, cristiani, sono membri e organi, differenti sì, ma di
un medesimo corpo, del corpo mistico di Gesù Cristo. Tale triplice comunanza di
dignità genera comunanza di relazioni e di doveri reciproci.
1. Il primo di
questi caratteri comuni, che li fa simili e similmente servitori di Dio, perché
l'universale genere umano, voglia o no, non può sottrarsi al servigio e al
compimento dei reconditi disegni divini, se pareggia padroni e domestici
dinanzi a Dio, non cancella in essi quelle differenze sociali di condizione, di
fortuna e di bisogni, che Egli dispone e regola, o il libero volere umano elegge
e attua. Onde con l'essere servitori di Dio ha da comporsi e accordarsi il
vincolo dei rapporti fra padroni e domestici nella giustizia e nella umanità.
Non dubitate: persino tra Dio e i suoi servitori trionfano la giustizia e
l'umanità: quella giustizia suprema che tutto deve a se stessa e nulla a
nessuno, perché non ha eguali, e corona il seggio di Dio, giusto giudice dei
meriti e dei demeriti dei suoi servi nella osservanza dei suoi comandi e della
sua legge; quella umanità, che nel suo cuore prende nome di misericordia, che
riempie la terra e s'innalza sopra tutte le opere divine. Per la sapienza di
Dio, che è fonte della sua giustizia, regnano i re (cfr. Prov. 8, 15); per la
medesima sapienza Egli sottomette i popoli ai re (cfr. Ps. 143, 2). Così anche
la famiglia ha da ritrarre il governo divino di giustizia e di umanità, onde Dio
regge a suo servigio tutto il genere umano. Assai si parla di giustizia, e con
ragione, perché il rendere a ognuno il suo interessa tutti e ciascuno; ma troppo
spesso tale giustizia viene ridotta al rigore di una formula, al fatto che l'uno
fornisca, strettamente, il lavoro a cui si è impegnato, e l'altro paghi,
puntualmente, il salario che ha promesso. Più alto invece è il concetto di
giustizia e di equità per chi consideri e mediti come sotto la differenza dei
nomi di padrone e di servitore sta l'identica realtà del nome di uomini, ambedue
creature di Dio, ambedue elevati sopra la materia e la natura; sicché questi due
uomini sono, l'uno e l'altro, per il medesimo titolo, servitori dello stesso e
unico eterno Padrone e Signore che è Dio. Uomini, l'uno e l'altro, essi, l'uno e
l'altro posseggono, — oltre i beni, i diritti e gl'interessi materiali, — i
beni, i diritti e gl'interessi più sacri del loro corpo e della loro mente, del
loro cuore e della loro anima. Non si tratta pertanto di pure relazioni mutue di
semplice giustizia, ristretta, nel freddo senso del vocabolo, al solo dare e
avere, e neanche di semplice equità, ma conviene congiungere con la giustizia la
« umanità», quell'umanità che assomiglia alla misericordia e alla bontà divina e
sublima la giustizia umana sopra la materia in un'aura spirituale.
Immaginatevi,
se vi è possibile, l'isolamento di una povera domestica, la quale, la sera, al
chiudersi di una giornata di faticoso lavoro, si ritira nella sua piccola
stanza, forse oscura, triste, priva di ogni agio. Tutto il dì ha faticato e
penato per il suo servizio; qualche riprensione, come può accadere, non le è
mancata, forse con tono duro, aspro, altero; ordini le sono stati impartiti,
forse con quel piglio che sembra tradire l'amaro piacere di non mostrarsi
giammai contenti. Senza arrivare a tanto, è stata riguardata come una, della
quale gli altri si rammentano soltanto al mancare o al tardare, anche solo per
brevi momenti, di qualche cosa attesa : così naturale pare ad alcuni di voler
tutto perfetto e giunto sempre a puntino. Nessuno menomamente pensa a quanto di
fatica, di dedizione, di accorgimento e di accoramento le è costata la
diligenza che ha pur messa nel suo lavoro; né mai una dolce parola viene ad
incoraggiarla, un sorriso confortante a sostenerla e a guidarla, uno sguardo
amabile a rincorarla. Nella solitudine della sua cameretta, quale ricompensa,
più preziosa del danaro, non sarebbe ora, non sarebbe stata durante il giorno
una parola, uno sguardo, un sorriso veramente umano, che all'animo di lei
avrebbero fatto risentire quel vincolo che fa la natura anche fra servitori e
padroni? Di notte, aspettando che i signori rientrino in casa, la piccola
domestica veglierà sui bambini che dormono, mentre il suo pensiero e il suo
cuore voleranno al suo villaggio, stimando e chiamando più di sé fortunati i
servi che lavorano nell'abituro di suo padre (cfr. Luc. 15, 17). Che se il
tempo e il servizio le avranno accresciuto gli anni, penserà forse con
nostalgico rimpianto al focolare che anch'ella avrebbe potuto fondare, focolare
modesto, ma presso il quale nelle culle avrebbe coi suoi canti e con le sue
carezze rallegrato i suoi propri figli!
Entrate nell'anima di quella domestica,
dove con la stanchezza del corpo viene compagna delle sue rimembranze
l'angoscia del cuore. I padroni di casa, se mondani, avverrà ben di rado che vi
badino : penseranno forse di più al suo spirito? Non si ardirà — è da credere —
di proibirle l'adempimento dei suoi doveri di cristiana; ma ecco che spesso non
le si lasciano a tal fine né la possibilità né il tempo, e ancor meno le si
concede di attendere e provvedere agl'impulsi della intima sua devozione e
agl'interessi della sua vita morale e spirituale.
La padrona di casa senza
dubbio non è sempre di indole dura e cattiva: spesso anzi è pia, è visitatrice
dei poveri della città, è favorevole ai bisognosi e alle opere buone; ma — non
intendiamo certamente di generalizzare — guarda la povertà più fuori che dentro
casa, ma ignora che una povertà più triste, la povertà del cuore, alberga sotto
il suo proprio tetto. Ella neppure se ne accorge; mai non si è accostata
maternamente alla sua domestica, con cuore di donna, nelle ore e nel ritiro del
lavoro di lei. Quelle faccende di casa, come saprebbe ella o potrebbe
comprenderle, se in vita sua non le ha mai apprese? Dov'è qui quella cortese e
lodevole dignità di padrona, non timida di perdere del proprio decoro nel buon
tratto verso una giovane domestica? Perché non avvicina quel povero cuore,
costante nell'umiltà dell'opera sua, nel suo travaglio della vita e
nell'ubbidienza più che riverente a chi non le è madre? Padrona e serva sono due
nomi differenti; ma la natura umana è la medesima in tutte e due, anche se l'una
è in questa terra, almeno apparentemente, più felice e fortunata dell'altra.
Ambedue sono serve davanti a Dio Creatore; perché dunque si dimentica che la
minore è serva di Dio nel suo spirito, prima ancora che serva degli uomini nel
suo lavoro? Grazie al cielo, i vostri sentimenti, diletti figli e figlie, sono
ben diversi; e il quadro da Noi abbozzato non ritrae — crediamo — quel che voi
avete avuto sotto gli occhi nelle vostre proprie famiglie.
Tuttavia, se
rettitudine e benevolenza vogliono essere nei padroni rispetto ai domestici,
non hanno forse questi, dal canto loro, doveri propri e speciali verso padroni?
Non sono virtù anche per essi la giustizia e la umanità? Si comporterebbero
forse giustamente e umanamente quei servitori o quelle domestiche, che
mancassero alle leggi dell'onestà e defraudassero i loro padroni, che
manifestassero i segreti della famiglia presso cui dimorano, che della famiglia
stessa sparlassero con rischio di danno, che non curassero quanto loro viene
affidato, di guisa che ne nascesse detrimento? quei servitori o quelle
domestiche, che non attendessero al loro lavoro o lo compissero con
trascuratezza, o che, pur adempiendo, né più né meno, quel che è debito del loro
servizio, si appartassero tanto dalla convivenza familiare da non sentire né
mostrar nulla di un cuore umanamente delicato e propenso a dedizione di sé nelle
circostanze e nelle ore di malattia, di stanchezza, di sventura, di lutto dei
padroni e dei loro figli? Se poi fossero irriverenti (non vorremmo dire
insolenti), freddi in ogni loro contegno, indifferenti a tutto ciò che concerne
la casa; se con le parole, con le mormorazioni, con le maniere di trattare,
divenissero fra gli altri domestici, o forse ancora fra i figli, seminatori di
malcontento, di cattivo spirito o (che Dio non permetta!) di scetticismo, di
empietà, d'impurità, di malcostume; con qual nome tali servitori o domestiche,
disonore della loro classe, pur tanto benemerita, sarebbero da chiamare? Noi lo
lasciamo a voi stessi pensare e giudicare.
Ma, se per il possesso della medesima
natura umana, formata dal Creatore nei nostri progenitori, padroni e servi hanno
un comune Signore e Padrone che è Iddio; davanti a Dio gli uni e gli altri si
differenziano col loro libero arbitrio, posto in mano al consiglio dell'uomo.
Così voi ritrovate padroni buoni e padroni cattivi, servi buoni e fedeli e
servi inutili e malvagi; ma gli uni e gli altri Iddio giudicherà e retribuirà,
giusto giudice, secondo i loro meriti e demeriti non solo nel servire a Lui,
ma ancora nel servire agli uomini. I padroni non insuperbiscano per la loro
autorità del comando : dall'alto viene ogni loro autorità. E perciò lo sguardo
del cristiano si leva a contemplare in ogni autorità, in ogni superiore, anche
nel padrone, il riflesso dell'autorità divina, l'immagine di Cristo, umiliatosi
nella forma di Dio a farsi nella forma di servo nostro fratello secondo l'umana
natura. Ascoltate ciò che c'insegna l'Apostolo S. Paolo : « O servi, siate
obbedienti ai vostri padroni terreni con riverenza e sollecitudine, nella
semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo solo all'occhio, come
chi vuol piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, facendo di cuore la
volontà di Dio, servendo con buona volontà come a Dio, non come ad uomini,
sapendo che ognuno, o servo o libero, riceverà dal Signore tutto quel che avrà
fatto di bene. E voi padroni, fate lo stesso coi servi, astenendovi dalle
minacce, sapendo che il vostro e il loro padrone è nei cieli, e che non è presso
di lui accettazione di persone » (Eph. 6, 5-9). « Trattate i servi con giustizia
ed equità, sapendo che avete anche voi un Padrone in cielo
» (Colos. 4, 1).
Leviamo dunque gli occhi al cielo; e nella luce di questo pensiero che padrone e
servitore debbono considerarsi uguali in faccia al loro comune Padrone e
Signore, miriamo lassù il rapito Evangelista Giovanni, il quale innanzi
all'Angelo che lo ha guidato e istruito, si prostra ai suoi piedi per adorarlo.
Che mai gli dice l'Angelo? «Guardati dal far ciò, perché sono servo come te, e
come i tuoi fratelli i Profeti, e quelli che osservano le parole della profezia
di questo libro: adora Dio» (Apoc. 22, 8-9).
2. Adoriamo quaggiù Dio anche noi, e sormontiamo la natura, secondo la quale
gli angeli e gli uomini sono naturalmente servitori di Dio, ma nell'ordine della
grazia sono elevati ad essere più che servi, figli di Dio. La fede cristiana
sale più in alto che la natura. « Guardate, esclamava il medesimo Apostolo S.
Giovanni, di quale amore ci ha amati il Padre, che veniamo chiamati e siamo in
realtà figliuoli di Dio » (1 Io. 3, 1). Quindi, figli di un medesimo Padre,
gridiamo: Padre nostro che sei nei cieli; quindi, il padrone e il servitore si
ritrovano e sono fratelli. Udite l'Apostolo e Dottore delle Genti, S. Paolo, il
quale, raccomandando al diletto Filemone uno schiavo fuggitivo, Onesimo, che
in quel frattempo egli aveva convertito alla fede, gli scriveva: « Ricevilo non
più come servo, ma come fratello carissimo » (Phil.
16). Fra il padrone e il
servo trionfi la dolcezza, trionfi la pazienza, trionfi la fraternità.
Si dirà
che bisogna mantenere il proprio grado anche innanzi ai domestici. Sì; mantenete
il vostro grado, ma anche il vostro grado di fratelli, a quel modo che lo
mantenne il Figlio di Dio fatto uomo, che ci diede esempio di umiltà e di
mitezza e venne sulla terra non per essere servito, bensì per servire (Matt.
20,
28). Non ve ne meravigliate : in ciò non si tratta di venir meno né alla
dignità né all'autorità di capo di famiglia o di padrone di casa. Di tale santa
fraternità insegna in poche parole tutta la dottrina S. Giovanni Crisostomo nel
commento alla lettera di S. Paolo, che abbiamo or ora citata. « Non infieriamo,
egli ammonisce, con veemenza contro i nostri servi, ma impariamo a perdonare le
loro mancanze; non siamo sempre aspri; né arrossiamo di vivere con loro, se sono
buoni. Se Paolo non arrossì di chiamare Onesimo figlio e fratello carissimo,
perché dovremmo noi arrossire? E che dico Paolo? Il Signore di Paolo non arrossì
di chiamare i nostri servi suoi fratelli; e noi arrossiremo? Guarda piuttosto
quale onore fa a noi stessi di chiamare i nostri servi suoi fratelli, amici e
coeredi » (In Epist. ad Philem. Homil. 2 n. 3 - Migne PG t. 62 col. 711).
3. Ma di luce in luce. È vanto della nostra fede rivelarci misteri sempre
più alti e profondi, quanto più rifulgono di verità nascosta e divina. Da
servitori di Dio, da figli di Dio per la rigenerazione dall'acqua e dallo
Spirito Santo nel battesimo, da fratelli innanzi al Padre celeste, quali siamo
tutti nella comunanza cristiana, il grande Apostolo Paolo poggia più eccelso a
farci contemplare sotto mirabile figura la dottrina di Gesù Cristo, affermando
che, come cristiani, noi siamo, più che fratelli, membri di un medesimo corpo,
il corpo mistico di Cristo. Questa dottrina non concilia forse luminosamente la
diversità delle condizioni e degli uffici fra gli uomini con la unione più
intima, più vibrante, più sensibile, quale è quella dei membri diversi di un
medesimo corpo vivente? Non illumina essa e fa spiccare il servigio dei più
nobili e la nobiltà dei più umili? « Come il corpo — egli dice — è uno e ha
molte membra, e tutte le membra del corpo essendo molte, nondimeno sono un solo
corpo; così anche Cristo. Poiché tutti noi in un solo Spirito siamo stati
battezzati per essere un solo corpo, . . . e tutti siamo stati abbeverati di un
solo Spirito . . . L'occhio non può dire alla mano : Non ho bisogno dell'opera
tua; o similmente il capo ai piedi: Non siete necessari per me . . . E se un
membro patisce, patiscono insieme tutte le membra; e se un membro gode, godono
insieme tutte le membra » (1 Cor. 12, 12-13, 21,
26).
L'immagine è così
trasparente che non ha bisogno di commento e dilucidazione, e si può utilmente
applicare ai rapporti fra padroni e domestici. Chi pregia in sé la dignità e il
nome di padrone veramente cristiano, non può, se il suo cuore è mosso dallo
spirito di Cristo, non risentire le sofferenze e le necessità dei suoi
inferiori; non può non avvertire i bisogni e i travagli loro, non solo i
temporali e materiali, bensì anche quelli delle loro anime, sovente da loro
stessi ignorati o non compresi. Elevandosi sopra il basso mondo dell'interesse,
egli si studierà di favorire e promuovere nei suoi dipendenti e servitori la
loro vita cristiana; procurerà che nelle Opere istituite a vantaggio dei
domestici e delle domestiche trovino un rifugio durante le ore pericolose del
tempo libero e una solida educazione e istruzione soprannaturale della loro
mente e del loro spirito. Da parte sua, il buon servitore, la fedele domestica,
sentirà ridondare su di sé ciò che torna a onore della famiglia in cui vive,
avendo col suo umile lavoro, col suo amore, con la sua virtù, cooperato al
decoro, allo splendore e alla santità della casa.
Un tale spettacolo familiare
richiama alla Nostra memoria le lodi, onde la regina di Saba, per quel che
aveva veduto nel palazzo di Salomone, ebbe ad esclamare al cospetto di lui: «
Beati i tuoi uomini e beati i tuoi servi, che stanno sempre dinanzi a te »! (3
Reg. 2, 8).
Affinché queste Nostre paterne parole, diletti sposi novelli, col
favore della grazia divina, siano per voi auguri fecondi di felicità e di buon
governo nelle famiglie cristiane che avete iniziate, con tutta la effusione
dell'animo Nostro vi impartiamo la Benedizione Apostolica.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV,
Quarto
anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 165-173 Tipografia Poliglotta Vaticana
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