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DISCORSO DI SUA SANTITÀ
PIO XII AD UN NUMEROSO PELLEGRINAGGIO DELL'ARCIDIOCESI DI MILANO, IN
OCCASIONE DEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI PIO XI*
Domenica, 11
febbraio 1940
Se l'inizio del sacro tempo quadragesimale richiama alla mente
nostra e al nostro cuore i più gravi misteri del dolore e della Passione del
Redentore del mondo, non meno che la susseguente letizia del suo trionfo sopra
la morte, non discordano da esso il pensiero e l'affetto, coi quali il
degnissimo e infaticabile Pastore della grande Archidiocesi milanese (e al suo
lato godiamo di vedere l'Eminentissimo Cardinale Caccia Dominioni, lustro
anch'egli della metropoli lombarda) ha guidato intorno a Noi questa eletta e
numerosa schiera di diletti figli suoi e Nostri, pensoso, a un tempo, del
compianto e venerato Nostro Antecessore, da un anno salito a Dio e stato già
figlio e Pastore della Chiesa di Ambrogio, come di Ambrogio stesso, il cui
decimosesto centenario dalla nascita Milano con festivo suono di campane ha di
recente inaugurato. Dolore e gaudio hanno mosso e condotto i vostri passi verso
di Noi, quasi a dimostrare una volta di più che nella vita di quaggiù si
alternano e si mescolano il sereno e il fosco, l'afflizione e la gioia, la
tribolazione e il conforto. Ed è un conforto anche per Noi la vostra presenza
che vi associa al Nostro vivissimo rimpianto per un Pontefice d'indelebile
memoria quale fu per Noi Pio XI, statoCi Padre amatissimo,
« lui duca, lui signore e lui maestro
» nell'alto ufficio affidatoCi e attraverso
le liete e fortunose vicende nelle quali, durante buona parte del suo glorioso
Pontificato, si degnò di farci e averCi suo umile e devoto servo.
Nei fasti della storia della Chiesa il nome di Pio XI è segnato
come centro di nuovi tempi, chiusura e sigillo di un passato non meno glorioso
che tempestoso, principio e augurio di un avvenire, che dal passato attinge la
forza e il balzo verso più vaste e più profonde vittorie della fede. Pax
Christi in regno Christi: fu l'impresa del suo pensiero, del suo volere e
dell'opera sua. Nato con un cuore ardimentoso, con una mente aperta ai più
larghi orizzonti, con una sagacia penetrativa dei meandri delle cause e degli
eventi umani, con la vigile imperturbabilità sostenuta dallo sguardo fisso al
cielo, Pio XI, assiso sul soglio di Pietro come sopra la vetta più alta delle
Alpi da lui salite, volgeva l'occhio intorno sul mondo turbato dei popoli fra
loro in contrasto, dimentichi di Dio e del suo Cristo Pacificatore del cielo e
della terra; e invocava, quasi stella polare del suo Pontificato, la pace di
Cristo nel regno di Cristo. A questa stella indirizzava la prora della nave di
Pietro, se mai l'imperscrutabile consiglio divino, che nella sua giustizia mai
non si scorda della misericordia, inchinandosi a pietà e perdono delle iniquità
degli uomini, sospendesse e allontanasse il flagello che minaccioso stava per
cadere sull'irrequieta e discorde umanità. Alla pace di Cristo nel regno di
Cristo dedicò la sua vita e la sua morte; e fin dal primo giorno, in che apparve
vestito di bianco, fu veduto dall'alta loggia della Basilica Vaticana benedire
l'Italia e il mondo, tutti abbracciando nel nuovo e immenso suo cuore paterno.
Alla pace di Cristo avviò il suo pensiero; quel pensiero
apostolico, che con l'ardore di Paolo di Tarso varca ogni confine per esaltare e
annunziare all'universo la fede di Roma (cfr. Rom., I, 8) e accogliere
nella pace tutte le nazioni, vicine e lontane, unite e separate; quel pensiero
che, secondo il gran Vescovo d'Ippona, è il pensiero della città celeste e del
regno di Cristo, perché « questa città celeste, mentre è pellegrina in terra,
chiama a sé i cittadini di tutte le genti, e in tutte le lingue raccoglie i soci
del suo pellegrinaggio, non curando ciò ch'è diverso nei costumi, nelle leggi e
negli statuti, per i quali s'acquista o si conserva la pace terrena; non
guastando nulla né distruggendo, anzi piuttosto mantenendo e secondando; . . . e
quella stessa pace terrena ordina alla pace celeste, la quale è così veramente
pace che è da ritenersi e dirsi la sola pace della creatura ragionevole, per
essere la ordinatissima e concordissima società degli uomini di godere Dio e di
godere tra loro in Dio » (De civ. Dei, I. XIX, c. 17). Così il genio di
Agostino preluceva al pensiero di Pio XI con la pace di Cristo quaggiù nel regno
di Cristo conquistatore delle genti, per fare della pace terrena il preludio e
l'augurio della pace celeste, mèta ultima dell'umanità redenta e pellegrinante
da Dio sulla faccia del globo.
Se a tanto alti pensieri si elevava la mente di Pio XI nella
contemplazione del suo ufficio apostolico, scendeva poi nella loro applicazione
pratica a farne suoi ministri la volontà e l'azione, consapevole di essere, al
pari di Paolo, debitore ai Greci e ai barbari, ai saggi e agl'incipienti : «
Graecis ac Barbaris, sapientibus et insipientibus debitor sum» (Rom., I,
14). Volle nelle anime la pace di Cristo, la pace lasciataci da Cristo; la volle
fra i dotti e i semplici, fra la scienza e la fede, fra il capitale e il lavoro,
fra l'abbondanza e il bisogno, fra la ricchezza e la povertà, fra la politica e
la morale, fra i potenti e i deboli, fra i persecutori e gli oppressi, fra
l'Oriente e l'Occidente. Se trovò ostacoli al cammino, non disperò : attese,
come nel buio crepuscolo delle sue salite alpine, che l'alba nascesse propizia a
lui o a chi lo seguirebbe.
Fu grande nell'opera. Intrepido nunzio di pace fra i bagliori e
i terrori della guerra, come fra le tempeste delle Alpi, tornò nunzio di pace
anche all'Italia, per dare a lei, patria sua dilettissima, la pace di Cristo nel
regno di Cristo, sanando un lungo e doloroso dissidio, che separava l'uno
dall'altro « di quei che un muro ed una fossa serra » (Purg., VI, 84).
Sommo Sacerdote, sentì in sé il paterno amore di mediatore di pace fra i popoli
e la Chiesa e si accordò con quanti risposero alle sue lungimiranti e magnanime
sollecitudini pastorali. Maestro supremo della fede e della morale, promosse la
vera educazione della gioventù, difese la santità inviolabile del matrimonio
cristiano, esaltò e fece colle sue esortazioni risplendere la dignità
sacerdotale, ampliò l'istruzione del clero, fondò alti Atenei di scienze e di
studi, dilatò il Vangelo oltre le mète dei suoi. Antecessori, nobilitò lo zelo
del clero indigeno, e con la voce echeggiante di là dagli oceani glorificò il
Dio dell'altare nei Congressi Eucaristici, proclamato Re dei re e Signore dei
dominanti. Pastore e Padre dei popoli, animò la fede delle famiglie, e dalle
mura domestiche avviò i laici in mezzo all'azione sociale e all'Azione cattolica
a collaborare colla Gerarchia divinamente istituita per l'instaurazione del
regno di Cristo nella convivenza civile, elevando lo zelo dei fedeli a quel «
regale sacerdozio » (I Petr., II, 9), che, senza pareggiare le pecorelle
ai Pastori, ne fa un unico, saggio, prudente e operoso esercito ad ampliamento e
tutela della vita cristiana.
Ma in un secolo, in cui le ricerche filosofiche e
l'investigazione della natura hanno sorpassato i termini di ogni età trascorsa,
spesso nell'audacia dell'innoltrarsi traviandosi nei miraggi ingannevoli
dell'apparenza senza realtà, tanto da venire in contrasto non solo il pensiero
con la scienza, ma la scienza con la fede; il sapientissimo Pontefice, erudito
nelle biblioteche e nei convegni dei dotti, volle che, nella pace di Cristo,
Cristo apparisse, non soltanto sulle cattedre del clero, ma ancora nell'accolta
dei più insigni indagatori dell'universo, scientiarum Dominus; perché la
fede non teme la ragione; perché il dogma non paventa la scienza di vero nome;
perché la Chiesa, amica di ogni verità, non lega la sana libertà dell'indagine
del vero celato nei segreti della natura; che anzi ne promuove gli ardimenti e
il progresso, lieta di usarne i frutti e i trionfi per far udire la sua materna
voce sino ai confini della terra e rendere più bello il suo stesso trionfo nella
diffusione del nome e della fede di Cristo. E nel trionfo di Cristo e dei santi
per le vie e su gli altari trionfava la pietà e l'oracolo di Pio XI, quasi
provvido, nell'esaltare gli eroi della santità, di prepararsi in cielo benigni e
potenti avvocati che lassù lo accompagnassero e accogliessero al termine della
lunga e laboriosa sua vita. Così, forte nella sofferenza, «non recuso dolorem »,
da lui riguardata quale dono di Dio, che gli faceva più intimamente penetrare il
mistero della Passione di Cristo, sempre bramoso e pronto nelle fatiche
dell'alto ufficio pontificale « peto laborem », dalla mente lucidissima e dalla
volontà intrepida — Noi lo sappiamo — fino al giorno supremo, piegava infine la
fronte all'ultimo bacio del Crocifisso, cui offriva l'estremo palpito del suo
magnanimo cuore, per posarsi nella tranquillità della morte, aspettando la
gloriosa risurrezione, coi suoi Antecessori, vicino al sepolcro del primo
Vicario di Cristo.
A pregare presso la tomba di così gran Pontefice, gloria della
vostra terra, voi Milanesi, stretti intorno al vostro amatissimo Cardinale
Arcivescovo, siete ora con-venuti in Roma. Già del vostro dolore e del vostro
amore è prova e segno il primo funebre anniversario di lui, onde siete stati
condotti nell'Eterna città, pieni il cuore dei ricordi delle sue virtù e imprese
apostoliche, e deliberati ad evocarne e plasmarne l'eccelsa immagine nell'ombra
delle Grotte Vaticane, a insegnamento dei posteri. Se l'ultimo sacrificio che
Dio gli chiese fu il togliergli l'alba del memorando giorno decennale degli
auspicati Patti Lateranensi, a lui tanto cara e desiderata, certo un'aurora più
bella e radiosa gli concesse il Signore in quella vigilia della stellante festa
della Immacolata Vergine di Massabielle; e il cordoglio della sua scomparsa
rimase tutto vostro e Nostro e del mondo, ma non toccò il suo grande spirito,
che già esultava nel premio del servo buono e fedele, quale voi, prima che sulla
cattedra di Pietro, lo avevate conosciuto e venerato sulla sede del vostro gran
Padre Ambrogio. E di Ambrogio, fulgida luce del mondo cattolico, quasi a
conforto del rimpianto per il Nostro incomparabile Antecessore e vostro glorioso
concittadino, avete iniziato a ricordare l'albore della nascita, schiusosi
sedici secoli fa, pellegrinando pure a questa Roma, la quale, se non fu la culla
dei suoi vagiti, fu la fonte del suo sangue, e poi la scuola e l'arringo della
sua giovinezza e della sua sapiente maturità.
Roma, che nell'insigne basilica, dedicata ad Ambrogio e Carlo,
conserva sacri e perenni ricordi marmorei della pietà di Pio XI e della vostra
devozione a lui, esulta con voi in questa centenaria commemorazione di Ambrogio,
e con Milano si associa nel saluto, nel plauso e nella lode di questo astro
romano di prudenza civile e di sapienza cristiana, che dei suoi raggi folgoranti
e caldi tanto illuminò e accese la metropoli lombarda da stamparvi del suo nome
l'ardore religioso del suo popolo e l'ossequio liturgico del culto divino.
Dietro l'abside del gran tempio sacro a loro, per munificenza
vostra, Ambrogio e Carlo leveranno la fronte in campo aperto davanti ai ruderi
dissepolti della tomba e della pace augustali, contemplate un dì nel loro
fulgore dal giovane Ambrogio, che in quelle maestose rovine additerà a Carlo la
caducità di ogni grandezza umana innanzi a Dio : due giganti della fede e della
disciplina ecclesiastica, ambedue vanto della Chiesa milanese, pari e diversi
per secoli e per imprese, per ardimento e per zelo, per lotte e per vittorie, ma
sempre uguali nello sguardo fisso a Pietro, perché in Carlo è l'anima di
Ambrogio e in Ambrogio è il precursore di Carlo.
Ambrogio, se sul suo labbro infantile le api della Mosella
deposero il dolce miele della divina eloquenza, ebbe però dal sangue di Roma
l'austera e grande impronta del carattere dei Quiriti, temprato da Dio conforme
al fermento e al bisogno del suo tempo. Ma a lui il cielo, invece della spada e
dei trionfi delle legioni e del foro civile, destinava l'infula episcopale e la
sublime vittoriosa eloquenza del Vangelo. La sua giovinezza vide le lotte
dell'arianesimo e il morente paganesimo con effimero sforzo fugacemente
ravvivato da Giuliano l'Apostata; la sua virilità fu testimone del nuovo
dividersi dell'Impero romano con Valentiniano e Valente, e delle incessanti
guerre coi barbari invasori trionfanti delle legioni nei piani di Adrianopoli;
il suo episcopato fu tutore dei figli del vinto e morto Valentiniano e non
timido amico del grande Teodosio. Anch'egli fu grande, al pari dei grandi Padri
e Dottori della Chiesa; e voi potrete esaltarlo come un vigoroso atleta che
seppe in sè altamente congiungere la virtù di un romano con lo spirito di
Cristo, e stare di fronte anche ai Cesari per i diritti della fede e della
morale; e ammirare in lui il sapiente consigliere e sostenitore politico e
religioso di tre Imperatori e del loro trono; il campione della libertà e
indipendenza della Chiesa; il maestro del primato di Pietro e il martello
dell'eresia; l'asceta dell'eroica abnegazione, il padre dei miseri, il Boccadoro
dell'Occidente, il consolatore di Monica e il battezzatore di Agostino; il poeta
dei sacri canti; il sacerdote dell'altare, l'esemplare dei Pastori e dei
vescovi, il santo che è sale della terra e luce del mondo.
Ma a Noi piace inoltre di richiamare la vostra attenzione sopra
un particolare aspetto della figura di lui, come cioè dalla sua culla, dalla sua
puerizia e dalla sua giovinezza si spande una luce che vale a illuminare anche
il nostro secolo e la società moderna in mezzo al paganesimo rinato, in cui
cresce oggi la gioventù, non dissimile dall'antico, che circondava il giovane
Ambrogio : mirabile esempio di un'anima, la quale, anche prima del battesimo,
rimase salda e franca nella virtù, non mai macchiata dal culto e dalla morale
del gentilesimo, sempre, nella costanza e nella imperturbabilità dei suoi
elevati pensieri e propositi, incrollabile al vento delle amicizie pagane. Voi
tutti, diletti figli, non ignorate i pericoli che oggi incontra la gioventù
cristiana, per la quale l'esempio di Ambrogio viene ad essere un alto
ammonimento di vigilanza, di fortezza e dignità di carattere, in faccia alla
Chiesa e alla patria, per quella tempra e sigillo di romanità che investe anche
la fede in Cristo, e fa che dovunque è un cristiano cattolico, là sia Roma. La
Roma di Pietro vive ed è pure nella vostra Milano, perché la fede ambrosiana è
la fede di Roma; perché Ambrogio con la fede di Roma, per la quale dov'è Pietro
ivi è la Chiesa, rese grande Milano. Questo vostro pellegrinaggio n'è aperto
testimonio, e nel vostro pensiero sembrano scambiarsi i ricordi e le glorie,
convenuti come siete a pregare sulla tomba di un glorioso Pontefice che Milano
diede a Roma, mentre in Milano voi venerate l'urna di un gran Vescovo,
Dottore della Chiesa e Padre vostro, a voi largito da Roma. Non è questo il
sacro vincolo dell'unità della Chiesa?
E Noi, che tutti abbracciamo nella universale carità di Cristo e
nella sollecitudine di Pietro per tutte le Chiese, altamente godiamo di vedervi
intorno a Noi; e vivamente Ci compiacciamo che vi adoperiate per onorare con
sempre più nobile gara il sapientissimo vostro più antico Maestro e più famoso
Vescovo e Patrono, il quale fu, nel suo tempo non meno inquieto e torbido del
nostro, promotore e propugnatore di pace e concordia fra Cesari e competi-tori
d'impero; e negl'inizi del suo governo civile, in mezzo al popolo milanese
discorde per la elezione del Vescovo, apparendo pacificatore dei partiti,
rivelava in se medesimo il saggio mediatore di pace, così che la pace stessa si
affermava in lui e gli tramutava le insegne di Consolare nella sacra e più degna
veste di Metropolita del Vicariato d'Italia. Onde Noi non dubitiamo di venerare
e invocare in lui un gran protettore della pace della Chiesa e del mondo, e di
esortarvi a far sì che le onoranze alla sua memoria siano anche una fervida
preghiera «pro omnibus hominibus, pro regibus et omnibus, qui in sublimitate
sunt, ut quietam et tranquillam vitam agamus in omni pietate et castitate. Hoc
enim bonum est et acceptum corani Salvatore nostro Deo, qui omnes homines volt
salvos fieri et ad agnitionem veritatis venire» (I Tim., II, 1-2). Perciò
con questa santa brama e con paterno affetto imploriamo sopra il venerato vostro
Cardinale Arcivescovo, e sopra tutti i diletti figli della Archidiocesi
milanese, presenti e lontani, l'abbondante copia dei divini favori e la
consolazione di Dio, impartendovi la Nostra più larga Apostolica Benedizione.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, I, Primo
anno di Pontificato, 2 marzo 1939 - 1° marzo 1940, pp. 529-536 Tipografia Poliglotta Vaticana
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