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RADIOMESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AI POPOLI DEL MONDO INTERO*

Venerdì, 24 dicembre 1943

 

NATALE DI GUERRA

Ancora una quinta volta, diletti figli e figlie dell'universo, la grande famiglia cristiana si prepara a celebrare la magnifica solennità della pace e dell'amore, che redime e affratella, in una cupa atmosfera di morte e di odio; anche quest'anno essa sente e sperimenta l'amarezza e l'orrore di un contrasto irreconciliabile tra il dolce messaggio di Betlemme e il feroce accanimento con cui l'umanità si dilania.

Dolorosi erano i passati anni, turbati dal fiero rumoreggiare delle armi ; ma le campane del Natale, sollevando gli animi, risvegliavano e facevano sorgere timide speranze, suscitavano caldi e potenti aneliti verso la pace.

Sventuratamente il mondo, guardandosi intorno, deve ancora contemplare con raccapriccio una realtà di lotta e di rovine che, divenuta di giorno in giorno più estesa e crudele, infrange le sue speranze e con gelida e dura esperienza comprime e soffoca i suoi più ardenti impulsi.

Che vediamo noi infatti se non il conflitto degenerare in quella forma di guerra, che esclude ogni restrizione e riguardo, quasi fosse un portato apocalittico generato da una civiltà, nella quale al progresso sempre crescente della tecnica viene compagno un decrescimento sempre più profondo dello spirito e della moralità; una forma di guerra, che procede senza posa per l'orrenda sua via, e matura stragi tali, che le pagine più insanguinate e spaventose delle epoche passate impallidiscono al suo confronto? Con terrore i popoli hanno dovuto assistere a un nuovo e immenso perfezionamento di mezzi e arti di distruzione, ed essere al tempo stesso spettatori di una decadenza interiore, che dal raffreddamento e sviamento della sensibilità morale va sempre più precipitando verso il fondo della comprensione di ogni sentimento di umanità e di un tale offuscamento della ragione e dello spirito, da verificare le parole della Sapienza : « Tutti erano avvinti da una stessa catena di tenebre » (Sap. 17, 17).

LA LUCE DELL'ASTRO DI BETLEMME

Ma in mezzo a questa notte tenebrosa risplende al fedele la luce dell'astro di Betlemme, che gli addita e illumina il cammino verso Colui, dalla cui pienezza di grazia e di verità noi tutti abbiamo ricevuto (Io. 1, 16); il cammino verso il Redentore, fattosi in questo mondo con la sua venuta essenzialmente Principe di pace, e pace nostra : « Ipse enim est pax nostra » (Eph. 2, 14).

Cristo solo può allontanare i funesti spiriti dell'errore e del peccato, che hanno aggiogato l'umanità ad una tirannica e avvilente schiavitù, asservendola ad un pensiero e ad un volere, dominati e mossi dall'insaziabile bramosia di beni senza limiti.

Cristo solo, che ci ha tolti al triste servaggio della colpa, può insegnare a spianare la via verso una libertà nobile e disciplinata, appoggiata e sostenuta su di una vera rettitudine e consapevolezza morale.

Cristo solo, « sulle cui spalle riposa il dominio » (cfr. Is. 9, 6), con la sua soccorritrice onnipotenza può sollevare e trarre il genere umano dalle angustie senza nome, che lo tormentano nel corso di questa vita, e avviarlo alla felicità.

Un cristiano, che si alimenta e vive della fede in Cristo, nella certezza che Egli solo è la via, la verità e la vita, reca la sua parte delle sofferenze e dei disagi del mondo al presepio del Figlio di Dio, e trova dinanzi al neogenito Bambino una consolazione e un sostegno ignoto al mondo, che gli dà animo e forza a resistere e mantenersi imperterrito, senza accasciarsi o venir meno in mezzo alle prove più tormentose e gravi.

I — AI DELUSI

È triste e doloroso, diletti figli, il pensare che innumerevoli uomini, pur sentendo, nella ricerca di una felicita che li appaghi in questa vita, l'amarezza di fallaci illusioni e penose delusioni, si siano preclusi la via ad ogni speranza, e lontani come vivono dalla fede cristiana, non sappiano rintracciare il cammino verso il presepio e verso quella consolazione, che fa sovrabbondare di gaudio gli eroi della fede in ogni loro tribolazione. Vedono ridotto in frantumi l'edificio di credenze, in cui umanamente ebbero fiducia e posero il loro ideale: ma non fu mai che trovassero quell'unica vera fede, la quale sarebbe valsa a dare loro conforto e rinnovamento di animo. In questo tentennamento intellettuale e morale, sono presi da una deprimente incertezza di spirito e vivono in uno stato d'inerzia che opprime l'anima loro, e che può profondamente intendere e fraternamente compatire solo colui, il quale ha la gioia di vivere nella vivida aura familiare di una fede soprannaturale, travalicante i turbini di tutte le contingenze temporali, per fissarsi nell'eterno.

a) COLORO, CHE POSERO LA LORO FIDUCIA NELLA ESPANSIONE MONDIALE DELLA VITA ECONOMICA

Della schiera di tali amareggiati e delusi non è difficile additare coloro, che posero la loro intera fiducia nella espansione mondiale della vita economica, reputandola sola idonea ad unire insieme in fratellanza i popoli, e ripromettendosi dalla sua grandiosa organizzazione, sempre più perfezionata e affinata, inauditi e insospettati progressi di benessere per il consorzio umano.

Con quanta compiacenza e orgoglio contemplarono l'accrescimento mondiale del commercio, lo scambio, oltrepassante i continenti, di tutti i beni e di tutte le invenzioni e produzioni, il cammino trionfale della diffusa tecnica moderna, superante ogni confine di spazio e di tempo! Oggi invece che sperimentano essi nella realtà? Vedono ormai che questa economia coi suoi giganteschi rapporti e vincoli mondiali e con la sua sovrabbondante divisione e moltiplicazione del lavoro cooperava in mille modi a rendere generale e più grave le crisi della umanità, mentre, non corretta da nessun ritegno morale, e senza sguardo ultraterreno che l'illuminasse, non poteva non terminare in un indegno e umiliante sfruttamento della persona umana e della natura, in una trista e paurosa indigenza da una parte e in una superba e provocante opulenza dall'altra, in un tormentoso e implacabile dissidio tra privilegiati e non abbienti : malaugurati effetti che non sono stati all'ultimo posto nella lunga catena di cause, che hanno condotto all'immensa tragedia odierna.

Non temano di presentarsi cotesti delusi della scienza e della potenza economica al presepio del Figlio di Dio. Che cosa dirà loro il Bambino, che vi è nato e viene adorato da Maria e da Giuseppe, dai Pastori e dagli Angeli? Senza dubbio la. povertà nella stalla di Betlemme è una condizione da Lui scelta puramente per sé, né perciò essa importa alcuna condanna o rifiuto della vita economica in ciò che è necessario all'avanzamento e al perfezionamento fisico e naturale dell'uomo. Ma quella povertà del Signore e Creatore del mondo, da Lui liberamente voluta, che Lo accompagnerà anche nella bottega di Nazareth e in tutto il tempo della sua vita pubblica, significa e manifesta quale padronanza e superiorità Egli avesse sulle cose materiali, indicando così con potente efficacia il naturale ed essenziale ordinamento dei beni terreni alla vita dello spirito e ad una più alta perfezione culturale, morale e religiosa, necessaria all'uomo ragionevole. Coloro, che aspettavano la salute della società dal meccanismo del mercato economico mondiale, sono rimasti così delusi, perché erano divenuti non i signori e i padroni, ma gli schiavi delle ricchezze materiali, alle quali avevano servito, svincolandole dal fine superiore dell'uomo e facendole fine a se stesse.

b) COLORO, CHE RIPOSERO LA FELICITÀ NELLA SCIENZA SENZA Dio

Non altrimenti operarono e pensarono altri delusi del passato, i quali riponevano la felicità e il benessere unicamente in un genere di scienza e di cultura, aliene dal riconoscere il Creatore dell'universo ; quei pionieri e quei seguaci non della vera scienza, che è mirabile riflesso della luce di Dio, ma di una scienza superba, la quale, non dando alcun posto all'opera di un Dio personale, indipendente da ogni limitazione e superiore a tutto ciò che è terreno, si vantava di poter spiegare gli avvenimenti del mondo col solo rigido e deterministico concatenamento di ferree leggi naturali.

Ma una tale scienza non può dare la felicità ed il benessere. L'apostasia dal Verbo divino, per il quale furono fatte tutte le cose, ha condotto l'uomo all'apostasia dallo spirito, così da rendergli arduo il perseguimento di ideali e di scopi altamente intellettuali e morali. Per tal modo la scienza apostata dalla vita spirituale, mentre s'illudeva di aver acquistato piena libertà ed autonomia, rinnegando Dio, si vede oggi punita con un servaggio, che non fu mai più umiliante, essendo divenuta schiava e quasi automatica esecutrice di indirizzi e ordini, che non tengono in alcun conto i diritti della verità e della persona umana. Ciò che a quella scienza parve libertà fu vincolo di umiliazione e di avvilimento; e scoronata com'è, non riprenderà la dignità primitiva, se non con un ritorno al Verbo eterno, fonte di sapienza così follemente abbandonato e dimenticato.

A tale ritorno invita appunto il Figlio di Dio, che è via, verità e vita, via di felicità, verità che sublima, vita che eterna l'uomo; invita in muto penetrante linguaggio, con la sua stessa venuta nel mondo, quei delusi, perché Egli non delude l'anima umana, ma le dà l'impeto che la porta verso di Lui.

 II — AI DESOLATI SENZA SPERANZA

Accanto a coloro, che vivono profondamente sconcertati per il fallimento di indirizzi sociali e intellettuali, largamente seguiti da politici e scienziati, sta la non meno numerosa schiera di quelli, che si trovano in gran disagio e pena per il disfacimento del loro personale e proprio ideale di vita.

a) COLORO, AI QUALI SCOPO DELLA VITA ERA IL LAVORO

È il gran numero di coloro, a cui scopo della vita era il lavoro, e meta delle loro fatiche una comoda esistenza materiale, ma che nella lotta per raggiungere quel fine avevano relegato lontano le considerazioni religiose e trascurato di dare alla loro esistenza un orientamento sano e morale. La guerra li ha strappati da questa consueta e amata attività, che era il pregio e sostegno del vivere loro, li ha divelti dalla loro professione e dalla loro arte, cosicché provano in sé stessi un vuoto pauroso. Che se alcuni possono ancora attendere all'opera loro, la guerra ha imposto condizioni di lavoro e di vita, nelle quali è scomparsa ogni caratteristica personale, viene meno e non è più possibile una vita familiare ordinata, né più si trova quella soddisfazione dell'anima, che fornisce soltanto il lavoro quale è stato nobilitato e voluto da Dio.

O lavoratori, accostatevi al presepio di Gesù ! Non vi paia orrida quella grotta e quel rifugio del Figlio di Dio: non per caso, ma per alto e ineffabile disegno vi troverete soltanto semplici lavoratori: Maria, la Vergine Madre di famiglia lavoratrice, Giuseppe, il Padre di famiglia lavoratore, i pastori custodi dei greggi, e infine i Saggi venuti dall'Oriente; lavoratori della mano, delle vigilie e del pensiero; essi si chinano e adorano il Figlio di Dio, che col suo cosciente e amabile silenzio, più forte della parola, spiega a tutti loro il senso e la virtù del lavoro. Esso non è soltanto travaglio delle membra umane privo di senso e di valore, e nemmeno una umiliante servitù. Il lavoro è servizio di Dio, dono di Dio, vigore e pienezza della vita umana, merito di riposo eterno. Levate e tenete alta la fronte, o lavoratori. Mirate il Figlio di Dio, che col suo eterno Padre creò e ordinò l'universo; e fattosi uomo pari a noi, tolto il peccato, e cresciuto in età, entra nella grande comunanza del lavoro, e nella sua missione salvatrice fatica consumando la sua vita terrena, Egli, Redentore del genere umano, che, con la sua grazia penetrante il nostro essere e operare, eleva e nobilita ogni onesto lavoro, l'alto e il basso, il grande e il piccolo, il gradevole ed il penoso, il materiale e l'intellettuale, ad un valore meritorio e soprannaturale dinanzi a Dio, unendo così ogni processo del multiforme operare umano in una unica costante glorificazione del Padre nel cielo.

b) COLORO, CHE POSERO LA LORO SPERANZA NEL GODIMENTO DELLA VITA TERRENA

Sventurati sono anche coloro che veggono fallita la loro speranza di felicità, sognata e riposta puramente nel godimento della passeggera vita terrena, concepita esclusivamente o come pienezza di energie corporee e bellezza di forme e di persone, o come opulenza e sovrabbondanza di comodità, o come possesso di forza e di potere.

Ma ecco che oggidì, nel turbine della guerra, il vigore e la venustà di tanta gioventù, cresciuta e addestrata nei campi sportivi, si disfanno e sfioriscono negli ospedali militari, e molti giovani vagano, aggirandosi mutilati o infermicci fisicamente e moralmente, per le strade di una patria, desolata e ridotta in un cumulo di rovine in varie città delle migliori sue regioni dai bombardamenti aerei e dalle operazioni belliche.

Se parte della gioventù maschile non ha più forze per faticare e lavorare, le future madri della prossima generazione, forzate come sono a un soverchio lavoro oltre ogni misura e ogni limite di tempo, vanno perdendo la possibilità di fornire al popolo dissanguato quell'incremento sano di corpo e di spirito, che favorisce la vita e l'educazione dei figli, senza cui l'avvenire della patria è minacciato da un triste tramonto.

La penosa irregolarità di lavoro e di vita, lontano da Dio e dalla sua grazia, e dal cattivo esempio allettata e traviata, insinua e prepara un pernicioso rilasciamento dei rapporti coniugali e familiari, cosicché il tossico della lussuria tenta di avvelenare ora molto più di prima la sacra sorgente della vita. Da questi dolorosi fatti e pericoli appare con dura evidenza come, mentre il rinvigorimento della famiglia e del popolo veniva considerato uno dei più nobili propositi in molte nazioni, si diffondono invece e crescono spaventosamente un deperimento fisico e un pervertimento spirituale, che solo un'azione curatrice ed educatrice di varie generazioni potrà lentamente almeno in parte far scomparire. Se il conflitto guerresco ha causato in tanti così vaste rovine di corpo e di spirito, non ha risparmiato gli avidi dell'opulenza e del puro godimento della vita, i quali stanno ora muti e perplessi dinanzi alle distruzioni, sopravvenute anche sopra i loro beni come un uragano devastatore: ricchezze e focolari annientati dal ferro e dal fuoco, vita comoda e di piaceri scomparsa, tragico il presente, l'avvenire con poche speranze e molti timori.

Più triste è la visione che turba e spaventa coloro, i quali aspirarono a possedere forza e predominio : ora contemplano con terrore l'oceano di sangue e di lacrime che bagna il mondo, le tombe e le fosse di cadaveri moltiplicate e sparse su tutte le regioni della terra e le isole dei mari, il lento spegnersi della civiltà, il progressivo scomparire del benessere anche materiale, la distruzione di insignì monumenti e nobilissimi edifici di arte sovrana, che potevano dirsi patrimonio comune del mondo civile, l'acuirsi e l'approfondirsi di odi, che infiammano l'uno contro l'altro i popoli e nulla di bene lasciano sperare per l'avvenire.

III — AI FEDELI
Il conforto della fede nelle odierne calamità

Venite ora voi, o cristiani, voi, o fedeli, legati da un ineffabile vincolo soprannaturale col Figlio di Dio fattosi piccolo per noi, guidati e santificati dal suo Evangelo, alimentati dalla grazia, frutto della passione e della morte del Redentore. Anche voi sentite il dolore, ma con la speranza di un conforto che viene dalla vostra fede.

Le presenti miserie sono pure le vostre; la guerra distruggitrice visita e tormenta anche voi, i vostri corpi e le vostre anime, i vostri averi e i vostri beni, la vostra casa e il vostro focolare. La morte vi ha spezzato il cuore e inflitte ferite lente a rimarginarsi. Il pensiero a care tombe lontane rimaste forse sconosciute, l'ansietà per gli scomparsi o dispersi, il sospiro bramoso di riabbracciare i vostri amati prigionieri o deportati, vi mettono in una pena che accascia il vostro spirito, mentre un avvenire grave ed oscuro incombe su tutti, genitori e figli, giovani e vecchi.

In ogni giorno, e più che mai in quest'ora, il Nostro cuore di Padre si sente con profondo e immutabile affetto presso a ciascuno di voi, diletti figli e figlie, doloranti e angustiati. Ma tutti i nostri sforzi non possono far cessare d'un tratto questa orrenda guerra. Non ridare la vita ai vostri cari morti. Non ricostruire il vostro focolare distrutto. Non liberarvi pienamente dalle vostre ansietà. Molto meno è in Nostro potere di manifestarvi il futuro, le cui chiavi sono nelle mani di Dio, che governa il processo degli eventi e ne ha segnato il termine pacifico.

Due cose però Noi possiamo e vogliamo compiere. La prima è, che Noi abbiamo fatto e faremo sempre quanto è nelle Nostre forze materiali e spirituali per alleviare le tristi conseguenze della guerra, per i prigionieri, per i feriti, per i dispersi, per i randagi, per i bisognosi. per tutti i sofferenti e i travagliati, di ogni lingua e nazione.

La seconda è, che in questo volgere del tristo tempo di guerra Noi vogliamo che soprattutto ricordiate il gran de conforto che ci ispira la fede, quando c'insegna che la morte e le sofferenze di questa vita terrena perdono la loro dolorosa amarezza per coloro, che possono con tranquilla e serena coscienza far propria la commovente preghiera della Chiesa nella Messa per ì defunti : « Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita viene cambiata, non tolta, e quando è disciolta la dimora di questa abitazione terrena, sta preparata in cielo un'abitazione eterna » (Praef . Miss. pro defunct.). Mentre gli altri, che non hanno speranza, si trovano davanti ad un abisso pauroso, e le loro mani, brancicando alla ricerca di un punto di appoggio, palpano il nulla, non dell'anima loro immortale, ma di una sfumata felicità oltremondana; voi invece, per la grazia e liberalità di Dio misericordioso, oltre la morte certa, « certa moriendi conditio », avete l'ineffabile divina consolazione della promessa d'immortalità, « futurae immortalitatis promissio ».

Da una tal fede voi attingete un'interiore serenità, una fiduciosa fortezza morale, che non soccombono neppure alle più crude sofferenze. Grazia sublime questa e inestimabile privilegio, che dovete ascrivere alla benignità del Salvatore; grazia e privilegio, che esige da voi il rispondervi con azione di esemplare costanza e richiede un apostolato quotidiano, tendente a ridare la fiducia a chi l'ha perduta e ad avviare a salvezza spirituale coloro i quali, come naufraghi nell'oceano delle presenti sciagure, stanno per sommergersi e perire.

Dovere dei cristiani nell'ora presente

Il cammino dell'umanità nella presente confusione d'idee è stato un cammino senza Dio, anzi contro Dio; senza Cristo, anzi contro Cristo. Con ciò non vogliamo né intendiamo offendere gli erranti; essi sono e rimangono nostri fratelli.

Conviene però che anche la cristianità consideri quella parte di responsabilità, che a lei tocca nelle odierne prove. O non hanno forse anche molti cristiani fatto concessioni a quelle false idee e indirizzi della vita, tante volte disapprovati dal magistero della Chiesa?

Ogni tiepidezza e ogni inconsulto patteggiamento col rispetto umano nella professione della fede e delle sue massime; ogni pusillanimità e ondeggiamento tra il bene e il male nella pratica della vita cristiana, nell'educazione dei figli e nel governo della famiglia; ogni peccato occulto o palese; tutto questo, e quel più che si potrebbe aggiungere, è stato ed è un lacrimevole contributo alla sciagura, che oggi sconvolge il mondo. E chi mai avrebbe il diritto di ritenersi senza colpa alcuna? La riflessione sopra voi stessi e le vostre opere e l'umile riconoscimento di tale responsabilità morale vi farà scorgere e sentire nel profondo dell'anima quanto doverosa e santa sia per voi una preghiera e un'azione che plachi e implori la misericordia di Dio e concorra a salvare i fratelli; ridando a Dio quell'onore, che gli fu per tanti decenni negato, conquistando e ottenendo agli uomini quella pace interiore, la quale non si può trovare che col riavvicinamento alla luce spirituale della Grotta di Betlemme.

All'opera, diletti figli!

All'opera dunque e al lavoro, diletti figli! Serrate le vostre file. Non cada il vostro coraggio; non rimanete inerti in mezzo alle rovine. Uscitene fuori alla ricostruzione di un nuovo mondo sociale per Cristo.

Splenda su di voi la stella che guidò il cammino dei Magi a Gesù. Lo spirito, che da Lui emana, nulla ha perduto della sua forza e della sua potenza risanatrice della umanità decaduta. Esso trionfò un giorno sul paganesimo imperante. Perché non dovrebbe trionfare anche oggi, quando pene e delusioni di ogni genere mostrano a tante anime la vanità e i traviamenti dei sentieri finora seguiti nella vita pubblica e privata? Gran numero di intelletti vanno ricercando nuovi ideali politici e sociali, privati e pubblici, istruttivi ed educativi, e provano intima l'ansia di appagare il bisogno del loro cuore. Sia loro guida l'esempio della vostra vita cristiana; l'ardente vostra parola li scuota. Mentre passa la figura di questo mondo, mostrate loro come la vera vita è « che conoscano Te, l'unico vero Dio, e Colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo » (Io. 17, 3).

Invocazione di soccorso

Per il vostro labbro rinasca nei fratelli la conoscenza del Padre celeste, che, anche in tempi di terribile miseria, governa il mondo con sapiente e provvida bontà; sperimentino la tranquilla felicità, che viene da una vita ardente dell'amore di Dio. Ma l'amore di Dio rende l'animo delicatamente sensibile anche ai bisogni dei fratelli, pronto all'aiuto spirituale e materiale, disposto ad ogni rinunzia, affinché rifiorisca nel cuore di tutti l'amore fervido ed attivo.

Oh forza della carità di Cristo! Noi la sentiamo vibrante nella tenerezza del Nostro cuore di Padre, che, ugualmente aperto e teso verso tutti, Ci fa inculcare col grido della Nostra parola l'opera di misericordia e di soccorrevole amore.

Quante volte abbiamo dovuto ripetere con animo straziato l'esclamazione del divino Maestro : « Misereor super turbam », « Ho compassione di questo popolo », e quante volte aggiungere anche Noi : « Non habent quod manducent », « Non hanno che mangiare » (Marc. 8, 2), specialmente guardando a molte regioni devastate e desolate dalla guerra! E non fu mai volta o momento che non sentissimo duramente il contrasto fra le ristrettezze Nostre, non valevoli al soccorso, e la gigantesca estensione del bisogno dei molti, che fanno pervenire a Noi la loro voce supplichevole e il loro doloroso gemito, prima da regioni lontane, e ora sempre più anche dalle vicine.

Di fronte a tale indigenza, ogni giorno crescente, Noi rivolgiamo al mondo cristiano un insistente grido di paterna invocazione di aiuto e di pietà: « Ecce sto ad ostium et pulso », « Ecco che sto alla porta e busso » (Apoc. 3, 20).

E non dubitiamo di rivolgerCi, con quella fiducia che Dio C'ispira, al sentimento umano e cristiano di quei popoli e di quelle Nazioni, a cui la Provvidenza ha risparmiato finora la diretta sofferenza degli orrori della guerra, o che, pur essendo in guerra, vivono ancora in condizioni che permettono ad essi di dare un generoso sfogo al loro intento di misericordia e di porgere aiuto e sostentamento a quelli che, entro i duri disagi del conflitto e senza soccorso esterno, difettano già oggi del necessario e più ne difetteranno nel futuro.

Per una tale invocazione Ci sospinge e Ci sostiene la speranza che essa incontrerà profonda eco nei cuori dei fedeli e di quanti sentono in petto vivo spirito di umanità; mentre, fra gli urti nati e acuiti dal conflitto mondiale, appare in luce sempre più chiara un consolante svolgimento di pensieri e di propositi ; vogliamo dire il risveglio di una solidaria responsabilità dinanzi ai problemi sorti dall'impoverimento generale, originato dalla guerra. Le distruzioni e le devastazioni, che ne sono seguite, esigono imperiosamente per tutta la estensione dei danni avvenuti un'opera di ricostruzione e di soccorso. Gli errori del passato non molto lontano si tramutano per gli spiriti indipendenti e illuminati in ammonizioni, alle quali, così per ragione di prudenza, come per senso di umanità, non è mai che restino sordi. Essi considerano il risanamento spirituale e la restaurazione materiale dei popoli e degli Stati come un insieme organico, nel quale nulla sarebbe più esiziale che il lasciare annidarsi focolari d'infezione, da cui domani potrebbe nascere nuova rovina. Essi sentono che, in un nuovo ordinamento di pace, di diritto e di operosità. non dovrebbero, per il trattamento di alcuni popoli in modo non conforme alla giustizia, all'equità e alla saggezza, sorgere pericoli o rimanere lacune nella struttura della intera organizzazione, che ne metterebbero a repentaglio la consistenza e la stabilità.

Aspettazione di pace

Stretti e fedeli come vogliamo essere alla doverosa imparzialità del Nostro ministero pastorale, esprimiamo il desiderio che i Nostri figli diletti nulla omettano per far trionfare i principi di illuminata ed equanime giustizia e fraternità nelle questioni così fondamentali per la salute degli Stati. È infatti virtù propria degli spiriti saggi e dei veri amici dell'umanità il comprendere che una pace conforme alla dignità dell'uomo e alla coscienza cristiana non è mai che sia una dura imposizione della spada, bensì il frutto di una previdente giustizia e di una responsabile equità verso tutti.

Ma, se nell'aspettazione di una tale pace, che tranquilli il mondo, voi, diletti figli e figlie, continuate a soffrire amaramente nell'anima e nel corpo sotto i colpi dei disagi e della ingiustizia, non dovete però domani macchiare quella pace e rendere ingiustizia con ingiustizia, o forse commettere una ingiustizia anche maggiore.

In questa vigilia natalizia il vostro cuore e la vostra mente si volgano al Fanciullo divino del presepio. Vedete e meditate come in quella grotta abbandonata, esposta al freddo e ai venti, Egli partecipi della vostra povertà e della vostra miseria. Egli, Signore del cielo e della terra e di tutte le ricchezze, per le quali contendono gli uomini. Tutto è suo: eppure quante volte in questi tempi ha dovuto anch'Egli abbandonare chiese e cappelle distrutte, incendiate, crollate o pericolanti ! Forse là, dove la devozione dei vostri antenati Gli aveva dedicato magnifici templi dagli agili archi e dalle volte sublimi, voi non potete offrirgli, in mezzo alle rovine, fuorché una misera dimora in cappella di rifugio o in case private. Noi vi lodiamo e ringraziamo, Sacerdoti e laici, uomini e donne, che non di rado, sprezzando ogni pericolo della vostra vita, avete ricoverato e custodito in luogo sicuro il Signore e Salvatore eucaristico. Il vostro zelo non voleva che si avverasse ancora una volta ciò che fu detto di Cristo: «È venuto nei suoi possessi e i suoi non l'hanno accolto » (Io. I, II). Così il Signore non ha rifiutato di venire in mezzo alla vostra povertà: Egli che già preferì Betlemme a Gerusalemme, la stalla e il presepe al grandioso tempio del Padre suo. Povertà e miseria sono amare, ma diventano dolci se si conserva in sé Iddio, il Figlio di Dio, Gesù Cristo, e la sua grazia e verità. Egli rimane con voi, finché nel vostro cuore vivono la vostra fede, la vostra speranza, il vostro amore, la vostra obbedienza e devozione.

Insieme con voi, diletti figli e figlie, Noi deponiamo le Nostre preghiere ai piedi di Gesù Bambino e imploriamo da Lui che sia questo l'ultimo Natale di guerra e che l'umanità possa celebrare nel nuovo anno la ricorrenza della solennità natalizia, fulgente della luce e del gaudio di una pace veramente cristiana.

PRINCIPI PER UN PROGRAMMA DI PACE

Ed ora voi tutti, che portate la responsabilità, voi tutti, che per disposizione o permissione di Dio, avete nelle vostre mani il potere sopra la sorte del vostro e degli altrui popoli : ascoltate il supplichevole « Erudimini », che dal sanguinoso e rovinoso abisso di questa immane guerra rintrona al vostro orecchio: fremito e ammonimento per tutti, colpo di tromba del futuro giudizio annunziatrice di condanna e di pena per coloro, che fossero sordi alla voce dell'umanità, che è anche la voce di Dio.

I vostri scopi di guerra nella coscienza della vostra forza possono ben aver abbracciato interi paesi e continenti. La questione circa la colpa della presente guerra e la richiesta di riparazioni possono pure indurvi ad alzare la vostra voce. Oggi però le devastazioni, che il conflitto mondiale ha prodotte in tutti i campi della vita, materiali e spirituali, arrivano già a così incomparabile gravezza ed estensione, e il temuto pericolo che con la continuazione della guerra esse crescano in orrori senza nome per ambedue le parti belligeranti, e per quanti, pur ripugnanti, sono stati in essa travolti, appare così fosco e minaccioso al Nostro sguardo, che Noi, per il bene e per la stessa esistenza di tutti e singoli i popoli, vi diciamo e scongiuriamo:

Sollevatevi sopra voi stessi, sopra ogni strettezza di giudizio e di calcolo, sopra ogni vanto di superiorità militare, sopra ogni affermazione unilaterale di diritto e di giusti zia. Riconoscete anche le verità sgradevoli ed educate i vostri popoli a guardarle in faccia con serietà e fortezza.

Vera pace non è il risultato, per così dire, aritmetico di una proporzione di forze, ma, nel suo ultimo e più profondo significato, un'azione morale e giuridica.

Essa non si effettua in realtà senza impiego di forza, e la sua stessa consistenza ha bisogno di appoggiarsi sopra una normale misura di potenza. Ma la funzione propria di questa forza, se vuoi essere moralmente retta, deve servire a protezione e a difesa, non a diminuzione od oppressione del diritto.

Un'ora come la presente — capace non meno di potenti e benefici progressi, che di funesti mancamenti ed errori — non si è forse mai avuta nella storia della umanità.

E quest'ora domanda con voce imperiosa che gli scopi di guerra e i programmi di pace siano dettati dal più alto senso morale. Essi non debbono tendere, come a scopo supremo, se non ad un'opera d'intesa e di concordia fra i popoli belligeranti, un'opera che lasci ad ogni Nazione, cosciente della sua doverosa unione con la intera famiglia degli Stati, la possibilità di associarsi degnamente, senza rinnegare o distruggere sé stessa, alla grande futura azione mondiale di risanamento e di ricostruzione. Naturalmente la conclusione di una tale pace non significherebbe alcun abbandono delle necessarie garanzie e sanzioni di fronte a qualsiasi attentato della forza contro il diritto.

Non pretendete da alcun membro della famiglia dei popoli, anche se piccolo o debole, rinunzie a sostanziali diritti e necessità vitali, che voi stessi, se si dovessero applicare al vostro popolo, giudichereste inattuabili.

Date presto alla umanità ansiosa una pace, che riabiliti il genere umano dinanzi a sé stesso e alla storia. Una pace, sopra la cui culla non guizzino i lampi vendicatori dell'odio, non gl'istinti di una sfrenata volontà di rappresaglia, ma risplenda l'aurora di un nuovo spirito di comunanza mondiale, sorto dal mondiale dolore. Uno spirito di comunanza che, sostenuto dalle indispensabili forze divine della fede cristiana, sarà solo in grado di preservare la umanità, dopo questa infelice guerra, dalla indicibile sciagura di una pace edificata su errati fondamenti, e quindi effimera ed ingannevole.

Animati da questa speranza, Noi con paterno affetto a voi, diletti figli e figlie, soprattutto a coloro, che soffrono in maniera particolarmente dolorosa i disagi e le pene della guerra e hanno bisogno dei divini conforti, e non ultimi a tutti quelli i quali, rispondono alla Nostra invocazione, aprono il cuore all'amore operoso e misericordioso, o, reggendo i destini dei popoli, sono bramosi di tranquillarli con l'olivo di pace, impartiamo, come pegno di abbondanti favori celesti, la Nostra Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V,
  Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 97-99
  Tipografia Poliglotta Vaticana

 

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