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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AI PROFUGHI DI GUERRA
RIFUGIATISI IN ROMA
E AGLI ABITANTI DELL'URBE*
Domenica, 12 marzo 1944
Ai profughi
di guerra rifugiatisi in Roma ed agli abitanti dell’Urbe riuniti in piazza San
Pietro.
Nella desolazione che vi ha privati della felicità domestica, voi, diletti figli
e figlie, che le presenti calamità hanno costretti ad andar dispersi, raminghi,
senza focolare, forse separati gli uni dagli altri delle vostre stesse famiglie,
spesso ignari e vaganti senza notizie di coloro, a cui il sangue e l’amore
maggiormente vi legano, inquieti per la loro sorte, come essi sono trepidanti
per la vostra; voi, però, a cui la fede addita un Padre celeste, che ha promesso
a quanti lo amano di volgere tutto al bene, anche le cose più gravose ed amare (Cf. Rom.,
8, 28) ; voi siete oggi venuti, attratti e sospinti da
filiale impulso, a ricevere dal Vicario di Cristo una parola di benedizione e di
conforto.
Vi siete adunati intorno a Noi, non per apprendere l’angoscia di quel
paterno affetto, che Ci accomuna con voi nel dolore, perché di ciò siete già
consapevoli, ma a sentire dal Nostro stesso labbro e a leggere sul Nostro volto
che la somma dei vostri affanni è tutta Nostra e Ci amareggia nell’intimo del
Nostro cuore. Sì, diletti figli e figlie; il dolore che Ci unisce a voi è un
amore che vi fa a Noi doppiamente cari, tanto più cari quanto più afflitti; e
tenete per certo che non vi è una sola delle vostre pene, non una delle vostre
ansie, non una delle vostre ambasce spirituali e corporali, che non dia
all’animo Nostro una trafittura ben più profonda e più dolorosa di quelle che Ci
infliggono le nostre medesime sofferenze personali.
Dal giorno che dovemmo
vedere non ascoltate le Nostre istanze per scongiurare il flagello della guerra,
di cui prevedevamo le spaventose e disastrose conseguenze, la Nostra paternità
spirituale, che già ne contemplava il numero senza numero con occhio di ansiosa
sollecitudine, Ci disponeva e si portava interamente ad alleviarne i bisogni e i
patimenti, a dare — nei limiti purtroppo ristretti delle Nostre forze materiali
— pane e vesti a chi non aveva più nulla e di tutto abbisognava, a riunire
coloro che i combattimenti e le invasioni avevano disgiunti. Non vi fu sforzo
che non facessimo, né premura che tralasciassimo, perché
le popolazioni non incorressero negli orrori della deportazione e dell’esilio; e
quando la dura realtà venne a deludere le Nostre più legittime attese, mettemmo
tutto in azione per attenuarne almeno il rigore. Ma, consci della insufficienza
di quanto era in Nostro potere, non ristemmo dal gridare al soccorso, come un
padre, che nel suo dolore per i figli infelici invoca l’aiuto dei vicini e dei
lontani, nel cui petto palpiti un cuore generoso. Non sono mancati spiriti
devoti e benefici che hanno risposto al Nostro grido; la Nostra profonda
riconoscenza ne serba i nomi nell’animo Nostro, e li presenta a Dio, perché li
scriva nel libro dell’eterna ricompensa. Ma in quest’ora particolarmente grave
per la tanto martoriata Città di Roma, dilacerata nelle vive carni dei suoi
abitanti orribilmente uccisi, mutilati o feriti, e ove più acute si sono
moltiplicate le sofferenze e più impellenti e quotidiani i bisogni, Noi
preghiamo di nuovo, supplichiamo, scongiuriamo quanti posseggono mezzi per
venire in aiuto, sia con offerte materiali, che col lavoro e con la prestazione
dell’opera, di non negare il loro efficace contributo e concorso a così urgente
e caritatevole azione.
Che se ognuna delle città colpite, in quasi tutti i
continenti, da una guerra aerea che non conosce leggi né freni, è già un
terribile atto di accusa contro la crudeltà di simili metodi di lotta, come
potremmo Noi credere che alcuno possa mai osare di tramutare Roma, — questa alma
Urbe, che appartiene a tutti i tempi e a tutti i popoli, e alla quale il mondo
cristiano e civile tiene fisso e trepido lo sguardo —‚ di tramutarla, diciamo,
in un campo di battaglia, in un teatro di guerra, perpetrando così un atto,
tanto militarmente inglorioso, quanto abominevole agli occhi di Dio e di una
umanità cosciente dei più alti e intangibili valori spirituali e morali? Onde
non possiamo non rivolgerCi ancora una volta alla chiaroveggenza e alla saggezza
degli uomini responsabili, di ambedue le Parti belligeranti, sicuri che non
vorranno legare il loro nome ad un fatto, che nessun motivo potrebbe mai
giustificare dinanzi alla storia, ma piuttosto rivolgeranno i loro pensieri, i
loro intenti, le loro brame, le loro fatiche verso l’avvento di una pace
liberatrice da ogni violenza interna ed esterna, affinché la loro memoria
rimanga in benedizione, e non in maledizione, per i secoli sulla faccia della
terra.
Diletto popolo romano! Nel turbine di tante sventure e cimenti, Noi
sentiamo e riconosciamo nell’amarezza del Nostro spirito quanto tutti i soccorsi
umani siano impari e inadeguati all’immenso eccesso di una miseria senza nome.
Vi sono sciagure, alle quali non è bastevole la mano anche più larga e generosa
dell’uomo!
Perciò levate in alto lo sguardo, diletti figli e figlie, a Colui,
che vi darà la forza di portare la vostra croce con viva fede e cristiana
fortezza, a Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore.
A Lui Noi vogliamo
condurvi; Egli stesso vi invita e vi dice: «Venite a me, voi tutti che siete
affaticati e oppressi, ed io vi consolerò » (Matth., 8, 28). Egli ha voluto provare le miserie di questa vita terrena, i
mali e le afflizioni, gli spasimi e i tormenti più atroci che vengono dagli
uomini.
Egli vi precede con la sua croce: seguitelo.
Egli porta la sua croce, innocentissimo: portate anche voi la vostra in penitenza e in espiazione dei
peccati vostri e altrui, che hanno provocato i giusti castighi di Dio.
Egli
porta la croce per la salute del mondo: portatela anche voi con Lui, affinché la
fede e il timor di Dio, i santi costumi e l’amore cristiano rivivano in tutti i
cuori, in tutte le famiglie, nella vita sociale e in tutti i popoli.
Egli porta
la croce per la pace del mondo: portatela anche voi con Lui, per ottenere a voi
e a tutto il genere umano la pace con Dio e la pace tra le nazioni.
O Gesù, Dio
onnipotente ed eterno, che Ti degnasti di prendere la nostra natura, facendoTi
nostro fratello e consolatore degli afflitti, volgi uno sguardo di grazia e di
misericordia su questa moltitudine di Nostri figli e figlie, a cui la guerra ha
tolto l’amato focolare e che con tristissima angoscia guardano il loro avvenire
incerto ed oscuro.
La fede in Te, alla quale aderirono nei loro giorni sereni e
prosperi, oggi, quando un indicibile patimento li percuote, è divenuta più che
mai il loro supremo appoggio, la loro speranza, il loro conforto in tutti i
passi del duro sentiero doloroso, verso cui le vicende della guerra li hanno
incamminati.
O Figlio del Padre celeste, sapienza divina, che dirigi il corso
dei secoli e la successione dei popoli, comanda alle tempeste e alle bufere, che
turbano la tranquillità del genere umano da Te redento: sta con noi miseri e
infelici; opera e vivi con noi, affinché noi viviamo in Te, e Tu sii in ogni
momento il nostro sostegno, la nostra consolazione, la nostra grazia, la nostra
virtù, la nostra giustificazione e il nostro perdono in tutti i falli che
l’infermità umana può generare in noi.
Tu, che nelle braccia della Tua
Santissima e dolcissima Madre Maria e sotto la vigile cura del Tuo castissimo
Padre putativo Giuseppe, ancor tenero fanciullo volesti essere profugo, concedi
a coloro, che oggi vagano randagi senza tetto, quella immutabile conformità al
volere divino, che allora elevò e santificò le sofferenze del Tuo esilio e della
Tua famiglia.
Tu ‚ che padrone di tutti i beni della terra potesti dire di Te
stesso: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli dell’aria i loro nidi, ma il
Figliuolo dell’uomo non ha dove posare il capo » (Matth., 8, 20)‚ fa che questi Nostri figli e
figlie, stretti da inenarrabili angustie e sloggiati dalle loro abitazioni,
attingano dall’esempio della Tua volontaria povertà la forza divina e il
cristiano coraggio di sopportare con meritoria pazienza e dignità le amarezze
della sfortunata loro vita.
Eterno e Sommo Sacerdote, che, per benigna disposizione di adunare tutte le
genti in un solo ovile e sotto un solo Pastore, mostrasti a Pietro la via di
Roma, e in tal guisa ponesti sul capo dell’Urbe un diadema di verità e di
grazia, dinanzi al quale riverenti e grati s’inchinano i fedeli dell’universo, prendi questa
Città, in un’ora di sempre crescenti pericoli, sotto le grandi ali della Tua
onnipotenza e della Tua protezione. Concedi a coloro che vi dimorano di
tramutare questi giorni di timori e di angustia in tempi di raccoglimento
spirituale, di risoluto e sincero ritorno a Te e alla Tua santa legge, così
spesso dimenticata e violata.
O Signore, a nome e in unione di tutti quelli, che
il tremendo conflitto ha gettati nel lutto, nella miseria e nel pianto, Ti
supplichiamo con la preghiera della sacra Liturgia: « Mostraci, o clemente
Signore, la Tua ineffabile misericordia, affinché ci purifichi da tutti i
peccati e insieme ci scampi dalle pene che per essi meritiamo » (Dalla
Messa: Pro quacumque necessitate). Dà a tutti
coloro, che in Te confidano, di veder sorgere il giorno, in cui Pastore e
gregge, magnificando Te e la Tua infinita bontà, possano esclamare con gaudio e
riconoscenza: «È misericordia del Signore che siamo salvi! » (Cf. Thren.,
3, 22). Sì, salvi,
quaggiù e per tutta la eternità! Così sia!
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, VI,
Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1944 - 1° marzo 1945, pp. 5-9
Tipografia Poliglotta Vaticana
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