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DISCORSO DI SUA SANTITÀ
PIO XII ALLA UNIONE MEDICO-BIOLOGICA «SAN LUCA»*
Sala Regia - Domenica, 12 novembre 1944
Importanza e utilità dell'Unione medico-biologica
La vostra presenza,
diletti figli, richiama alla Nostra mente il ricordo di una scena svoltasi a
Parigi nel dicembre del 1804. Nella gran sala del Louvre, ove numerose
delegazioni accorrevano a rendere omaggio al Vicario di Cristo e a ricevere la
sua benedizione, furono presentati al Sommo Pontefice Pio VII cinque giovani
medici — tra i quali era il celebre Laennec — membri della Congregazione
Auxilium christianorum fondata pochi anni prima in quella Metropoli. Il Papa non
potè trattenere un primo movimento di sorpresa: « Oh! — egli disse sorridendo —
medicus pius, res miranda! »
Nella pesante atmosfera di una educazione
intellettuale materialistica un'Associazione, qual è la vostra Unione Italiana
Medico-Biologica « San Luca » —, contribuisce ad immettere come una corrente di
aria pura e salubre : innanzi tutto, dirigendo gli spiriti verso quelle verità
fondamentali della sana ragione e della fede, nelle quali le grandi questioni
dell'etica medica trovano la loro soluzione; in secondo luogo, affermando e
applicando i principi cristiani nell'esercizio pratico della medicina e nella
formazione della gioventù studiosa.
I. – I grandi principi direttivi
dell'attività del medico cristiano
Ben diverso dai suoi colleghi in eleganti giubbe, che nella famosa « Lezione
di anatomia » del Rembrandt sembrano solleciti soprattutto di trasmettere i loro
lineamenti alla posterità, uno di quei personaggi attira invece l'attenzione di
chi lo contempla per la vivezza e la profondità della. sua espressione. Col
volto teso, rattenendo il respiro, egli immerge lo sguardo nel taglio aperto,
ansioso di leggere il segreto di quelle viscere, avido di strappare alla morte i
misteri della vita. Scienza mirabile già nel campo suo proprio per tutto ciò che
essa rivela, l'anatomia ha la virtù d'introdurre la mente in regioni ancor più
vaste ed elevate. Ben lo sapeva, ben lo sentiva il grande Morgagni, quando,
durante una dissezione, lasciando cadere dalle sue mani il bisturi, esclamò: Ah,
se io potessi amare Iddio come lo conosco! Che se l'anatomia manifesta la
potenza del Creatore nello studio della materia, la fisiologia penetra nelle
funzioni del meraviglioso organismo, la biologia vi scopre le leggi della vita,
le sue condizioni, le sue esigenze e le sue generose liberalità. Arti
provvidenziali, la medicina e la chirurgia applicano tutte queste scienze a
difendere il corpo umano, tanto fragile quanto perfetto, a riparare le sue
perdite, a guarire le sue infermità. Inoltre, il medico, più che altri,
dappertutto interviene non meno col suo cuore che con la sua intelligenza; egli
non tratta una materia inerte, per quanto preziosa; un uomo come lui, un suo
simile, un suo fratello soffre tra le sue mani. Ben più, questo paziente non è
una creatura isolata; è una persona che ha il suo posto e il suo ufficio nella
famiglia, la sua missione, sia pure umile, nella società. Più ancora, il medico
cristiano non perde mai di vista che il suo malato, il suo ferito, il quale,
grazie alle sue cure, continuerà a vivere per un tempo più o meno lungo o,
nonostante le sue premure, morrà, è in via verso una vita immortale e che dalle
disposizioni dell'infermo al momento del definitivo passaggio dipende la sua
infelicità o la sua beatitudine eterna.
NORME RIGUARDANTI L'UOMO SINGOLO
Composto di materia e di spirito, elemento egli stesso dell'ordine universale
degli esseri, l'uomo è infatti diretto nella sua corsa quaggiù verso un termine
al di là del tempo, verso un fine al di sopra della natura. Da questa
compenetrazione della materia e dello spirito nella perfetta unità del composto
umano, da questa partecipazione al movimento di tutta la creazione visibile,
consegue che il medico è spesso chiamato a dare consigli, a prendere
determinazioni, a formulare principi, che, pur mirando direttamente alla cura
del corpo, delle sue membra e dei suoi organi, interessano tuttavia l'anima e le
sue facoltà, il destino soprannaturale dell'uomo e la sua missione sociale.
Ora,
senza aver sempre presente al pensiero questa composizione dell'uomo, il suo
posto e il suo ufficio nell'ordine universale degli esseri, il suo destino
spirituale e soprannaturale, il medico correrà facilmente pericolo d'impigliarsi
nei pregiudizi più o meno materialistici, di seguirne le conseguenze fatali di
utilitarismo, di edonismo, di autonomia assoluta dalla legge morale.
Un capitano
può ben saper dare istruzioni precise sul modo di manovrare la macchina o di
disporre per la navigazione la vela; se egli però non conosce la meta, o non sa
domandare ai suoi strumenti o alle stelle, che splendono sopra il suo capo, la
posizione e la rotta della sua nave, ove lo condurrà la sua folle corsa?
Ma
questo concetto di essere e di fine apre la via a più alte considerazioni.
La
complessità di quel composto di materia e di spirito, come anche di quell'ordine
universale, è tale che l'uomo non può dirigersi verso il fine totale ed unico
del suo essere e della sua personalità, se non con l'azione armoniosa delle sue
molteplici facoltà corporali e spirituali, e che non può tenere il suo posto né
isolandosi dal resto del mondo, né perdendovisi, come si perdono in una
agglomerazione amorfa miriadi di molecole identiche. Ora questa complessità
reale, questa armonia necessaria offrono le loro difficoltà, dettano al medico
il suo dovere.
Formando l'uomo, Iddio ha regolato ciascuna delle sue funzioni;
le ha distribuite fra i diversi organi; ha determinato con ciò stesso la
distinzione fra quelli che sono essenziali alla vita e quelli che non
interessano se non la integrità del corpo, per quanto preziosa possa essere, la
sua attività, il suo benessere, la sua bellezza; al tempo stesso Egli ha
fissato, prescritto e limitato l'uso di ciascuno; non può dunque permettere
all'uomo di ordinare la sua vita e le funzioni dei suoi organi a suo talento, in
modo contrario agli scopi interni ed immanenti ad essi assegnati. L'uomo invero
non è il proprietario, il signore assoluto del suo corpo, ma soltanto
l'usufruttuario. Da qui deriva tutta una serie di principi, e di norme, che
regolano l'uso e il diritto di disporre degli organi e delle membra del corpo e
che s'impongono ugualmente all'interessato e al medico chiamato a consigliarlo.
NORME PER LA SOLUZIONE DEI CONFLITTI D'INTERESSI
Le medesime regole debbono
inoltre dirigere la soluzione dei conflitti tra interessi divergenti, secondo la
scala dei valori, salvi sempre i comandamenti di Dio. Perciò non sarà mai
permesso di sacrificare gl'interessi eterni ai beni temporali, anche fra i più
pregiati, come neanche sarà lecito di posporre questi ultimi ai volgari
capricci e alle esigenze delle passioni. In tali crisi, talvolta tragiche, il
medico si trova ad essere spesso il consigliere e quasi l'arbitro qualificato.
Anche circoscritti e ristretti alla persona stessa, così complessa nella sua
unità, i conflitti inevitabili fra interessi divergenti fanno sorgere problemi
assai delicati. Quanto più ardui sono poi quelli che la società solleva, quando
fa valere diritti sul corpo, sulla sua integrità, sulla vita stessa dell'uomo!
Ora è talvolta ben difficile di determinarne in teoria i limiti; nella pratica,
il medico, non meno che il singolo individuo direttamente interessato, possono
vedersi nella necessità di esaminare e analizzare tali esigenze o pretese, di
misurare e valutare la loro moralità e forza etica obbligante.
SOCIETÀ E
INDIVIDUO E LORO DIVERSA POSIZIONE GIURIDICA
Qui parimente ragione e fede
tracciano i confini fra i diritti rispettivi della società e dell'individuo.
Senza dubbio l'uomo è per natura sua destinato a vivere in società; ma, come
insegna anche la sola ragione, in massima la società è fatta per l'uomo, e non
l'uomo per la società. Non da essa, ma nel Creatore stesso, egli ha il diritto
sul proprio corpo e sulla sua vita, e al Creatore risponde dell'uso che ne fa.
Da ciò consegue che la società non può direttamente privarlo di quel diritto, fintantoché non si sia reso punibile di una tale privazione con un grave e
proporzionato delitto.
Riguardo al corpo, alla vita e alla integrità corporale
dei singoli individui, la posizione giuridica della società è essenzialmente
diversa da quella degli individui medesimi. Per quanto limitato, il potere
dell'uomo sulle sue membra e sui suoi organi è un potere diretto, perché essi
sono parti costitutive del suo essere fisico. È chiaro infatti che, non avendo
il loro differenziamento in una perfetta unità altro scopo che il bene
dell'intero organismo fisico, ciascuno di questi organi e di queste membra può
essere sacrificato, se mette il tutto in un pericolo che non potrebbe altrimenti
scongiurarsi. Ben diverso è il caso della società, la quale non è un essere
fisico, le cui parti sarebbero i singoli uomini, ma una semplice comunanza di
fine e di azione; al qual titolo essa può esigere da coloro, che la compongono e
sono chiamati suoi membri, tutti i servigi necessariamente richiesti dal vero
bene comune.
Tali sono le basi sulle quali deve fondarsi ogni giudizio circa il
valore morale degli atti e degli interventi, permessi o imposti dai poteri
pubblici, sul corpo umano, la vita e la integrità della persona.
IL DOLORE E LA
MORTE
Le verità finora esposte possono essere conosciute col solo lume della
ragione. Ma vi è una legge fondamentale, la quale si offre allo sguardo del
medico più che degli altri, e il cui integro senso e fine soltanto dal lume
della rivelazione può essere rischiarato e manifestato: vogliamo dire il dolore
e la morte.
Senza dubbio il dolore fisico ha anche una naturale e salutare
funzione: esso è un segnale d'allarme, che svela il nascere e lo svilupparsi,
spesso insidioso, dell'occulto malore, e induce e spinge a procurare il
rimedio. Ma il medico incontra inevitabilmente il dolore e la morte nel corso
delle sue ricerche scientifiche, come un problema di cui il suo spirito non
possiede la chiave, e nell'esercizio della sua professione, come una legge
ineluttabile e misteriosa, di fronte alla quale spesso la sua arte rimane
impotente e la sua compassione sterile. Egli può ben stabilire la sua diagnosi
secondo tutti gli elementi del laboratorio e della clinica, formulare la sua
prognosi secondo tutte le esigenze della scienza; ma nel fondo della sua
coscienza, del suo cuore di uomo e di scienziato, sente che la spiegazione di
quell'enimma si ostina a sfuggirgli. Egli ne soffre; l'angoscia lo attanaglia
inesorabilmente, finché egli non domanda alla fede una risposta che, sebbene non
completa, quale è nel mistero dei disegni di Dio e si farà palese nella
eternità, vale tutta .'a a tranquillare il suo animo.
Ecco questa risposta.
Iddio, creando l'uomo, Io aveva per dono di grazia esentato da quella legge
naturale di ogni vivente corporeo e sensibile, non aveva voluto mettere nel suo
destino il dolore e la morte; il peccato ve li ha introdotti. Ma Egli, il Padre
delle misericordie, li ha presi nelle sue mani, li ha fatti passare per il
corpo, le vene, il cuore del suo Figlio diletto, Dio come lui, fatto uomo per
essere il Salvatore del mondo. Così il dolore e la morte sono divenuti per ogni
uomo, che non respinge Cristo, mezzi di redenzione e di santificazione. Così il
cammino del genere umano, che si svolge in tutta la sua lunghezza sotto il segno
della Croce e sotto la legge del dolore e della morte, mentre matura e purifica
l'anima quaggiù, la conduce alla felicità senza limiti di una vita che non ha
fine.
Soffrire, morire : è bensì, per adoperare l'ardita espressione dell'Apostolo
delle genti, la « stoltezza di Dio », stoltezza più saggia di tutta la sapienza
degli uomini (cfr. 1 Cor. 1, 21 segg.). Al pallido chiarore
della sua debole fede il povero poeta potè cantare : « L'homme est un apprenti,
la douleur est son maître, — Et nul ne se connait tant qu'il n'a pas souffert »
(Alfred de Musset, La nuit d'octobre). Alla luce della rivelazione il pio Autore
della Imitazione di Cristo potè scrivere il sublime capo decimo secondo del suo
secondo libro « De regia via sanctae Crucis », tutto rifulgente della più
mirabile comprensione e della più alta sapienza cristiana della vita.
Di fronte
dunque all'imperioso problema del dolore, quale risposta il medico potrà dare a
se stesso? quale all'infelice, che l'infermità abbatte in un cupo torpore, o che
insorge in una vana ribellione contro la sofferenza e la morte? Soltanto un
cuore penetrato da una viva e profonda fede saprà trovare accenti d'intima
sincerità e convinzione, capaci di far accettare la risposta dello stesso
Maestro divino: È necessario patire e morire, per entrare così nella gloria
(cfr. Luc. 24, 26. 46). Egli lotterà con tutti i mezzi e gli espedienti della
sua scienza e della sua abilità contro la malattia e la morte, non con la
rassegnazione di un disperato pessimismo, né con la « esasperata risolutezza »,
che una moderna filosofia crede di dover esaltare, bensì con la calma serenità
di chi vede e sa ciò che il dolore e la morte rappresentano nei disegni
salvifici dell'onnisciente e infinitamente buono e misericordioso Signore.
LA
SCIENZA MEDICA CRISTIANA
È dunque manifesto che la persona del medico, come
tutta la sua attività, si muovano costantemente nell'ambito dell'ordine morale e
sotto l'impero delle sue leggi. In nessuna dichiarazione, in nessun consiglio,
in nessun provvedimento, in nessun intervento, il medico può trovarsi al di
fuori del terreno della morale, svincolato e indipendente dai principi
fondamentali dell'etica e della religione; né vi è alcun atto o parola, di cui
non sia responsabile dinanzi a Dio e alla propria coscienza. È ben vero che
alcuni respingono come un assurdo e una chimera, in teoria e in pratica, il
concetto di una « scienza medica cristiana ». A loro avviso, non può esservi una
medicina cristiana, a quel modo che non vi è una fisica o una chimica cristiana,
teorica o applicata: il dominio delle scienze esatte e sperimentali — essi
dicono — si estende al di fuori del terreno religioso ed etico, e perciò esse
non conoscono né riconoscono che le loro proprie leggi immanenti. Strano e
ingiustificato restringimento del campo visivo del problema! Non vedono essi che
gli oggetti di quelle scienze non sono isolati nel vuoto, ma fanno parte del
mondo universale degli esseri; hanno nell'ordine dei beni e dei valori un
determinato posto e grado; sono in permanente contatto con gli oggetti delle
altre scienze, e in particolar modo stanno sotto la legge della immanente e
trascendente finalità, che li lega in un tutto ordinato? Ammettiamo però che,
quando si parla di orientazione cristiana della scienza, si ha in vista non
tanto la scienza in se stessa, quanto nei suoi rappresentanti e cultori, in cui
vive, si svolge e si manifesta. Anche la fisica e la chimica, che gli scienziati
e i professionisti coscienziosi fanno servire a vantaggio e beneficio dei
singoli individui e della società, possono invece divenire, in mano di uomini
perversi, agenti e strumenti di corruzione e di rovina. Tanto più dunque è
chiaro che nella medicina l'interesse supremo della verità e del bene si oppone
a una pretesa liberazione oggettiva o soggettiva dai molteplici suoi rapporti e
vincoli, che la mantengono nell'ordine generale.
II. – Applicazione dei
principi alla pratica e all'insegnamento
Ma la vostra Unione dei medici e biologi cattolici non è preziosa soltanto
perché le dotte discussioni che in essa si sollevano e si agitano, le relazioni
scientifiche che essa promuove, la fedele adesione agl'insegnamenti della Chiesa
che i suoi membri professano, assicurano a ciascuno di loro una più larga
conoscenza, una più profonda comprensione delle verità fondamentali che
delimitano e dominano il campo dei loro studi e della loro attività. Essa offre
anche un altro vantaggio: quello di agevolare nella pratica professionale la
soluzione di casi particolarmente difficili conforme alla legge morale.
Sarebbe
impossibile in un breve discorso di enumerare e vagliare questi singoli casi :
d'altra parte, nella Nostra esortazione del passato Febbraio ai parroci e ai
quaresimalisti di Roma avemmo già occasione di esporre una serie di
considerazioni intorno al Decalogo, dalle quali stimiamo che anche il medico
cattolico possa trarre alcuni utili ammaestramenti per l'esercizio della sua
professione.
IL COMANDAMENTO DELL'AMORE
Il massimo di tutti i comandamenti è l'amore:
l'amore di Dio e, come da esso fluente, l'amore del prossimo. Il vero amore,
illuminato dalla ragione e dalla fede, non rende ciechi, ma più chiaroveggenti
gli uomini; né mai il medico cattolico potrà incontrare un miglior consigliere
di questo vero amore, nel dettare i suoi pareri o nell'assumere e condurre a
termine la cura di un malato « Dilige, et quod vis fac »: questo detto di S.
Agostino (in I Io. tr. 7 cap. 4 n. 8 – Migne PL t. 35 col. 2033), — assioma
incisivo, spesso citato fuor di proposito, trova qui la sua piena e legittima
applicazione. Quale ricompensa sarà per il medico coscienzioso l'udire nel
giorno della eterna retribuzione il ringraziamento del Signore: « Ero infermo, e
mi visitaste » (Matth. 25, 36)! Un tale amore non è debole; non si presta ad
alcuna diagnosi compiacente ; è sordo a tutte le voci delle passioni che
vorrebbero procurarsi la sua complicità : è pieno di bontà, senza invidia, senza
egoismo, senza ira; non gode dell'ingiustizia; tutto crede, tutto spera, tutto
sopporta : così l'Apostolo delle genti dipinge la carità cristiana nel suo
mirabile inno dell'amore (cfr. I Cor. 13, 4-7).
LA INTANGIBILITÀ DELLA VITA UMANA
Il quinto comandamento — Non occides (Exod.
20, 13) —, questa sintesi dei doveri riguardanti la vita e la integrità del
corpo umano, è fecondo d'insegnamenti, così per il docente sulla cattedra
universitaria, come per il medico esercente. Finché un uomo non è colpevole, la
sua vita è intangibile, ed è quindi illecito ogni atto tendente direttamente a
distruggerla, sia che tale distruzione venga intesa come fine o soltanto come
mezzo al fine, sia che si tratti di vita embrionale o nel suo pieno sviluppo
ovvero giunta ormai al suo termine. Della vita di un uomo, non reo di delitto
punibile con la pena di morte, solo signore è Dio! Il medico non ha diritto di
disporre né della vita del bambino né di quella della madre: e niuno al mondo,
nessuna persona privata, nessuna umana potestà, può autorizzarlo alla diretta
distruzione di essa. Il suo ufficio non è di distruggere le vite, ma di
salvarle. Principi fondamentali e immutabili, che la Chiesa nel corso degli
ultimi decenni si è vista nella necessità di proclamare ripetutamente e con ogni
chiarezza contro opinioni e metodi opposti. Nelle risoluzioni e nei decreti del
magistero ecclesiastico il medico cattolico trova a questo riguardo una guida
sicura per il suo giudizio teorico e la sua condotta pratica.
LA GENERAZIONE E
L'EDUCAZIONE DELLA PROLE
Ma vi è nell'ordine morale un vasto campo, che richiede
nel medico particolare chiarezza di principi e sicurezza di azione: quello in
cui fermentano le misteriose energie immesse da Dio nell'organismo dell'uomo e
della donna per il sorgere di nuove vite. È una potenza naturale, di cui lo
stesso Creatore ha determinato la struttura e le forme essenziali di attività,
con un fine preciso e con corrispondenti doveri, ai quali l'uomo è sottoposto in
ogni cosciente uso di quella facoltà. Lo scopo primario (a cui i fini secondari
sono essenzialmente subordinati) voluto dalla natura in questo uso è la
propagazione della vita e la educazione della prole. Soltanto il matrimonio,
regolato da Dio stesso nella sua essenza e nelle sue proprietà, assicura l'una
cosa e l'altra secondo il bene e la dignità non meno della prole che dei
genitori. Tale è l'unica norma che illumina e regge tutta questa delicata
materia; la norma alla quale in tutti i casi concreti, in tutte le questioni
speciali, conviene risalire; la norma infine, la cui fedele osservanza
garantisce in questo punto la sanità morale e fisica dei singoli individui e
della società.
FUNESTE TRASGRESSIONI DELLE LEGGI DELLA NATURA
Non dovrebbe
riuscire difficile al medico di comprendere questa immanente finalità
profondamente radicata nella natura, per affermarla ed applicarla con intima
convinzione nella sua attività scientifica e pratica. A lui non di rado più che
allo stesso teologo si presterà fede, quando ammonirà e avvertirà che chiunque
offende e trasgredisce le leggi della natura, avrà prima o poi a soffrirne le
funeste conseguenze nel suo valore personale e nella sua integrità fisica e
psichica.
Ecco il giovane, che sotto l'impulso delle nascenti passioni ricorre
al medico; ecco i fidanzati, i quali in vista delle loro prossime nozze gli
chiedono consigli, che non di rado pur troppo desiderano in senso contrario alla
natura e alla onestà; ecco i coniugi, che cercano da lui lume e assistenza o più
ancora connivenza, perché pretendono di non poter trovare altra soluzione o via
di scampo nei conflitti della vita, all'infuori della voluta infrazione dei
vincoli e dei doveri inerenti all'uso dei rapporti matrimoniali. Si tenterà
allora da essi di far valere tutti i possibili argomenti o pretesti (medici,
eugenici, sociali, morali), per indurre il medico a dare un consiglio o a
prestare un aiuto, che permetta il soddisfacimento dell'istinto naturale,
privandolo però della possibilità di raggiungere lo scopo della forza
generatrice di vita. Come potrà egli rimaner fermo di fronte a tutti questi
assalti, se a lui stesso faranno difetto la chiara conoscenza e la convinzione
personale che il Creatore stesso per il bene del genere umano ha legato l'uso
volontario di quelle energie naturali al loro scopo immanente con un vincolo
indissolubile, che non ammette alcun rilasciamento né rottura?
L'OBBLIGO DI
MANIFESTARE LA VERITÀ
L'ottavo comandamento ha parimente il suo posto nella
deontologia medica. La menzogna secondo la legge morale non è a nessuno
permessa; vi sono tuttavia dei casi in cui il medico, anche se interrogato, non
può, pur non dicendo mai cosa positivamente falsa, manifestare crudamente tutta
la verità, specialmente quando sa che il malato non avrebbe la forza di
sopportarla. Ma vi sono altri casi nei quali egli ha senza dubbio il dovere di
parlare chiaramente; dovere dinanzi al quale ha da cedere ogni altra
considerazione medica o umanitaria. Non è lecito di cullare l'infermo o i
parenti in una sicurezza illusoria, col pericolo di compromettere così la salute
eterna di lui o l'adempimento di obblighi di giustizia o di carità. Sarebbe in
errore chi volesse giustificare o scusare una tale condotta col pretesto che il
medico si esprime sempre nel modo da lui stimato più opportuno nell'interesse
personale del malato, e che è colpa degli altri se prendono troppo alla lettera
le sue parole.
IL SEGRETO PROFESSIONALE
Fra i doveri derivanti dall'ottavo
comandamento è da annoverare altresì l'osservanza del segreto professionale, il
quale deve servire e serve non solo all'interesse privato, ma più ancora al
comune vantaggio. Anche in questo campo possono sorgere conflitti fra il bene
privato e il pubblico, ovvero fra i diversi elementi e aspetti dello stesso bene
pubblico; conflitti nei quali può riuscire talora estremamente difficile di
misurare e pesare giustamente il pro e il contro fra le ragioni di parlare e di
tacere. In tale perplessità il medico coscienzioso domanda ai principi
fondamentali dell'etica cristiana le norme, che lo aiuteranno ad in-camminarsi
per la retta via. Queste invero, mentre affermano nettamente, soprattutto
nell'interesse del bene comune, l'obbligo del medico di mantenere il segreto
professionale, non riconoscono però ad esso un valore assoluto; non sarebbe
infatti confacente allo stesso bene comune, se quel segreto dovesse essere posto
al servizio del delitto o della frode.
FORMAZIONE SCIENTIFICA DEL MEDICO E SUO
COSTANTE PERFEZIONAMENTO
Non vorremmo infine omettere di dire una parola sull'obbligo
del medico non solo di possedere una soda coltura scientifica, ma altresì di
continuare sempre a sviluppare e a integrare le sue cognizioni e le sue
attitudini professionali. Trattasi qui di un dovere morale in senso stretto, di
un vincolo che lega in coscienza davanti a Dio, perché riguarda un'attività che
tocca da vicino i beni essenziali dell'individuo e della comunità. Esso importa
:
Per lo studente di medicina nel tempo della sua formazione universitaria
l'obbligo di applicarsi seriamente allo studio per acquistare le conoscenze
teoriche richieste e l'abilità pratica necessaria nella loro applicazione.
Per
il professore universitario il dovere d'insegnare e di comunicare agli alunni
l'una cosa e l'altra nel miglior modo, e di non dare ad alcuno un certificato
d'idoneità professionale, senza essersene previamente assicurato con un
coscienzioso e approfondito esame. Agire diversamente sarebbe commettere una
grave colpa morale, perché esporrebbe a seri pericoli e ad incalcolabili danni
la salute privata e pubblica.
Per il medico, che esercita già la sua
professione, l'obbligo di tenersi informato dello sviluppo e dei progressi della
scienza medica, mediante la lettura di opere e di riviste scientifiche, la
partecipazione a congressi e corsi accademici, le conversazioni coi colleghi e
le consultazioni presso i professori delle facoltà di medicina. Questo costante
studio di perfezionamento obbliga il medico esercente, in quanto gli è
praticamente possibile e viene richiesto dal bene dei malati e della comunità.
Sarà un grande onore per la vostra Unione di dimostrare coi fatti che i suoi
membri non solo non la cedono ad alcuno in materia di scienza e di abilità
professionale, ma anzi si distinguono nella prima fila. Con ciò essa contribuirà
efficacemente a suscitare e rafforzare la fiducia nei principi morali che
professa; e ne verrà per conseguenza che quanti desiderano veramente utili e
saggi consigli, valida assistenza, coscienziosa cura, scorgeranno
nell'appartenenza di un medico alla vostra associazione una garanzia che la loro
aspettazione non rimarrà delusa.
DAL VANGELO DI SAN LUCA
Luca, che S. Paolo chiamò « medico carissimo » (Col. 4,
14), scrisse nel suo Vangelo : « Tramontato poi il sole, tutti quelli che
avevano infermi, affetti da varie malattie, li conducevano a lui (Gesù). Ed
egli, imposte a ciascuno di essi le mani, li risanava » (4, 4). Senza possedere
tale prodigiosa virtù, il medico cattolico, che è realmente quale la sua
professione e la vita cristiana esigono. vedrà tutte le umane miserie cercare
presso di lui un rifugio e chiedere alla sua mano benefica di stendersi e
posarsi sopra di loro. E Iddio benedirà la scienza e la perizia di lui, affinché
possa guarire molti e, ove ciò non gli sia dato, procurare almeno agli afflitti
alleviamento e conforto.
Con l'augurio che così preziosa grazia vi sia abbondantemente
concessa nella molteplice opera vostra, impartiamo di gran cuore a tutti voi qui
presenti, alle vostre famiglie. a quanti avete in desiderio e in affetto, ai
malati affidati alle vostre cure, la Nostra paterna Apostolica Benedizione.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, VI,
Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1944 - 1° marzo 1945, pp. 183-196
Tipografia Poliglotta Vaticana
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