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DISCORSO DI SUA SANTITÀ
PIO XII AL PATRIZIATO E ALLA NOBILTÀ ROMANA*
Sala del Concistoro - Domenica, 13
gennaio 1945
Ancora una volta, diletti figli e figlie, in mezzo agli
sconvolgimenti, ai lutti, alle inquietudini d'ogni sorta che travagliano la
umana famiglia, voi siete venuti ad offrirCi i devoti auguri, che il vostro
illustre interprete Ci ha presentati con nobiltà di sentimenti e delicatezza di
espressione. Noi ve ne ringraziamo di cuore, come anche delle preghiere, con le
quali, in un tempo così agitato, Ci assistete nel compimento dei formidabili
doveri che gravano sulle Nostre deboli spalle.
Come dopo tutte le guerre e le grandi calamità vi sono sempre
piaghe da sanare e rovine da riparare ; così dopo le grandi crisi nazionali vi è
tutto un adattamento da effettuare per ricondurre un Paese turbato e danneggiato
nell'ordine generale, per fare ad esso riconquistare il posto che gli spetta,
riprendere il cammino verso quel progresso e quel benessere, che la sua
condizione e la sua storia, i suoi beni materiali e le sue facoltà spirituali
gli assegnano.
Questa volta l'opera di restaurazione è incomparabilmente più
vasta, delicata e complessa. Non si tratta di reintegrare nella normalità una
sola Nazione. Il mondo intero, si può dire, è da riedificare; l'ordine
universale è da ristabilire. Ordine materiale, ordine intellettuale, ordine
morale, ordine sociale, ordine internazionale, tutto è da rifare e da rimettere
in movimento regolare e costante. Questa tranquillità dell'ordine, che è la
pace, la sola vera pace, non può rinascere e perdurare che a condizione di far
riposare la società umana su Cristo, per raccogliere, ricapitolare e
ricongiungere tutto in Lui: instaurare omnia in Christo (Eph. 1,
10): con la unione armoniosa dei membri tra loro e la loro incorporazione
all'unico Capo che è Cristo (Eph. 4, 15).
Ora tutti generalmente ammettono che questa riorganizzazione non
può essere concepita come un puro e semplice ritorno al passato. Un simile
regresso non è possibile; pur nel suo moto spesso disordinato, sconnesso, senza
unità né coerenza, il mondo ha continuato a camminare; la storia non si arresta,
non può arrestarsi; essa avanza sempre, proseguendo la sua corsa, ordinata e
rettilinea ovvero confusa e contorta, verso il progresso ovvero verso una
illusione di progresso; nondimeno essa cammina, corre, e volere semplicemente «
far marcia indietro », non vogliamo dire per ridurre il mondo alla immobilità su
posizioni antiche, ma per ricondurlo a un punto di partenza malauguratamente
abbandonato a causa di deviamenti o di falsi scambi, sarebbe vana e sterile
impresa. Non in ciò consiste — come osservammo l'anno passato in questa medesima
occasione — la vera tradizione. Come non si potrebbe concepire a modo di una
ricostituzione archeologica la ricostruzione di un edificio, che deve servire ad
usi odierni, così essa neppure sarebbe possibile secondo disegni arbitrari,
anche se fossero teoricamente i migliori e i più desiderabili; occorre tener
presente la imprescindibile realtà, la realtà in tutta la sua estensione.
Non intendiamo con ciò di dire che bisogna contentarsi di veder
passare la corrente, ancor meno di seguirla, di vogare secondo il suo capriccio,
a rischio di lasciar la barca urtare nello scoglio o precipitare nell'abisso.
L'energia dei torrenti, delle cateratte, è stata resa non soltanto inoffensiva,
ma utile, feconda, benefica, da coloro, che, invece di reagire contro di essa o
di cedere, hanno saputo dirigerla mediante chiuse, sbarramenti, incanalamenti,
derivazioni. Tale è l'ufficio dei dirigenti, i quali, con lo sguardo fisso agli
immutabili principi dell'operare umano, debbono sapere e volere applicare queste
indefettibili norme alle contingenze dell'ora.
In una società progredita, come la nostra, che dovrà essere
restaurata, riordinata dopo il grande cataclisma, l'ufficio di dirigente è assai
vario: dirigente è l'uomo di Stato, di governo, l'uomo politico; dirigente
l'operaio, che senza ricorrere alla violenza, alle minacce, alla propaganda
insidiosa, ma col suo proprio valore, ha saputo acquistare autorità e credito
nella sua cerchia; dirigenti, ciascuno nel suo campo, l'ingegnere e il
giureconsulto, il diplomatico e l'economista, senza i quali il mondo materiale,
sociale, internazionale, andrebbe alla deriva; dirigenti il professore
universitario, l'oratore, lo scrittore, che mirano a formare e guidare gli
spiriti; dirigente l'ufficiale, che infonde nell'animo dei suoi militi il senso
del dovere, del servizio, del sacrificio; dirigente il medico nell'esercizio
della sua missione salutare; dirigente il sacerdote che addita alle anime il
sentiero della luce e della salvezza, comunicando loro gli aiuti per camminarvi
e avanzare sicuramente.
Qual è, in questa moltiplicità di direzioni, il vostro posto, il
vostro ufficio, il vostro dovere? Esso si presenta in un duplice aspetto :
ufficio e dovere personale, per ognuno di voi, ufficio e dovere della classe a
cui appartenete.
Il dovere personale richiede che voi, con la vostra virtù, con
la vostra applicazione, vi studiate di divenire dirigenti nella vostra
professione. Ben sappiamo infatti che la gioventù odierna del vostro nobile
ceto, consapevole dell'oscuro presente e dell'ancor più incerto avvenire, è
pienamente persuasa che il lavoro è non solo un dovere sociale, ma anche una
garanzia individuale di vita. E Noi intendiamo la parola professione nel senso
più largo e comprensivo, come avemmo già ad indicare lo scorso anno; professioni
tecniche o liberali, ma anche attività politica, sociale, occupazioni
intellettuali, opere d'ogni sorta, amministrazione oculata, vigilante,
laboriosa, delle vostre sostanze. delle vostre terre, secondo i metodi più
moderni e più sperimentati di coltura, per il bene materiale, morale, sociale,
spirituale, dei coloni o delle popolazioni, che vivono in esse. In ciascuna di
queste condizioni voi dovete porre ogni cura per ben riuscire come dirigenti,
sia a causa della fiducia che mettono in voi coloro i quali sono rimasti fedeli
alle sane e vive tradizioni, sia a ragione della diffidenza di molti altri,
diffidenza che voi dovete vincere, guadagnandovi la stima e il rispetto loro, a
forza di eccellere in tutto nel posto in cui vi trovate, nell'attività che
esercitate, qualunque sia la natura di quel posto o la forma di quell'attività.
In che cosa deve dunque consistere questa vostra eccellenza di
vita e di azione, e quali sono i suoi caratteri principali?
Essa si manifesta innanzi tutto nella finitezza dell'opera
vostra, sia essa tecnica o scientifica o artistica o altra simile. L'opera delle
vostre mani e del vostro spirito deve avere quell'impronta di squisitezza e di
perfezione, che non si acquista dall'oggi al domani, ma che riflette la finezza
del pensiero, del sentimento, dell'anima, della coscienza, ereditata dai vostri
maggiori e incessantemente fomentata dall'ideale cristiano.
Essa si palesa altresì in ciò che può chiamarsi l'umanesimo,
vale a dire la presenza, l'intervento dell'uomo completo in tutte le
manifestazioni della sua attività anche speciale, in tal guisa che la
specializzazione della sua competenza non sia mai una ipertrofia, non atrofizzi
mai né veli la coltura generale, a quel modo che in una frase musicale la
dominante non deve rompere l'armonia né opprimere la melodia.
Essa si mostra inoltre nella dignità di tutto il portamento e di
tutta la condotta, dignità però non imperiosa, e che lungi dal dare rilievo alle
distanze, non le lascia, al bisogno, trasparire che per ispirare agli altri una
più alta nobiltà di anima, di spirito e di cuore.
Essa apparisce infine soprattutto nel senso di elevata moralità,
di rettitudine, di onestà, di probità, che deve informare ogni parola e ogni
atto. Una società immorale o amorale, che non sente più nella sua coscienza e
non dimostra più nelle sue azioni la distinzione fra il bene e il male. che non
inorridisce più allo spettacolo della corruzione, che la scusa, che vi si adatta
con indifferenza, che l'accoglie con favore, che la pratica senza turbamento né
rimorso, che la ostenta senza rossore, che vi si degrada, che deride la virtù, è
sul cammino della sua rovina. L'alta società francese del secolo decimottavo ne
fu, fra molti altri, un tragico esempio. Mai società non fu più raffinata, più
elegante, più brillante, più affascinatrice. I godimenti più svariati dello
spirito, una intensa coltura intellettuale, un'arte finissima di piacere, una
squisita delicatezza di maniere e di linguaggio, dominavano in quella società
esternamente così cortese ed amabile, ma ove tutto — libri, racconti, figure,
arredi, abbigliamenti, acconciature — invitava a una sensualità che penetrava
nelle vene e nei cuori, ove la stessa infedeltà coniugale non sorprendeva né
scandalizzava quasi più. Così essa lavorava alla sua propria decadenza e correva
verso l'abisso scavato con le sue stesse mani. Ben altra è la vera gentilezza:
essa, fa risplendere nelle relazioni sociali una umiltà piena di grandezza, una
carità ignara di ogni egoismo, di ogni ricerca del proprio interesse. Noi non
ignoriamo con quale bontà, dolcezza, dedizione, abnegazione, molti e
specialmente molte di voi, in questi tempi d'infinite miserie ed angosce, si
sono chinati sugl'infelici, hanno saputo irradiare intorno a sé, in tutte le
forme più progredite e più efficaci, la luce del loro caritatevole amore. E
questo è l'altro aspetto della vostra missione.
Poiché, nonostante ciechi e calunniosi pregiudizi, nulla è tanto
contrario al sentimento cristiano e al vero senso e scopo del vostro ceto, in
tutti i Paesi, ma particolarmente in questa Roma, madre di fede e di vivere
civile, quanto lo stretto spirito di casta. La casta divide la società umana in
sezioni o compartimenti separati da pareti impenetrabili La cavalleria, la
cortesia, è d'ispirazione soprattutto cristiana; è il vincolo che unisce tra
loro, senza confusione né disordine, tutte le classi. Lungi dall'obbligarvi a un
superbo isolamento, la vostra origine vi inclina piuttosto a penetrare in tutti
gli ordini sociali, per comunicar loro quell'amore della perfezione, della
coltura spirituale, della dignità, quel sentimento di compassionevole
solidarietà, che è il fiore della civiltà cristiana.
Nella presente ora di divisioni e di odi, quale nobile ufficio
vi è stato assegnato dai disegni della Provvidenza divina! Adempitelo con tutta
la vostra fede e con tutto il vostro amore! Con tale augurio e in attestato dei
Nostri paterni voti per l'anno già cominciato, impartiamo di cuore a voi e a
tutte le vostre famiglie la Nostra Apostolica Benedizione.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, VI,
Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1944 - 1° marzo 1945, pp. 281-288
Tipografia Poliglotta Vaticana
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