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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII 
AL SACRO COLLEGIO NELLA FESTIVITÀ DI S. EUGENIO

Lunedì, 2 giugno 1947

 

L'anno 1947

Ancora una volta la ricorrenza della festa del Nostro santo Predecessore e celeste Patrono Ci offre l’occasione d’intrattenerCi alquanto con voi, Venerabili Fratelli, intorno alle grandi questioni, ai formidabili eventi dell’ora presente, ai pericoli che minacciano il mondo intero. Questa effusione della Nostra mente e del Nostro cuore e la corrispondenza di pensieri e di sentimenti, di cui il vostro venerato Decano Ci ha dato così grata testimonianza, siano per ciascuno di voi, Nostri intimi consiglieri e fedeli collaboratori, e per Noi stessi, di impulso a continuare con rinnovata fiducia, con raddoppiata energia, con serena dedizione, quell’opera di apostolato, che oggi più che mai grava su tutti gli operai della vigna del Signore, su tutti i ministri del Santuario.

L’anno 1947! Quale sarà il giudizio che ne daranno le età venture? Esso è quasi giunto alla metà della sua corsa, e fino ad ora, fino a questo momento in cui vi parliamo, ha forse portato al mondo altra cosa che l’apparentemente inconciliabile antitesi fra la terribile alluvione dei problemi da risolvere, in cui affonda e si impiglia, e la umiliante povertà delle loro soluzioni?

Il verdetto della storia corrisponderà ai frutti che gli avvenimenti e le deliberazioni produrranno nei mesi dell’anno che restano ancora da percorrere.

Le future generazioni lo benediranno o lo malediranno, secondo che esso rappresenterà per la grande famiglia umana un punto di partenza verso il risvegliarsi del sentimento di fraternità, che si attui in un ordinamento di diritto e di pace degno dell’uomo, a tutti utile e da tutti tollerabile, o invece un progressivo decadimento in quelle paludi stagnanti della discordia e della violenza, dal cui fango non possono esalare che i miasmi mefitici e deleteri di nuove e incalcolabili calamità.

La sicurezza

Le ferite cagionate dalla guerra non sono ancora cicatrizzate; alcune anzi si sono piuttosto approfondite e irritate.

Si è mai tanto parlato di sicurezza generale, che avrebbe dovuto essere il frutto della vittoria? Ma dove è? Sono forse svanite, o si sono almeno attenuate, l’impressione della incertezza, la paura della guerra? Se si considerano le cose nella loro realtà, occorre riconoscere che non è possibile, anche col miglior buon volere, stabilire di punto in bianco quella sicurezza, a cui l’umanità così ardentemente aspira. Ma allora, deh! non si prendano quelle disposizioni di dopoguerra e di pace, le quali nulla hanno a che vedere con la punizione dei criminali di guerra, ma suscitano le più amare delusioni specialmente in coloro che nessuna responsabilità portano per le colpe di passati regimi, da cui anzi furono perseguitati ed oppressi! Oppure, si pensa forse di provvedere alla edificazione della sicurezza generale, accumulando nelle sue fondamenta vaste rovine, non solo materiali, ma anche di umanità vivente? Come potrebbe sentirsi sicura una Europa, le cui membra fossero in preda alla disperazione e allo sconforto, oscure e lugubri potenze di disgregazione, di cui facilmente abuseranno i sobillatori di domani, come fecero quelli di ieri?

Noi conosciamo purtroppo l’estensione e la gravità degli orrori senza nome, con cui un vinto sistema coprì di desolazione la faccia dell’Europa, né vogliamo diminuire il cumulo delle sue colpe. Ma come potrebbero i popoli vincitori adottare alla lor volta o tollerare i metodi di odio e di violenza, con cui quel sistema visse ed agì, adoperare le armi, il cui uso in altre mani sollevò la loro giusta indignazione? E quale uomo sensato vorrebbe mai cercare nella rovina e nella miseria del vicino una garanzia per la propria sicurezza e stabilità?

Perciò, ancora una volta, Noi vorremmo esortare e ammonire i popoli: La sicurezza, in quanto essa è conseguibile quaggiù, non può avere altra solida base che la sanità fisica e morale del popolo, il retto ordine pubblico all’interno e, all’esterno, le normali relazioni di buon vicinato. Ora tali relazioni normali, anche dopo la seconda guerra mondiale, è tuttora possibile di riannodarle. Possano i reggitori degli Stati non lasciarsi sfuggire questa occasione; essa potrebbe (Dio non voglia!) essere l’ultima.

La prosperità

Si è parlato tanto anche di una universale prosperità, che avrebbe egualmente dovuto maturarsi come frutto della vittoria. Ove è essa? Senza dubbio, vi sono Paesi in cui le macchine girano con rapido moto e lavorano senza interruzione a pieno rendimento. Produzione, soprapproduzione! È la chiave d’oro di Sesamo, il segreto per cancellare fino agli ultimi vestigi i misfatti della guerra, per colmare tutte le voragini che essa ha scavate. Ma la prosperità delle nazioni non può essere salda e sicura, se non è la sorte comune di tutte. Perciò non è escluso che la inerzia e la impedita possibilità di scambi, a cui si vedessero costretti alcuni popoli, portino con sé, in tempo non lontano, crisi economiche e disoccupazione anche negli altri.

La libertà

Si è tanto parlato altresì dell’ordinamento della libertà, che sarebbe un altro frutto squisito della vittoria, libertà trionfante sull’arbitrio e sulla violenza. Ma essa non può fiorire che là, ove il diritto e la legge imperano ed assicurano efficacemente il rispetto della dignità così dei singoli come dei popoli. Intanto il mondo è ancora ad attendere, a chiedere che il diritto e la legge creino stabili condizioni per gli uomini e per le società; intanto milioni di esseri umani continuano a vivere sotto l’oppressione e l’arbitrio. Nulla è per loro sicuro: né il tetto, né i beni, né la libertà, né l’onore; e così si viene spegnendo nel loro cuore l’ultimo raggio di serenità, l’ultima scintilla di ardore.

Nel Nostro Messaggio natalizio del 1944 Noi, rivolgendoCi ad un mondo tutto entusiasta della democrazia e bramoso di esserne il campione e il propagatore, Ci studiammo di esporre i sommi postulati morali di un retto e sano ordinamento democratico. Oggi non pochi temono che la fiducia in quell’ordinamento rimanga sminuita dall’urtante contrasto fra la «democrazia a parole» e la concreta realtà.

Se Noi leviamo in questo momento la Nostra voce, non è per scoraggiare le molte buone volontà, che si sono già messe all’opera, o per deprezzare ciò che è stato finora ottenuto, ma soltanto per il desiderio di contribuire, in quanto è da Noi, a un miglioramento dello stato presente. Non è ancora troppo tardi perché i popoli della terra possano con un comune e leale sforzo attuare le condizioni indispensabili così alla vera sicurezza, alla generale prosperità, o almeno allo stabilimento di un modo di vivere tollerabile, come ad un benefico ordinamento della libertà.

La gioventù

Un interesse primordiale rende necessario questo comune sforzo: il bene della gioventù e della famiglia.

La Chiesa, tenera madre, non è la sola a temere per la sorte della gioventù. In alcuni Paesi, le nuove generazioni soffrono, fin dall’adolescenza, fin dall’infanzia, di languore, di anemia fisica e spirituale, cagionata dalla povertà materiale con tutto il suo corteggio di miserie, dalla insufficienza od anche dall’assenza completa della vita di famiglia, dalla mancanza di educazione e d’istruzione, o finalmente forse dai lunghi anni di prigionia o di esilio. Nei popoli, invece, che vivono in condizioni migliori, pericoli di altro genere — derivanti spesso da eccesso di agiatezza e di piacere — minacciano — e quanto più tristemente! — la salute fisica e morale del giovane. Ma ecco ciò che è più grave ancora e rende il male più difficilmente guaribile: la crisi generale, prolungandosi indefinitamente, coi turbamenti che essa provoca, con l’incertezza del domani che fatalmente apporta, semina nel cuore della crescente gioventù la sfiducia verso gli anziani, che fa responsabili di tutti i mali di cui soffre, lo scetticismo a riguardo di tutti i princìpi e di tutti i valori, che questi ultimi hanno tanto esaltati e le hanno tramandati.

Vi è serio pericolo che numerosi giovani, intossicati da questi fermenti malsani, finiscano col cadere in un assoluto nichilismo. Guai ai popoli il giorno in cui nell’anima della gioventù viene ad estinguersi il fuoco sacro della fede, dell’ideale, della prontezza al sacrificio, dello spirito di dedizione! Per poco che duri una tale condizione di cose, quale potrà divenire il loro destino?

La famiglia

In simile stato di precarietà; e d’incertezza che tende a perpetuarsi, quale può essere anche la sorte della famiglia, di questo naturale vivaio e di questa scuola, ove cresce e si prepara l’uomo del domani? Strazianti notizie Ci giungono dai territori più provati sulla miseria della famiglia, della giovane, della donna. Tragica soprattutto è la condizione di quei focolari — se si possono ancora chiamar tali quei gruppi erranti —, su cui la fedeltà degli sposi alla legge di Dio aveva attirato la benedizione di una ricca corona di figli. Dopo aver spesso pagato, più che altri, il loro tributo di sangue durante la guerra, debbono oggi più particolarmente soffrire le conseguenze della generale mancanza di abitazioni e di viveri. Ora non certo Iddio manca alla sua parola, come insinuano i sogghigni degli egoisti e dei gaudenti; ma la incomprensione, la durezza, il malvolere altrui rendono la vita pesante e quasi insopportabile agli eroi del dovere coniugale. Soltanto, infatti, un vero eroismo, sostenuto dalla grazia divina, può mantenere nel cuore dei giovani sposi il desiderio e la letizia di una numerosa figliolanza. Ma quale umiliazione è per il mondo di esser caduto così in basso, in uno stato sociale così contrario alla natura!

Dinanzi a Dio, dinanzi alla dolorosa verità, invochiamo con tutte le Nostre forze un pronto rimedio, e confidiamo che questo Nostro grido di angoscia risuoni fino alle estremità del mondo e trovi un’eco nell’anima di coloro, i quali, preposti alla cosa pubblica, non possono ignorare che, senza una famiglia sana e vigorosa, un popolo e una nazione sono perduti. Non vi è nulla forse che così urgentemente esiga la pacificazione del mondo, quanto la indicibile miseria della famiglia e della donna!

Non temete!

Qual è però la realtà? Chi oserebbe affermare che i due anni trascorsi dopo la cessazione delle ostilità abbiano segnato notevoli passi in avanti nel sentiero della restaurazione e del progresso sociale?

Nel veder succedersi le infruttuose conferenze, allungarsi la serie delle trattative interrotte o differite, i popoli, amaramente delusi nel loro desiderio di origine, di pace e di ricostruzione, finiscono col perdere fiducia e pazienza.

Noi non vogliamo muovere accuse. Dinanzi agli occhi abbiamo un più alto fine che di portare un giudizio sul passato; Noi tendiamo a prevenire nuovi e più gravi mali in un prossimo o in un remoto avvenire.

In tempi di profondo perturbamento degli spiriti e di sconcertanti avvenimenti, Noi riponiamo tutta la Nostra fiducia in Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo e Signore dei dominanti [1] e, dopo Dio, nei fedeli di tutto il mondo. Perciò a questi Noi rivolgiamo le parole che il divino Maestro ripeteva ai suoi discepoli: Non temete!

Se vi è oggi qualche cosa che deve far paura, è la paura stessa. Non vi è peggiore consigliera, specialmente nelle congiunture presenti. Essa non vale che a dar le vertigini, ad accecare, ad allontanare dalla retta e sicura via della verità e della giustizia. Falsi profeti senza scrupoli diffondono con l’astuzia e con la violenza concezioni del mondo e dello Stato contrarie all’ordine naturale, anticristiane ed atee, e come tali condannate dalla Chiesa, particolarmente nell’Enciclica « Quadragesimo anno » del Nostro grande Predecessore Pio XI. Né le difficoltà del momento, né il fuoco incrociato di quelle propagande debbono intimorirvi o traviarvi.

La paura, vergognosa di se stessa, eccelle nel travestirsi. Così, in alcuni si vela con l’ingannevole veste di un asserito amore verso gli oppressi; come se i popoli sofferenti potessero trarre vantaggio dalle falsità e dalle ingiustizie, dalla tattica demagogica e da promesse che mai non potranno essere mantenute!

In altri, invece, essa si copre con le apparenze della prudenza cristiana, e con questo pretesto resta muta, quando il dovere esigerebbe di dire ai ricchi e ai potenti il « Non licet » intrepido, di ammonirli apertamente: Non è lecito, per obbedire alla brama di lucro o di dominio, di allontanarsi dalla linea inflessibile dei princìpi cristiani, fondamento della vita sociale e politica, che la Chiesa ripetutamente e con tutta chiarezza ha ricordato agli uomini del nostro tempo. A voi soprattutto è rivolto l’invito di collaborare senza riserve all’avvento di un pubblico ordinamento, che attui, in un grado il più possibile elevato, una sana economia e la giustizia sociale, di guisa che ai profittatori delle lotte di classe sia tolta la possibilità di adescare i delusi e i diseredati di questo mondo, dipingendo loro la fede cristiana e la Chiesa cattolica sotto l’aspetto non di una alleata, ma di una nemica.

Per disposizione della Provvidenza divina la Chiesa cattolica ha elaborato e promulgato la sua dottrina sociale. Essa indica la via da seguire, e nessun timore di perdere beni o vantaggi temporali, di apparire meno amanti della civiltà moderna, o meno nazionali o meno sociali, potrebbe autorizzare i veri cristiani a deviare, anche di un sol passo, da questo cammino.

La pace

Dinanzi alla triste realtà dei funesti e molteplici contrasti, che così dolorosamente lacerano oggidì il mondo e gli sbarrano il sentiero della pace, sarebbe egualmente colpevole di chiudere gli occhi per non vedere o d’incrociare le braccia per non agire, allegando per scusa che non vi è più nulla da fare. Più nulla da fare? Precisamente quando i cristiani possono opporre a tante esitazioni dissolventi e soffocanti quel valore intrepido, il quale, più che la felice esuberanza di una ricca natura, è la manifestazione di una forza soprannaturale, alimentata dalle virtù teologali della fede, della speranza e dell’amore? In virtù di questa forza, una grande corrente di aria pura passerà attraverso il mondo, dissipando l’atmosfera di panico e di pessimismo che minaccia di contaminarlo; gli occhi dissigillati si apriranno alla chiara visione della verità e della giustizia; gli sviati, di buona fede e di buona volontà, scopriranno la strada per uscire da uno stato divenuto quasi intollerabile e incamminarsi verso l’adeguamento dei contrasti apparentemente insormontabili. Poiché per coloro che vedono le cose nella luce dell’ordine divino, non vi è dubbio che anche nei più gravi antagonismi d’interessi umani e nazionali vi è sempre posto per un pacifico accomodamento.

Non è forse questa la missione del cristiano, del cattolico, nel vortice delle agitazioni sociali e politiche del tempo presente? Ecco appunto la ragione dell’odio che nutrono verso la Chiesa tutti coloro che, vivendo dei dissensi e dei conflitti, hanno a cuore di attizzarli sempre più. Essi sentono quasi per istinto che la Chiesa, stabilita da Dio come rocca di fratellanza e di pace, non può patteggiare con gli idolatri adoratori della violenza brutale, delle lotte esterne o intestine per la egemonia universale.

Questa osservazione dovrebbe esser bastevole per empire voi, cattolici, di santo orgoglio, poiché l’odio, con cui è perseguita, mette in luce grandezza spirituale e morale della Chiesa e della sua azione per il bene della umanità. Siate consapevoli di tale grandezza! Essa significa missione, dovere, responsabilità. Non invano la Provvidenza divina ha disposto che mai forse più profondamente che adesso si manifesti in tutti i membri della Chiesa sulla terra la coscienza di una forte comune appartenenza allo stesso Corpo mistico. Che se anche lo sforzo delle oscure potenze della decomposizione, della discordia e della distruzione si estende oggi sul mondo intero, tanto più grande ha da essere l’efficacia dell’azione preponderante dei cristiani, delle loro forze di unione, di ordine e di pace.

Qual vero cattolico potrebbe pensare di sottrarsi a così urgente dovere? Applicatevi dunque tutti con ardore a tale azione: intrepidi fra i timorosi, credenti fra gl’increduli, fiduciosi fra gli scoraggiati, amanti fra gli scettici senz’amore.

L’amore

Il vostro amore è intenso e vasto come il mondo. Noi lo conosciamo per esperienza e possiamo in qualche modo misurarlo dalla ammirabile generosità, con cui i cattolici dei Paesi rimasti prosperi contribuiscono a sollevare i bisogni delle popolazioni più misere. Anzi essi hanno dato incomparabilmente più di quanto le cifre pubblicate in alcuni luoghi lasciano supporre. Alla rinnovata espressione della Nostra gratitudine verso tutti i donatori Noi uniamo anche questa volta la Nostra fervida esortazione: Non s’intiepidisca il vostro amore, ma si dilati a nuove opere. Vi sono ancora tante regioni, dalle quali sale verso il cielo un grido di affanno e d’implorazione. Il cielo ascolta questo grido di angoscia, ma vuole esaudirlo mediante il ministero della vostra carità. La parola di Cristo: «Tutte le volte che avete fatto qualche cosa a uno di questi minimi tra i miei fratelli, l’avrete fatta a me » [2], si può anche invertire, dicendo egualmente: Il bene che ciascuno di voi ha fatto al prossimo bisognoso, l’ha fatto Cristo. Cristo stesso aiuta in voi e per voi i poveri e i derelitti.

Perciò, nella beatificante certezza che Cristo vive ed opera in ciascuno di noi, diciamo a tutti i Nostri figli e figlie dell’universo:

« Resistite fortes in fide! »

L’avvenire appartiene ai credenti, non agli scettici e ai dubbiosi.
L’avvenire appartiene ai vigorosi, che fermamente sperano e agiscono, non ai timidi e agli irresoluti.
L’avvenire appartiene a coloro che amano, non a quelli che odiano.

La missione della Chiesa nel mondo, lungi dall’essere terminata e presunta, va incontro a nuove prove e a nuove imprese.

L’ufficio a voi affidato dalla Provvidenza in quest’ora cruciale non è di concludere una languida e pusillanime pace col mondo, ma di stabilire per il mondo una pace veramente degna al cospetto di Dio e degli uomini.

L’implorare questa pace — che l’umanità non può conseguire con le sue proprie forze — dalla misericordia divina sulla povera, dilaniata e martoriata terra, è un dovere che tutti, Pastori e greggi, debbono adempire con ardente fervore, specialmente in questo mese consacrato al Cuore del Redentore divino.

Animati da una fiducia inconcussa nella forza di questa preghiera supplichevole, e in auspicio della sua efficacia, impartiamo con effusione di cuore a voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i Nostri diletti figli e figlie sparsi sulla faccia della terra, la Nostra Apostolica Benedizione.


[1] II Cor., I, 3; I Tim., VI, 15.

[2] Matth., XXV, 40.

 

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