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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII 
AL COLLEGIO DEI CARDINALI
RIUNITO IN CONCISTORO
IN MERITO ALLA CONDANNA ALL'ERGASTOLO
DELL'ARCIVESCOVO DI STRIGONIA

Lunedì, 14 febbraio 1949

 

Al Sacro Collegio dei Cardinali
riunito in Concistoro segreto
nel Palazzo Apostolico Vaticano.

Venerabili Fratelli, vi abbiamo oggi convocati in questo Concistoro straordinario per manifestarvi l’animo Nostro amareggiato da profondo dolore. Crediamo sia facile per voi comprendere quale ne sia la causa: si tratta di un avvenimento gravissimo, che non solo offende in modo miserando il vostro augusto Collegio, non solo la Chiesa universale, ma anche tutti coloro che si dichiarano e sono assertori della dignità e libertà umana. Come vi è noto, appena Noi sapemmo che il Nostro diletto figlio Giuseppe Mindszenty, Cardinale di Santa Romana Chiesa e Arcivescovo di Strigonia, con ardire temerario in contrasto con la riverenza dovuta alla religione, fu tradotto in carcere, inviammo ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi d’Ungheria un’affettuosa lettera, con la quale, come la coscienza del Nostro dovere Ci comandava, abbiamo fatto pubblica e solenne protesta contro la grave ingiuria inflitta alla Chiesa. Ed oggi, mentre la cosa è giunta a tal segno che si attribuisce a questo degnissimo Presule il più grande disonore, condannandolo come reprobo all’ergastolo, non possiamo fare a meno di ripetere davanti a voi questa solenne protesta.

A far ciò Ci muove anzitutto la violazione dei sacri diritti della Chiesa, in difesa dei quali il Cardinale arcivescovo di Strigonia lavorò con animo forte ed impavido; ed inoltre l’unanime consenso dei popoli liberi, il quale per mezzo di discorsi, di scritti venuti anche da parte di coloro che rivestono pubblica autorità e da coloro che pur non appartengono alla Chiesa cattolica, largamente si è manifestato alla luce del sole.

Ma non nella piena luce del sole, come ben sapete, si è svolto il processo di questo Presule, tanto benemerito per la difesa dell’avita fede e per il sano rinnovamento dei costumi cristiani. Le notizie, infatti, che sono giunte, hanno, sul principio, pervaso gli animi di ansietà; coloro che dalle nazioni estere hanno chiesto di potersi recare in Ungheria per assistere di persona allo svolgimento della causa, se sembravano in qualche modo sospetti di giudicare e di riferire in maniera serena e sincera, hanno ricevuto un tale rifiuto da produrre non solo in loro, ma altresì in tutte le persone rette e dabbene, l’impressione che a Budapest si stesse svolgendo un processo, il cui vero decorso si temeva che fosse conosciuto in modo chiaro da tutti. Eppure la giustizia, se è veramente degna di questo nome, non parte da pregiudizi, non si fonda su una decisione già presa, ma spontaneamente desidera la libera discussione, e concede facoltà a ciascuno di esprimere il proprio pensiero, la propria fede e la propria parola.

Tuttavia, nonostante l’insufficienza e la poca sicurezza delle informazioni, non possiamo omettere di menzionare l’opinione che il mondo civile si è fatta circa questo giudizio: soprattutto circa l’eccessiva e sospetta rapidità della procedura, l’artificiosa e capziosa costruzione delle accuse, la condizione fisica del Cardinale, inesplicabile senza influenze inconfessabili, la quale fece improvvisamente di un uomo, fino allora eccezionalmente energico per natura e per condotta di vita, un essere debole, e di mente vacillante; tanto che il suo modo di agire è apparso un’accusa non contro l’accusato, ma contro i suoi accusatori e condannatori.

In tutto questo una cosa sola è risultata chiara: e cioè che lo scopo principale di tutto il giudizio è stato quello di sconvolgere la Chiesa cattolica in Ungheria, nella speranza di ottenere ciò a cui accenna la sacra Scrittura: «Percutiam pastorem, et dispergentur oves gregis » [1].

Pertanto, mentre Noi con profondo dolore riproviamo questo avvenimento, ed in certo modo lo rimettiamo al giudizio della pubblica opinione e al tribunale della storia, non solo facciamo quanto richiede la violazione dei sacri diritti della Chiesa, ma altresì quanto esige la stessa dignità della persona umana.

Ed in particolare riteniamo di dover dichiarare che è del tutto alieno dalla verità ciò che nel corso del processo è stato affermato: e cioè che tutta la questione, di cui si è trattato, dipenderebbe dal fatto che la Santa Sede, per un suo piano di dominazione politica sui popoli, avrebbe emanato istruzioni ed ordini diretti ad opporsi alla Repubblica Ungherese ed a coloro che presentemente ne sono a capo; per cui tutta la responsabilità ricadrebbe sulla Santa Sede medesima.

Ora tutti sanno che la Chiesa cattolica non è mossa nella sua azione da motivi terreni; e che essa ammette qualsiasi forma di governo, purché non sia in contrasto con i diritti divini ed umani. Che se questo contrasto esiste, gli stessi Vescovi e gli stessi fedeli debbono sentire nella loro coscienza il sacro dovere di opporsi alle leggi ingiuste.

Desideriamo dire però, Venerabili Fratelli, che in mezzo a queste gravi angustie non ci sono mancate dal Padre delle divine misericordie [2] le celesti consolazioni, che hanno mitigato il Nostro dolore. Queste Ci vengono anzitutto dal vedere la fede tenace dei cattolici Ungheresi i quali, benché si trovino ostacolati da gravissime difficoltà, fanno tutto quello che possono per difendere la religione avita e per rinnovare le gloriose tradizioni dei loro antenati. Ci vengono inoltre dalla fermissima fiducia, che nutriamo nel Nostro cuore paterno, nella concordia sempre piena e operosa dell’Episcopato Ungherese, diretta a tutelare la libertà della Chiesa, a confermare con ogni mezzo opportuno l’unità dei fedeli, ed a rincuorarli con quella speranza, che, derivando dal Cielo ed essendo alimentata dalla divina grazia, non può essere indebolita né estinta dagli avvenimenti tristi e ingiusti di questo mondo.

Queste celesti consolazioni Ci sono derivate anche da voi, Venerabili Fratelli, giacché vi abbiamo veduti in questo grave frangente stretti intorno a Noi per prender parte al Nostro dolore e per unire alle Nostre le vostre preghiere; e parimente Ci sono derivate dagli altri Cardinali, Arcivescovi e Vescovi di tutto l’orbe cattolico, i quali, uniti al loro clero e al loro popolo, Ci hanno espresso per mezzo di fervide lettere e di messaggi telegrafici la loro riprovazione per l’ingiuria fatta alla Chiesa, e Ci hanno promesso pubbliche e private preghiere.

Noi desideriamo ardentemente che queste preghiere continuino ad innalzarsi al trono di Dio; ogni qual volta infatti la Chiesa è bersagliata da sì gravi tempeste, che le forze umane non valgono a superare, è necessario rivolgersi con fiducia al divino Redentore, il quale solo può sedare i furiosi flutti e ridonare la tranquilla serenità. Interponendo quindi il validissimo patrocinio della Vergine madre di Dio, solleviamo le nostre preghiere al Signore, implorando da Lui che coloro, i quali soffrono persecuzioni, carceri, vessazioni, siano confortati dalla rugiada della divina grazia e corroborati dalla forza della virtù cristiana; coloro poi che temerariamente osano conculcare la libertà della Chiesa e i diritti della coscienza umana, comprendano finalmente che, togliendo di mezzo la religione e mettendo al bando la Divinità, nessuna società civile potrà mai sussistere. Infatti soltanto i sacri princìpi della religione possono contemperare in modo equo i diritti e i doveri dei cittadini, consolidare i fondamenti dello Stato, e informare i costumi secondo salutari norme, dirigendoli ordinatamente alla virtù. Ciò che scriveva il più grande oratore romano: «Voi, Pontefici…, difendete la città con la forza della religione più sicuramente che non lo facciano i suoi baluardi » [3], se viene riferito alla dottrina e alla fede cristiana, è infinitamente più vero e più certo. Comprendano adunque questa verità tutti coloro a cui è affidato il governo della cosa pubblica; e quindi sia dovunque restituita alla Chiesa la libertà dovutale, in modo che essa, non ostacolata da impedimenti, possa illuminare con la luce della sua dottrina le menti degli uomini, possa ammaestrare rettamente i giovani ed educarli a virtù, riaffermare il carattere sacro della famiglia, e compenetrare col suo influsso tutta la vita umana. Da questa benefica azione la società civile non avrà a temere alcun danno; anzi ne avrà grandissimo vantaggio. Allora infatti, Venerabili Fratelli, armonizzando secondo giustizia ed equità le mutue relazioni sociali; elevando, come è necessario, le condizioni degli indigenti, e restituendo loro la dovuta dignità umana; composte finalmente le discordie e pacificati gli animi in fraterna carità, potranno realmente sorgere felicemente tempi migliori per tutti i popoli e per tutte le genti, come Noi ardentemente desideriamo e con fervida prece invochiamo.

Son questi, Venerabili Fratelli, i pensieri che volevamo manifestare in questo augusto consesso a voi, che tanto da vicino Ci assistete nel governo della Chiesa universale, prodigando la vostra illuminata prudenza e solerte attività.


[1] Matth., 26, 31.

[2] Cf. II Cor., 1, 3.

[3] Cic., De Nat. Deor., III, 40.

 

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