 |
DISCORSO
DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO
DEL «FRONTE DELLA FAMIGLIA»
E DELLA FEDERAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI DELLE FAMIGLIE*
Martedì, 27 novembre 1951
Nell'ordine della natura, fra le istituzioni sociali non ve n'è
alcuna che stia alla Chiesa più a cuore della famiglia. Cristo ha elevato alla
dignità di Sacramento il matrimonio, che ne è come la radice. La famiglia stessa
ha sempre trovato e troverà nella Chiesa difesa, protezione, appoggio, in tutto
ciò che riguarda i suoi inviolabili diritti, la sua libertà, l'esercizio della
sua alta funzione.
Perciò Noi proviamo, diletti figli e figlie, una particolare
gioia nel dare il benvenuto nella Nostra dimora al Congresso nazionale del «
Fronte della famiglia » e delle famiglie numerose, e nell'esprimere la Nostra
soddisfazione per i vostri sforzi verso i fini che avete in mira e i Nostri voti
paterni per il loro felice conseguimento.
Un movimento familiare, come il
vostro, il quale si adopera ad attuare pienamente nel popolo l'idea della
famiglia cristiana, non può mancare, sotto l'impulso della forza interiore, che
lo anima, e delle necessità del popolo stesso, in mezzo al quale vive e cresce,
di mettersi al servigio di quel triplice scopo, che forma l'oggetto delle vostre
cure: l'influsso da esercitarsi sulla legislazione nel vasto campo, che
mediatamente o immediatamente tocca la famiglia; la solidarietà fra le famiglie
cristiane; la coltura cristiana della famiglia. Questo terzo oggetto è il
fondamentale; i due primi debbono concorrere a secondarlo e promuoverlo.
Noi abbiamo spesso e nelle più varie occasioni parlato in favore
della famiglia cristiana, e nella maggior parte dei casi per venire o chiamare
altri in suo aiuto, per salvarla dalle più gravi angustie. Innanzi tutto per
soccorrerla nelle calamità della guerra. I danni cagionati dal primo conflitto
mondiale erano ben lungi dall'essere pienamente riparati, quando la seconda
anche più terribile conflagrazione venne a mettervi il colmo. Occorreranno ancora
molto tempo e molte fatiche da parte degli uomini, ed anche maggiore assistenza
divina, prima che comincino a cicatrizzarsi convenientemente le profonde ferite,
che quelle due guerre hanno inflitte alla famiglia. Altro male, dovuto in parte
anch'esso alle guerre devastatrici, ma conseguenza inoltre della
superpopolazione e di singole tendenze inette o interessate, è la crisi delle
abitazioni; tutti coloro, legislatori, uomini di Stato, membri di Opere
sociali, che si studiano di portarvi rimedio, compiono, sia pure soltanto
indirettamente, un apostolato di eminente valore. Lo stesso vale per la lotta
contro il flagello della disoccupazione, per il regolamento di un sufficiente
salario familiare, affinchè la madre non sia costretta, come troppo spesso
avviene, a cercare un lavoro fuori di casa, ma possa dedicarsi maggiormente al
marito ed ai figli. Lavorare in favore della scuola e della educazione religiosa
: ecco altresì un prezioso contributo al bene della famiglia, come anche
favorire in essa una sana naturalezza e semplicità di costumi, rafforzare le
convinzioni religiose, sviluppare intorno ad essa un'aura di purezza cristiana,
atta a liberarla dai deleteri influssi esteriori e da tutte quelle morbose
eccitazioni che destano disordinate passioni nell'animo dell'adolescente.
Ma vi
è una miseria anche più profonda, dalla quale occorre preservare la famiglia,
vale a dire l'avvilente servaggio, a cui la riduce una mentalità, che tende a
farne un puro organismo al servizio della comunità sociale, per procreare ad
essa una massa sufficiente di « materiale umano ».
Se non che un altro pericolo
minaccia la famiglia, non già da ieri, ma da molto tempo, il quale però al
presente crescendo a vista d'occhio, può divenirle funesto, perchè l'attacca fin
nel suo germe; vogliamo dire, lo sconvolgimento della morale coniugale in tutta
la sua estensione.
Noi abbiamo, nel corso degli ultimi anni, colto tutte le occasioni per esporre l'uno o l'altro punto essenziale di quella morale, e più
recentemente per indicarla nel suo insieme, non solo confutando gli errori che
la corrompono, ma anche mostrandone positivamente il senso, l'ufficio,
l'importanza, il valore per la felicità degli sposi, dei figli e di tutta la
famiglia, per la stabilità e il maggior bene sociale dal focolare domestico
fino allo Stato e alla stessa Chiesa.
Al centro di questa dottrina il matrimonio
è apparso come un istituto al servizio della vita. In stretto legame con questo
principio, Noi, secondo l'insegnamento costante della Chiesa, abbiamo illustrato
una tesi che è uno dei fondamenti essenziali non solo della morale coniugale, ma
anche della morale sociale in genere : cioè che il diretto attentato alla vita
umana innocente, come mezzo al fine, — nel caso presente al fine di salvare
un'altra vita, — è illecito.
La vita umana innocente, in qualsiasi condizione si
trovi, è sottratta, dal primo istante della sua esistenza, a qualunque diretto
attacco volontario. È questo un fondamentale diritto della persona umana, di
valore generale nella concezione cristiana della vita; valido così per la vita
ancora nascosta nel seno della madre, come per la vita già sbocciata fuori di
lei; così contro l'aborto diretto, come contro la diretta occasione del bambino
prima, durante e dopo il parto. Per quanto fondata possa essere la distinzione
fra quei diversi momenti dello sviluppo della vita nata o non ancora nata per
il diritto profano ed ecclesiastico e per alcune conseguenze civili e penali, —
secondo la legge morale, si tratta in tutti quei casi di un grave e illecito
attentato alla inviolabile vita umana.
Questo principio vale per la vita del
bambino, come per quella della madre. Mai e in nessun caso la Chiesa ha
insegnato che la vita del bambino deve essere preferita a quella della madre. È
erroneo impostare la questione con questa alternativa : o la vita del bambino o
quella della madre. No; nè la vita della madre, nè quella del bambino, possono
essere sottoposte a un atto di diretta soppressione. Per l'una parte e per
l'altra la esigenza non può essere che una sola: fare ogni sforzo per salvare
la vita di ambedue, della madre e del bambino (cfr. Pii XI Encycl. « Casti
Connubii », 31 dec. 1930 - Acta Ap. Sedis vol. 2 2 , pagg. 562-563).
È una delle
più belle e nobili aspirazioni della medicina il cercare sempre nuove vie per
assicurare la vita di entrambi. Che se, nonostante tutti i progressi della
scienza, rimangono ancora, e rimarranno in futuro, casi in cui si debba contare
con la morte della madre, quando questa vuol condurre fino alla nascita la vita
che porta in sè, e non distruggerla in violazione del comandamento di Dio: non
uccidere! — altro non resta all'uomo, che fino all'ultimo momento si
sforzerà di aiutare e di salvare, se non d'inchinarsi con rispetto dinanzi alle
leggi della natura e alle disposizioni della divina Provvidenza.
Ma — si obietta
— la vita della madre, principalmente di una madre di numerosa famiglia, è di un
pregio incomparabilmente superiore a quella di un bambino non ancora nato. L'applicazione
della teoria della bilancia dei valori al caso che ora ci occupa ha già trovato
accoglimento nelle discussioni giuridiche. - La risposta a questa tormentosa
obiezione non è difficile. L'inviolabilità della vita di un innocente non
dipende dal suo maggiore o minor valore. Già da oltre dieci anni la Chiesa ha
formalmente condannato l'uccisione della vita stimata « senza valore »; e chi
conosce i tristi antecedenti che provocarono tale condanna, chi sa ponderare le
funeste conseguenze a cui si giungerebbe, se si volesse misurare
l'intangibilità della vita innocente secondo il suo valore; ben sa apprezzare i
motivi che hanno condotto a quella disposizione.
Del resto, chi può giudicare
con certezza quale delle due vite è in realtà più preziosa? Chi può sapere quale
sentiero seguirà quel bambino e a quale altezza di opere e di perfezione esso
potrà giungere? Si paragonano qui due grandezze, di una delle quali nulla si
conosce.
Noi vorremmo a questo proposito citare un esempio, che forse è già noto
ad alcuni di voi, ma che non perde perciò il suo suggestivo valore. Esso risale
al 1905. Viveva allora una giovane donna, di nobile famiglia e di anche più
nobili sensi, ma gracile e delicata di salute. Adolescente, era stata malata di
una piccola pleurite apicale, che sembrava guarita; allorchè, però, dopo aver
contratto un felice matrimonio, ella sentì una nuova vita sbocciare nel suo
seno, avvertì ben presto uno speciale malessere fisico, che costernò i due
valenti sanitari, i quali vegliavano con amorosa sollecitudine su di lei. Quel
vecchio processo apicale, quel focolaio già cicatrizzato si era ridestato; a
loro giudizio, non vi era tempo da perdere; se si voleva salvare la soave
signora, occorreva provocare senza il minimo indugio l'aborto terapeutico. Anche
lo sposo comprese la gravità del caso e si dichiarò consenziente all'atto
doloroso. Ma quando l'ostetrico curante le annunziò con ogni riguardo la
deliberazione dei medici, scongiurandola di arrendersi al loro parere, ella con accento fermo rispose: « La
ringrazio dei suoi pietosi consigli; ma io non posso troncare la vita della mia
creatura! Non posso, non posso! Io la sento già palpitare nel mio seno, essa ha
diritto di vivere; essa viene da Dio e deve conoscere Dio per amarlo e goderlo
». Anche il marito pregò, supplicò, implorò; ella rimase inflessibile e attese
serenamente l'evento. Una bambina nacque regolarmente; ma subito dopo la salute
della madre andò peggiorando. Il focolaio polmonare si estese; il deperimento
divenne progressivo. Due mesi dopo ella era agli estremi; ella rivide la sua
piccina, che cresceva sana presso una robusta nutrice; le sue labbra si
atteggiarono a un dolce sorriso, e placidamente spirò. Trascorsero vari anni.
In un Istituto religioso si poteva particolarmente notare una giovane Suora,
tutta dedita alla cura e alla educazione della infanzia abbandonata, che con
occhi spiranti amore materno si chinava sui piccoli infermi, quasi per dar loro
la vita. Era lei, la figlia del sacrificio, che ora col suo gran cuore
diffondeva tanto bene fra i bambini derelitti. L'eroismo della intrepida madre
non era stato vano (cfr. Andrea Majocchi, Tra bistori e forbici, 194o, pag. 21
e segg.). Ma Noi domandiamo: È forse il senso cristiano, anzi anche puramente
umano, dileguato a tal punto, da non saper più comprendere il sublime olocausto
della madre e la visibile azione della Provvidenza divina, che da
quell'olocausto fece nascere un così splendido frutto?
Noi abbiamo di proposito
usato sempre l'espressione « attentato diretto alla vita dell'innocente », «
uccisione diretta ». Poichè se, per esempio, la salvezza della vita della futura
madre, indipendentemente dal suo stato di gravidanza, richiedesse urgentemente
un atto chirurgico, o altra applicazione terapeutica, che avrebbe come
conseguenza accessoria, in nessun modo voluta nè intesa, ma inevitabile, la
morte del feto, un tale atto non potrebbe più dirsi un diretto attentato alla
vita innocente. In queste condizioni l'operazione può essere lecita, come altri
simili interventi medici, sempre che si tratti di un bene di alto valore, qual è
la vita, e non sia possibile di rimandarla dopo la nascita del bambino, nè di
ricorrere ad altro efficace rimedio.
Poichè dunque l'ufficio primario del
matrimonio è di essere al servizio della vita, il Nostro principale
compiacimento e la Nostra paterna gratitudine vanno a quegli sposi generosi, che
per amore di Dio, e fidando in Lui, allevano coraggiosamente. una
famiglia numerosa.
D'altra parte, la Chiesa sa considerare con simpatia e comprensione le reali difficoltà della vita matrimoniale ai nostri giorni.
Perciò nell'ultima Nostra allocuzione sulla morale coniugale abbiamo affermato
la legittimità e al tempo stesso i limiti — in verità ben larghi — di una
regolazione della prole, la quale, contrariamente al cosiddetto « controllo delle
nascite », è compatibile con la legge di Dio. Si può anzi sperare (ma in tale
materia la Chiesa lascia naturalmente il giudizio alla scienza medica) che
questa riesca a dare a quel metodo lecito una base sufficientemente sicura, e le
più recenti informazioni sembrano confermare una tale speranza.
Del resto, a
vincere le molteplici prove della vita coniugale valgono soprattutto la fede
viva e la frequenza dei Sacramenti, donde scaturiscono torrenti di forza, della
cui efficacia coloro che vivono fuori della Chiesa difficilmente possono farsi
una chiara idea. E con questo richiamo ai superiori ausili desideriamo di
concludere il Nostro dire. Potrebbe anche a voi, diletti figli e figlie, un
giorno o l'altro accadere di sentire il vostro coraggio vacillare sotto la
violenza della bufera scatenata intorno a voi, e anche più pericolosamente
nell'interno della famiglia, dalle dottrine sovvertitrici della sana e normale
concezione delle nozze cristiane. Abbiate fiducia! Le energie della natura e
soprattutto quelle della grazia con cui il Signore ha arricchito le vostre anime
nel Sacramento del matrimonio, sono come una rocca ferma, contro cui si frangono
impotenti le onde di un mare in tempesta. E se i drammi della guerra e del
dopoguerra hanno colpito il matrimonio e la famiglia con ferite ancora
sanguinanti, tuttavia in quegli anni anche la costante fedeltà e la salda perseveranza degli sposi, e l'amore materno pronto a indicibili sacrifici,
hanno riportato in innumerevoli casi veri e splendidi trionfi.
Proseguite
dunque strenuamente il vostro lavoro, fiduciosi nell'aiuto divino; in auspicio
del quale impartiamo con effusione di cuore a voi e alle vostre famiglie la
Nostra paterna Apostolica Benedizione.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XIII,
Tredicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1951 - 1° marzo 1952, p. 413 -
418 Tipografia Poliglotta Vaticana
|