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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
AI SOCI DEL «CENTRO ITALIANO DI STUDI
PER LA RICONCILIAZIONE INTERNAZIONALE»
*

Giovedì, 13 ottobre 1955

 

Eccellentissimi ed illustri Signori.

Il programma e lo scopo del vostro benemerito « Centro », la riconciliazione e la pacifica collaborazione internazionale, rispondono alla comune aspirazione dei popoli, che, passati attraverso i gravi scotimenti di due guerre mondiali o altrimenti in essi coinvolti, null'altro più ardentemente bramano di una serena e operosa convivenza. Dal compendio storico cortesemente inviatoCi abbiamo appreso che gli inizi del Centro risalgono ai giorni tempestosi dell'agosto 1943, ma che esso prese vita propriamente due anni dopo, nel 1945, su disegno del suo insigne Segretario generale permanente, come una libera associazione di uomini desiderosi di operare per il bene della nazione, di periti in relazioni internazionali, intenti a, mettere in atto i postulati del manifesto che i fondatori pubblicarono all'atto della sua costituzione. Completamente apolitico, il vostro Centro non è legato ad alcun partito, ma ha cercato e cerca di allacciare rapporti col mondo internazionale, con Istituti simili di altre nazioni, per effettuare i suoi nobili propositi.

Una speciale ed importante sua attività sono i cicli di conferenze, e voi avete avuto la bontà di rimetterCi una raccolta di quelle già pronunziate da eminenti personaggi, e di cui abbiamo preso conoscenza col più vivo interesse. Di tante sue benemerenze il Centro ha avuto recentemente un alto ed ufficiale riconoscimento con la sua erezione in Ente Morale.

In tal guisa voi lavorate alacremente per la riconciliazione e la collaborazione dei popoli, affine di restaurare ciò che due catastrofi mondiali avevano devastato e di riannodare ciò che quei formidabili eventi avevano infranto. Lasciate dunque che il Padre comune, cui nulla sta maggiormente a cuore della pace, vi parli dell'opera corrispondente, sebbene distinta, della Chiesa , stesso fine della concordia e della pacificazione tra le nazioni.

Due parti conterrà perciò il Nostro discorso:

I. - Contrasti e conflitti dei popoli.

II. - Massime conciliatrici della Chiesa per appianarli.

I. CONTRASTI E CONFLITTI DEI POPOLI

Alcuni tratti caratteristici della presente condizione dei popoli nei loro scambievoli rapporti cercammo di descrivere nell'ultimo Nostro Messaggio natalizio sotto un triplice aspetto: la coesistenza nel timore; la coesistenza nell'errore; la coesistenza o convivenza nella verità. Richiamammo allora particolarmente al pensiero la missione, che l'Europa, l'occidente cristiano — come erede di una mentalità e di una condotta di vita cristiane formatesi attraverso i secoli — hanno da compiere, e che oggi occorre risvegliare mediante la considerazione dell'intima e sempre presente ricchezza di quella eredità e mettendo coraggiosamente e attivamente in valore il suo contenuto nella vita nazionale e internazionale.

Quanto profondi siano i dissensi fra i popoli e quanto sia spesso difficile di trovare una via per la loro soluzione, ha messo in luce la Conferenza di Ginevra, dello scorso luglio, che pur tante speranze suscitò nel mondo al suo aprirsi.

Occorre pertanto rivolgere l'attenzione sui sempre più vasti e profondi aspetti della psicologia e della natura dei popoli, come sugli intimi moti e divergenze che essi rivelano, e al tempo stesso sui conflitti a cui possono condurre e di fatto troppo spesso conducono. È chiaro che lo studio preliminare di questi problemi è fondamentale per l'opera della pace, come è sommamente vantaggiosa l'osservazione dei mutamenti di pensiero e di sentimenti cui vanno soggetti i popoli.

Ora è certo che il volto del mondo si è nel corso della prima metà di questo secolo in molti lineamenti, nel campo nazionale, economico, sociale, culturale, ideologico, profondamente mutato. L'elemento internazionale, per la crescente mutua interdipendenza dei popoli, è venuto in sempre maggiore risalto; in pari tempo però il sentimento nazionale si è ridestato, in alcuni luoghi con l'intensità delle prime fiammate superando repressioni ed ostacoli. Altrove è determinante l'elemento economico e, in intima connessione con esso, il sociologico, costruendo ambedue su ferme teorie e ideologie congiuntamente sviluppate; ove tuttavia spesso rimane in dubbia luce, se la ideologia prevalentemente modelli la vita o la vita l'ideologia. D'altra parte, poiché non di rado economia, sociologia, ideologia e vita di un popolo divergono da quelle di un altro, la divergenza stessa genera sovente aspre tensioni fra loro, sospingendoli talora a cercare una soluzione in conflitti bellici. Nei secoli passati le relazioni internazionali, pacifiche o minaccianti la pace, non avevano ancora la estensione e l'influsso di oggi. Una vita strettamente circoscritta e autarchica dei singoli popoli, o di piccoli gruppi di popoli, era possibile; nel contatto con altri popoli mancava inoltre spesso ai nascenti moti e contrasti il libero svolgimento delle proprie energie; tutto restava allora localmente e temporalmente più limitato. Gl'imperi mondiali anteriori all'era cristiana, e lo stesso impero romano, se misurati con la odierna conoscenza dell'ampiezza della terra e del genere umano, rimarrebbero anch'essi al di sotto di quelli del mondo di oggi. Eppure questi « Stati cosmici » erano ricchissimi in conflitti bellici con le conseguenti reciproche relazioni che nella storia universale sogliono ripetersi sostanzialmente simili, di « vincitori e vinti », di « soggioganti e soggiogati », la cui durezza variava, e che attuavano per un tempo più breve o più lungo, ma poi il più delle volte conducevano a un più o meno tollerabile « modus vivendi », specialmente quando nuove generazioni, non provate dalle personali sofferenze delle passate guerre, prendevano il posto delle antiche, e soprattutto quando la stretta convivenza e collaborazione avevano portato ad una graduale sociale o anche familiare fusione di « vinti » e « vincitori ». Questo progressivo declinare e spegnersi di tensioni psichiche sembra essere una delle leggi della psicologia dei popoli, quantunque si debba pur prevedere la possibilità del sorgere di nuovi contrasti. Ma pur troppo non è questo l'unico epilogo delle guerre nel passato. La storia non manca di esempi, in cui non si giunse ad alcuna riconciliazione o distensione, ma il conflitto, rinnovato talora più volte, ebbe termine soltanto con l'annientamento o la riduzione in schiavitù o la totale impotenza del nemico.

Nei Nostri discorsi al VI Congresso Internazionale di diritto penale del 3 Ottobre 1953 (Discorsi e Radiomessaggi vol. XV pag 337 e segg.) e al V Congresso Nazionale della Unione dei Giuristi Cattolici Italiani del 6 Dicembre 1953 (ibid. pag, 483 e segg.), abbiamo toccato questi e simili problemi, riconoscendo che non si possono risolvere con un semplice Sì o No, ed esponendo alcuni principi direttivi per la loro interpretazione e soluzione. Notammo allora il fatto della tendenza di formare Comunità di popoli e rilevammo come essa non si deve in ultimo far risalire all'enorme sviluppo dei mezzi di comunicazione e di scambio, ma ad un intimo impulso derivante dalla unità della origine, della natura e del fine, e che ha manifestamente da servire al pieno svolgimento, voluto dal Creatore, dei singoli individui, dei popoli, dell'intera umana famiglia, mediante una sempre crescente collaborazione, rispettosa tuttavia dei patrimoni culturali e morali dei singoli gruppi. Additammo quindi i molteplici ostacoli, che si oppongono ad una comunità internazionale dei popoli, ostacoli che aumentano col crescere del loro numero. Tali sono le disposizioni innate o acquisite, diverse e spesso contrarie; disposizioni di natura prevalentemente spirituale o di carattere prevalentemente somatico, che operano in tutto il campo dell'intendimento, dell'affetto, dell'azione; — egualmente le questioni delle stirpi e del sangue, del terreno e del clima, dell'educazione e dell'abitudine, della lingua, della storia e della coltura; tutto ciò che circonda ed informa l'uomo singolo e il singolo popolo. Parimente : le condizioni di proprietà e di possesso, di libertà e di dipendenza economica, in cui un popolo vive od è costretto a vivere e che, pur non essendo l'unica causa determinante, esercitano però un largo influsso su tutto il suo pensiero, il suo desiderio e la sua azione. Si aggiungano quelle numerose tendenze naturali o passioni, che hanno una così larga parte nella vita quotidiana dei singoli. Benchè esse tendano a scopi per sè legittimi, non posseggono in sè nessuna norma di misura e di discernimento, ma debbono trarla da un superiore dominio dell'uomo stesso, affinchè non si mutino in forze disgregatrici: tali sono l'attaccamento a sè, la brama del potere, la tendenza alla espansione, all'assimilazione, all'assorbimento.

Fra gli elementi, che le Comunità degli Stati debbono tenere in considerazione, nominiamo altresì la religione. Essa può avere sulle relazioni fra gli Stati un'azione altamente conciliante e rappacificante, ma anche talvolta separante ed eccitante. Le lotte di religione hanno avuto nella storia una propria impronta. Mosse da profonda religiosità e genuino entusiasmo, potevano condurre ad eroiche immolazioni; ove però è da considerare che lo scopo religioso non sempre si mantenne del tutto puro; in non pochi casi vi si mescolarono aspirazioni assai terrene; se poi quelle lotte erano attizzate dall'odio, sotto il pretesto religioso, superavano in orrori, crudeltà e devastazioni le altre guerre: il fanatismo, non la religione, era allora il vero movente.

Concludendo questo primo punto della Nostra esposizione possiamo dire: Nonostante il naturale e sempre più vasto e fervido sforzo per il conseguimento di ampie relazioni e leghe internazionali con le loro necessità e i loro alti fini, sorgono dall'intimo degli uomini e dei popoli, dai loro retti, ma non di rado anche perversi sentimenti e voleri, dai loro occulti scopi, dal mondo circostante, dalle condizioni esterne, dalla spesso profonda divergenza degli interessi, sorgono, diciamo, contrasti, tensioni, urti, e finalmente conflitti bellici con le loro inevitabili conseguenze per ambedue i belligeranti. È lo stato di cose che nel corso della storia si è finora ripetuto. Pare dunque che sia giunto il tempo in cui la umanità progredita abbia a porsi francamente la domanda, se deve rassegnarsi a quel che per il passato è sembrata una dura legge della storia, o, al contrario, tentare nuove vie, compiere generosi sforzi in ogni campo della vita, per affrancare il genere umano dal ricorrente incubo di conflitti bellici. Questa deve essere dunque la viva premura dei poteri pubblici responsabili. In ciò la Chiesa è pronta a fare la sua parte, a prestare l'opera sua, per disposizione stessa del suo divino Fondatore, con la sua materna sollecitudine per quanto conferisce alla intesa e pacificazione dei popoli.

II. - MASSIME CONCILIATRICI DELLA CHIESA
PER LA PREVENZIONE DEI CONFLITTI

Di queste Massime abbiamo ripetute volte parlato in precedenti discorsi, specialmente nella terza parte dell'ultimo Messaggio natalizio. Oggi quindi Ci restringeremo a menzionarne due: la legge della natura e la dottrina di Cristo.

I° - Il primo postulato di ogni azione pacificatrice è di riconoscere l'esistenza di una legge di natura, comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli, dalla quale promanano le norme dell'essere, dell'operare e del dovere, e la cui osservanza agevola ed assicura la pacifica convivenza e la mutua collaborazione. Per coloro che rigettassero questa verità, i rapporti tra i popoli resterebbero un enigma sia teorico che pratico; e se il rifiuto divenisse dottrina comune, anche il corso della storia umana sarebbe un eterno errare in un mare procelloso e senza approdo. Invece, al lume di questa massima è facile a ciascuno, almeno nei tratti generali, di discernere il giusto dall'ingiusto, il diritto dal torto; d'indicare i principi di soluzione dei contrasti; di comprendere il genuino magistero della storia nei rapporti tra i popoli; di rendersi conto della formazione e del carattere obbligatorio del diritto internazionale. In una parola, la legge naturale è la salda base comune di ogni diritto e dovere, il linguaggio universale necessario ad ogni intesa; è quel supremo tribunale di appello che l'umanità ha sempre desiderato affine di porre termine ai ricorrenti contrasti.

Ma donde e perchè questi contrasti? come mai essi possono accadere, pur esistendo una legge di natura comune a tutti e riconoscibile da ciascuno? Affacciandosi all'esistenza, gli uomini e i popoli attingono dalla natura una grande copia di qualità e di energie, per dar forma alla vita sia individuale che sociale. Tali doni ed impulsi della natura mostrano gli scopi, le direzioni, le vie, quasi linee maestre del disegno di ordine stabilito dal Creatore; ma il come, il quando, il dove della loro attuazione, il fissare uno scopo a preferenza di un altro, l'usare questo mezzo anzichè quello; tutto ciò è lasciato dalla natura alla libera e ragionevole determinazione dei singoli o dei gruppi. La convivenza, non meno che la condotta privata dell'individuo, non si stabilisce dunque automaticamente da sè stessa, come la vita associata delle api determinata dalla forza dell'istinto; ma è in ultimo fissata dal cosciente volere dei popoli stessi, o meglio degli uomini che li compongono. Ora tale volere può subire l'influsso di due forze differenti e contrarie, quella della ragione e del sereno giudizio, e quella dei ciechi istinti e delle sfrenate passioni. Piegandosi alla forza della ragione, l'azione dei popoli saprà trarre dalla legge della natura i mezzi per appianare i contrasti e trasformare le diversità delle disposizioni naturali, delle condizioni esterne, degli stessi interessi — che per sè non sono cause inevitabili di violenti conflitti — in altrettante sorgenti di collaborazione, e di armonia; se invece il volere è travolto dalle passioni, quelle medesime diversità produrranno intollerabili tensioni, la cui soluzione sarà affidata alla preponderanza delle armi.

Ma come potranno i popoli e i singoli ravvisare con certezza quale sia la direzione da imprimere alla loro azione in conformità del disegno stabilito dalla natura? Occorre guardarsi in tale ufficio da semplici supposizioni e congetture. Le grandi linee direttrici sono date dalla chiara conoscenza e considerazione della natura dell'uomo, della natura delle cose, come dei rapporti e delle esigenze che ne derivano.

Al quale proposito è assai utile di imparare a conoscere dai documenti e dai testi legislativi il pensiero dei secoli, dovremmo anzi dire dei millenni trascorsi. Essi mostrano come le esigenze della convivenza dei popoli nelle linee fondamentali sono state sempre le stesse, perchè la natura umana permane sostanzialmente sempre la medesima; manifestano inoltre che sempre si ripetono gli stessi atti di giustizia e d'ingiustizia nella vita privata e pubblica, nella vita interna delle nazioni, come nelle relazioni fra gli Stati. — Nè meno istruttivo è il vedere come sempre si è riconosciuto il bisogno di fissare mediante trattati e convenzioni internazionali ciò che secondo i principi della natura non constava con certezza e di completare quello intorno a cui la natura taceva. Ancora. Lo studio della storia e dello sviluppo del diritto fin dai tempi remoti insegna che, da un lato, una trasformazione delle condizioni economiche e sociali (talora anche politiche) richiede anche nuove forme dei postulati di diritto naturale, ai quali i sistemi finora dominanti più non aderiscono; dall'altro, però, che in questi mutamenti le esigenze fondamentali della natura sempre ritornano e si trasmettono con maggiore o minore urgenza dall'una all'altra generazione. Qui un attento osservatore trova il riconoscimento, che sempre in qualche modo riappare, della personalità dell'uomo coi suoi diritti fondamentali su oggetti materiali e immateriali, e quindi l'indistruttibile rifiuto dell'assorbimento della persona da parte della comunità e della conseguente estinzione dell'attività personale. Al contrario, tuttavia, si trova egualmente il rigetto della eccessiva affermazione dell'uomo singolo e del singolo popolo, che non solo non debbono sottrarsi al necessario servizio della comunità, ma sono tenuti a positivamente prestarlo. Si trova altresì il principio basilare che la forza e il fortunato successo non legittimano i soprusi nè costituiscono per sè il diritto; che il diritto deve prevalere sulla forza; che i violatori del diritto nella comunità dei popoli debbono essere considerati come criminali e come tali chiamati alla resa dei conti (circostanza questa di cui già parlammo nel Discorso al Congresso internazionale di diritto penale del 3 ottobre 1953).

Di alcune delle esigenze del diritto naturale, che oggi prevalgono nelle relazioni internazionali dei popoli, trattammo nell'allocuzione al V Congresso Nazionale dei Giuristi Cattolici del 6 dicembre 1953, che aveva per tema « Nazione e Comunità internazionale » (Discorsi e Radiomessaggi, voi. XV pag. 483 e segg.). Rilevammo anzitutto che le norme vigenti non possono essere senz'altro derivate dall'arbitrio dei popoli, perchè la loro unione è da far risalire ad una esigenza e ad un impulso della natura stessa, e quindi gli elementi fondamentali per il regolamento di tale unione rivestono il carattere di necessità morale, traendo origine dalla natura medesima. Indicammo anzi alcune di queste esigenze in particolare: il diritto all'esistenza; il diritto all'uso dei beni della terra per la conservazione della vita; il diritto al rispetto e al buon nome del proprio popolo; il diritto di dare una impronta propria al carattere del popolo; il diritto al suo sviluppo e alla sua espansione; il diritto alla osservanza dei trattati internazionali e delle altre simili convenzioni. Anche se il contenuto di questi accordi è' puramente di diritto positivo, tuttavia l'obbligo del loro adempimento (qualora nulla contengano di contrario alla sana morale) è una emanazione della natura e del diritto naturale. Così il diritto naturale sovrasta e corona tutte le norme puramente di diritto positivo, che vigono fra gli uomini e i popoli.

Se dunque le norme testè indicate di diritto naturale regolano i rapporti fra i popoli, non rimarranno forse notevolmente ridotte le materie di conflitto? E quando i contrasti e le tensioni verranno così mitigati, non sarà forse facilitata l'intesa, interrogando sinceramente la natura sulle sue reali esigenze? L'esperienza dimostra che non vi è bisogno di un lungo insegnamento per convincere uomini e popoli della loro giustezza. L'insegnante ha, per così dire, il più valido aiuto nella stessa natura umana e nel sano intuito dell'uditore. A conferma di ciò sta anche il fatto che, quando uomini e popoli nella vita mettono in non cale quelle esigenze, sostituendo il loro contenuto con altro diametralmente opposto, non rinunziano tuttavia in pratica a conservarne la lettera; chiamano così libertà il servaggio, diritto l'arbitrio, disposizione di sè la imposta esecuzione. Ciò dimostra che è ben difficile di poter soffocare del tutto la voce profonda della natura. Fare in guisa che questa sia udita, compresa e obbedita, è un passo di grande valore verso la pacificazione.

Perciò è stata sempre costante sollecitudine della Chiesa il risvegliare, mantener desta, rendere efficace la cognizione e la coscienza del diritto naturale; non di un falso e vago, ma di un chiaro e ben determinato diritto di natura, quale qui abbiamo cercato di descrivere. E mediante la chiara e sicura affermazione di questa massima la Chiesa si è adoperata ad aprire ai popoli una via alla intesa e alla pacificazione, nonostante i conflitti d'interessi, che è pur troppo sommamente arduo di bandire dalla terra.

2° -  La seconda Massima e il Messaggio di Cristo.

Annunziare agli uomini il Messaggio di Cristo, è la ragion d'essere della Chiesa, il suo originario ufficio, che ella non potrebbe trascurare senza rinnegare sè stessa e senza deludere coloro che a lei si volgono, stretti dalle ansie della vita terrena. La Chiesa pertanto vive, ha vissuto e vivrà per l'adempimento di questa sua missione. Orbene, il Messaggio di Cristo, luminoso come il cielo da cui discende, universale come la Chiesa a cui è diretto, non è altro in sostanza che la divina chiamata alla riconciliazione, dapprima tra gli uomini e Dio, quindi tra gli uomini stessi; in una parola, è il Messaggio della più alta pace.

Si tratta perciò ora d'indagare in qual modo la Chiesa, quale banditrice del Messaggio di Cristo, con l'estenderne e il perpetuarne l'eco, serve alla concreta riconciliazione dei popoli.

Vi è un duplice Messaggio di Cristo: il Messaggio della parola e della dottrina, e il Messaggio del fatto e della vita.

Che il Messaggio della parola e della dottrina sia atto a riunire gli uomini e i popoli, non ha bisogno di speciale dichiarazione. Esso è infatti l'annunzio dell'unica origine e dell'unico fine ultimo di tutti gli uomini e i popoli; dell'unico Dio e Padre di tutti; dell'unico e unificante precetto dell'amore di Dio e del prossimo; dell'unico Redentore e della Chiesa da lui fondata per tutti i popoli, affinchè vi sia un solo pastore e un solo gregge. Un tale Messaggio, che all'origine, nei mezzi, nel termine, è ispirato dal concetto della unità delle creature in un unico Dio, è evidentemente pacificatore e unificatore.

Il Messaggio poi del fatto e della vita è l'attuazione del primo, così multiforme come può essere il fatto e la vita di una idea che tutto domina. — È in primo luogo la carità cristiana, cioè la attuata e vissuta carità di Cristo, il quale considera come fatto a sè ciò che è fatto al prossimo per amor suo. È la carità di Cristo nelle sue molteplici forme: negli ospedali, nei sanatori, nelle case per i vecchi, nei giardini d'infanzia, nei rifugi per gli abbandonati, i traviati, i minorati, gli alienati, di mente. A la carità di Cristo, la quale non attende che la miseria venga a lei, ma la cerca, e non solo in patria, ma anche in terra straniera. La carità, che nei conflitti bellici non distingue fra amici e nemici: che, in nome di Cristo, muove gli infermieri e le infermiere, i medici, a chinarsi con la premura di fratelli sul ferito, sia esso amico o nemico. La carità che con eguale prontezza presta i suoi servigi nel palazzo del ricco, come nel tugurio del povero. — È vero che anche nel mondo laico fiorisce oggi una vasta opera di assistenza, tecnicamente eccellente. Senza dubbio, ma non è stato sempre così, e ciò non prova che nella sua struttura intima tale assistenza laica sia sorretta dallo stesso spirito di ardore, di abnegazione e di eroismo, prolungato spesso per una intiera vita. Eppure in alcuni luoghi si è giunti fino ad escludere la carità cristiana, anzi anche a proibirla. Deplorevole ma inutile impresa. Poiché, se si sopprimono le forme esteriori della carità, rimangono però gli uomini, che la esercitano col loro personale zelo per amore di Cristo, di cui, effettuano il divino Messaggio.

Ma in che modo questa carità diviene efficace strumento per la pacifica intesa fra i popoli? Anzitutto in virtù del peso complessivo degl'innumerevoli atti di bontà, i quali, come in un bilancio morale, sopravanzano la somma passiva degli egoismi, o almeno impediscono che questi prevalgano a comune rovina. Quando tra gli uomini di diversi popoli in centinaia e migliaia di casi si opera il bene, s'intessono da ambedue le parti fili di concorde intesa e si prepara la rinunzia ad ogni ostile contrasto.

Con ciò tuttavia non è pienamente manifestata la forza d'impulso della carità cristiana. Essa consiste in ciò che la Chiesa cattolica educa le coscienze a considerare per prossimo non soltanto questo o quell'uomo, ma un intero popolo; e non solo un popolo, ma gli uomini di tutti i popoli, fratelli e sorelle, che professano la stessa fede in Cristo e partecipano alla stessa mensa eucaristica; e non solo i fratelli e le sorelle della medesima Madre, la Chiesa, ma tutti gli uomini nel mondo intero, che secondo il precetto del medesimo unico Redentore meritano rispetto, pietà e amore. Questo amore, senza del quale, come pensiero e come azione, il vero cristiano non è nemmeno concepibile, è una grande forza contro ogni egoismo nazionale e per la pace del mondo. Essa era là, presente anche nelle due ultime guerre mondiali, e molto operò per diminuire i mali e gli orrori del conflitto, ma non potè impedire il corso degli avvenimenti. Una volta messa in moto la macchina della guerra, solo questa poteva determinarne lo svolgimento e l'esito.

Quella forza deve dunque essere adoperata in tempo di pace, per assicurarne la solidità e la estensione. Deve essere oggi viva e cosciente in ogni cattolico fin dalla prima gioventù. Deve essere in tutte le sue forme risvegliata ed alimentata nella famiglia, nella scuola, nella educazione, nel canto popolare, nel libro, nel film. Deve avvicinare fra di loro i cattolici dei diversi Paesi e continenti e unirli in una azione comune per la pace, come già si fa con notevole successo. La Chiesa non ha semplicemente nelle sue mani la pace, ma quella poderosa forza essa non può e non deve lasciare inerte. Il Signore della Chiesa le darà per così alto fine il sostegno della sua benedizione.

Alla carità si può inoltre assimilare l'attività della Chiesa nel campo dell'insegnamento e della scienza, dalle semplici scuole elementari alle alte scuole e alle Università. — Se, prescindendo dal contenuto, consideriamo soltanto la parte formale dell'insegnamento e del lavoro scientifico, dobbiamo allora indicare come elemento caratteristico il servizio della Verità. Coloro che insegnano o lavorano scientificamente, vogliono innanzi tutto condurre alla cognizione e al riconoscimento della verità. Quindi gli alunni e gli uditori debbono poter vedere riflessi e quasi personificati nel maestro il rispetto, la lealtà, la fedele professione della verità, affinchè questi intimi sentimenti passino in loro stessi. La cosa 'essenziale è ricercare, esporre, approfondire la verità, sia essa gradita o sgradita, accettata o respinta da chicchessia. Tale attitudine spirituale è evidentemente opposta a quell'apatia e a quella indifferenza verso la verità, che oggi deforma non poche menti e che un giorno lo scettico Pilato enunciò nella ironica interrogazione: Quid est veritas? Fu invece sublime carattere nella condotta del Signore che la verità era per lui al di sopra di tutto. Alla verità egli rendeva testimonianza (cfr. Io. 18, 37), e per la verità valeva la sua grande promessa: essa vi farà liberi (Io. 8, 32).

Ma il culto della verità, promosso dalla Chiesa con la sua vasta attività didattica, si tramuta in servizio d'inestimabile valore per la riconciliazione e l'intesa, per la reciproca comprensione e la collaborazione degli uomini e dei popoli. Se tutti i popoli in realtà e sincerità vogliono, cercano, accettano e riconoscono soltanto la verità, allora sono veramente sul cammino, che per la sua intima natura conduce alla intesa e alla unione. Poichè la verità (qualunque ne sia in ogni caso speciale il contenuto) è soltanto una, e quindi anche l'universale volere e desiderio di verità può essere soltanto uno. L'errore invece (poiché allontana dalla verità e dalla realtà) è per natura sua divisione; esso separa, disgiunge, scinde, anche se accada che molti s'incontrino nel medesimo errore; il loro è un incontro fortuito, non già effetto di un saldo principio unitivo.

Vi è inoltre tutta una serie di altre forme di attuazione del Messaggio di Cristo per promuovere la conciliazione e la intesa dei popoli. Esse hanno questo in comune, che rendono realtà nel fatto e nella vita, ciò a cui il Messaggio di Cristo conduce. Ne menzioneremo ora soltanto una: l'azione della Chiesa nel chiarimento e nella soluzione della questione sociale.

Esiste, com'è noto, una dottrina sociale cristiana, i cui principi fondamentali sono stati fissati dagli stessi Sommi Pontefici in Documenti ufficiali. — Ora è ben noto quanto profondamente le condizioni sociali hanno esercitato ed esercitano il loro influsso nella formazione della vita dei popoli e delle sue alterne vicende; quante discordie sono da esse sorte e sempre di nuovo si manifestano ed agiscono, estendendosi anche nel campo internazionale. Il collaborare dunque alla soluzione e al risanamento delle miserie e delle lotte sociali è un atto eminente per la riconciliazione e la pace tra i popoli.

Illustri Signori! Siamo giunti, sia pure con rapidi cenni, alla conclusione di quanto volevamo esporvi.

Il vostro « Centro » continuerà con fervore l'opera sua per un fine così elevato, per il quale Noi esprimiamo l'augurio del più felice successo ad onore vostro e a vantaggio dei popoli e degli Stati, a cui le vostre premure sono dirette. E non dubitiamo di avere il vostro consenso, se a Nostra volta manifestiamo la fiducia che anche alla Chiesa sia dato di collaborare per la sua via e coi suoi mezzi all'attuazione del medesimo alto fine, affinchè la « coesistenza nel timore » e la « coesistenza nell'errore », già da Noi segnalate, abbiano termine, e in loro luogo trionfi la « coesistenza e la convivenza nella verità e nella carità ».


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XVII,
 Diciassettesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1955 - 1° marzo 1956, pp. 307 - 319
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 

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