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RADIOMESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PIO XII 
AI POPOLI E AI GOVERNANTI

Sabato, 10 novembre 1956(1)

 

Allo strazio del nostro cuore di Padre per la iniquità consumata a rovina del diletto popolo magiaro, reo di aver voluto il rispetto dei fondamentali diritti umani, si aggiungono l'ansia per la pace minacciata e il cordoglio nel vedere indebolite le file di coloro, sulla cui autorità, unione e buon volere molto sembrava potersi contare per il progressivo ristabilimento della concordia fra le nazioni nella giustizia e nella vera libertà.

Chi potrebbe negare che le questioni della pace e della giusta libertà abbiano compiuto amari passi indietro, trascinando seco nell'ombra le speranze faticosamente risorte e convalidate da molteplici testimonianze?

Troppo sangue è stato ingiustamente versato! Troppi lutti e stermini improvvisamente rinnovati! Il tenue filo di fiducia, che aveva cominciato a riunire i popoli e sosteneva alquanto gli animi, appare spezzato; il sospetto e la diffidenza hanno scavato un più profondo abisso di separazione. Il mondo intiero è giustamente trasalito davanti all'affrettato ricorso alla forza, le mille volte e da tutti esecrata quale mezzo per appianare i contrasti ed assicurare la vittoria del diritto.

Non vi è dubbio che il mondo dal parossismo di questi giorni di violenza è uscito disorientato e scosso nella fiducia, poiché ha assistito al rinnovarsi di una politica che, in modo diverso, pone l'arbitrio di parte e gl'interessi economici al di sopra delle vite umane e dei valori morali.

Di fronte a tale scempio della giustizia e dell'amore fraterno, di fronte al serpeggiante scetticismo degli uomini verso l'avvenire, di fronte all'aggravata disunione degli animi, Noi, che deriviamo da Dio il mandato di promuovere il bene di tutte le nazioni e che stimiamo fermamente non essere la pace un vano sogno, ma un dovere da tutti attuabile; nell'intento di contribuire a salvarla in sé e nei fattori sui quali si fonda, desideriamo di rivolgere ai popoli il Nostro grido accorato: restauriamo le vie della pace, rinsaldiamo la unione di coloro che la bramano, restituiamo la fiducia a quei che l'hanno perduta!

Pertanto Ci indirizziamo, innanzi tutto, a voi, diletti popoli, uomini e donne, intellettuali, lavoratori, artigiani e contadini, di qualsiasi stirpe e Paese, affinché facciate intendere ai vostri reggitori quali siano i vostri intimi sentimentali e le vostre vere aspirazioni. I recenti fatti hanno confermato che i popoli, le famiglie, i singoli, preferiscono la tranquillità del lavoro e della famiglia ad ogni altra più agognata ricchezza. Essi sono pronti a rinunziarvi, se essa costasse il prezzo della tirannide o il rischio di una guerra con le sue conseguenze, rovine, lutti, prigionie e morte. In nome della religione, della civiltà e del retto sentimento umano: basta con le illegali e brutali repressioni, coi propositi di guerra, con le egemonie tra Potenze, cose tutte che tramutano la vita terrena in un abisso di ansie e di terrori, mortificano gli spiriti, annullano i frutti del lavoro e del progresso.

Questa, che è la voce della natura, deve venir proclamata alta nell'interno e all'estero da ogni Nazione, ed essere udita ed accolta da coloro cui i popoli hanno affidato il potere. Se una pubblica Autorità, in quanto a lei spetta, non tendesse ad assicurare almeno la vita, la libertà, la tranquillità dei cittadini, qualsiasi altra cosa riuscisse ad attuare, fallirebbe nella sostanza stessa del suo corpo.

Ma al di sopra di ogni altro incubo grava sugli animi il significato dei luttuosi fatti ungheresi. L'universale spontanea commozione del mondo, che l'attenzione per altri gravi eventi non giova a sminuire, dimostra quanto sia necessario ed urgente il restituire la libertà ai popoli che ne sono stati spogliati. Può il mondo disinteressarsi di questi fratelli, abbandonandoli al destino di una degradante schiavitù? Certamente la coscienza cristiana non può scuotere da sé l'obbligo morale di tentare ogni mezzo lecito, affinché venga ripristinata la loro dignità e restituita la libertà. 

Non Ci nascondiamo quanto siano al presente intricati i rapporti tra le nazioni e tra i gruppi continentali che le abbracciano. Ma si ascolti la voce della coscienza, della civiltà, della fraternità, si ascolti la voce stessa di Dio, Creatore e Padre di tutti, posponendo, anche con grave sacrificio, ogni altro problema e qualsiasi particolare interesse a quello primordiale e fondamentale dei milioni di vite umane ridotte a servitù.

Si torni quanto prima a rinsaldare le file e a stringere in un solido pubblico patto quanti - Governi e popoli - vogliono che il mondo percorra il sentiero dell'onore e della dignità dei figli di Dio; patto capace anche di difendere efficacemente i suoi membri da ogni ingiusto attacco contro i loro diritti e la loro indipendenza. Non sarà colpa degli onesti, se per chi si allontana da questa via non resterà che il deserto dell'isolamento. Forse avverrà, e Ce lo auguriamo di cuore, che la compattezza delle nazioni, sinceramente amanti la pace e la libertà, basterà ad indurre a più miti consigli coloro che si sottraggono alle leggi elementari dell'umano consorzio, e che pertanto si privano da se stessi del diritto di parlare in nome dell'umanità, della giustizia e della pace. Per primi i loro popoli non potranno non sentire il bisogno di ritornare a far parte dell'umana famiglia per goderne l'onore e i vantaggi. Tutti uniti dunque per la libertà e per la pace, voi, diletti popoli dell'oriente e dell'occidente, membri della comune umana famiglia! La pace, la libertà! Ormai queste tremende parole non danno più luogo ad equivoci. Esse sono tornate al loro primigenio e luminoso significato, quale fu sempre da Noi inteso, derivato cioè dai principi della natura e dal manifesto volere del Creatore. Ripetetele, proclamatele, attuatele. I vostri reggitori siano fedeli interpreti dei vostri veri sentimenti, dei vostri veri aneliti. Dio vi aiuterà, Dio sarà la vostra forza. 

Dio! Dio! Dio!

Risuoni questo ineffabile nome, fonte di ogni diritto, giustizia e libertà, nei parlamenti e nelle piazze, nelle case e nelle officine, sulle labbra degli intellettuali e dei lavoratori, sulla stampa e alla radio. Il nome di Dio, come sinonimo di pace e di libertà, sia il vessillo degli uomini di buon volere, il vincolo dei popoli e delle nazioni, il segno in cui si riconosceranno i fratelli e i collaboratori nell'opera della comune salvezza. Dio vi scuota dal torpore, vi separi da ogni complicità coi tiranni e coi fautori di guerre, v'illumini la coscienza e rafforzi la volontà nell'opera di ricostruzione. 

Riecheggi il suo Nome soprattutto nei sacri templi e nei cuori, come suprema invocazione al Signore, affinché con la sua infinita potenza aiuti a compiere ciò che le deboli forze umane tanto stentano a conseguire.

Con questa preghiera, che Noi per primi eleviamo al suo trono di misericordia, vi lasciamo, diletti figli, fiduciosi che il sereno tornerà a risplendere sul mondo e sulle fronti avvilite, e che la pace, provata da così gravi cimenti, ne uscirà più limpida, più duratura, più giusta.


(1 AAS 48(1956), pp. 787-789.

Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XVIII,
 Diciottesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1956 - 1° marzo 1957, pp. 655 - 658
 Tipografia Poliglotta Vaticana.

L’Osservatore Romano 12-13.11.1956 p.1;

 

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