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SYNODUS EPISCOPORUM
BOLLETTINO

della Commissione per l'informazione della
X ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
DEL SINODO DEI VESCOVI
30 settembre-27 ottobre 2001

"Il Vescovo: Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo"


Il Bollettino del Sinodo dei Vescovi è soltanto uno strumento di lavoro ad uso giornalistico e le traduzioni non hanno carattere ufficiale.


Edizione italiana

05 - 01.10.2001

SOMMARIO

SECONDA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 1 OTTOBRE 2001 - POMERIDIANO)

 

SECONDA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÍ, 1 OTTOBRE 2001 - POMERIDIANO)

 

INTERVENTI IN AULA (INIZIO)

 

Alle ore 17.00 di oggi, alla presenza del Santo Padre, con la recita dell’Adsumus ha avuto luogo la Seconda Congregazione Generale, per l’inizio degli interventi dei Padri Sinodali in Aula sul tema sinodale. Presidente Delegato di turno S.Em.R. Card. Giovanni Battista RE, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.

A questa Congregazione Generale che si è conclusa alle ore 19.00 con la preghiera dell’Angelus Domini erano presenti 237 Padri.

INTERVENTI IN AULA (INIZIO)

Quindi, sono intervenuti i seguenti Padri:

- S.E.R. Mons. Joachim Phayao MANISAP, Vescovo di Nakhon Ratchasima (Thailandia).

- S.E.R. Mons. Paul Yoshinao OTSUKA, Vescovo di Kyōto (Giappone).

- S.E.R. Mons. Javier LOZANO BARRAGÁN, Arcivescovo-Vescovo emerito di Zacatecas, Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari (Città del Vaticano).

- S.E.R. Mons. Stephen Fumio HAMAO, Arcivescovo-Vescovo emerito di Yokohama, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti (Città del Vaticano).

- S.Em.R. Card. Pedro RUBIANO SÁENZ, Arcivescovo di Bogotá (Colombia).

- S.E.R. Mons. Joseph CHENG TSAI-FA, Vescovo di Tainan (Taiwan).

- S.E.R. Mons. Rubén SALAZAR GÓMEZ, Arcivescovo di Barranquilla (Colombia).

- S.B. Nerses Bedros XIX TARMOUNI, Patriarca di Cilicia degli Armeni (Libano).

- S.E.R. Mons. Fabio SUESCÚN MUTIS, Ordinario Militare (Colombia).

- S.E.R. Mons. Joseph Eric D'ARCY, Arcivescovo emerito di Hobart (Australia)

- S.Em.R. Card. José SARAIVA MARTINS, C.M.F., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi (Città del Vaticano).

- S.E.R. Mons. Justin Francis RIGALI, Arcivescovodi Saint Louis (Stati Uniti d’America).

- S.E.R. Mons. Tadeusz KONDRUSIEWICZ, Arcivescovo titolare di Ippona Zárito e Amministratore Apostolico della Russia Europea Settentrionale dei Latini (Russia).

- Rev. P. Camilo MACCISE, O.C.D., Preposto Generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi (Unione dei Superiori Generali).

Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:

- S.E.R. Mons. Joachim Phayao MANISAP, Vescovo di Nakhon Ratchasima (Thailandia).

La Conferenza Episcopale di Thailandia vuole dare risalto all’immagine del Vescovo quale Pastore di una parte del popolo di Dio, visto come un ministro di Comunione e Missione. In quanto ministro di Comunione con Dio, egli partecipa, attraverso la grazia, alla vita e alla missione Trinitaria, e si sforza di nutrire tale comunione con l’ascolto della Parola di Dio, con la preghiera e la celebrazione dei sacramenti. Ogni parola e ogni gesto nel suo servizio pastorale saranno un segno di questa comunione con Dio, portando gli altri alla medesima comunione. Il Vescovo dovrebbe inoltre essere un ministro di Comunione con tutti: il Papa, i confratelli nell’Episcopato, i Sacerdoti, i Diaconi, i Religiosi e le Religiose, i Laici, quanti professano altre religioni, come pure quelli che non hanno convinzioni religiose. Deve rendersi disponibile e accessibile come un padre, un fratello e un amico attraverso una vita vissuta semplicemente, l’ascolto degli altri, la promozione della collaborazione e la delega responsabile.

In quanto ministro della Missione della Chiesa, il Vescovo proclama il Vangelo di speranza a tutti con l’autorità ricevuta da Cristo, condannando con coraggio quanto si oppone alla dignità della persona umana. Quale difensore dei poveri e promotore della giustizia e della pace, egli è il testimone vivente del Cristo Compassionevole, e accetta le sofferenze legate alla sua missione. Essere un ministro di Comunione e Missione non è un compito facile. Da qui la necessità impellente della formazione permanente dei Vescovi.

[00020-01.03] [in001] [Testo originale: inglese]

- S.E.R. Mons. Paul Yoshinao OTSUKA, Vescovo di Kyōto (Giappone).

Il mio intervento fa riferimento alla sezione n. 132 (centotrentadue) dell’Instrumentum laboris: "Proclamazione del Vangelo", che afferma, data la situazione della società e della cultura del mondo moderno, che la proclamazione del Vangelo ha bisogno di un nuovo linguaggio, un nuovo entusiasmo e di nuovi metodi.

In questo secolo la Chiesa avrà molti più contatti con le altre religioni. Secondo me, per le ragioni qui di seguito, dato che la Chiesa ha rapporti con diverse culture e tradizioni, dovrà proclamare la verità del Vangelo servendosi di nuovi metodi con le persone di oggi che vivono secondo una visione secolare del mondo.

Poiché abbiamo bisogno di un nuovo linguaggio, di un nuovo modo di parlare, proporrei che i Vescovi giapponesi si servissero del loro mandato magisteriale per dar vita a nuovi tentativi.

Nel febbraio 2001 (duemilauno), i Vescovi giapponesi hanno pubblicato un documento intitolato "Rispetto per la vita".

Siamo consapevoli che i giapponesi hanno una visione di vita secolare, quindi abbiamo deciso di fare appello alla sacralità della vita, e di presentare loro i valori del Vangelo, mostrando i vari problemi che la vita stessa deve affrontare nel nostro mondo moderno.

Questo documento "Rispetto per la vita" può essere considerato una sfida per i cattolici del Giappone, come pure per la stessa società giapponese.

Tuttavia i vari temi del documento sono stati scritti in modo da non insistere sul fatto che l’unica risposta corretta e la soluzione dei problemi vengano da un punto di vista cattolico.

La Chiesa offre al lettore un messaggio e in questo messaggio essa stessa riflette insieme al lettore mentre lui o lei decide e pondera su qual è il modo migliore di vivere, la migliore società.

I Vescovi inoltre affermano che il loro messaggio è radicato nella fede della Chiesa cattolica e che "volevamo innanzitutto mostrare il modo di vivere che Cristo ci ha insegnato e speriamo di ispirare altri con la vita di Cristo".

Secondo gli insegnamenti del Vangelo, la verità di Dio non si impone sugli altri.

Ecco perché il Vaticano Secondo, nella sua Dichiarazione sulla Libertà Religiosa, afferma: "La verità non si impone che in forza della stessa verità, la quale penetra nelle menti soavemente e insieme con vigore"

Nel corso dell’anno giubilare il Santo Padre ci ha ricordato questo principio, chiedendo a Dio di perdonare i peccati della Chiesa, che comprendevano i peccati commessi nel Servizio alla Verità.

Similmente, la Commissione Teologica Internazionale commenta in "Memoria e Riconciliazione": "Ciò riguarda forme di evangelizzazione che si sono servite di mezzi impropri per annunciare la verità rivelata o non tenevano conto del discernimento evangelico da applicarsi ai valori culturali dei popoli, o non rispettavano le coscienze delle persone a cui la fede veniva presentata".

Noi, Vescovi giapponesi, riconosciamo i principi sopra esposti nel nostro servizio alla verità.

Quando esercitiamo il nostro mandato magisteriale, terremo scrupolosamente a mente questo dialogo con la gente di oggi, e rispetteremo la coscienza di quanti hanno ascoltato la chiamata del Vangelo.

L’enciclica Redemptoris Missio di Papa Giovanni Paolo II afferma al n. 20: "La Chiesa ... serve il Regno diffondendo nel mondo i ‘valori evangelici’ che del Regno sono espressione e aiutano gli uomini ad accogliere il disegno di Dio".

[00021-01.04] [in002] [Testo originale: inglese]

- S.E.R. Mons. Javier LOZANO BARRAGÁN, Arcivescovo-Vescovo emerito di Zacatecas, Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari (Città del Vaticano).

Attualmente si calcola che 146 milioni di persone siano infette dal virus HIV/AIDS. La Chiesa, con in testa i Vescovi, ha risposto a questa sfida, cosicché il 25% di coloro che si occupano di questi malati in tutto il mondo appartiene alla Chiesa Cattolica. Esistono attualmente 109.000 centri sanitari cattolici, dei quali 6.038 sono ospedali in cui esercitano la loro attività pastorale 250.000 tra religiose e religiosi. Oggigiorno si presentano gravi problemi nell’ambito della pastorale ospedaliera, sia sotto l’aspetto finanziario che sotto l’aspetto tecnico e politico, dall’invecchiamento del personale alle attuali questioni bioetiche. Il n.141 dell’Instrumentum Laboris dice che "L’organizzazione e la promozione continua di questo settore della pastorale merita priorità nel cuore e nella vita di un vescovo", il che risulta ovvio, dal momento che si tratta di compiere il mandato di Cristo di curare gli infermi. Il tema del presente Sinodo insiste sulla virtù della Speranza. Questa virtù è una caratteristica specifica della Pastorale della Sanità, poiché la salute è la tensione verso l’armonia e l’unica vera armonia è la risurrezione di Cristo. La secolarizzazione del mondo attuale è in contrasto con la virtù della speranza e per questo esige la testimonianza decisiva del Vescovo di un Vangelo che testimonia la Pasqua di Cristo come unica soluzione definitiva alla malattia e alla morte. Cristo ha lavato i piedi dei discepoli nell’ultima Cena, per questo la Pastorale della Sanità è intimamente unita all’Eucaristia e alla fondazione della Chiesa. Si tratta di una proclamazione radicale del Vangelo come Speranza nei confronti della Salvezza, del dolore e della morte, che non si esaurisce nella salute come mera assenza di malattie, dato che in questo modo ci troveremmo in contraddizione con la speranza nella reiterazione mitologica di quanto esiste nel mondo, bensì consiste nella gioiosa e radicale novità fisica, psichica, sociale e spirituale, che rappresenta la meta armonica della Speranza totale dell’umanità espressa dalla proclamazione del Vangelo: Cristo morto e risorto.

[00022-01.04] [in003] [Testo originale: spagnolo]

- S.E.R. Mons. Stephen Fumio HAMAO, Arcivescovo-Vescovo emerito di Yokohama, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti (Città del Vaticano).

Nell'Instrumentum Laboris del Sinodo il tema della cura pastorale della gente in mobilità non ha molto rilievo, benché ci siano nel mondo circa 150 milioni di persone, una ogni 47, che vivono la condizione di migranti e rifugiati. Le migrazioni offrono alla Chiesa nuove opportunità per testimoniare e annunciare il Vangelo in casa propria e per operare, quale esperta in umanità, come stimolo per la società civile alla solidarietà, all'accettazione e alla comunione.

Per migliorare l'accoglienza degli stranieri nelle parrocchie è indispensabile che i Vescovi investano risorse per una adeguata formazione professionale e spirituale dei sacerdoti, religiosi/e, e laici che dovranno occuparsi delle problematiche del vasto fenomeno della mobilità umana. In questo processo il ruolo degli operatori pastorali, se ben preparati, è fondamentale per la sensibilizzazione delle loro comunità ecclesiali all'accoglienza degli stranieri, evitando il più possibile atti di discriminazione e intolleranza.

Numerosi sono i fedeli che non possono partecipare alla vita parrocchiale a causa della loro mobilità o del loro essere stranieri. Il Vescovo con la carità pastorale, che è l'anima del suo apostolato, dovrebbe vivere per Dio al servizio dei più deboli. Questi includono gli stranieri che non conoscono la lingua locale o gli usi e costumi locali, come i migranti, i rifugiati, i marittimi, il personale di bordo e di terra dell'aviazione civile, i nomadi, i circensi, i turisti e i pellegrini, gli studenti esteri. Non dimentichiamo nemmeno le donne e i bambini vittime dei trafficanti e le persone che subiscono diverse manifestazioni di xenofobia.

A mio avviso, occorrerebbe in futuro promuovere due forme di cura pastorale della mobilità, una attraverso le parrocchie e un'altra che, con l'assidua collaborazione degli operatori pastorali diocesani o regionali, vada incontro ai migranti e agli itineranti nei luoghi in cui essi si trovano nelle loro situazioni concrete.

[00023-01.05] [in004] [Testo originale: italiano]

- S.Em.R. Card. Pedro RUBIANO SÁENZ, Arcivescovo di Bogotá (Colombia).

Il flagello della guerriglia e del narcotraffico ha posto la Chiesa in Colombia in una situazione di conflitto permanente, tanto che per molti il ministero è diventato talmente difficile da sembrare impraticabile. Evangelizzare in questo modo presuppone una vocazione al martirio, e infatti abbiamo una lunga lista di martiri: un Vescovo è stato assassinato da un gruppo di guerriglieri, un altro ha subito due sequestri, altri delle minacce, mentre numerosi sacerdoti, religiose e agenti di pastorale sono caduti vittime di attacchi terroristici o di crimini che sono rimasti impuniti. È stato compiuto un sequestro di massa durante la celebrazione dell’Eucaristia domenicale; attualmente ci sono due sacerdoti in mano ai guerriglieri.

Immerso nella realtà del conflitto, il Vescovo si presenta come segno di speranza e di riconciliazione e come testimone del Vangelo nell’accompagnare il popolo che gli è stato affidato. Segno e testimone coraggioso, credibile e animatore di tutti coloro la cui speranza si è affievolita a motivo della violenza e del sequestro, superando il modello tradizionale dell’episcopato per convertirsi in un compagno di cammino.

I sacerdoti che si trovano in una situazione di grave minaccia alla loro vita debbono sperimentare il sostegno e il conforto del loro Vescovo, per mantenersi saldi nell’esercizio del loro ministero e per essere protetti in situazioni estreme; il Vescovo si trova molte volte a dover prendere misure eccezionali, come allontanarli dalla Diocesi, se non addirittura dal Paese.

Si sono moltiplicati i massacri di popolazioni inermi, che hanno generato un esodo di massa; in questi casi il Vescovo deve essere vicino alle vittime e, come segno di speranza, deve far sentire la voce della comunità ai responsabili di questi crimini.

Ogni vescovo, nella sua ordinazione, promette di vegliare sui migranti, impegno che ha oggi grande risonanza di fronte al dramma di tanti fedeli sfollati.

Il Vescovo, in quanto testimone della speranza, deve proclamare la verità con coraggio e chiarezza, difendere la vita, promuovere i diritti umani. Deve utilizzare non le armi del mercenario, bensì le armi del buon Pastore; per questa ragione, nelle zone di conflitto, è il Ministro della Riconciliazione e del Perdono per eccellenza, che insiste sull’amore cristiano, che ama i nemici e perdona i suoi persecutori.

Per questo camminiamo con speranza, senza timore, perché il Signore è con noi e le circostanze odierne ci costringono a non sfuggire il sacrificio. Dobbiamo infondere sempre la speranza cristiana. Essere testimoni dell’amore misericordioso del Padre che in Cristo ci dà la sicurezza assoluta del trionfo sul male, essere docili all’azione dello Spirito Santo che ci trasforma in strumenti di pace e riconciliazione.

[00024-01.04] [in005] [Testo originale: spagnolo]

- S.E.R. Mons. Joseph CHENG TSAI-FA, Vescovo di Tainan (Taiwan).

Ispirandosi alla umanità di Cristo, il vescovo, conscio della propria debolezza e dei propri limiti, deve coltivare questa spiritualità, capace di affrontare la realtà quotidiana, gli imprevisti, i problemi personali ed istituzionali.

Egli è sottoposto alla pressione dei problemi quotidiani e ne sente tutto il peso. Per questo ha bisogno di coltivare un sereno tenore di vita che favorisca l'equilibrio mentale, psichico ed affettivo, capace di accogliere le persone e i loro problemi; nelle situazioni tristi o liete la sua gente può sempre trovare in lui la maturità e la bontà di un padre e di un maestro spirituale.

Perciò, nella fatica del suo ministero, il vescovo deve essere unito a Cristo, Crocifisso-Glorioso (Cf. Instrumentum laboris no. 55). Deve formarsi in un'armonia del divino e dell'umano e trovarne un equilibrio, misurato sulla humanitas stessa di Cristo (Cf. Instrumentum laboris no. 56).

Non dobbiamo trascurare la coltivazione delle virtù umane; ne abbiamo tanto bisogno! Questo è quello che va inteso realmente, quando diciamo che la spiritualità del vescovo dev'essere fondata sulla umanità di Cristo.

Il vescovo, essendo il servo del Vangelo, deve per primo accogliere la Buona Novella, viverne lo spirito e dare la testimonianza al Vangelo. Inoltre, il vescovo deve essere ripieno di zelo per la proclamazione del Vangelo. Il vescovo stesso deve essere animato da questo zelo, per poter poi stimolare il suo clero e i suoi fedeli.

Un altro tema cui vorrei accennare è quello della relazione della cultura e inculturazione con la proclamazione del Vangelo.

In conclusione, noi, vescovi cinesi in Taiwan, siamo ansiosi di vedere che la Chiesa in Cina possa godere la pace, e che, nella atmosfera della libertà religiosa a cui tende oggi tutto il mondo, anche la Chiesa in Cina possa proclamare il Vangelo liberamente. In questo momento, tutta la Cina è in festa per aver vinto il diritto di ospitare le Olimpiadi Mondiali dell'anno 2008. Ci auguriamo che la Cina possa fare un altro passo avanti, per realizzare l'ideale olimpico della libertà e della uguaglianza, e assicurare a tutti la libertà religiosa, affinché possiamo proclamare il Vangelo di pace e di amore di Cristo a tutto il popolo cinese.

[00025-01.04] [in006] [Testo originale: italiano]

- S.E.R. Mons. Rubén SALAZAR GÓMEZ, Arcivescovo di Barranquilla (Colombia).

Se nel battesimo ogni cristiano riceve l’amore di Dio tramite l’effusione dello Spirito Santo, il Vescovo, nel sacramento dell’Ordine, riceve la "carità pastorale" di Cristo nel suo cuore. Questa carità pastorale è finalizzata a creare la comunione.

Il Vescovo, prima di tradurre questo amore-comunione in linee di azione, deve renderlo presente nel proprio cuore e nel cuore stesso della Chiesa, convertendolo in autentica spiritualità. Se la comunione è l’espressione dell’essenza della Chiesa, la spiritualità di comunione tenderà ad espandersi in una vera spiritualità ecclesiale, vissuta nella duplice dimensione di spiritualità personale e comunitaria, che promuove incessantemente la partecipazione e la corresponsabilità di tutti i membri della Chiesa e che sta alla base di ogni altra spiritualità.

L’impegno pastorale del Vescovo farà della Chiesa un’autentica dimora di comunione, affinché possa essere segno di salvezza per il mondo. Il Sinodo dei Vescovi dovrà far proprio l’appello del Papa a ripensare il ministero petrino affinché la corresponsabilità dei Vescovi nel governo della Chiesa universale sia sempre di più un segno profondo di comunione e scompaia tutto ciò che può appannare tale comunione. Lo stesso si applica ai rapporti tra i Vescovi di una stessa nazione nelle Conferenze Episcopali, nelle regioni e nelle provincie ecclesiastiche. Si tratta di attribuire il primato alla carità, in modo che la comunione prevalga su qualunque altra considerazione che non sia il bene comune. In ogni Chiesa particolare, il Vescovo deve concretizzare la realtà della comunione promuovendo strutture di comunione e di partecipazione, per ascoltare lo Spirito che vive nel suo popolo, confermare il popolo nello stesso Spirito e condurlo alla realizzazione di quanto lo Spirito ha suscitato e confermato nella sua Chiesa. Questa è la grande sfida che ogni Vescovo, come pastore di una porzione del Popolo di Dio, ha di fronte a sé.

Il Vescovo, nell’edificare la Chiesa come dimora e segno di comunione, la edifica anche come scuola di comunione e strumento di salvezza per il mondo. In questo senso, il Vescovo deve accompagnare la Chiesa affinché percorra i sentieri concreti della promozione umana, quale espressione dell’amore di Dio vissuto nella comunione, dando vita alle opere in cui si esprime la solidarietà con i poveri e con quanti soffrono per qualsiasi ragione, e nella promozione della convivenza umana. Questi compiti rappresentano il modo concreto di suscitare la speranza nel mondo per mezzo del Vangelo.

In tal modo il Vescovo, in quanto servitore del Vangelo di Gesù Cristo, fa sì che la luce del Vangelo permei tutti i rapporti umani, sia personali che sociali, e si fa portatore della speranza nel mondo.

[00026-01.06] [in007] [Testo originale: spagnolo]

- S.B. Nerses Bedros XIX TARMOUNI, Patriarca di Cilicia degli Armeni (Libano).

- S.E.R. Mons. Fabio SUESCÚN MUTIS, Ordinario Militare (Colombia).

La Chiesa, piena di gioia e di speranza, sa che Cristo è il Signore che illumina tutti gli eventi della storia, e senza trascurare la sua missione Ad Gentes e l’attenzione pastorale di coloro che hanno una fede salda, ha accentuato la sua sollecitudine per la Nuova Evangelizzazione.

La Chiesa, che si apre al mondo, abbisogna di vescovi disposti a evangelizzare, che pongano attenzione alla loro vocazione di pescatori di fronte alle nuove realtà che il mondo vive, che partano in cerca di quanti sono lontani e indifferenti, che li peschino per Cristo e li aggiungano al gregge che pascolano. Infine, che sentano nel cuore, con rinnovato entusiasmo, quelle parole del Signore a Simon Pietro: "Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini" (cfr. Lc 5, 10).

Il Vescovo deve assumere la guida e la responsabilità di evangelizzare la sua Chiesa, ponendosi di fronte a questo compito e "guai a me se non predicassi il vangelo!" (cfr. 1Cor 9, 16), poiché senza di esso l’Evangelizzazione non sarebbe assunta come priorità ecclesiale.

Il Piano Pastorale, il cui obiettivo è evangelizzare, seguendo la metodologia della Chiesa primitiva deve annunciare, mediante il Kerigma, Cristo Salvatore a tutte le genti, invitandole alla conversione e raccogliendole in comunità nelle quali si viva l’esperienza di essere discepoli e apostoli sotto l’azione dello Spirito Santo.

Il Vescovo, il presbiterio e le persone evangelizzate avranno come obiettivo quello di ANDARE da tutti ed evangelizzarli in ciascuna delle parrocchie della diocesi, in modo che ciascuna parrocchia sia scuola di cristiani maturi, e viva come comunità formata da piccole comunità, evangelizzate per mezzo del Kerigma, della catechesi e del vivere pienamente la liturgia.

Si tratta di formare cristiani adulti, capaci di impegnarsi seriamente nel servizio apostolico e sociale, e intensamente solidali nella promozione umana e nella costruzione di una cultura cristiana. Soltanto i battezzati che diano conto della loro fede potranno trasformare la società della noia e della disperazione in una società di giustizia, di pace e di speranza.

Il Signore ci invita a esercitare il nostro ministero episcopale con entusiasmo totale e generoso, uscendo a pescare in mare aperto.

[00027-01.05] [in009] [Testo originale: spagnolo]

- S.E.R. Mons. Joseph Eric D'ARCY, Arcivescovo emerito di Hobart (Australia).

L’opera del Vescovo in quanto Maestro-Insegnante della fede, particolarmente nella catechesi, è spesso ostacolata in modo drastico da:

1. l’opinione, diffusa nella cultura contemporanea, secondo cui la fede cristiana non sarebbe una dottrina né una verità, ma un mero ethos;

2. all’interno della catechetica, da un "modello" largamente accettato che non rende giustizia al ruolo della dottrina nell’educazione cattolica.

Il modello educativo di Dewey, che in ultima analisi risale a Rousseau, ha fortemente permeato la catechetica cattolica.

Tuttavia, alcuni importanti nuovi sviluppi, cui significativamente hanno dato avvio alcuni vescovi, convinti che il ruolo di guida in questo campo spetti a loro in quanto Maestri-Guida dell’elemento dottrinale di fede-educazione, stanno dando risultati promettenti.

[00028-01.05] [in010] [Testo originale: inglese]

- S.Em.R. Card. José SARAIVA MARTINS, C.M.F., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi (Città del Vaticano).

La Novo Millennio Ineunte ricorda che "la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale (della Chiesa) è quella della Santità" (NMI, 30), e che, pertanto, "additare la santità resta più che mai un'urgenza della pastorale" (Ibid.). L'obiettivo ultimo dell’attività pastorale del vescovo è, dunque, quello di suscitare nei fedeli l'impegno di rispondere, con prontezza e generosità, alla chiamata del Signore alla perfezione cristiana.

Ora l'appello più credibile e più persuasivo che i membri di una comunità ecclesiale possono ricevere in proposito, è, senza dubbio, la stessa testimonianza di santità personale dei loro Pastori.

Questa "cresce non accanto al ministero, ma attraverso il ministero stesso", come ricordava il Santo Padre, il 7 ottobre dell'anno scorso, ai Vescovi giunti a Roma per celebrare il Giubileo (L'Oss. Rom., 8 ott. 2000), ossia nella molteplicità degli impegni, negli imprevisti, nei problemi che un Vescovo si trova ad affrontare ogni giorno.

La santità personale del Pastore è, come ribadiva il Papa ai Vescovi ordinati nell'ultimo anno: "... la condizione per la fruttuosità del nostro ministero come Vescovi della Chiesa..." (L’Oss. Rom., ven. 6/07/2001, pag. 5).

Ma perché il ministero sia via efficace alla santità, deve essere animato e vivificato dalla carità pastorale, che è la virtù tipica del Vescovo, con cui imita Cristo "Buon" Pastore. In essa egli troverà la risposta all’esigenza fondamentale di unità tra la vita interiore e la preghiera, e le tante esigenze della nuova evangelizzazione; tra la contemplazione del volto di Cristo e l'annuncio del medesimo. "Esigenza quanto mai urgente in un contesto socio-culturale ed ecclesiale fortemente segnato dalla complessità, dalla frammentarietà e dalla dispersività" (PDV, 23), come è quello di oggi.

La caritas pastoralis spinge, inoltre, ad un forte impegno nella promozione dei "cosiddetti valori del regno", quali la giustizia, la libertà, la fraternità e la pace, per arrivare, in quanto possibile, ad una vera 'globalizzazione' dei medesimi.

Ma ciò non è sufficiente, "se non si proclama che Cristo è l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini" (RMs, 5, che il Signore morto e risorto è l'unico Redentore dell’uomo (cfr. RH). Occorre, dunque, che il Mistero di Cristo venga annunciato, con nuovo slancio, all'uomo di oggi. "Dobbiamo ritrovare l'entusiasmo pentecostale dell'annuncio... L'annuncio del Vangelo è l'atto di amore più alto nei riguardi dell’uomo, della sua libertà e della sua sete di felicità" (L 'Oss. Rom., 8 ott. 2000), ricordava il Santo Padre ai vescovi venuti a Roma per celebrare il Giubileo. In realtà, soltanto così il Vescovo sarà la trasparenza dell’amore di Dio, l’icona dell’amore di Cristo Buon Pastore in mezzo al suo popolo; solo così sarà servitore del Vangelo e seminatore di speranza.

Così hanno fatto tanti nostri fratelli nell'episcopato che, in ogni tempo ed in ogni luogo, si sono santificati nell’esercizio del loro ministero pastorale. Tre di essi, Bartolomeo dei Martiri, Arcivescovo di Braga, in Portogallo, Giovanni Antonio Farina, Vescovo di Treviso e di Vicenza, in Italia, e Paolo Pietro Gojdic, Vescovo dell’Eparchia di Presov, in Slovacchia, saranno beatificati il prossimo 4 novembre, mentre il Vescovo di Acqui Giuseppe Marello sarà canonizzato il 25 novembre p.v.

Il loro luminoso esempio sia per noi, Vescovi del Terzo Millennio, motivo di speranza e sorgente di slancio apostolico (cfr. Instr. Lab., 58).

[00030-01.04] [in012] [Testo originale: italiano]

- S.E.R. Mons. Justin Francis RIGALI, Arcivescovodi Saint Louis (Stati Uniti d’America).

Nel Concilio Vaticano II vi è un testo importante che ci aiuta a comprendere maggiormente il dono e il mistero dell’episcopato. Tale testo ci fa meglio apprezzare la nostra identità ontologica. La Lumen Gentium afferma: "Nei vescovi, quindi, assistiti dai presbiteri, è presente in mezzo ai credenti il Signore Gesù Cristo" (n. 21). Ogni vescovo è chiamato ad intendere la propria vocazione come "immagine vivente del Signore Gesù" (Instrumentum laboris, n. 40). Tale espressione dell’identità ontologica dei vescovi è stata ulteriormente articolata da Giovanni Paolo II nel suo insegnamento sull’episcopato (cfr. Discorso ai Vescovi degli Stati Uniti, 5 settembre 1983). In tale contesto il Santo Padre parla dei vari ambiti nei quali il vescovo è "immagine vivente del Signore Gesù". Egli è "segno dell’amore di Gesù Cristo" e "segno della compassione di Cristo". È un ministro della speranza perché è messaggero della misericordia e del perdono divino.

Il vescovo è inoltre "un segno della verità di Cristo" e "un segno di fedeltà alla dottrina della Chiesa". Essendo immagine di fedeltà, egli deve anche essere, con Cristo, "segno di contraddizione per il mondo". Non può mai rinunciare alla predicazione della Croce.

Poiché il vescovo è, come Cristo, maestro di preghiera, è chiamato ad essere "un segno vivente del Cristo orante".

Il vescovo, inoltre, è chiamato a essere "segno dell’unità della Chiesa universale" e "segno della solidarietà cattolica". Infine, il vescovo è chiamato ad essere "un segno di speranza per il popolo di Dio, forte e incrollabile come il segno della Croce, divenendo un segno vivente del Cristo Risorto".

La nostra identità ontologica ci conferma nel nostro proclamare Colui che l’Apostolo Paolo chiama "Cristo Gesù nostra speranza" (1Tm 1, 1).

[00031-01.04] [in013] [Testo originale: inglese]

- S.E.R. Mons. Tadeusz KONDRUSIEWICZ, Arcivescovo titolare di Ippona Zárito e Amministratore Apostolico della Russia Europea Settentrionale dei Latini (Russia).

L 'ultimo decennio ha confermato il detto "ubi episcopus - ibi ecclesia". Il vescovo è stato segno della speranza per il popolo di Dio sul Golgota del XX secolo.

Il tempo mostra che il treno della comunità mondiale potrebbe passare senza la partecipazione della Chiesa, se non verrà intensificata l'azione comune dei vescovi e il lavoro del Sinodo. È necessario limitare gli interventi personali dei partecipanti nel Dibattito in Aula, allargare i tempi di lavoro dei Circoli minori, e imparare dall'esperienza dei Sinodi delle Chiese Orientali, che prendono decisioni concrete, con una maggiore collaborazione e fiducia tra Chiese locali e Curia romana e ampliando le competenze delle Conferenze episcopali, in armonia con i dicasteri vaticani e con il ministero di Pietro.

Ringraziando le Chiese di diversi paesi per l'aiuto prestato ai cattolici di Russia, ritengo sia utile sviluppare i contatti di gemellaggio con le singole diocesi e le singole parrocchie. Allo stesso tempo sarebbe auspicabile che tanti programmi organizzati dalle Chiese d'Occidente in Russia venissero realizzati con il coinvolgimento della Chiesa Cattolica locale, altrimenti, al posto della crescita dei rapporti ecumenici e sociali, si potrebbero creare ulteriori incomprensioni e disagi.

L 'appello evangelico "Prendete il largo!" deve diventare un imperativo, rifiutando il piccolo cabotaggio nel servizio episcopale per navigare nelle acque profonde della responsabilità collegiale per il destino della Chiesa e portare la speranza al mondo, affinché la Chiesa possa rispondere alle sfide dei tempi ed essere sempre più un'istituzione dinamica, con un grande credito di fiducia, per condurre gli uomini alla santità.

[00032-01.04] [in014] [Testo originale: italiano]

- Rev. P. Camilo MACCISE, O.C.D., Preposto Generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi (Unione dei Superiori Generali).

Abbiamo nella Chiesa, per volontà del Signore, due aspetti inseparabili e necessari, l’aspetto istituzionale e l’aspetto carismatico. Entrambi sono frutto di carismi dati gratuitamente dallo Spirito per il bene della comunità. Carismi sono tanto i ministeri istituzionali come quelli non-istituzionali. Essi sono dati per l’edificazione del Corpo di Cristo. Per questo non si può attaccare quello istituzionale in nome di un falso spiritualismo, ma neanche colpire i carismi non-istituzionali in nome di un ordine e di un’organizzazione giuridici.

L’amore cristiano, che è il maggiore dei carismi (1Cor 12, 31), viene a essere il grande principio coordinatore di tutti i doni che lo Spirito comunica. Questo amore conduce a riconoscere nei carismi degli altri le dimensioni reali del proprio e a non stimarsi più di quanto convenga (cfr. Rom 12, 3). Un coordinamento dei carismi richiede inoltre un orientamento apostolico. All’autorità nella Chiesa corrisponde il giudizio sulla sua autenticità e sul suo esercizio.

Questo coordinamento e questa unione fra i carismi non escludono il contrasto e le tensioni fra di essi. Ogni dono è diverso. Quello che uno ha, un altro non lo possiede. Donde il fatto che l’esercizio dei carismi porta con sé la croce e la sofferenza. Un dono è limitato da altri doni. Lo stesso Spirito che suscita i carismi permette l’opposizione a essi per la purificazione di coloro che li hanno ricevuti e perché acquisiscano la dimensione pasquale, segno di autenticità evangelica. Ne deriva la necessità di sdrammatizzare i conflitti e le tensioni e di assumerli senza amarezza e con una speranza attiva e un sano senso dell’umorismo.

Occorre vivere una spiritualità delle tensioni e del conflitto. Occorre accettare le tensioni, non crearle e ammettere che possono essere frutto anche dei nostri peccati. Tutti dobbiamo farlo: vescovi, sacerdoti, religiosi/e e laici. "Vi sia unità nel necessario, libertà nel dubbio, carità in tutto". Per questo si richiede un dialogo fra tutti i membri della Chiesa.

Carismi e istituzione hanno bisogno gli uni dell’altra. Occorre integrare le tensioni fra queste due realtà complementari ponendole al servizio delle tre grandi dimensioni dello Spirito: comunione, libertà e parresia, e aprendosi alla "via migliore di tutte": l’amore (1Cor 12, 31).

[00033-01.03] [in015] [Testo originale: spagnolo]

 

 

 
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