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SYNODUS EPISCOPORUM
BOLLETTINO

della Commissione per l'informazione della
X ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
DEL SINODO DEI VESCOVI
30 settembre-27 ottobre 2001

"Il Vescovo: Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo"


Il Bollettino del Sinodo dei Vescovi è soltanto uno strumento di lavoro ad uso giornalistico e le traduzioni non hanno carattere ufficiale.


Edizione italiana

20 - 11.10.2001

SOMMARIO

DICIASSETTESIMA CONGREGAZIONE GENERALE (GIOVEDÌ, 11 OTTOBRE 2001 - POMERIDIANO)

Alle ore 17.00 di oggi, alla presenza del Santo Padre, con la recita dell’Adsumus, ha avuto inizio la Diciassettesima Congregazione Generale, per la conclusione degli interventi dei Padri Sinodali in Aula sul tema sinodale Il Vescovo Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo Presidente Delegato di turno Em.mus D.nus Card. Giovanni Battista RE, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.

In apertura della Diciassettesima Congregazione Generale il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, Em.mus D.nus Card. Jan Pieter SCHOTTE, C.I.C.M. ha dato le seguenti comunicazioni:

Domani 12 ottobre dovrà essere presentata la Relazione dopo la discussione.

Fino all’intervallo, ascolteremo l’Eminentissimo Relatore generale aggiunto leggere questa relazione.

Dopo l’intervallo, i Circoli Minori si riuniranno nelle loro sedi per discutere la stessa relazione. È opportuno che questa discussione verta sugli argomenti principali avanzati nella relazione stessa. In tal modo tutti i Circoli si occuperanno al tempo stesso dei temi di maggior peso. Dopodiché, potranno senz’altro essere trattati gli altri argomenti che interesseranno di più ai singoli Circoli.

Ho il compito di comunicarvi una notizia riguardante la nostra Congregazione: essa sarà più breve perché, come ho annunciato ieri, si terrà qui in aula, alle ore 18:45, la recita del Rosario.

Per giunta, questa Congregazione è l’ultima disponibile per gli interventi che discutono in aula il tema del Sinodo. Pertanto, chi non ha potuto parlare ha la possibilità di consegnare il suo testo al Relatore generale, affinché ne venga pubblicato un sommario sul giornale "L’Osservatore Romano" nonché nel fascicolo del "Bollettino della Sala Stampa".

Infine ho un’altra notizia da comunicarvi: l’11 ottobre del 1962, il Sommo Pontefice Giovanni XXIII apriva il Concilio Ecumenico Vaticano II con il suo celebre Discorso Gaudet Mater Ecclesia. La commemorazione liturgica di quel Pontefice, che Giovanni Paolo II ha proclamato quest’anno Beato, è stata fissata per l’11 ottobre di ogni anno. Oggi pertanto celebriamo questa memoria per la prima volta mentre siamo riuniti nel Sinodo. Rendiamo grazie e lode a Dio.

[00302-01.04] [nnnnn] [Testo originale: latino]

Quindi, il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi ha dato lettura del seguente dispaccio dell’Agenzia Internazionale Fides [International Fides Service] [Agence Internationale Fides] [Agencia Internacional Fides]:

CINA R.P.

Un vescovo cinese: vogliamo governare in comunione col successore di Pietro

Wanxian (Fides) - Nella lista dei partecipanti al Sinodo dei vescovi in corso a Roma, non appare nessun prelato della Cina Popolare. Unico rappresentante del mondo cinese presente in Aula è il vescovo Joseph Cheng, di Tainan (Taiwan). A detta degli organizzatori del Sinodo, quest’anno non è stato invitato nessun vescovo dalla Cina, ma copie dei Lineamenta e dell’Instrumentum Laboris sono state diffuse in cinese. Fides ha raccolto un breve commento sul ministero episcopale espresso dal vescovo Giuseppe Xu Zhixuan. Mons. Xu è vescovo della diocesi di Wanxian (Sichuan, Cina centrale). Insieme al suo predecessore, Mons. Mattia Duan Yinming erano divenuti famosi tre anni fa perché invitati a partecipare al Sinodo Straordinario per l’Asia, a Roma. Il governo cinese non diede loro il permesso per giungere a Roma. Essi però poterono inviare un fax alla Segreteria del Sinodo, esprimendo la loro profonda comunione col Papa e con tutta l’Assemblea (cfr. Fides 8/5/1998). La diocesi di Wanxian ha 13 parrocchie. Alcune di esse - la cattedrale e altre 5 chiese - saranno sommerse nella creazione del bacino della diga delle Tre Gorge, sul fiume Yang Tze. L’indennizzo dato dal governo (200 mila US$ su una spesa di 3,4 milioni di US$) non è sufficiente alla diocesi per ricostruire le chiese. Il personale della diocesi comprende 8 sacerdoti e 14 suore, che si occupano della pastorale di oltre 50 mila cattolici ufficiali. In Cina Popolare vi sono 115 vescovi, fra ufficiali, cioè riconosciuti dal governo, e non ufficiali.

"Sappiamo che vi è il Sinodo a Roma e questo mi riempie di gioia. Mi sembra di essere tornato a tre anni fa, quando il Santo Padre ci invitò a partecipare al Sinodo Asiatico. L’emozione che ho provato in quel momento mi accompagnerà tutta la vita e sostiene la mia missione.

Dopo la morte di Mons. Mattia Duan Yinming [avvenuta il 10 gennaio 2001 - ndr], ho cominciato a portare avanti la missione in diocesi sulla linea tracciata da Mons Duan, che per noi è stato un modello e un esempio.

Cerco di svolgere il mio ministero episcopale seguendo il principio della Chiesa: governare la comunità locale in comunione con successore di Pietro. Da noi in Cina, bisogna anche rendersi conto della situazione molto particolare: tante volte la realtà non ci permette di fare come vorremmo. Allora cerchiamo almeno di fare il possibile per garantire gli elementi fondamentali della vita della diocesi: la liturgia, la catechesi, il lavoro pastorale.

Il "governo" di una diocesi è pieno di tanti fatti concreti e quotidiani: sostenere le strutture diocesane; formare i sacerdoti e le religiose; trovare aiuti economici. La nostra è una situazione "speciale" e rispondiamo come possiamo a tutte queste esigenze. Abbiamo invitato sacerdoti e suore dall’estero per insegnare nel seminario e nei noviziati. Periodicamente organizziamo gli esercizi spirituali (sono appena tornato dagli esercizi spirituali diocesani). Utilizzando i limitati finanziamenti costruiamo le nostre parrocchie. I problemi più urgenti sono proprio questi: la formazione dei giovani sacerdoti e religiose; risolvere i problemi creati dalla diga delle Tre Gorge, che ha provocato l’emigrazione di oltre un milione di persone e la soppressione di diverse chiese che verranno sommerse.

Ma il nostro ministero più importante è "servire la verità". Dobbiamo testimoniare il Vangelo con fermezza, valorizzando la nostra tradizione ecclesiale . Servire la verità vuole dire anche sostenere la giustizia. Ad esempio: io trovo che noi dobbiamo sostenere la lotta contro il terrorismo, perché è una questione di giustizia. Nello stesso tempo, non dobbiamo scatenare rappresaglie che potrebbero creare vittime innocenti.

Infine, abbiamo saputo del nuovo Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e delle nuove nomine. Voglio fare loro i miei migliori auguri al dicastero missionario. Attendiamo tanto il momento in cui il nostro Prefetto verrà a visitarci". (Fides 11/10/2001)

[00303-01.01] [nnnnn] [Testo originale: inglese]

INTERVENTI IN AULA (CONCLUSIONE)

In seguito sono intervenuti i seguenti Padri:

Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:

S.E.R. Mons. Michel MALO, Arcivescovo di Antsiranana (Madagascar)

Esaminando il ruolo di ogni vescovo nella sua diocesi, certamente in Madagascar la sua responsabilità prende forme diverse, a seconda che egli si trovi al centro dell’isola, dove si pone il problema di una nuova evangelizzazione, o nelle regioni periferiche, dove si è ancora alla fase della prima evangelizzazione. Hanno però in comune un problema: la formazione di un clero diocesano e la sua articolazione con un giovane clero religioso, nonché la formazione di chi in futuro dovrà accompagnare i laici e i quadri. Il vescovo in quanto responsabile è il centro della comunione delle diverse forze d’azione (laici, religiosi, sacerdoti) nella sua diocesi. Inoltre si presume che egli possieda anche delle qualità di Pastore e d’amministratore. Per il buon funzionamento della diocesi, gli si chiede anche di valorizzare i suoi consigli pastorali, nonché i consigli presbiterali ed episcopali.

A tutto ciò occorre aggiungere che attualmente ci troviamo di fronte ad una situazione nuova. Il ringiovanimento del clero in un presbiterio dove gli anziani non sono sufficienti ci obbliga, in effetti, a svolgere il ruolo di "padre e madre" (ray amandreny), comprensivi ma fermi, particolarmente rispetto a quanti hanno delle difficoltà nel vivere il loro ministero, accompagnandoli sul cammino della conversione.

Occorre altresì notare che la situazione attuale ha dato vita a una presa di coscienza generale dei laici nelle città, soprattutto dei quadri e di quanti prendono le decisioni, per quanto riguarda l’ingiustizia sociale e la povertà. Questi provano il vivo desiderio di poter riflettere come cristiani su tali realtà. Anche qui, però, sono pochi i giovani sacerdoti in grado di rispondere a questo bisogno pressante.

Non vi nascondiamo che ci mancano fortemente le risorse umane per poter svolgere in modo corretto la nostra missione. D’altro canto, la mancanza di reti stradali, di linee telefoniche, costringono a sostenere degli sforzi fisici notevoli per compiere le visite pastorali e contribuiscono al logoramento precoce del vescovo.

- I vescovi sapranno rispondere alle sfide della formazione delle coscienze?

- Come concepire dei periodi di aggiornamento e di riposo che permettano di ritemprarsi?

Queste sono solo alcune delle domande che noi vescovi solleviamo durante i nostri incontri periodici e che vorrei sottoporre a questa assemblea.

[00272-01.04] [in218] [Testo originale: francese]

S.E.R. Mons. Jean NTAGWARARA, Vescovo di Bubanza (Burundi)

1. La Chiesa del Burundi ha celebrato il suo centenario nel 1998. Essa si colloca quindi fra le Chiese più giovani del mondo. Dal 1973, l’episcopato del Burundi è interamente autoctono. Attualmente, il 65 per cento della popolazione del Burundi è formato da cristiani cattolici. Ma questo paese conosce gravi tensioni, che giungono fino agli scontri fisici cruenti. Nel n. 18 dell’Instrumentum laboris è scritto: "In molte parti del nostro mondo la situazione di povertà, la mancanza di libertà, il non pieno esercizio dei diritti umani, i conflitti etnici, il sottosviluppo che fa crescere la povertà delle grandi masse popolari, creano situazioni di sofferenza e di mancanza di speranza nel futuro". In questo quadro, dove la dignità umana è schernita, il vescovo è chiamato ad annunciare il Vangelo con la sua vita e la sua parola. In un paese che conosce la guerra, con il suo seguito di orrori - rifugiati che vivono dentro e fuori dal paese, alcuni da oltre trent’anni; persecuzione religiosa che ha provocato esodi in massa di missionari che rientrano in patria o si dirigono verso altri orizzonti; vedove; orfani della guerra e dell’AIDS; bambini di strada senza speranza per l’avvenire; una pauperizzazione crescente - in questo paese, dunque, il vescovo è chiamato a essere la voce di chi non ha voce. Il suo messaggio non si ferma al compromesso, ma deve aprire l’uomo all’avvenire offerto da Gesù. E infatti, quel Gesù che egli proclama, libera e unisce. Il vescovo, essendo uomo di tutti, è promotore della giustizia e della pace. Chiama senza posa al dialogo, al perdono, alla riconciliazione e all’unità, invitando ciascuno alla conversione del cuore. È un’ardua missione.

2. Come il Cristo e seguendo il Cristo, il vescovo è chiamato a essere con il suo popolo, a condividerne le gioie e i dolori. Sa che il servo non è più grande del suo Padrone: "Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me" (Gv 15, 18). Monsignor Joachin Ruhuna, arcivescovo di Gitega, non ha forse pagato con la vita il coraggio di aver detto la verità, fondata sul Vangelo? Aveva detto, e io ne sono testimone: "Se il Signore ha bisogno di martiri per dare la pace al mio paese, sono pronto a offrire il mio sangue". E il Signore ha accettato il suo dono.

Il vescovo deve convincersi che senza Gesù non può far nulla che sia gradito al Padre (cfr. Gv 15, 5). E qui ricordo con gratitudine le parole che Papa Giovanni Paolo II mi ha detto in confidenza poco prima della mia consacrazione: "Bisognerà pregare molto perché Dio faccia scaturire il bene dal male che state subendo".

3. Il vescovo da solo non può ricostruire l’unità spezzata partendo da divisioni interne. Per realizzarla, egli si appoggia sulla collaborazione dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose, e dei laici impegnati, in special modo i catechisti e i membri dei movimenti di azione cattolica.

4. L’esperienza pastorale delle comunità ecclesiali di base è stata confermata dall’esortazione post-sinodale Ecclesia in Africa, che ha insistito sull’immagine tanto ricca della Chiesa-Famiglia. Il vescovo può quindi appoggiarsi su queste comunità ecclesiali di base per ripristinare l’unità spezzata nel paese. Queste comunità ecclesiali di base sono anche l’antidoto contro le sette che proliferano, specie in tempi di crisi.

Di fronte a tutte queste preoccupazioni per l’unità, per la quale il vescovo cerca soluzioni affinché l’uomo corrisponda al progetto che Dio ha per lui, non c’è forse da aspettarsi una solidarietà dai suoi colleghi a vari livelli? Non c’è forse una comunione da vivere con gli altri vescovi di fronte a questa situazione disumanizzante?

[00273-01.04] [in219] [Testo originale: francese]

S.E.R. Mons. Gregorio ROSA CHÁVEZ, Vescovo titolare di Mulli e ausiliare di San Salvador (El Salvador)

Come dev’essere il vescovo del terzo millennio per essere davvero "servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo"? Gli avvenimenti che stanno tenendo in bilico l’umanità danno a questa domanda un’attualità inaspettata.

Vorrei parlare del vescovo come profeta della speranza. Lo farò in due parti. In un primo momento, raccoglierò alcuni elementi dell’Instrumentum laboris, per poi ricordare Monsignor Oscar Romero.

1. Gesù Cristo, nostra speranza

L’Instrumentum laboris, al n. 12, afferma: "Il vescovo, con la grazia dello Spirito Santo che dilata e approfondisce il suo sguardo di fede, rivive i sentimenti di Cristo Buon Pastore davanti alle ansie e alle ricerche del mondo di oggi, annunciando una parola di verità e di vita e promuovendo un’azione che va al cuore stesso dell’umanità. Solo così, unito a Cristo, fedele al suo Vangelo, aperto con realismo a questo mondo, amato da Dio, diventa profeta della speranza". Si tratta, non v’è dubbio, della "speranza che non delude" (cfr. Rm 5, 5) perché poggia sulla certezza delle promesse di Dio.

2. Ricordando i profeti della speranza

Nell’aula sinodale sono stati evocati con emozione e gratitudine alcuni fratelli vescovi che sono stati profeti della speranza nel nostro tempo, in Africa e in Asia, in Europa e in America Latina. Fra questi vi è Monsignor Oscar Romero.

Lascerò che sia egli stesso a parlare, condividendo con voi alcune riflessioni tratte dalle sue omelie:

- "Non mi sono mai reputato capo di alcun popolo, perché non c’è che un capo: Cristo Gesù. Gesù è la sorgente della speranza (omelia 28.08.77).

- "Il pastore deve stare dov’è la sofferenza" (omelia 30.10.77).

"Il vescovo è il più umile servitore della comunità perché Cristo lo disse agli apostoli, i primi vescovi: ‘Colui che desidera essere il più grande fra voi sia il servitore di tutti’" (omelia 23.04.78).

- "Voglio assicurarvi di questo e vi chiedo di pregare perché io sia fedele a questa promessa: non abbandonerò il mio popolo, ma anzi correrò con lui tutti i rischi che esige il mio ministero" (omelia, 11.11.79).

Passarono appena quattro mesi e il profeta della speranza lasciò questa vita, al momento dell’offertorio, in piena Eucaristia.

[00274-01.05] [in220] [Testo originale: spagnolo]

S.E.R. Mons. Ramon C. ARGÜELLES, Vescovo titolare di Ros Cré, Ordinario militare per le Filippine (Filippine)

Il fenomeno della mobilità umana non dovrebbe essere relegato ai margini del ministero episcopale. Il tema dei migranti viene visto nel contesto del dialogo con le altre religioni poiché la maggior parte delle persone in movimento provengono da ambienti non cristiani.

Esistono tuttavia milioni di emigrati cattolici provenienti da nazioni come quelle del Sud America o dalle Filippine. Esposti ad ambienti non cristiani o scristianizzati, molti si allontanano dalla Chiesa. Altri, per fortuna, imparano a prendere più sul serio la loro fede e si risvegliano alla chiamata ad essere portatori della fede agli altri.

Oltre sette milioni di Filippini sono sparsi in duecento nazioni in ogni parte del mondo. La maggior parte di loro sono cattolici. In patria davano la fede per scontata. Spinti oltremare da ragioni economiche, anche in luoghi dove la pratica della fede è punibile con la morte, essi sentono la chiamata ad essere strumenti di evangelizzazione. Nel 1991 la Chiesa nelle Filippine ha detto: "È nata una crescente consapevolezza del potenziale missionario dei lavoratori filippini emigrati all’estero". Quattro anni prima, il 17 maggio 1987, il Santo Padre ha detto ai filippini che lavorano in Europa: "In Europa siete chiamati ad essere i nuovi e giovani testimoni della stessa fede che il vostro paese ha ricevuto dall’Europa tante generazioni fa".

La "nuova primavera della fede" e il "rinnovato slancio nell’evangelizzazione" di cui parla spesso il Santo Padre, diventerà realtà se i vescovi esamineranno attentamente il potenziale evangelico dei fedeli cattolici in movimento. I vescovi quali rappresentanti di Cristo il Buon Pastore devono aiutare i discepoli comuni ma zelanti a diventare veicoli dell’evangelizzazione. A tale proposito è bene mettere in evidenza tre punti:

Innanzitutto, il vescovo, come servitore-guida della Chiesa, dovrebbe trascendere i confini nazionali, gli interessi nazionali e i pregiudizi nazionali e accogliere, guidare tutte le persone sfollate e tutelarne i diritti.

In secondo luogo, l’autentica collegialità episcopale e la corresponsabilità sono meglio espressa quando sia i vescovi della Chiesa a quo sia quelli della Chiesa ad quem condividono il compito di accogliere le persone in movimento nelle nuove situazioni, alleviando il dolore dell’esilio e della separazione dalla famiglia, offrendo ai migranti cattolici una formazione catechetica e spirituale più profonda, incoraggiandoli e mettendoli in grado di vivere la loro fede e la testimonianza della fede nell’esistenza e nelle prove quotidiane.

In terzo luogo, i vescovi, servitori della Buona Novella di Gesù Cristo per la speranza del mondo, e i loro più stretti collaboratori, i sacerdoti e i religiosi, non dovrebbero sentirsi minacciati dall’entusiasmo, dall’energia e dall’impegno dei laici. Al contrario, dovrebbero riconoscere questa grande maggioranza di fratelli battezzati come partecipanti alla vita del Corpo mistico di Cristo e come compartecipanti nella sua missione di proclamare l’amore del Padre, liberando le persone da ogni afflizione, facendole entrare nella comunione della famiglia divina e conducendole alla pienezza della vita di Dio.

[00275-01.04] [in221] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Robert Christopher NDLOVU, Vescovo di Hwange (Zimbawe)

Vorrei fare un intervento personale. Poiché mi sono occupato di formazione dei seminaristi per dieci anni, ho letto con particolare interesse il punto 90 dell’Instrumentum laboris: "Il Seminario... dove crescono, maturano e si formano i futuri presbiteri, è segno di quella speranza di cui vive una chiesa particolare di fronte al futuro".

Sono quindi convinto che un vescovo che ama la sua Chiesa locale dovrebbe interessarsi al programma dei seminari. La sua personale conoscenza dei candidati è essenziale se vuole evitare di pentirsi presto per avere imposto le mani a qualcuno.

Alcuni vescovi potrebbero essere descritti come eccessivamente zelanti riguardo alle anime, che li interessano più nella quantità che nella qualità. Alcuni hanno perfino la tenacia di procedere con un’ordinazione anche contro il parere degli incaricati del seminario. Ciò ha portato a risultati disastrosi in alcune delle nostre Chiese locali. È ben vero che alcuni candidati sono stati ordinati perché avevano talmente colpito i loro formatori e i vescovi con le loro doti intellettuali, da far loro trascurare gli altri requisiti. Un vescovo, al proposito, ha detto: "preferisco avere un solo sacerdote, ma santo, che dieci cattivi, perfino se ciò implica chiudere delle parrocchie". Dai buoni seminaristi escono buoni sacerdoti, e da buoni sacerdoti buoni vescovi. Se, per esempio, un seminarista è spinto dall’amore per il denaro, non sorprendiamoci se, una volta diventato vescovo, porterà la diocesi alla bancarotta. Purtroppo la grazia dell’ordinazione e della consacrazione qui non basta.

In alcuni casi i candidati non vedono l’ora di diventare sacerdoti, non come una chiamata al servizio, ma come status. Di conseguenza, quando diventano parroci, schiacciano i loro fedeli invece di servirli. E ciò accade anche quando diventano vescovi. Penso che quando si tratta di scegliere un vescovo diocesano, si dovrebbe giustamente guardare alla spiritualità del candidato, alla sua chiusura o apertura nei confronti della gente, e meno alla sua capacità amministrativa.

Vorrei concludere facendo riferimento al ruolo del vescovo della nostra Conferenza episcopale nelle questioni socio-politiche del nostro paese. La Conferenza ha svolto un ruolo chiave nel tenere viva la speranza del nostro popolo durante la guerra di indipendenza degli anni ‘70. I vescovi sono diventati veramente la voce di chi non aveva voce. Attraverso la loro Commissione sulla Giustizia e la Pace hanno denunciato tutte le ingiustizie e i massacri che avvenivano ogni giorno. Non c’è da stupirsi che diversi sacerdoti e religiosi abbiano perso la vita in questo processo, e tra loro anche un vescovo. Un altro vescovo, Donald Lamont, è stato deportato perché aveva alzato troppo la voce.

Subito dopo l’indipendenza il nuovo governo ha applaudito alla Chiesa per la posizione assunta. Ma in breve lo stesso governo si è trovato nel mirino quando ha iniziato a violare i diritti di alcuni dei suoi cittadini. In una delle sue numerose esternazioni contro i vescovi, il Presidente li ha descritti come "un manipolo di Geremia, profeti di sciagure". Grazie a questa fermezza da parte della Chiesa nel denunciare ogni forma di male, essa è rimasta nel nostro paese una voce credibile. Anche di recente, quando abbiamo avuto dei sovvertimenti, sono certo che molti di voi avranno sentito che la gente aspettava con impazienza la dichiarazione dei vescovi. Quando finalmente è venuta, ha avuto veramente un grande impatto, e si può perfino dire, un effetto stabilizzante. Naturalmente i politici hanno reagito con stizza ai vescovi, ma non hanno potuto ignorare la loro voce ferma. Hanno perfino cercato di dividere la Conferenza su basi etniche, ma ciò non è avvenuto. Perciò possiamo affermare veramente che siamo rimasti una voce di speranza per il nostro popolo.

[00289-01.05] [in223] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Felix Alaba Adeosin JOB, Arcivescovo di Ibadan (Nigeria)

Il mondo è già considerato un villaggio globale. I mezzi di comunicazione, la tecnologia moderna, le scoperte della medicina e quant’altro hanno fatto meravigliosi progressi. Al tempo stesso, però, gli utili globali della nostra civiltà sono ridotti all’osso da dividendi negativi. Il crimine aumenta ovunque. Progetti contro la vita inghiottono miliardi di dollari ogni anno. La pandemia di HIV/AIDS minaccia il mondo intero e richiede soluzioni che ancora ci sfuggono. La corruzione pervade la società, l’irreligiosità regna sovrana malgrado le molte sette religiose che nascono ogni giorno. Anziché l’unità e la speranza promesse dalla globalizzazione (ONU), l’ingiustizia razziale, la dominazione economica, il disordine ecologico e la mancanza di sincerità politica sono ovunque all’ordine del giorno.

Di fronte a tutto ciò, la Chiesa deve rispondere con la speranza, con un’autentica capacità di visione e conforto in Gesù Cristo. Occorre rammentare incessantemente a ogni popolo e a ogni governo, in questo secolo, che la persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, è soggetto di diritti umani fondamentali inalienabili, e che le ricchezze della nostra terra vanno condivise in modo equo. I paesi africani non producono le armi che i loro governanti usano per guerre fratricide. La Chiesa, nel nome di Cristo, Re della pace, dovrebbe fare appello a tutti i governi, a tutti i popoli e a tutte le Conferenze episcopali di quei paesi che vendono le armi affinché smettano di vivere di quel denaro sporco di sangue.

Le migrazioni sono diventate un fenomeno senza precedenti del nostro mondo. Dal vescovo, in quanto principio e fondamento visibile dell’unità nella sua Chiesa particolare, e in quanto collegamento fra questa e la Chiesa universale, ci si aspetta che assuma la responsabilità pastorale dei migranti nella sua Chiesa locale e che li difenda da ogni abuso contro la loro dignità umana. Per motivi culturali e linguistici, il vescovo, nello spirito di comunione, dovrebbe fornire personale pastorale proveniente dai paesi di provenienza dei migranti quali sacerdoti Fidei Donum, e se necessario incardinarli nella sua diocesi.

È stato detto, anche in quest’aula, che in molte aree del mondo mancano le vocazioni. Sembra che non si riesca ad identificare le vere cause di ciò - cuculus non facit monacum fable? Le statistiche mostrano che i tassi di natalità nei nostri paesi cattolici/cristiani sono pericolosamente scesi sotto lo zero mentre il tasso minimo di natalità perché un popolo assicuri la continuità della sua razza è pari al tre e mezzo per famiglia! La Chiesa deve essere profetica a tale riguardo.

La crescita delle Chiese locali in Africa, in Asia e in America Latina non è dovuta alla lotta per la libertà sociale o l’indipendenza. Piuttosto, si tratta della crescita dei figli di Dio - la manifestazione dello Spirito Santo che "soffia dove vuole". Perciò questa crescita e questi sviluppi vanno visti con amore, comprensione, incoraggiamento e assistenza. La grazia, è stato detto, si costruisce sulla natura ed è la grazia che trasforma le culture. Che la nostra crescita sia un segno e una promessa di speranza per la Chiesa.

La Chiesa per sua natura è missionaria. Tutte le Chiese locali e tutti i vescovi devono essere attivamente impegnati nella missione - inviando e ricevendo. Lasciamo che la vecchia Chiesa sia disponibile a ricevere missionari dalla Chiesa giovane. Essi sono il frutto del vostro impegno missionario. Non siate ansiosi riguardo al nostro boom delle vocazioni. Piuttosto, manifestateci la vostra sollecitudine nell’amore e nella carità. Abbiamo molto da imparare da voi e noi potremmo arricchirvi. Cristo ha promesso che il regno degli inferi non prevarrà sulla sua Chiesa. Siamo consapevoli che è stato Lui a suscitare persone come Sant’Agostino di Ippona, San Domenico, San Francesco d’Assisi e Santa Teresa d’Avila perché correggessero e dessero un nuovo indirizzo alla sua Chiesa. È lo stesso Cristo che è Signore delle giovani Chiese in Africa, in Asia e in America Latina. Sotto il vessillo del Vangelo di Cristo, noi siamo già la speranza del mondo e, fedeli a Lui, saremo la speranza dei secoli a venire.

[00301-01.04] [in224] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Jean-Claude MAKAYA LOEMBE, Vescovo di Pointe-Noire (Repubblica del Congo)

Come ravvivare oggi la speranza dei giovani affinché si impegnino nella vita e nell’azione della Chiesa. (cfr. n. 96 dell’Instrumentum laboris).

Tenendo conto dell’esperienza del Santo Padre durante la GMG, propongo di unirci ai nostri fratelli sacerdoti e con i responsabili laici per incontrare i giovani e ascoltarli, camminare con loro e proporre loro l’amore di Dio che si è fatto carne. La nostra missione, con l’incontro dei giovani vis-à-vis, è di impiantare stabilmente l’amore di Dio nei loro cuori. Perché nei cuori? Perché è lì che la volontà umana può identificarsi tramite l’amore con la volontà di Dio. La dinamica dell’amore viene dall’intimo. Impiantare l’amore di Dio nel cuore dei giovani significa aiutarli a crescere e ad andare avanti in una dinamica di testimonianza e di preghiera (considero la preghiera come un modo di fondere la vita umana con l’amore di Dio). Questa missione non è un dovere da svolgere in futuro ma la posta in gioco di oggi: poiché il momento attuale è il solo a nostra disposizione e costituisce la nostra sola ricchezza.

Solo l’amore di Dio può permettere ai giovani di comprendere meglio le poste in gioco delle situazioni drammatiche che essi vivono oggi, senza disperare. Penso qui all’esperienza del giovane Giovanni del Vangelo che l’amore di Gesù ha totalmente trasformato. È lui stesso che lo dice quando riferisce la scena della madre di Gesù accanto alla croce: "Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava..." (Gv. 19, 26).

Penso anche a questa giovane sorella di Lazzaro e Marta: Maria rimasta segnata dall’amore di Cristo. Questo amore aveva raggiunto il suo cuore e lei rimase in preghiera davanti a Gesù. Niente e nessuno avrebbe potuto portarle via questa parte della sua vita, la migliore (cfr. Lc 10, 42).

L’amore verso Dio è allo stesso tempo fine e mezzo di perfezione. "Tutto è dell’amore, nell’amore, per l’amore e d’amore" direbbe san Francesco di Sales. Non si tratta di un amore visto come sentimento, ma di un amore visto come ragione e volontà d’azione, un amore capace di estirpare i vizi e generare le virtù.

I giovani hanno bisogno di guide spirituali nella loro vita, non di semplici accompagnatori ma di vere guide a loro disposizione. Se anche per nuotare, andare in montagna e circolare in una città i giovani hanno bisogno di una guida, a maggior ragione ne hanno bisogno per ritrovare i valori cristiani della vita. Se noi brilliamo per la nostra assenza, altre guide prenderanno il nostro posto.

C’è anche quest’altra categoria di giovani: i giovani vescovi. Essi hanno bisogno dell’attenzione dei più anziani nel loro episcopato o di una loro testimonianza d’amore. Spesso attraversano lunghi momenti di disperazione all’inizio del loro episcopato. Le ragioni sono numerose. Fra le altre posso citare la mancanza di accoglienza nella diocesi (sono visti come degli stranieri o come dei paracadutisti), se ne aspettavano altri già preparati, la carenza di operatori apostolici, la situazione socio-politica del paese, i pesanti debiti impossibili da ridurre che trovano nel momento in cui prendono servizio (assegni ai seminaristi, sicurezza sociale dei sacerdoti, differenti contributi statutari, ecc.). Gli enti assistenziali non pagano i debiti. Divenuti vescovi, essi sono tenuti, per legge, a procurare ai loro sacerdoti un’onesta rendita per permettere loro di vivere. Ora, nella diocesi, non ci sono unità di produzione e le parrocchie non versano nulla al vescovado perché sono povere. Comincia il tempo della mendicità, della mancanza di sonno, della tensione e di altri mali; è necessario che i dicasteri romani e i Nunzi Apostolici si informino sulle situazioni concrete della diocesi; esse sono una buona fonte di ispirazione.

"Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole .... Dormite ormai e riposatevi!" (Mc. 14, 37-38, 41). Il seguito lo conoscete: Cristo ha preso su di sé la croce e la morte che erano riservate all’uomo, per donargli la propria vita. E i vescovi lo seguono. In testa c’è Simon Pietro, questa roccia contro la quale si infrangono le forze dell’inferno e a cui Egli ha domandato se lo amava prima di affidargli la missione di pascere le sue pecorelle.

[00291-01.05] [in225] [Testo originale: francese]

S.E.R. Mons. Štefan VRABLEC, Vescovo titolare di Tasbalta e ausiliare di Bratislava-Trnava (Slovacchia)

Il mio intervento vuole mettere l'accento sulla virtù teologale della speranza che ci fa vedere l'umanità con gli occhi di Cristo e ci fa vivere il nostro apostolato secondo le intenzioni di Cristo.

A questa convinzione ci introduce San Paolo quando scrive ai Tessalonicesi: "Non contristatevi come gli altri che non hanno speranza" (1Tess 4, 13). E cosi Gesù, che nel Vangelo di Giovanni dice: "Ho altre pecore che non sono di questo ovile, anche quelle devo ricondurre" (Gv 10, 16).

Per questo noi Vescovi dovremmo frequentemente interpellare i fedeli: "avete posto la vostra speranza in Gesù? Vivete la vostra vita quotidiana con il desiderio di occupare il posto che Gesù ha preparato per voi?" Se un Vescovo non suscita queste domande e la speranza che esse richiamano, non lavora secondo le intenzioni di Cristo che disse: "Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12, 32).

Inoltre l'educazione a questa speranza teologica si compie nella sacra Liturgia. Quando infatti celebriamo con fede la sacra Liturgia, ci uniamo alla liturgia celeste: insieme con gli angeli cantiamo Sanctus, Sanctus, Sanctus. In questo modo annunziamo la morte del Signore, proclamiamo la sua risurrezione, finché verrà a darci il posto di gloria che per noi ha preparato. La sacra Liturgia è dunque la speranza vissuta, celebrata, praticata.

Tuttavia il valore della sacra Liturgia viene troppo spesso trascurato nelle nostra comunità. La. secolarizzazione della Liturgia ha prodotto un suo impoverimento e banalizzazione. Si dimentica che la preghiera liturgica non è una preghiera privata, nella quale posso scegliere liberamente gli atteggiamenti vari, ma è una preghiera della Comunità nella quale, io Vescovo, io Liturgo, devo servire la Comunità con la mia parola chiara e con i miei atteggiamenti dignitosi. Il Vescovo deve essere esempio di ciò.

Mentre vi ringrazio della pazienza con cui mi avete ascoltato, auguro a tutti voi, fratelli nel servizio episcopale, tanta e tanta gioia di aver potuto suscitare e corroborare nei vostri fratelli e sorelle nel mondo la speranza in Gesù Cristo unico Redentore del mondo.

[00293-01.05] [in226] [Testo originale: italiano]

S.E.R. Mons. John Baptist ODAMA, Arcivescovo di Gulu (Uganda)

Dal 1997, per l’Uganda ha avuto inizio un periodo di rapido sviluppo economico che ha portato, in certa misura, ad un’ampia crescita macro-economica. Nonostante le impressionanti statistiche macro-economiche, gli ugandesi rimangono ancora uno dei popoli più poveri del mondo, dove i cattolici sono la maggioranza.

La povertà è vista dalla prospettiva del povero che la gente del posto definisce in base agli aspetti che influenzano la sua vita. Una mancanza di ambizione a rischiare in modo positivo e aggressivo per effettuare cambiamenti economici, dovuta a una cattiva interpretazione del "Beati i poveri in Spirito" (Mt 5, 3).

Troppo spesso le persone che vivono nella povertà si riferiscono alla povertà nel Vangelo in termini cinici. Ma dileggiare la povertà in questo modo sarebbe diabolico (cfr. Mt 4) come rifiutare di fare la volontà di Dio citando le stesse sue parole.

L’attuale situazione economica guarda all’adattamento strutturale che aveva come obiettivo il riassetto di tutta l’economia del paese, in quasi tutti i paesi poveri altamente indebitati, soprattutto in Africa.

Occasioni disponibili e ruoli di un vescovo

Quali agenti dell’evangelizzazione integrale, dobbiamo promuovere iniziative che contribuiscano allo sviluppo e al miglioramento degli individui nella loro esistenza spirituale e materiale (Paolo VI, Populorum progressio, 1967, n. 14; Proverbi 31, 8-9).

I testi di cui sopra ci ricordano che dobbiamo servirci della nostra voce per parlare per quanti sono esclusi dalle strutture sociali, economiche e politiche (Ecclesia in Africa, 1995, n. 59)

La messa a punto di una strategia per la riduzione della povertà, in tutti i paesi che ora la applicano, ci offre un’opportunità unica per far sentire la nostra voce in questo forum. Nel nostro paese abbiamo una vasta rete di parrocchie e "sotto-parrocchie", che raggiungono le zone remote dove altre organizzazioni possono arrivare. E, durante le nostre visite pastorali, non possiamo dubitare della buona volontà e della grande fiducia che le persone, soprattutto i poveri, nutrono nei nostri confronti.

Conclusione

Miei cari fratelli, il dovere di offrire a ogni persona, affidata alla nostra sollecitudine, lo stesso diritto di accedere alle risorse minime, indispensabili per la vita, rappresenta un obbligo fondamentale del nostro ministero. Il nostro compito è ora quello di reintegrare nelle nostre comunità quanti vivono nella povertà. Dobbiamo giustamente e apertamente dire al mondo intero che i poveri rappresentano il cuore della sollecitudine di ogni essere umano e il centro di ogni famiglia.

[00294-01.03] [in227] [Testo originale: inglese]

S.E.R. Mons. Estanislao Esteban KARLIC, Arcivescovo di Paraná, Presidente della Conferenza Episcopale (Argentina)

Nel Cristo pasquale culmina il disegno di Dio, che è iniziato con la creazione e terminerà con il giudizio finale.

Gesù Cristo è il Signore del cosmo e della storia.

La Chiesa vive della Pasqua del Signore. Inizia col battesimo e culmina nell’Eucaristia e si esercita con l’abnegazione della carità.

La vocazione cristiana, in quanto imitazione di Cristo e del suo amore fino alla fine, è una vocazione al martirio.

Il vescovo, il Pastore, deve essere servitore pasquale del suo popolo come Gesù, che si è fatto servitore e schiavo con la sua morte e risurrezione. Massimiliano Kolbe, sacerdote santo, ci insegna, consegnandosi alla morte per salvare un fratello, come possiamo esercitare la forza straordinaria della carità che porta ad offrire se stessi perché gli altri vivano.

Ciò è possibile con l’aiuto della grazia, che giunge soprattutto con l’Eucaristia, sorgente e culmine della pasqua del popolo di Dio e dei Pastori.

Attraverso l’Eucaristia il Pastore offre la sua vita e trasmette la speranza.

Una comunità eucaristica è una comunità ricca di speranza.

Nell’intimità con Dio si sperimenta il mandato missionario.

La Chiesa non può celebrare il sacrificio di redenzione universale che è l’Eucaristia senza sentire la necessità della missione verso tutto il mondo.

Dio non è lontano da noi né nel tempo né nello spazio.

Il buon Pastore scopre che il Signore vuole che egli sia per gli altri fratello, padre e amico, disposto a dare la vita per loro.

[00295-01.04] [in228] [Testo originale: spagnolo]

S.E.R. Mons. Jean ZERBO, Arcivescovo di Bamako (Zerbo)

La Chiesa Famiglia di Dio saluta il Santo Padre, Papa Giovanni Paolo II, e tutti coloro che a vario titolo partecipano al presente Sinodo. Essa ha partecipato alla sua preparazione tramite la preghiera e le riflessioni sui Lineamenta. All’epoca della prima sessione della Conferenza episcopale, tenutasi a Bamako dal 25 al 28 settembre 2001, i sei vescovi presenti hanno avuto uno scambio d’idee sul contenuto dell’Instrumentum laboris, dal titolo "Il vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo".

In quell’occasione, essi hanno riconosciuto quanto segue:

Dopo le esortazioni apostoliche Christifideles laici, Pastores dabo vobis, Vita consecrata, il presente Sinodo era fortemente auspicato.

Con l’esortazione che da esso uscirà, le quattro componenti della Chiesa Famiglia di Dio disporrebbero così di documenti specifici che definirebbero l’essenza della loro vita e della loro missione nel terzo millennio: Essere testimone di Gesù Cristo speranza del mondo (cfr. Ac 1, 8; 1Tim 1, 1).

Per i vescovi del Mali, il tema del presente Sinodo fa di esso una Buona Novella per il terzo millennio, in un mondo ove la speranza è bistrattata perché gli uomini sembrano far lega contro l’umanità.

Poiché l’apparire e l’avere tendono a soppiantare il modo di essere, abbiamo bisogno di un testimone sicuro, di una persona attraverso la quale si riconosca la vera persona umana creata a immagine e somiglianza di Dio. Questi è Gesù: egli è speranza del mondo perché in lui si realizza in modo perfetto la comunione fra cielo e terra, fra Dio e il genere umano, la comunione fra gli umani.

La missione della Chiesa, affidata ai vescovi, successori degli Apostoli, è di essere Gesù presente nel mondo.

Essa è tutt’altro che facile: occorre una grazia speciale, quella di lasciarsi invadere, colmare dallo Spirito Santo, come i profeti, come Maria, come lo stesso Gesù.

Con Maria, i vescovi del Mali hanno posto la questione di come questo compito verrà portato a termine attorno a certi aspetti prioritari delle loro pastorali.

La formazione iniziale e permanente dei laici di ogni età, uomini e donne, dei sacerdoti e delle persone consacrate alla loro missione di testimoni di Gesù, con le deboli risorse umane, spirituali e materiali.

La ricerca della comunione attraverso un dialogo sia all’interno della Chiesa Famiglia di Dio, sia all’esterno.

La ricerca della coerenza nella Chiesa Famiglia di Dio fra ciò che viene insegnato e celebrato e ciò che viene vissuto (cfr. Is 1, 11-13; Am 5, 21-23).

L’educazione come leva dello sviluppo integrale.

L’impegno per la giustizia e la pace in un mondo dove non basta più vivere, ma occorre esistere veramente come figli di Dio.

Il ripristino della dignità umana in un mondo dove l’apparire e l’avere sembrano avere la meglio sul modo di essere?

L’impegno civico nella società civile senza essere tacciati di faziosità.

L’attenzione ai giovani che arrivano all’ultima ora della giornata senza che nessuno li ha ingaggiato (cfr. Mt 20, 1).

Un’attenzione più costante ai deboli e ai piccoli, nei quali Gesù si riconosce (cfr. Mt 25, 31-46).

Nell’attesa dei risultati del sinodo, la Chiesa del Mali vive:

- in un atteggiamento di preparazione alla pentecoste del terzo millennio con Maria,

- sotto la guida dello Spirito,

- nella fiducia in Gesù, che ci ha promesso il suo Spirito Santo affinché possiamo rivelarlo al mondo come SPERANZA.

[00296-01.05] [in229] [Testo originale: francese]

ROSARIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II NEL TRIGESIMO DELL’ATTENTATO TERRORISTICO DELL’11 SETTEMBRE 2001

Alle ore 18.45, a conclusione della Diciassettesima Congregazione Generale, i Padri sinodali hanno recitato con il Santo Padre il Rosario nel Trigesimo dell’attentato terroristico dell’11 settembre 2001.

Nell’Introduzione S.E.R. Mons. Nikol Joseph CAUCHI, Vescovo di Gozo (Malta) ha pronunciato la seguente Monizione:

Al termine di questo giorno di preghiera,

che ha riportato alla nostra mente

la memoria dei terribili attentati terroristici,

che trenta giorni or sono hanno funestato

alcune città degli Stati Uniti d'America,

nel mese in cui si venera Maria Santissima,

Regina del Santo Rosario,

eleviamo ancora una volta la nostra supplica

per le vittime innocenti

e per le famiglie provate dal dolore.

Al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe,

per intercessione di Santa Maria,

Consolatrice degli afflitti e Regina della pace,

domandiamo con insistenza

che il mondo sia preservato

dal flagello del terrorismo e della guerra

e tutti ci impegniamo

nel ricercare la giustizia,

nel bandire la violenza

e nell’essere operatori di pace.

[00299-01.04] [nnnnn] [Testo originale: italiano]

Quindi, è seguita la Meditazione dei Misteri del Rosario.

La recita del Santo Rosario è stata conclusa con il canto della Salve Regina, la preghiera dell’Angelus Domini e la Benedizione Apostolica del Santo Padre.

A questa Congregazione Generale che si è conclusa alle ore 19.10 erano presenti 219 Padri.

AVVISI

LAVORI SINODALI

Domani mattina venerdì 12 ottobre 2001 avrà luogo la Diciottesima Congregazione Generale per la presentazione della Relatio post disceptationem, la Relazione del Relatore Generale Aggiunto che presenta una sintesi del tema dell’Assemblea sinodale, dopo le comunicazioni personali dei Padri sinodali e le Auditiones di altri partecipanti, con riferimento agli argomenti dibattuti in Aula.

Dopo l’intervallo del mattino e nel pomeriggio avranno luogo rispettivamente la Terza e la Quarta Sessione dei Circoli Minori, per la continuazione della discussione sul tema sinodale.

CONFERENZA STAMPA

La seconda Conferenza Stampa sui lavori della X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dopo la Relatio post disceptationem avrà luogo domani venerdì 12 ottobre 2001, alle ore 12.45, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede.

Interverranno:

  • S.Em.R. Card. Jorge Mario BERGOGLIO, S.I., Arcivescovo di Buenos Aires (Argentina), Relatore Generale Aggiunto
  • S.Em.R. Card. Bernard AGRÉ, Arcivescovo di Abidjan (Costa d’Avorio), Presidente delegato

  • S.Em.R. Card. Ivan DIAS, Arcivescovo di Bombay (India), Presidente delegato
  • S.E.R. Mons. John Patrick FOLEY, Arcivescovo titolare di Neapoli di Proconsolare, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Presidente della Commissione per l’informazione

  • S.E.R. Mons. Telesphore Placidus TOPPO, Arcivescovo di Ranchi (India), Vice-Presidente della Commissione per l’informazione

[00267-01.02] [nnnnn] [Testo originale: plurilingue]

"BRIEFING" PER I GRUPPI LINGUISTICI

Il decimo briefing per i gruppi linguistici avrà luogo martedì 16 ottobre 2001 alle ore 13.10 (nei luoghi di briefing e con gli Addetti Stampa indicati nel Bollettino N. 2).

Si ricorda che i Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali per il permesso di accesso (molto ristretto).

"POOL" PER L’AULA DEL SINODO

Il decimo "pool" per l’Aula del Sinodo sarà formato per la preghiera di apertura della Diciannovesima Congregazione Generale di martedì mattina 16 ottobre 2001.

Nell’Ufficio Informazioni e Accreditamenti della Sala Stampa della Santa Sede (all’ingresso, a destra) sono a disposizione dei redattori le liste d’iscrizione al pool.

Si ricorda che i Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) e fotoreporters sono pregati di rivolgersi al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali per la partecipazione al pool per l’Aula del Sinodo.

Si ricorda che i partecipanti al pool sono pregati di trovarsi alle ore 08.30 nel Settore Stampa, allestito all’esterno di fronte all’ingresso dell’Aula Paolo VI, da dove saranno chiamati per accedere all’Aula del Sinodo, sempre accompagnati da un ufficiale della Sala Stampa della Santa Sede, rispettivamente dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali.

BOLLETTINO

Il prossimo Bollettino N. 21 sui lavori della Diciottesima Congregazione Generale della X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi di domani mattina venerdì 12 ottobre 2001, sarà a disposizione dei Signori giornalisti accreditati, in concomitanza con la Seconda Conferenza Stampa sui lavori sinodali.

 
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- Indice Bollettino Synodus Episcoporum - X Assemblea Generale Ordinaria - 2001
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- Indice Sala Stampa della Santa Sede
 
[Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

 

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