![]() |
![]() |
||
|
|
|
SYNODUS
EPISCOPORUM ASSEMBLEA SPECIALE La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: Questo Bollettino è soltanto uno strumento di
lavoro ad uso giornalistico. Edizione italiana
|
|
05 - 11.10.2010 SOMMARIO - PRIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 11 OTTOBRE 2010 - ANTEMERIDIANO) - CONTINUAZIONE - SECONDA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 11 OTTOBRE 2010 - POMERIDIANO) - AVVISI PRIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 11 OTTOBRE 2010 - ANTEMERIDIANO) - CONTINUAZIONE - RIFLESSIONE DEL SANTO PADRE RIFLESSIONE DEL SANTO PADRE In apertura della Prima Congregazione Generale di questa mattina, lunedì 11 ottobre 2010, dopo la lettura breve dell’Ora Terza, il Santo Padre Benedetto XVI ha tenuto la seguente riflessione: Cari fratelli e sorelle, L’11 ottobre 1962, quarantotto anni fa, Papa Giovanni XXIII inaugurava il Concilio Vaticano II. Si celebrava allora l'11 ottobre la festa della Maternità divina di Maria, e, con questo gesto, con questa data, Papa Giovanni voleva affidare tutto il Concilio alle mani materne, al cuore materno della Madonna. Anche noi cominciamo l'11 ottobre, anche noi vogliamo affidare questo Sinodo, con tutti i problemi, con tutte le sfide, con tutte le speranze, al cuore materno della Madonna, della Madre di Dio. Pio XI, nel 1930, aveva introdotto questa festa, milleseicento anni dopo il Concilio di Efeso, il quale aveva legittimato, per Maria, il titolo Theotókos, Dei Genitrix. In questa grande parola Dei Genitrix, Theotókos, il Concilio di Efeso aveva riassunto tutta la dottrina di Cristo, di Maria, tutta la dottrina della redenzione. E così vale la pena riflettere un po', un momento, su ciò di cui parla il Concilio di Efeso, ciò di cui parla questo giorno. In realtà, Theotókos è un titolo audace. Una donna è Madre di Dio. Si potrebbe dire: come è possibile? Dio è eterno, è il Creatore. Noi siamo creature, siamo nel tempo: come potrebbe una persona umana essere Madre di Dio, dell'Eterno, dato che noi siamo tutti nel tempo, siamo tutti creature? Perciò si capisce che c'era forte opposizione, in parte, contro questa parola. I nestoriani dicevano: si può parlare di Christotókos, sì, ma di Theotókos no: Theós, Dio, è oltre, sopra gli avvenimenti della storia. Ma il Concilio ha deciso questo, e proprio così ha messo in luce l'avventura di Dio, la grandezza di quanto ha fatto per noi. Dio non è rimasto in sé: è uscito da sé, si è unito talmente, così radicalmente con quest'uomo, Gesù, che quest'uomo Gesù è Dio, e se parliamo di Lui, possiamo sempre anche parlare di Dio. Non è nato solo un uomo che aveva a che fare con Dio, ma in Lui è nato Dio sulla terra. Dio è uscito da sé. Ma possiamo anche dire il contrario: Dio ci ha attirato in se stesso, così che non siamo più fuori di Dio, ma siamo nell'intimo, nell'intimità di Dio stesso. La filosofia aristotelica, lo sappiamo bene, ci dice che tra Dio e l'uomo esiste solo una relazione non reciproca. L'uomo si riferisce a Dio, ma Dio, l'Eterno, è in sé, non cambia: non può avere oggi questa e domani un'altra relazione. Sta in sé, non ha relazione ad extra. È una parola molto logica, ma è una parola che ci fa disperare: quindi Dio stesso non ha relazione con me. Con l'incarnazione, con l’avvenimento della Theotókos, questo è cambiato radicalmente, perché Dio ci ha attirato in se stesso e Dio in se stesso è relazione e ci fa partecipare nella sua relazione interiore. Così siamo nel suo essere Padre, Figlio e Spirito Santo, siamo nell'interno del suo essere in relazione, siamo in relazione con Lui e Lui realmente ha creato relazione con noi. In quel momento Dio voleva essere nato da una donna ed essere sempre se stesso: questo è il grande avvenimento. E così possiamo capire la profondità dell’atto di Papa Giovanni, che affidò l’Assise conciliare, sinodale, al mistero centrale, alla Madre di Dio che è attirata dal Signore in Lui stesso, e così noi tutti con Lei. Il Concilio ha cominciato con l'icona della Theotókos. Alla fine Papa Paolo VI riconosce alla stessa Madonna il titolo Mater Ecclesiae. E queste due icone, che iniziano e concludono il Concilio, sono intrinsecamente collegate, sono, alla fine, un’icona sola. Perché Cristo non è nato come un individuo tra altri. È nato per crearsi un corpo: è nato - come dice Giovanni al capitolo 12 del suo Vangelo - per attirare tutti a sé e in sé. È nato - come dicono le Lettere ai Colossesi e agli Efesini - per ricapitolare tutto il mondo, è nato come primogenito di molti fratelli, è nato per riunire il cosmo in sé, cosicché Lui è il Capo di un grande Corpo. Dove nasce Cristo, inizia il movimento della ricapitolazione, inizia il momento della chiamata, della costruzione del suo Corpo, della santa Chiesa. La Madre di Theós, la Madre di Dio, è Madre della Chiesa, perché Madre di Colui che è venuto per riunirci tutti nel suo Corpo risorto. San Luca ci fa capire questo nel parallelismo tra il primo capitolo del suo Vangelo e il primo capitolo degli Atti degli Apostoli, che ripetono su due livelli lo stesso mistero. Nel primo capitolo del Vangelo lo Spirito Santo viene su Maria che così partorisce e ci dona il Figlio di Dio. Nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli Maria è al centro dei discepoli di Gesù che pregano tutti insieme, implorando la nube dello Spirito Santo. E così dalla Chiesa credente, con Maria nel centro, nasce la Chiesa, il Corpo di Cristo. Questa duplice nascita è l’unica nascita del Christus totus, del Cristo che abbraccia il mondo e noi tutti. Nascita a Betlemme, nascita nel Cenacolo. Nascita di Gesù Bambino, nascita del Corpo di Cristo, della Chiesa. Sono due avvenimenti o un unico avvenimento. Ma tra i due stanno realmente la Croce e la Risurrezione. E solo tramite la Croce avviene il cammino verso la totalità del Cristo, verso il suo Corpo risorto, verso l'universalizzazione del suo essere nell'unità della Chiesa. E così, tenendo presente che solo dal grano caduto in terra nasce poi il grande raccolto, dal Signore trafitto sulla Croce viene l'universalità dei suoi discepoli riuniti in questo suo Corpo, morto e risorto. Tenendo conto di questo nesso tra Theotókos e Mater Ecclesiae, il nostro sguardo va verso l'ultimo libro della Sacra Scrittura, l'Apocalisse, dove, nel capitolo 12, appare proprio questa sintesi. La donna vestita di sole, con dodici stelle sul capo e la luna sotto i piedi, partorisce. E partorisce con un grido di dolore, partorisce con grande dolore. Qui il mistero mariano è il mistero di Betlemme allargato al mistero cosmico. Cristo nasce sempre di nuovo in tutte le generazioni e così assume, raccoglie l'umanità in se stesso. E questa nascita cosmica si realizza nel grido della Croce, nel dolore della Passione. E a questo grido della Croce appartiene il sangue dei martiri. Così, in questo momento, possiamo gettare uno sguardo sul secondo Salmo di questa Ora Media, il Salmo 81, dove si vede una parte di questo processo. Dio sta tra gli dei – ancora sono considerati in Israele come dei. In questo Salmo, in un concentramento grande, in una visione profetica, si vede il depotenziamento degli dei. Quelli che apparivano dei non sono dei e perdono il carattere divino, cadono a terra. Dii estis et moriemini sicut homines (cfr Sal 81, 6-7): il depotenziamento, la caduta delle divinità. Questo processo che si realizza nel lungo cammino della fede di Israele, e che qui è riassunto in un'unica visione, è un processo vero della storia della religione: la caduta degli dei. E così la trasformazione del mondo, la conoscenza del vero Dio, il depotenziamento delle forze che dominano la terra, è un processo di dolore. Nella storia di Israele vediamo come questo liberarsi dal politeismo, questo riconoscimento - «solo Lui è Dio» - si realizza in tanti dolori, cominciando dal cammino di Abramo, l'esilio, i Maccabei, fino a Cristo. E nella storia continua questo processo del depotenziamento, del quale parla l'Apocalisse al capitolo 12; parla della caduta degli angeli, che non sono angeli, non sono divinità sulla terra. E si realizza realmente, proprio nel tempo della Chiesa nascente, dove vediamo come col sangue dei martiri vengono depotenziate le divinità, cominciando dall'imperatore divino, da tutte queste divinità. È il sangue dei martiri, il dolore, il grido della Madre Chiesa che le fa cadere e trasforma così il mondo. Questa caduta non è solo la conoscenza che esse non sono Dio; è il processo di trasformazione del mondo, che costa il sangue, costa la sofferenza dei testimoni di Cristo. E, se guardiamo bene, vediamo che questo processo non è mai finito. Si realizza nei diversi periodi della storia in modi sempre nuovi; anche oggi, in questo momento, in cui Cristo, l'unico Figlio di Dio, deve nascere per il mondo con la caduta degli dei, con il dolore, il martirio dei testimoni. Pensiamo alle grandi potenze della storia di oggi, pensiamo ai capitali anonimi che schiavizzano l'uomo, che non sono più cosa dell’uomo, ma sono un potere anonimo al quale servono gli uomini, dal quale sono tormentati gli uomini e perfino trucidati. Sono un potere distruttivo, che minaccia il mondo. E poi il potere delle ideologie terroristiche. Apparentemente in nome di Dio viene fatta violenza, ma non è Dio: sono false divinità, che devono essere smascherate, che non sono Dio. E poi la droga, questo potere che, come una bestia vorace, stende le sue mani su tutte le parti della terra e distrugge: è una divinità, ma una divinità falsa, che deve cadere. O anche il modo di vivere propagato dall'opinione pubblica: oggi si fa così, il matrimonio non conta più, la castità non è più una virtù, e così via. Queste ideologie che dominano, così che si impongono con forza, sono divinità. E nel dolore dei santi, nel dolore dei credenti, della Madre Chiesa della quale noi siamo parte, devono cadere queste divinità, deve realizzarsi quanto dicono le Lettere ai Colossesi e agli Efesini: le dominazioni, i poteri cadono e diventano sudditi dell'unico Signore Gesù Cristo. Di questa lotta nella quale noi stiamo, di questo depotenziamento e caduta dei falsi dei, che cadono perché non sono divinità, ma poteri che distruggono il mondo, parla l'Apocalisse al capitolo 12, anche con un'immagine misteriosa, per la quale, mi pare, ci sono tuttavia diverse belle interpretazioni. Viene detto che il dragone mette un grande fiume di acqua contro la donna in fuga per travolgerla. E sembra inevitabile che la donna venga annegata in questo fiume. Ma la buona terra assorbe questo fiume ed esso non può nuocere. Io penso che il fiume sia facilmente interpretabile: sono queste correnti che dominano tutti e che vogliono far scomparire la fede della Chiesa, la quale non sembra più avere posto davanti alla forza di queste correnti che si impongono come l'unica razionalità, come l'unico modo di vivere. E la terra che assorbe queste correnti è la fede dei semplici, che non si lascia travolgere da questi fiumi e salva la Madre e salva il Figlio. Perciò il Salmo dice – il primo salmo dell’Ora Media – la fede dei semplici è la vera saggezza (cfr Sal 118,130). Questa saggezza vera della fede semplice, che non si lascia divorare dalle acque, è la forza della Chiesa. E siamo ritornati al mistero mariano. E c'è anche un'ultima parola nel Salmo 81, “movebuntur omnia fundamenta terrae” (Sal 81,5), vacillano le fondamenta della terra. Lo vediamo oggi, con i problemi climatici, come sono minacciate le fondamenta della terra, ma sono minacciate dal nostro comportamento. Vacillano le fondamenta esteriori perché vacillano le fondamenta interiori, le fondamenta morali e religiose, la fede dalla quale segue il retto modo di vivere. E sappiamo che la fede è il fondamento, e, in definitiva, le fondamenta della terra non possono vacillare se rimane ferma la fede, la vera saggezza. E poi il Salmo dice: “Alzati, Signore, e giudica la terra” (Sal 81,8). Così diciamo anche noi al Signore: “Alzati in questo momento, prendi la terra tra le tue mani, proteggi la tua Chiesa, proteggi l'umanità, proteggi la terra”. E affidiamoci di nuovo alla Madre di Dio, a Maria, e preghiamo: “Tu, la grande credente, tu che hai aperto la terra al cielo, aiutaci, apri anche oggi le porte, perché sia vincitrice la verità, la volontà di Dio, che è il vero bene, la vera salvezza del mondo”. Amen [00013-01.03] [NNNNN] [Testo originale: italiano] A questa Congregazione Generale erano presenti 170 Padri. SECONDA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 11 OTTOBRE 2010 - POMERIDIANO) - RELAZIONI SUI CONTINENTI - INTERVENTI IN AULA (INIZIO) Alle ore 16.30 di oggi con la recita dell’Adsumus ha avuto luogo la Seconda Congregazione Generale, per la lettura in aula delle Relazioni sui Continenti e l’inizio degli interventi dei Padri sinodali in Aula sul tema sinodale La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza. “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32). Presidente Delegato di turno S. Em. R. Card. Leonardo SANDRI, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali (CITTÀ DEL VATICANO). Agli interventi sul tema sinodale è seguito un tempo di interventi liberi dei Padri Sinodali, alla presenza del Santo Padre. A questa Congregazione Generale, che si è conclusa alle ore 18.55 con la preghiera dell’Angelus Domini, erano presenti 163 Padri. RELAZIONI SUI CONTINENTI Per l’Africa: S. Em. R. Card. Polycarp PENGO, Arcivescovo di Dar-es-Salaam, Presidente del "Symposium of Episcopal Conferences of Africa and Madagascar" (S.E.C.A.M.) (TANZANIA) Per l’America del Nord: S. Em. R. Card. Roger Michael MAHONY, Arcivescovo di Los Angeles (STATI UNITI D'AMERICA) Per l’Asia: S. E. R. Mons. Orlando B. QUEVEDO, O.M.I., Arcivescovo di Cotabato, Segretario Generale della "Federation of Asian Bishops' Conferences" (F.A.B.C.) (FILIPPINE) Per l’Europa: S.Em.R. Card. Péter ERDŐ, Arcivescovo di Esztergom-Budapest, Presidente della Conferenza Episcopale, Presidente del "Consilium Conferentiarum Episcoporum Europae" (C.C.E.E.) (UNGHERIA) Per l’Oceania: S. E. R. Mons. John Atcherley DEW, Arcivescovo di Wellington, Presidente della "Federation of Catholic Bishops' Conferences of Oceania" (F.C.B.C.O.) (NUOVA ZELANDA) Per l’America Latina: S. E. R. Mons. Raymundo DAMASCENO ASSIS, Arcivescovo di Aparecida, Presidente del Consiglio Episcopale Latinoamericano (C.E.L.AM.) (BRASILE) Pubblichiamo di seguito le Relazioni sui continenti. Per l’Africa: S. Em. R. Card. Polycarp PENGO, Arcivescovo di Dar-es-Salaam, Presidente del "Symposium of Episcopal Conferences of Africa and Madagascar" (S.E.C.A.M.) (TANZANIA) Parlo qui a nome del Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar (SECAM) di cui sono attualmente presidente. Il Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar ha un legame intrinseco con la Chiesa nel Medio Oriente, soprattutto grazie alla Chiesa in Egitto, che fa parte sia dell’Africa che del Medio Oriente. L’Egitto, nonostante le differenze culturali e linguistiche con l’Africa sub-Sahariana, fa parte per necessità geografica della Chiesa in Africa (SECAM), così come fa parte della Chiesa in Medio Oriente grazie a fattori linguistici e culturali. Le due componenti dell’appartenenza della Chiesa in Egitto sono certamente non incompatibili, anzi, possono essere sfruttate positivamente per il bene della Chiesa sia in Africa che nel Medio Oriente. Da una parte, i cristiani emigrano dal Medio Oriente a causa di quelle che possono essere considerate situazioni di oppressione contro la fede cristiana in alcuni paesi del Medio Oriente. Dall’altra, molti giovani cristiani africani migrano ogni anno dall’Africa sub-Sahariana a quella del Nord (Egitto compreso) per motivi di studio, di lavoro o di transito verso l’Europa e il Medio Oriente. Molti di questi giovani che lasciano i loro paesi sono cristiani praticanti ferventi. Quando giungono nel Nord dell’Africa, si trovano in un’atmosfera a predominanza islamica, che consente una libertà molto limitata di praticare la loro fede cristiana. Questo mi fa ricordare come si è affrontata la situazione in Africa orientale non molti anni fa. Fino a circa cinquant’anni fa, l’Islam era talmente predominante lungo la costa orientale dell’Oceano Indiano, da minacciare la fede dei giovani cristiani che provenivano dalle zone interne del continente alla ricerca di lavoro nelle piantagioni di agave e negli uffici governativi delle aree costiere.Quel che ha salvato la situazione nell’Africa orientale è stata la stretta cooperazione tra i missionari cristiani dell’interno e quelli della costa. I giovani che si spostavano verso la costa ricevevano lettere di presentazione dai loro missionari indirizzate ai missionari della costa, che accoglievano i giovani in insediamenti cristiani ufficiali. Lì essi potevano continuare a praticare liberamente la propria religione. Oggi nessun cristiano della costa dell’Africa orientale avverte l’obbligo di nascondere la propria identità cristiana, nonostante il fatto che l’Islam continui a essere la religione della maggioranza della popolazione. E anche gli insediamenti cristiani separati non sono più necessari. Considerando la situazione sopra descritta nel Nord Africa e nel Medio Oriente, i metodi di azione potrebbero essere necessariamente molto differenti. Eppure una collaborazione più stretta tra la Chiesa sub-Sahariana e la Chiesa nel Nord Africa e nel Medio Oriente restano e resteranno sempre di importanza fondamentale per la sopravvivenza del Cristianesimo in entrambi i luoghi. Il SECAM rappresenta un eccellente strumento per tale cooperazione. [00018-01.04] [RC001] [Testo originale: inglese] Per il Nord America: S. Em. R. Card. Roger Michael MAHONY, Arcivescovo di Los Angeles (STATI UNITI D'AMERICA) A nome dei Vescovi e dei Cattolici del Nord America ho il piacere di porgere i miei saluti a tutti voi Vescovi e Cattolici delle varie Chiese del Medio Oriente riuniti in questa storica Assemblea Speciale. Nei nostri Paesi abbiamo la fortuna di avere un gran numero di vostri membri che vivono in mezzo a noi e in solidarietà con la Chiesa cattolica negli Stati Uniti. Il mio intervento si concentrerà sulla questione di come i cristiani del Medio Oriente nella diaspora vivono il mistero della communio tra di loro e con gli altri cristiani. Rivolgerò poi la mia attenzione alla specifica testimonianza che i cristiani del Medio Oriente sono chiamati a dare. Sebbene le mie osservazioni possano applicarsi a tutto il Nord America, porterò esempi della mia esperienza nell’Arcidiocesi di Los Angeles, poiché nella nostra Arcidiocesi sono rappresentate tutte le Chiese Orientali. Testimonianza di Communio Pur riconoscendo la loro unione con Roma, dovrebbero essere incoraggiate le relazioni interecclesiali non solo tra le Chiese sui iuris in Medio Oriente, ma specialmente nella diaspora (IL par. 55). Riconoscendo l’emorragia di cristiani dal Medio Oriente in Europa, in Australia e nelle Americhe, abbiamo cercato in vari modi di trasformare l’emigrazione in una nuova opportunità per sostenere questi cristiani, mentre si stabiliscono nella diaspora (IL par. 47-48). Noi cerchiamo di sostenere queste Chiese Cattoliche Orientali sui iuris accogliendole e assistendole nella fondazione di parrocchie e scuole, istituzioni culturali e organizzazioni al servizio delle necessità della loro gente, quando si stabiliscono in Occidente. Abbiamo accolto siro-caldei, copti, greci, melchiti, maroniti e siro-cattolici e l’Arcidiocesi ha assistito molti di loro nel corso degli anni con prestiti finanziari e altri mezzi per aiutare queste persone a farsi una casa a Los Angeles. Nei miei venticinque anni come Arcivescovo, ho visitato tutte queste comunità, incoraggiandole ad “essere sé stesse” pur vivendo nell’area geografica dell’Arcidiocesi cattolico-romana di Los Angeles. Tra le altre risorse, abbiamo l’Associazione Pastorale Cattolico-Orientale che prevede riunioni bimensili del clero di queste e altre Chiese Cattolico-Orientali per pregare e sostenersi gli uni gli altri nello sforzo di coordinare le attività pastorali in uno spirito di mutua edificazione piuttosto che di rivalità (IL par. 55). La Communio è al centro della vita divina: diversità nell’unità, unità nella diversità. Unità nella diversità, diversità nell’unità sono al centro della Communio che è la Chiesa. Negli Stati Uniti, il profondo rispetto per la diversità pone delle sfide eccezionali. “I fedeli delle varie Chiese sui iuris spesso frequentano una Chiesa Cattolica diversa dalla loro” [cioè la Chiesa Cattolica Romana]. “Si raccomanda loro di restare fedeli alla propria comunità d’origine, nella quale sono stati battezzati” (IL par. 56). Però molti cattolici orientali provenienti dal Medio Oriente non fanno questo e diventano semplicemente cattolici romani. Saranno sufficienti due esempi pratici della tensione fra diversità e unità. Quando si arriva alla questione di iscrivere i figli alle scuole elementari cattoliche romane, dove c’è una riduzione delle tasse per coloro che sono “parrocchiani” attivi, come mantengono i cristiani delle Chiese Orientali il loro legame con la Chiesa in cui sono stati battezzati? Come educare e incoraggiare i pastori, amministratori e dirigenti scolastici cattolici romani ad aiutare questi immigrati a mantenere il legame con la loro propria comunità senza imporre loro oneri addizionali come il dover scegliere fra diventare membri di una parrocchia cattolica romana per il vantaggio costituito da una riduzione delle tasse o il rimanere membri di una parrocchia della loro Chiesa orientale di appartenenza? Un secondo esempio può evidenziare la tensione: molte Chiese orientali ammettono all’Eucaristia i bambini fin dal Battesimo. Quando parrocchiani di queste Chiese assistono alle messe cattoliche romane, ai loro figli piccoli, che sono abituati a ricevere l’Eucaristia, spesso è proibito farlo. Una maggiore sensibilità in questioni molto pratiche come queste semplificherebbe la difficile condizione degli immigrati cattolico-orientali provenienti dal Medio oriente. I nostri corsi e seminari riservano un’attenzione sufficiente alle sfide pratiche che i sacerdoti e i pastori devono affrontare se vogliono aiutare questa diaspora a vivere il mistero della communio in modo che rispetti la legittima diversità dei popoli di queste Chiese? In tutto il Nord America ci sono molti istituti cattolici di studi superiori. La preparazione dei catechisti, la formazione spirituale e liturgica, la formazione teologica sono quasi esclusivamente di orientamento romano. Dove possono trovare posto gli immigrati cattolici orientali in questi istituti di educazione cattolici che offrono con entusiasmo corsi e seminari su altre religioni, siano esse l’ebraismo, l’islam, il buddismo o l’induismo, ma prestano poca o nessuna attenzione alla teologia, liturgia o spiritualità delle Chiese orientali? Soprattutto nelle aree con un’alta concentrazione di questi immigrati, come possiamo aiutare questi istituti superiori, come anche i nostri seminari, a riconoscere la necessità di tali corsi in modo che i membri della diaspora possano “acquisire una conoscenza sufficiente della teologia e della spiritualità proprie della Chiesa cui appartengono?” (IL Par. 64). Testimonianza di perdono Un’area particolarmente impegnativa nell’aiutare i popoli delle Chiese orientali a vivere in pienezza il Vangelo si affronta nell’IL 90ss “Il desiderio e la difficoltà del dialogo con l’ebraismo” e in 95ss “Rapporti con i musulmani”. Molte di queste iniziative sono già state prese nel nostro Paese e nella nostra Arcidiocesi, dove abbiamo un forte vincolo ecumenico, interconfessionale e interreligioso. Purtroppo tali iniziative hanno luogo senza molta partecipazione da parte degli immigrati cristiani del Medio Oriente. In realtà essi spesso sono critici nei confronti dei nostri sforzi in questi campi, specialmente sul tema del perdono (par. 68, 69, 113). Spesso i cristiani del Medio Oriente vengono in Nord America con atteggiamenti e opinioni nei riguardi sia dei musulmani che degli ebrei che non sono in armonia con il Vangelo o con i progressi che abbiamo fatto nei rapporti della Chiesa con le altre religioni. Poiché a Los Angeles viviamo a stretto contatto con persone di molte fedi differenti, come possiamo aiutare il popolo di questa particolare diaspora a correggere queste convinzioni erronee che possono poi influenzare la loro patria attraverso i cristiani che vivono in Occidente? Sebbene non vogliano sentirlo dire, i cristiani che vivono nel Medio Oriente e quelli emigrati in Occidente hanno bisogno di essere sfidati a essere segno di riconciliazione e di pace. La condizione sine qua non per entrambe le cose è il perdono. Ritengo che la sfida maggiore che affrontiamo con i nostri immigrati - siano essi cattolici medio orientali o cattolici vietnamiti fuggiti dal loro Paese per il Sud California, o cubani fuggiti da Cuba verso le coste di Miami - non è quella di aiutarli a vivere il mistero della communio fra i cristiani e fra le varie Chiese cristiane. La sfida più grande è di aiutarli a rispondere alla grazia di dare testimonianza al Vangelo perdonando quei nemici che spesso sono la causa principale dell’aver lasciato la loro patria per trovare pace e giustizia sulle nostre coste. Faremmo bene a rammentare il nostro defunto Santo Padre, Papa Giovanni Paolo II. Dopo aver pronunciato il suo messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2002 ai diplomatici di tutto il mondo, riassumeva tutto con una frase che era una sfida: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. [00022-01.05] [RC005] [Testo originale: inglese] Per l’Asia: S. E. R. Mons. Orlando B. QUEVEDO, O.M.I., Arcivescovo di Cotabato, Segretario Generale della "Federation of Asian Bishops' Conferences" (F.A.B.C.) (FILIPPINE) A nome della Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia, Le esprimo la mia profonda gratitudine per avermi invitato a rappresentare la Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia (FABC) e a partecipare a questo importante Sinodo. Allo stesso modo, a nome della stessa, vorrei esprimere la nostra comunione e solidarietà con tutti i Padri sinodali qui riuniti oggi, soprattutto con i nostri fratelli vescovi nel Medio Oriente. Il nostro tema è Comunione e Testimonianza. È un tema molto vicino al cuore della Chiesa in Asia. Il n. 55 dell’Instrumentum laboris esprime un desiderio significativo: promuovere l’unità nella diversità, incoraggiare le comunità a cooperare tra di loro, “... Si potrebbe suggerire che di tanto in tanto (ad esempio ogni cinque anni), un’assemblea riunisca l’intero episcopato in Medio Oriente”. Vorrei condividere con voi l’esperienza dei vescovi in Asia. Riunendosi ogni quattro anni a partire dal 1974, i vescovi della Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia hanno vissuto esperienze molto positive nel promuovere la comunione. Considerate che la FABC ha 25 membri regolari e associati, compresi due antichi riti orientali, quello siro-malabarese e quello siro-malankarese, in 28 paesi e territori. Essa copre quella vasta regione dell’Asia confinante con il Kazakistan a ovest, la Mongolia a nord, il Giappone a est, il Pakistan e l’India a sud, l’Indonesia e Timor Est nel sudest. Nonostante le differenti situazioni sociali, economiche, politiche, culturali e religiose, i vescovi asiatici hanno raggiunto un buon livello di comunione, fratellanza, solidarietà e cooperazione. Ciò è dovuto a una comune visione della missione e della priorità pastorale. Nel 1970 i vescovi dell’Asia riuniti a Manila erano stati ispirati dal messaggio di Papa Paolo VI che aveva parlato delle sfide pastorali in Asia. Nel 1974 si sono riuniti nella loro prima Assemblea plenaria come Federazione approvata dalla Santa Sede. Hanno messo a punto la seguente visione comune della missione di proclamare Gesù come Signore e Salvatore. Essi affermavano: L’Evangelizzazione è l’adempimento da parte della Chiesa del dovere di proclamare con la parola e la testimonianza il Vangelo del Signore. In Asia tale compito viene effettuato:- L’inserimento del Vangelo nelle culture rende la Chiesa locale realmente presente all’interno della vita e delle culture dei nostri popoli; - Grazie all’inserimento del Vangelo nelle tradizioni religiose, le religioni asiatiche sono introdotte in un dialogo vivo con il Vangelo, così che in esse i semi della Parola possano giungere a piena fioritura e fruttificare nella vita dei nostri popoli; - Infine, attraverso la predicazione della buona novella ai poveri (Lc 4, 18), la vita rinnovatrice di Cristo e il potere del Suo mistero pasquale vengono inseriti nella ricerca di sviluppo umano, di giustizia, fratellanza e pace da parte dei nostri popoli (FABC I, 1974, nn 25-28). Essi hanno inoltre redatto una priorità pastorale comune che è la costruzione della Chiesa locale. La Chiesa locale è una Chiesa incarnata in un popolo, una Chiesa indigena e inculturata. Ciò significa concretamente una Chiesa in continuo, umile e amorevole dialogo con le tradizioni vive, le culture, le religioni - in breve con tutte le realtà della vita dei popoli tra i quali ha messo radici profondamente e dei quali ha fatto propria la storia e la vita. Per i vescovi dell’Asia questa visione di una Chiesa e di una missione locale è rappresentata al meglio nella costituzione di comunità ecclesiali di base, grazie alle quali una parrocchia o una diocesi diventa una “comunione di comunità”. Sostenuti dai diversi uffici pastorali della FABC, i vescovi asiatici cercano si impegnano insieme per questa visione di missione e di priorità pastorale. Grazie alla loro guida la Chiesa in Asia continua a sperimentare ondate di conversione o di rinnovamento verso una nuova evangelizzazione e un discepolato di vita, una Chiesa rinnovata nella Parola e nel Pane di Dio. Ieri durante l’omelia il Santo Padre ci ha ricordato che la “comunione è un dono del Signore”, comunione fondamentalmente nella vita di Dio. Ciò esige da parte nostra una risposta di profondo rinnovamento o conversione. Il Santo Padre inoltre ci ha ricordato: “Senza comunione non può esserci testimonianza; la grande testimonianza è proprio la vita di comunione”. Queste parole rappresentano veramente un imperativo per tutta la Chiesa in Asia, compreso il Medio Oriente. In Asia noi siamo un “piccolo gregge”, meno del 3% su oltre tre miliardi di asiatici. Alla luce delle crescenti diffidenze religiose e degli estremismi religiosi che talvolta sfociano in violenza e morte, potremmo certamente diventare paurosi o timidi. Ma siamo fortificati e incoraggiati dalle parole del Signore, “Non temere, piccolo gregge”. Fiduciosi, quindi, dobbiamo far sì che la nostra comunione diventi una realtà e una testimonianza del Signore. Poiché in molti luoghi dell’Asia in cui non c’è libertà di religione, l’unico modo di proclamare il Signore è di rendergli testimonianza con una silenziosa, ma profondamente fedele, vita cristiana, una vita di amore per Dio e di servizio per il nostro prossimo (cfr. Papa Giovanni Paolo II, Ecclesia in Asia, n. 23). Tale testimonianza sprona noi vescovi in comunione con il Santo Padre e tra di noi, ad affrontare seriamente le grandi sfide pastorali che abbiamo di fronte in Asia, vale a dire il fenomeno della migrazione, che viene talvolta chiamato la nuova schiavitù, l’impatto negativo della globalizzazione economica e culturale, la questione dei cambiamenti climatici, le istanze dell’estremismo religioso, dell’ingiustizia e della violenza, la libertà religiosa e i problemi biogenetici che minacciano la vita umana nel grembo materno dal concepimento fino alla morte naturale. Nel nostro dialogo come espressione di comunione nella famiglia di Dio, preghiamo di poter mettere a punto un approccio pastorale comune a questi problemi come forma di testimonianza della fede che abbiamo nel Signore Gesù. [00019-01.07] [RC002] [Testo originale: inglese] Per l’Europa: S.Em.R. Card. Péter ERDŐ, Arcivescovo di Esztergom-Budapest, Presidente della Conferenza Episcopale, Presidente del "Consilium Conferentiarum Episcoporum Europae" (C.C.E.E.) (UNGHERIA) Nel nome dei vescovi europei rappresentati dai Presidenti di tutte le Conferenze Episcopali del continente, radunati dieci giorni fa a Zagabria alla quarantesima sessione plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) porgo i miei più sentiti e cordiali saluti ai Presuli qui presenti e a tutti i cattolici del Medio Oriente. Guardando dall’Europa, la Terra Santa e il Medio Oriente si trovano a Est. È da lì che ci è arrivata la luce di Cristo che rimane per sempre il vero Sole Invincibile che non conosce tramonto. Il volto di Gesù brilla come il sole (Mt 17,2) ed illumina tutta la storia dell'umanità. Ma questo splendore i discepoli scelti l'hanno visto sul monte della trasfigurazione mentre si preparava già il dramma della passione e della risurrezione del Signore. L’Europa è debitore del Medio Oriente. Non soltanto una moltitudine degli elementi fondamentali della nostra cultura proviene da quella regione, ma anche i primi missionari del nostro continente sono arrivati da lì. Con gratitudine conserviamo il ricordo dell'avvenimento raccontato negli Atti degli Apostoli: “Durante la notte apparve a Paolo una visione: era un Macedone che lo supplicava ‘Vieni in Macedonia e aiutaci!’. Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo” (At 16,9-10). È stata una decisione provvidenziale del Santo Padre Benedetto XVI l’aver dedicato un intero anno a San Paolo, apostolo delle nazioni, il cui fervore e saggezza sono estremamente attuali per la nuova evangelizzazione. A questo proposito devo ricordare il nostro pellegrinaggio episcopale europeo a Tarso, città di San Paolo, ma devo ripetere anche l’espressione di cordoglio e solidarietà dei Vescovi europei, che abbiamo manifestato in occasione della morte violenta di Sua Eccellenza Mons. Luigi Padovese, già presidente della Conferenza Episcopale della Turchia. Pensando al Medio Oriente, noi europei dobbiamo esaminare la nostra coscienza. È vivo ancora il messaggio del Vangelo tra di noi, quella buona novella che abbiamo ricevuto dagli apostoli? O non si vede più nella nostra vita quella luce e quell'entusiasmo che scaturisce dalla fede in Cristo? Nei nostri tempi, quando profughi ed emigranti cristiani arrivano in Europa dai diversi Paesi del Medio Oriente qual è la nostra reazione? Siamo abbastanza attenti alle cause che costringono migliaia se non milioni di cristiani a lasciare la terra dove abitavano i loro antenati da quasi duemila anni? È vero che anche il nostro comportamento è responsabile per quello che sta accadendo? Siamo proprio di fronte ad una grande sfida. Dobbiamo esaminare la natura e gli effetti dei cambiamenti in Europa e nel mondo occidentale. Sappiamo esprimere in modo efficace il nostro sostegno ai cristiani del Medio Oriente? I fattori principali della vita pubblica europea sono ancora sensibili ai valori umani illuminati dal cristianesimo? O sono piuttosto indifferenti e sfiduciati verso questa nostra preziosa eredità? Eredità senza la quale l’Europa non esisterebbe nemmeno in senso culturale. I cristiani che arrivano dal Medio Oriente bussano alla porta dei nostri cuori e risvegliano la nostra coscienza cristiana. Come accogliamo questi fratelli e sorelle, come contribuiamo al fatto che la loro antica eredità - anche ecclesiastica - venga conservata per il futuro? Il tema di questo Sinodo è La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza. Negli Atti degli apostoli leggiamo infatti che la moltitudine dei credenti aveva “un cuore solo e un'anima sola” (At 4,32). Tale comunione esiste nella Chiesa anche oggi, anzi, la comunione dei santi è un articolo della nostra professione di fede. Tale comunione essenziale dev' essere - come la Chiesa stessa - allo stesso tempo visibile e invisibile, deve muoversi nel mondo della grazia, ma anche nella società. I cattolici d’Europa pregano, lavorano, si sforzano e combattono per essere presenti ed efficaci anche nella società visibile. Malgrado tutte le tristezze, tutte le delusioni, tutte le esperienze negative e a volte anche le discriminazioni o le pressioni che colpiscono i cristiani che vogliono seguire la loro coscienza, non smettiamo di sperare che anche la nostra Europa possa ritrovare la sua identità radicata profondamente nella cultura della vita, della speranza e dell' amore. Più siamo consapevoli della nostra vocazione cristiana nella società, più saremo anche capaci di mostrare e irradiare la forza del vangelo che è potente e può trasformare la società umana anche nel nostro secolo. Fedeli all'insegnamento del Concilio Vaticano II manifestato in modo speciale nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes dobbiamo seguire l'invito della Chiesa: "Coloro che sono o possono diventare idonei per l'esercizio dell'arte politica, così difficile, ma insieme così nobile, si preparino e si preoccupino di esercitarla senza badare al proprio interesse e al vantaggio materiale. Agiscano con integrità e saggezza contro l’ingiustizia e l’oppressione, il dominio arbitrario e l’intolleranza d’un solo uomo o di un solo partito politico; si prodighino con sincerità ed equità al servizio di tutti, anzi con l'amore e la fortezza richiesti dalla vita politica" (GS 75f). "Medico, cura te stesso" (Le 4,23) - scrive San Luca, il "caro medico" (Col 4,14). Dobbiamo quindi guarirci - noi, cristiani d'Europa - con l'aiuto dello Spirito Santo perché possiamo rispecchiare la luce di Cristo, ricevuta dall'Oriente, e ricambiare il dono ottenuto attraverso la nostra coraggiosa testimonianza. In questo senso chiedo la benedizione di Dio al presente Sinodo e a tutti i cristiani del Medio Oriente. Stella Orientis, prega per noi! [00020-01.04] [RC003] [Testo originale: italiano] Per l’Oceania: S. E. R. Mons. John Atcherley DEW, Arcivescovo di Wellington, Presidente della "Federation of Catholic Bishops' Conferences of Oceania" (F.C.B.C.O.) (NUOVA ZELANDA) Geograficamente l’Oceania non potrebbe essere più distante dal Medio Oriente, e tuttavia i legami tra le nostre due regioni sono forti. Rappresento la Federazione dei Vescovi Cattolici dell’Oceania: Australia (32 diocesi), Papua-Nuova Guinea (22), Nuova Zelanda (6), Conferenza Episcopale del Pacifico costituita da 17 diocesi e territori ecclesiastici. In totale, una comunità varia e sparsa, di circa 6 milioni di cattolici, piccole “isole di umanità” (Radcliffe) nella vastità dell’Oceano Pacifico che copre un terzo della superficie mondiale. Nel novembre del 1998, tutti i vescovi dell’Oceania si sono
riuniti qui per il Sinodo per l’Oceania. Siamo stati sfidati a
“Seguire la via di Gesù Cristo, proclamare la sua verità, vivere la
sua vita”. È una communio di fede e di carità che ci lega alle
Chiese del Medio Oriente; siamo arrivati ad apprezzare la ricca
diversità che i membri di queste Chiese apportano all’Oceania.
Riconosciamo la loro vulnerabilità nel vivere come Chiese minori e
siamo “desiderosi di apprezzare, capire e promuovere le tradizioni,
la liturgia, la disciplina e la teologia delle Chiese orientali”
(Ecclesia in Oceania, 12). Da questa situazione nasce una sfida di cui abbiamo preso nuova
coscienza. Si tratta della formazione dei laici delle nostre Chiese.
Nella nostra ultima Conferenza generale dell’America Latina e dei
Caraibi (nel 2007), svoltasi ad Aparecida in Brasile, si è
sottolineato che questa formazione deve partire da un profondo
incontro personale con Gesù Cristo, che segni e perduri come
esperienza costante nella vita di ciascuno, e da una adeguata
formazione nella roccia costituita dalla parola di Dio di fronte
alla nuova situazione culturale che viviamo. Ciò deve permettere la
presenza dei laici nei nuovi areopagi e nei vari compiti del
servizio pubblico. - S. Em. R. Card. Leonardo SANDRI, Prefetto della
Congregazione per le Chiese Orientali (CITTÀ DEL VATICANO),
Presidente Delegato |
|
Ritorna a: -
Indice
Bollettino Synodus Episcoporum - Assemblea
Speciale per il Medio Oriente - 2010
- Indice
Sala Stampa della Santa Sede |