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SYNODUS EPISCOPORUM
BOLLETTINO

XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
DEL SINODO DEI VESCOVI
7-28 OTTOBRE 2012

Nova evangelizatio ad christianam fidem tradendam


Questo Bollettino è soltanto uno strumento di lavoro ad uso giornalistico.
Le traduzioni non hanno carattere ufficiale.


Edizione plurilingue

10 - 11.10.2012

SOMMARIO

- CAPPELLA PAPALE PER L’APERTURA DELL’ANNO DELLA FEDE (GIOVEDÌ 11 OTTOBRE 2012)
- FIACCOLATA E PREGHIERA: “LA CHIESA BELLA DEL CONCILIO”

CAPPELLA PAPALE PER L’APERTURA DELL’ANNO DELLA FEDE (GIOVEDÌ 11 OTTOBRE 2012)

- OMELIA DEL SANTO PADRE
- SALUTO DEL PATRIARCA ECUMENICO

Oggi, giovedì 11 ottobre 2012, alle ore 10.00, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto la Celebrazione Eucaristica sul sagrato della Basilica Vaticana in occasione dell’apertura dell’Anno della Fede e della Commemorazione del 50° anniversario dell'inizio del Concilio Vaticano II e del 20° anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Hanno concelebrato 80 Cardinali, 15 Padri conciliari, 8 Patriarchi delle Chiese Orientali, 191 Arcivescovi e Vescovi che partecipano alla XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 104 Presuli Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo.

Per la Preghiera Eucaristica sono saliti all'altare S. Em. Rev. Card. Tarcisio BERTONE, S.D.B., Segretario di Stato (CITTÀ DEL VATICANO), S. Em. Rev. Card. Angelo SODANO, Decano del Collegio Cardinalizio (CITTÀ DEL VATICANO); i primi due Cardinali per decananza; S.E.R. Mons. Salvatore FISICHELLA, Arcivescovo titolare di Voghenza, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (CITTÀ DEL VATICANO); S.E.R. Mons. José Octavio RUIZ ARENAS, Arcivescovo emerito di Villavicencio, Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (CITTÀ DEL VATICANO).

La Prima Lettura è stata pronunciata in inglese, il Salmo responsoriale in italiano e la Seconda Lettura in greco. Il Vangelo è stato proclamato in latino. La Preghiera dei fedeli è stata pronunciata in spagnolo, cinese, arabo, portoghese, swahili.

Al termine dell’Orazione dopo la comunione, Sua Santità BARTOLOMEO I, Arcivescovo di Costantinopoli, Patriarca Ecumenico (TURCHIA) rivolge un indirizzo di saluto, che pubblichiamo in questo bollettino.

Quindi il Santo Padre consegna i Messaggi del Concilio Vaticano II all’umanità e del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Nel corso del Sacro Rito, dopo la proclamazione del Vangelo, il Santo Padre ha pronunciato l’omelia che riportiamo di seguito nella versione originale in italiano e nella traduzione in portoghese e polacco. Le traduzioni in inglese, francese, spagnolo e tedesco si trovano nelle rispettive edizioni linguistiche.

OMELIA DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!

Con grande gioia oggi, a 50 anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, diamo inizio all’Anno della fede. Sono lieto di rivolgere il mio saluto a tutti voi, in particolare a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli, e a Sua Grazia Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury. Un pensiero speciale ai Patriarchi e agli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali. Per fare memoria del Concilio, che alcuni di noi qui presenti – che saluto con particolare affetto - hanno avuto la grazia di vivere in prima persona, questa celebrazione è stata arricchita di alcuni segni specifici: la processione iniziale, che ha voluto richiamare quella memorabile dei Padri conciliari quando entrarono solennemente in questa Basilica; l’intronizzazione dell’Evangeliario, copia di quello utilizzato durante il Concilio; la consegna dei sette Messaggi finali del Concilio e quella del Catechismo della Chiesa Cattolica, che farò al termine, prima della Benedizione. Questi segni non ci fanno solo ricordare, ma ci offrono anche la prospettiva per andare oltre la commemorazione. Ci invitano ad entrare più profondamente nel movimento spirituale che ha caratterizzato il Vaticano II, per farlo nostro e portarlo avanti nel suo vero senso. E questo senso è stato ed è tuttora la fede in Cristo, la fede apostolica, animata dalla spinta interiore a comunicare Cristo ad ogni uomo e a tutti gli uomini nel pellegrinare della Chiesa sulle vie della storia.
L’Anno della fede che oggi inauguriamo è legato coerentemente a tutto il cammino della Chiesa negli ultimi 50 anni: dal Concilio, attraverso il Magistero del Servo di Dio Paolo VI, il quale indisse un «Anno della fede» nel 1967, fino al Grande Giubileo del 2000, con il quale il Beato Giovanni Paolo II ha riproposto all’intera umanità Gesù Cristo quale unico Salvatore, ieri, oggi e sempre. Tra questi due Pontefici, Paolo VI e Giovanni Paolo II, c’è stata una profonda e piena convergenza proprio su Cristo quale centro del cosmo e della storia, e sull’ansia apostolica di annunciarlo al mondo. Gesù è il centro della fede cristiana. Il cristiano crede in Dio mediante Gesù Cristo, che ne ha rivelato il volto. Egli è il compimento delle Scritture e il loro interprete definitivo. Gesù Cristo non è soltanto oggetto della fede, ma, come dice la Lettera agli Ebrei, è «colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (12,2).
Il Vangelo di oggi ci dice che Gesù Cristo, consacrato dal Padre nello Spirito Santo, è il vero e perenne soggetto dell’evangelizzazione. «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Questa missione di Cristo, questo suo movimento continua nello spazio e nel tempo, attraversa i secoli e i continenti. E’ un movimento che parte dal Padre e, con la forza dello Spirito, va a portare il lieto annuncio ai poveri di ogni tempo – poveri in senso materiale e spirituale. La Chiesa è lo strumento primo e necessario di questa opera di Cristo, perché è a Lui unita come il corpo al capo. «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Così disse il Risorto ai discepoli, e soffiando su di loro aggiunse: «Ricevete lo Spirito Santo» (v. 22). E’ Dio il principale soggetto dell’evangelizzazione del mondo, mediante Gesù Cristo; ma Cristo stesso ha voluto trasmettere alla Chiesa la propria missione, e lo ha fatto e continua a farlo sino alla fine dei tempi infondendo lo Spirito Santo nei discepoli, quello stesso Spirito che si posò su di Lui e rimase in Lui per tutta la vita terrena, dandogli la forza di «proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista», di «rimettere in libertà gli oppressi» e di «proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Il Concilio Vaticano II non ha voluto mettere a tema la fede in un documento specifico. E tuttavia, esso è stato interamente animato dalla consapevolezza e dal desiderio di doversi, per così dire, immergere nuovamente nel mistero cristiano, per poterlo riproporre efficacemente all’uomo contemporaneo. Al riguardo, così si esprimeva il Servo di Dio Paolo VI due anni dopo la conclusione dell’Assise conciliare: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine. Basterebbe ricordare [alcune] affermazioni conciliari (…) per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa» (Catechesi nell’Udienza generale dell’8 marzo 1967). Così Paolo VI nel '67.
Ma dobbiamo ora risalire a colui che convocò il Concilio Vaticano II e che lo inaugurò: il Beato Giovanni XXIII. Nel Discorso di apertura, egli presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito ed insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina… Per questo non occorreva un Concilio… E’ necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (AAS 54 [1962], 790.791-792). Così Papa Giovanni nell'inaugurazione del Concilio.
Alla luce di queste parole, si comprende quello che io stesso allora ho avuto modo di sperimentare: durante il Concilio vi era una tensione commovente nei confronti del comune compito di far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo, senza sacrificarla alle esigenze del presente né tenerla legata al passato: nella fede risuona l’eterno presente di Dio, che trascende il tempo e tuttavia può essere accolto da noi solamente nel nostro irripetibile oggi. Perciò ritengo che la cosa più importante, specialmente in una ricorrenza significativa come l’attuale, sia ravvivare in tutta la Chiesa quella positiva tensione, quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo. Ma affinché questa spinta interiore alla nuova evangelizzazione non rimanga soltanto ideale e non pecchi di confusione, occorre che essa si appoggi ad una base concreta e precisa, e questa base sono i documenti del Concilio Vaticano II, nei quali essa ha trovato espressione. Per questo ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla «lettera» del Concilio – cioè ai suoi testi – per trovarne l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi. Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità. Il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento.
Se ci poniamo in sintonia con l’impostazione autentica, che il Beato Giovanni XXIII volle dare al Vaticano II, noi potremo attualizzarla lungo questo Anno della fede, all’interno dell’unico cammino della Chiesa che continuamente vuole approfondire il bagaglio della fede che Cristo le ha affidato. I Padri conciliari volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità.
Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti. Anche l’iniziativa di creare un Pontificio Consiglio destinato alla promozione della nuova evangelizzazione, che ringrazio dello speciale impegno per l’Anno della fede, rientra in questa prospettiva. In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, al tempo del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada. La prima Lettura ci ha parlato della sapienza del viaggiatore (cfr Sir 34,9-13): il viaggio è metafora della vita, e il sapiente viaggiatore è colui che ha appreso l’arte di vivere e la può condividere con i fratelli – come avviene ai pellegrini lungo il Cammino di Santiago, o sulle altre Vie che non a caso sono tornate in auge in questi anni. Come mai tante persone oggi sentono il bisogno di fare questi cammini? Non è forse perché qui trovano, o almeno intuiscono il senso del nostro essere al mondo? Ecco allora come possiamo raffigurare questo Anno della fede: un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: non bastone, né sacca, né pane, né denaro, non due tuniche – come dice il Signore agli Apostoli inviandoli in missione (cfr Lc 9,3), ma il Vangelo e la fede della Chiesa, di cui i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II sono luminosa espressione, come pure lo è il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 anni or sono.
Venerati e cari Fratelli, l’11 ottobre 1962 si celebrava la festa di Maria Santissima Madre di Dio. A Lei affidiamo l’Anno della fede, come ho fatto una settimana fa recandomi pellegrino a Loreto. La Vergine Maria brilli sempre come stella sul cammino della nuova evangelizzazione. Ci aiuti a mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo Paolo: «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda… E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di Lui a Dio Padre» (Col 3,16-17). Amen.

Venerados Irmãos,
Queridos irmãos e irmãs!

Hoje, com grande alegria, 50 anos depois da abertura do Concílio Vaticano II, damos início ao Ano da fé. Tenho o prazer de saudar a todos vós, especialmente Sua Santidade Bartolomeu I, Patriarca de Constantinopla, e Sua Graça Rowan Williams, Arcebispo de Cantuária. Saúdo também, de modo especial, os Patriarcas e Arcebispos Maiores das Igrejas Orientais católicas, e os Presidentes das Conferências Episcopais. Para fazer memória do Concílio, que alguns dos aqui presentes – a quem saúdo com afeto especial - tivemos a graça de viver em primeira pessoa, esta celebração foi enriquecida com alguns sinais específicos: a procissão inicial, que quis recordar a memorável procissão dos Padres conciliares, quando entraram solenemente nesta Basílica; a entronização do Evangeliário, cópia daquele que foi utilizado durante o Concílio; e a entrega das sete mensagens finais do Concílio e do Catecismo da Igreja Católica, que realizarei no termo desta celebração, antes da Bênção Final. Estes sinais, não nos fazem apenas recordar, mas também nos oferecem a possibilidade de ir além da comemoração. Eles nos convidam a entrar mais profundamente no movimento espiritual que caracterizou o Vaticano II, para que se possa assumi-lo e levá-lo adiante no seu verdadeiro sentido. E este sentido foi e ainda é a fé em Cristo, a fé apostólica, animada pelo impulso interior que leva a comunicar Cristo a cada homem e a todos os homens, no peregrinar da Igreja nos caminhos da história.
O Ano da fé que estamos inaugurando hoje está ligado coerentemente com todo o caminho da Igreja ao longo dos últimos 50 anos: desde o Concílio, passando pelo Magistério do Servo de Deus Paulo VI, que proclamou um "Ano da Fé", em 1967, até chegar ao o Grande Jubileu do ano 2000, com o qual o Bem-Aventurado João Paulo II propôs novamente a toda a humanidade Jesus Cristo como único Salvador, ontem, hoje e sempre. Entre estes dois Pontífices, Paulo VI e João Paulo II, houve uma profunda e total convergência na visão de Cristo como o centro do cosmos e da história, e no ardente desejo apostólico de anunciá-lo ao mundo. Jesus é o centro da fé cristã. O cristão crê em Deus através de Jesus Cristo, que nos revelou a face de Deus. Ele é o cumprimento das Escrituras e seu intérprete definitivo. Jesus Cristo não é apenas o objeto de fé, mas, como diz a Carta aos Hebreus, é aquele «que em nós começa e completa a obra da fé» (Hb 12,2).
O Evangelho de hoje nos fala que Jesus Cristo, consagrado pelo Pai no Espírito Santo, é o verdadeiro e perene sujeito da evangelização. «O Espírito do Senhor está sobre mim, / porque ele me consagrou com a unção / para anunciar a Boa-Nova aos pobres» (Lc 4,18). Esta missão de Cristo, este movimento, continua no espaço e no tempo, ao longo dos séculos e continentes. É um movimento que parte do Pai e, com a força do Espírito, impele a levar a Boa-Nova aos pobres, tanto no sentido material como espiritual. A Igreja é o instrumento primordial e necessário desta obra de Cristo, uma vez que está unida a Ele como o corpo à cabeça. «Como o Pai me enviou, também eu vos envio» (Jo 20,21). Estas foram as palavras do Senhor Ressuscitado aos seus discípulos, que soprando sobre eles disse: «Recebei o Espírito Santo» (v. 22). O sujeito principal da evangelização do mundo é Deus, através de Jesus Cristo; mas o próprio Cristo quis transmitir à Igreja a missão, e o fez e continua a fazê-lo até o fim dos tempos infundindo o Espírito Santo nos discípulos, o mesmo Espírito que repousou sobre Ele, e n’Ele permaneceu durante toda a vida terrena, dando-lhe a força de «proclamar a libertação aos cativos / e aos cegos a recuperação da vista; para libertar os oprimidos e para proclamar um ano da graça do Senhor» (Lc 4,18-19).
O Concílio Vaticano II não quis colocar a fé como tema de um documento específico. E, no entanto, o Concílio esteve inteiramente animado pela consciência e pelo desejo de ter que, por assim dizer, imergir mais uma vez no mistério cristão, para poder propô-lo novamente e eficazmente para o homem contemporâneo. Neste sentido, o Servo de Deus Paulo VI, dois anos depois da conclusão do Concílio, se expressava usando estas palavras: «Se o Concílio não trata expressamente da fé, fala da fé a cada página, reconhece o seu caráter vital e sobrenatural, pressupõe-na íntegra e forte, e estrutura as suas doutrinas tendo a fé por alicerce. Bastaria recordar [algumas] afirmações do Concílio (...) para dar-se conta da importância fundamental que o Concílio, em consonância com a tradição doutrinal da Igreja, atribui à fé, a verdadeira fé, que tem a Cristo por fonte e o Magistério da Igreja como canal» (Catequese na Audiência Geral de 8 de março de 1967). Até aqui, a citação do Papa João XXIII, na inauguração do Concílio.
Agora, porém, temos de voltar para aquele que convocou o Concílio Vaticano II e que o inaugurou: o Bem-Aventurado João XXIII. No Discurso de Abertura, ele apresentou a finalidade principal do Concílio usando estas palavras: «O que mais importa ao Concílio Ecumênico é o seguinte: que o depósito sagrado da doutrina cristã seja guardado e ensinado de forma mais eficaz. (...) Por isso, o objetivo principal deste Concílio não é a discussão sobre este ou aquele tema doutrinal... Para isso, não havia necessidade de um Concílio... É necessário que esta doutrina certa e imutável, que deve ser fielmente respeitada, seja aprofundada e apresentada de forma a responder às exigências do nosso tempo» (AAS 54 [1962], 790791-792).
À luz destas palavras, entende-se aquilo que eu mesmo pude então experimentar: durante o Concílio havia uma tensão emocionante, em relação à tarefa comum de fazer resplandecer a verdade e a beleza da fé no hoje do nosso tempo, sem sacrificá-la frente às exigências do presente, nem mantê-la presa ao passado: na fé ecoa o eterno presente de Deus, que transcende o tempo, mas que só pode ser acolhida no nosso hoje, que não torna a repetir-se. Por isso, julgo que a coisa mais importante, especialmente numa ocasião tão significativa como a presente, seja reavivar em toda a Igreja aquela tensão positiva, aquele desejo ardente de anunciar novamente Cristo ao homem contemporâneo. Mas para que este impulso interior à nova evangelização não seja só um ideal e não peque de confusão, é necessário que ele se apóie sobre uma base de concreta e precisa, e esta base são os documentos do Concílio Vaticano II, nos quais este impulso encontrou a sua expressão. É por isso que repetidamente tenho insistido na necessidade de retornar, por assim dizer, à «letra» do Concílio - ou seja, aos seus textos - para também encontrar o seu verdadeiro espírito; e tenho repetido que neles se encontra a verdadeira herança do Concílio Vaticano II. A referência aos documentos protege dos extremos tanto de nostalgias anacrônicas como de avanços excessivos, permitindo captar a novidade na continuidade. O Concílio não excogitou nada de novo em matéria de fé, nem quis substituir aquilo que existia antes. Pelo contrário, preocupou-se em fazer com que a mesma fé continue a ser vivida no presente, continue a ser uma fé viva em um mundo em mudança.
Se nos colocarmos em sintonia com a orientação autêntica que o Bem-Aventurado João XXIII queria dar ao Vaticano II, poderemos atualizá-la ao longo deste Ano da Fé, no único caminho da Igreja que quer aprofundar continuamente a «bagagem» da fé que Cristo lhe confiou. Os Padres conciliares queriam voltar a apresentar a fé de uma forma eficaz, e se quiseram abrir-se com confiança ao diálogo com o mundo moderno foi justamente porque eles estavam seguros da sua fé, da rocha firme em que se apoiavam. Contudo, nos anos seguintes, muitos acolheram acriticamente a mentalidade dominante, questionando os próprios fundamentos do depositum fidei a qual infelizmente já não consideravam como própria diante daquilo que tinham por verdade.
Se a Igreja hoje propõe um novo Ano da Fé e a nova evangelização, não é para prestar honras a uma efeméride, mas porque é necessário, ainda mais do que há 50 anos! E a resposta que se deve dar a esta necessidade é a mesma desejada pelos Papas e Padres conciliares e que está contida nos seus documentos. Até mesmo a iniciativa de criar um Concílio Pontifício para a Promoção da Nova Evangelização – ao qual agradeço o empenho especial para o Ano da Fé – enquadra-se nessa perspectiva. Nos últimos decênios tem-se visto o avanço de uma "desertificação" espiritual. Qual fosse o valor de uma vida, de um mundo sem Deus, no tempo do Concílio já se podia perceber a partir de algumas páginas trágicas da história, mas agora, infelizmente, o vemos ao nosso redor todos os dias. É o vazio que se espalhou. No entanto, é precisamente a partir da experiência deste deserto, deste vazio, que podemos redescobrir a alegria de crer, a sua importância vital para nós homens e mulheres. No deserto é possível redescobrir o valor daquilo que é essencial para a vida; assim sendo, no mundo de hoje, há inúmeros sinais da sede de Deus, do sentido último da vida, ainda que muitas vezes expressos implícita ou negativamente. E no deserto existe, sobretudo, necessidade de pessoas de fé que, com suas próprias vidas, indiquem o caminho para a Terra Prometida, mantendo assim viva a esperança. A fé vivida abre o coração à Graça de Deus que liberta do pessimismo. Hoje, mais do que nunca, evangelizar significa testemunhar uma vida nova, transformada por Deus, indicando assim o caminho. A primeira Leitura falava da sabedoria do viajante (cf. Eclo 34,9-13): a viagem é uma metáfora da vida, e o viajante sábio é aquele que aprendeu a arte de viver e pode compartilhá-la com os irmãos - como acontece com os peregrinos no Caminho de Santiago, ou em outros caminhos de peregrinação que, não por acaso, estão novamente em voga nestes últimos anos. Por que tantas pessoas hoje sentem a necessidade de fazer esses caminhos? Não seria porque neles encontraram, ou pelo menos intuíram o significado do nosso estar no mundo? Eis aqui o modo como podemos representar este ano da Fé: uma peregrinação nos desertos do mundo contemporâneo, em que se deve levar apenas o que é essencial: nem cajado, nem sacola, nem pão, nem dinheiro, nem duas túnicas - como o Senhor exorta aos Apóstolos ao enviá-los em missão (cf. Lc 9,3), mas sim o Evangelho e a fé da Igreja, dos quais os documentos do Concílio Vaticano II são uma expressão luminosa, assim como é o Catecismo da Igreja Católica, publicado há 20 anos.
Venerados e queridos irmãos, no dia 11 de outubro de 1962, celebrava-se a festa de Santa Maria, Mãe de Deus. A Ela lhe confiamos o Ano da Fé, tal como fiz há uma semana, quando fui, em peregrinação, a Loreto. Que a Virgem Maria brilhe sempre qual estrela no caminho da nova evangelização. Que Ela nos ajude a pôr em prática a exortação do Apóstolo Paulo: «A palavra de Cristo, em toda a sua riqueza, habite em vós. Ensinai e admoestai-vos uns aos outros, com toda a sabedoria... Tudo o que fizerdes, em palavras ou obras, seja feito em nome do Senhor Jesus. Por meio dele dai graças a Deus Pai» (Col 3,16-17). Amém.

Czcigodni Bracia,
Drodzy Bracia i Siostry!

Z wielką radością dziś, 50 lat od rozpoczęcia Powszechnego Soboru Watykańskiego II inaugurujemy Rok wiary. Z radością pozdrawiam was wszystkich, a zwłaszcza Jego Świątobliwość Bartłomieja I, patriarchę Konstantynopola, oraz Jego Eminencję, Rowana Williamsa, arcybiskupa Canterbury. Kieruję szczególną myśl ku patriarchom i arcybiskupom większym Katolickich Kościołów Wschodnich oraz przewodniczących Konferencji Biskupich. Aby upamiętnić Sobór, który niektórzy z nas tutaj obecnych – a których pozdrawiam ze szczególną miłością – mieli łaskę przeżywania osobiście, uroczystość ta została wzbogacona o niektóre szczególne znaki: procesja na wejście, która miała przypomnieć ową pamiętną procesję ojców soborowych, gdy uroczyście wkraczali do tej bazyliki; intronizacja ewangeliarza – kopii tego, którego używano podczas Soboru; przekazanie siedmiu orędzi końcowych Soboru i Katechizmu Kościoła Katolickiego, co uczynię na końcu, przed błogosławieństwem. Znaki te, nie tylko skłaniają nas do wspomnień, lecz także przedstawiają nam perspektywę, aby wyjść poza wspomnienie. Zachęcają nas do wejścia głębiej w poruszenie duchowe, które cechowało Vaticanum II, abyśmy je przyjęli za swoje i nieśli je dalej, w jego prawdziwym znaczeniu. A to znaczenie nadawała i nadaje nadal wiara w Chrystusa, wiara apostolska, ożywiana wewnętrznym impulsem, by przekazywać Chrystusa każdemu człowiekowi i wszystkim ludziom w pielgrzymowaniu Kościoła na drogach dziejów.Rozpoczynający się dziś Rok wiary jest konsekwentnie związany z całą drogą Kościoła w minionych 50 latach: od Soboru, poprzez Magisterium Sługi Bożego Pawła VI, który ogłosił Rok wiary w 1967 roku, aż do Wielkiego Jubileuszu roku 2000, poprzez który błogosławiony Jan Paweł II zaproponował całej ludzkości na nowo Jezusa Chrystusa jako jedynego Zbawiciela, wczoraj, dziś i na wieki. Pomiędzy tymi dwoma pontyfikatami, Pawła VI i Jana Pawła II istnieje głęboka i pełna zbieżność właśnie w Chrystusie jako centrum kosmosu i historii, oraz w apostolskim pragnieniu głoszenia Go światu. Jezus jest centrum wiary chrześcijańskiej. Chrześcijanin wierzy w Boga za pośrednictwem Jezusa Chrystusa, który objawił Jego oblicze. On jest wypełnieniem Pisma Świętego i jego ostatecznym interpretatorem. Jezus Chrystus jest nie tylko przedmiotem wiary, ale, jak mówi List do Hebrajczyków jest tym, „który nam w wierze przewodzi i ją wydoskonala” (Hbr 12,2).
Dzisiejsza Ewangelia mówi nam, że Jezus Chrystus, namaszczony przez Ojca w Duchu Świętym jest prawdziwym i wiecznym podmiotem ewangelizacji. „Duch Pański spoczywa na Mnie, ponieważ Mnie namaścił i posłał Mnie, abym ubogim niósł dobrą nowinę”(Łk 4,18). Ta misja Chrystusa, to Jego poruszenie trwa nadal w przestrzeni i czasie, przemierza wieki i kontynenty. Jest to ruch, który wychodzi od Ojca i mocą Ducha Świętego ma nieść dobrą nowinę ubogim w sensie materialnym i duchowym. Kościół jest pierwszym i niezbędnym narzędziem tego dzieła Chrystusa, ponieważ jest z Nim zjednoczony, jak ciało z głową. „Jak Ojciec Mnie posłał, tak i Ja was posyłam” (J 20,21). Tak powiedział uczniom Zmartwychwstały i tchnąc na nich dodał „Weźmijcie Ducha Świętego!” (w. 22). To Bóg jest głównym podmiotem ewangelizacji świata, przez Jezusa Chrystusa; ale sam Chrystus chciał przekazać Kościołowi swoją misję. Uczynił to i czyni nadal aż do końca czasów, wzbudzając w uczniach Ducha Świętego, tego samego Ducha, który spoczął na Nim i pozostał w Nim podczas całego życia ziemskiego, dając Mu moc by „więźniom głosić wolność, a niewidomym przejrzenie”, by „uciśnionych odsyłać wolnymi” i „obwoływać rok łaski od Pana” (Łk 4,18-19).
Sobór Watykański II, nie zamierzał sprecyzować tematu wiary w jakimś specjalnym dokumencie. A mimo to był on w pełni ożywiany świadomością i pragnieniem konieczności, że tak powiem, ponownego zanurzenia się w misterium chrześcijańskim, aby można je było skutecznie na nowo zaproponować współczesnemu człowiekowi. Tak na ten temat mówił Sługa Boży Paweł VI dwa lata po zakończeniu obrad soborowych: „Jeśli Sobór nie mówi wprost o wierze, to mówi o niej na każdej stronie, uznaje jej żywotny i nadprzyrodzony charakter, zakłada, że jest ona integralna i mocna i buduje na niej swoje nauczanie. Wystarczy przypomnieć niektóre stwierdzenia soborowe […], aby zdać sobie sprawę z zasadniczego znaczenia, jakie Sobór, zgodnie z tradycją doktrynalną Kościoła przypisuje wierze, prawdziwej wierze, której źródłem jest Chrystus, a drogą Magisterium Kościoła” (Katecheza podczas audiencji ogólnej, 8 marca 1967 r.). Tak mówił Paweł VI w 1967 roku.
Musimy teraz powrócić do tego, który zwołał Sobór Watykański II i go zainaugurował: bł. Jana XXIII. W przemówieniu na jego otwarcie przedstawił on główny cel Soboru tymi słowami: „Do obowiązku Soboru Powszechnego należy przede wszystkim strzeżenie świętego depozytu nauki chrześcijańskiej i podawanie go w jak najbardziej skutecznej formie [...] Punctum saliens tego soboru nie jest więc dyskusja nad którymś z artykułów podstawowej doktryny Kościoła... Nie dlatego więc Sobór był potrzebny... Trzeba, aby ta nauka pewna i niezmienna, która musi być wiernie przestrzegana, została pogłębiona i przedstawiona w sposób odpowiadający wymogom naszych czasów” (AAS 54 [1962], 790.791-792).Tak mówił papież Jan na rozpoczęcie Soboru.
W świetle tych słów możemy zrozumieć, to czego ja sam mogłem wówczas doświadczyć: podczas Soboru było poruszające dążenie odnośnie do wspólnego zadania, sprawienia żeby zajaśniała prawda i piękno wiary w naszym dniu dzisiejszym, nie podporządkowując jej wymogom chwili obecnej, ani też nie krępując przeszłością: w wierze rozbrzmiewa nieustannie obecna wieczność Boga, który przekracza czas i mimo to może być przez nas przyjęty jedynie w naszym niepowtarzalnym dziś. Dlatego uważam, że rzeczą najważniejszą, szczególnie przy tak znaczącej okazji, jak obecna, byłoby rozniecenie w całym Kościele tego pozytywnego napięcia, tego pragnienia, aby głosić ponownie Chrystusa współczesnemu człowiekowi. Jednak, aby ten wewnętrzny impuls do nowej ewangelizacji nie pozostał jedynie ideałem i nie grzeszył zamętem, trzeba, aby opierał się na konkretnej i precyzyjnej podstawie, a są nią dokumenty Soboru Watykańskiego II, w których znalazł on swój wyraz. Z tego względu wielokrotnie podkreślałem konieczność powrotu, by tak powiedzieć, do „litery” Soboru – to znaczy do jego tekstów – aby w nich znaleźć także autentycznego ducha i powtarzałem, że znajduje się w nich prawdziwe dziedzictwo Vaticanum II. Odniesienie się do dokumentów chroni przed skrajnościami anachronicznych nostalgii i gonienia do przodu, i pozwala na uchwycenie nowości w ciągłości. Sobór nie wymyślił nic nowego jako przedmiotu wiary ani też nie chciał zastępować, tego co stare. Raczej troszczył się o to, aby ta sama wiara nadal była przeżywana w dniu dzisiejszym, nadal była wiarą żywą w zmieniającym się świecie.
Jeśli będziemy zgodni z autentycznym usytuowaniem, w jakim bł. Jan XXIII chciał umieścić Vaticanum II, będziemy mogli uobecniać go w ciągu tego Roku wiary, w obrębie jedynej drogi Kościoła, który nieustannie pragnie pogłębiać powierzony mu przez Chrystusa depozyt wiary. Ojcowie soborowi chcieli przedstawić wiarę na nowo w sposób skuteczny; z ufnością otwarli się na dialog ze współczesnym światem, właśnie dlatego, że byli pewni swojej wiary, mocnej skały na której budowali. Natomiast w latach następnych, wielu bez rozeznania przyjęło dominującą mentalność, poddając w wątpliwość same podstawy depositum fidei, których niestety nie odczuwali już w ich prawdzie jako swoje własne.
Jeśli dzisiaj Kościół proponuje nowy Rok wiary i nową ewangelizację, nie robi tego aby uczcić jakąś rocznicę, ale ponieważ jest to konieczne nawet bardziej niż przed 50 laty! A odpowiedź, jaką należy dać na tę potrzebę, jest ta sama, jaką zechcieli dać Papieże i Ojcowie Soboru, a która zawarta jest w jego dokumentach. Także inicjatywa utworzenia Papieskiej Rady, której celem jest krzewienie nowej ewangelizacji, a której dziękuję za szczególne zaangażowanie w Rok wiary, mieści się w tej perspektywie. W minionych dziesięcioleciach rozwinęło się duchowe „pustynnienie”. Co mogłoby oznaczać życie, świat bez Boga, w czasie Soboru można było już poznać z pewnych tragicznych kart historii, ale niestety obecnie widzimy to każdego dnia wokół nas. Rozprzestrzeniła się pustka. Ale właśnie wychodząc od doświadczenia tej pustyni, od tej pustki, możemy odkryć na nowo radość wiary, jej życiowe znaczenie dla nas, mężczyzn i kobiet. Na pustyni odkrywa się wartość tego, co jest niezbędne do życia; w ten sposób we współczesnym świecie istnieją niezliczone znaki pragnienia Boga, ostatecznego sensu życia, często wyrażane w formie ukrytej czy negatywnej. Na pustyni trzeba nade wszystko ludzi wiary, którzy swym własnym życiem wskazują drogą ku Ziemi obiecanej i w ten sposób uobecniają nadzieję. Żywa wiara otwiera serce na Łaskę Boga, która uwalnia od pesymizmu. Dziś bardziej niż kiedykolwiek ewangelizowanie oznacza bycie świadkiem nowego życia, przemienionego przez Boga, i w ten sposób wskazywanie drogi. Pierwsze czytanie mówiło nam o mądrości podróżnika (por. Syr 34, 9-13): podróż jest metaforą życia, a mądry podróżnik to ten, który nauczył się sztuki życia i może dzielić się nią z braćmi – jak to się dzieje w przypadku pielgrzymów na szlaku Camino de Santiago, lub na innych trasach, które nieprzypadkowo są znów w tych latach w modzie. Dlaczego tak wielu ludzi czuje dzisiaj potrzebę odbycia tych pielgrzymek? Czyż nie dlatego, że znajdują tam, albo przynajmniej wyczuwają, sens naszego istnienia w świecie? W ten więc sposób możemy przedstawić sobie ten Rok wiary: pielgrzymka na pustyniach współczesnego świata, w której trzeba nieść tylko to, co istotne: ani laski, ani torby podróżnej, ani chleba, ani pieniędzy ani dwóch sukien – jak mówi Pan apostołom posyłając ich na misję (por. Łk 9,3), lecz Ewangelia i wiara Kościoła, której jaśniejącym wyrazem są dokumenty II Powszechnego Soboru Watykańskiego, podobnie jak też nim jest opublikowany przed dwudziestu laty Katechizm Kościoła Katolickiego.
Czcigodni i drodzy bracia, 11 października 1962 r. obchodzono święto Świętej Bożej Rodzicielki Maryi. Jej zawierzamy Rok wiary, tak jak to uczyniłem przed tygodniem udając się jako pielgrzym do Loreto. Panna Maryja niech zawsze świeci jak gwiazda na drodze nowej ewangelizacji. Niech nam pomoże realizować w praktyce zachętę apostoła Pawła: „Słowo Chrystusa niech w was przebywa z [całym swym] bogactwem: z wszelką mądrością nauczajcie i napominajcie samych siebie... I wszystko, cokolwiek działacie słowem lub czynem, wszystko [czyńcie] w imię Pana Jezusa, dziękując Bogu Ojcu przez Niego” (Kol 3,16-17). Amen.

SALUTO DEL PATRIARCA ECUMENICO

Diletto fratello nel Signore, Vostra Santità Papa Benedetto; Fratelli e Sorelle;
Quando Cristo si stava preparando all’ esperienza del Getsemani, ha pronunciato una preghiera per l'unità riportata nel capitolo 17, versetto 11 del Vangelo di San Giovanni: “... custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi”(Tutte le citazioni della Scrittura vengono dalla traduzione italiana della Santa Bibbia, CEI 2008. ). Attraverso i secoli siamo veramente stati custoditi con la potenza e l'amore di Cristo, e nel momento adatto della storia lo Spirito Santo è disceso su di noi ed abbiamo iniziato il lungo percorso verso l'unità visibile desiderata da Cristo. Questo è stato confermato dalla Unitatis Redintegratio § l:
Moltissimi uomini in ogni dove sono stati toccati da questa grazia, ed anche tra i nostri fratelli separati è sorto per la grazia dello Spirito Santo un movimento che si allarga di giorno in giorno per il ristabilimento dell'unità tra tutti i cristiani.
In questa piazza, una potente e significativa celebrazione ha manifestato il cuore e la mente della Chiesa Cattolica Romana, conducendola in questi cinquant'anni fino al mondo contemporaneo. L'apertura del Concilio Vaticano II, pietra miliare trasformante, fu ispirata dalla realtà fondamentale che il Figlio e il Logos incarnato di Dio è là “dove sono due o tre riuniti nel suo nome” (Mt. 18,20) e che lo Spirito che procede dal Padre “ci guiderà a tutta la verità” (Giovanni 16,13).
In questi successivi cinquant'anni, ricordiamo con chiarezza e tenerezza, ma anche con esultanza ed entusiasmo, le nostre personali discussioni con vescovi e con esperti teologi durante la nostra formazione - come giovane studente - all'Istituto Pontificio Orientale, come anche la nostra personale partecipazione a qualche sessione speciale del Concilio. Siamo testimoni oculari di come i vescovi abbiano sperimentato con rinnovata coscienza la validità - ed un rafforzato senso di continuità - della tradizione e della fede “che fu trasmessa ai santi una volta per sempre” (Giuda 1,3). È stato un periodo promettente, ricco di speranza, sia all'interno che all' esterno della vostra Chiesa.
Abbiamo notato che per la Chiesa Ortodossa questo è stato un periodo di scambi e di attese. Per esempio, la convocazione delle prime Conferenze Pan-Ortodosse a Rodi, ha condotto alle Conferenze Pre-Conciliari in preparazione del Grande Concilio delle Chiese Ortodosse. Questi scambi dimostreranno al mondo moderno la grande testimonianza di unità della Chiesa Ortodossa. Inoltre, questo periodo ha coinciso con il “dialogo dell'amore”, ed ha annunciato la Commissione Internazionale Congiunta per il Dialogo Teologico tra la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa Ortodossa, istaurato dai nostri venerabili predecessori Papa Giovanni Paolo II e il Patriarca Ecumenico Dimitrios.
Nel corso degli ultimi cinque decenni, le conquiste raggiunte da questa assemblea sono state varie, come è stato dimostrato da una serie d'importanti ed influenti costituzioni, dichiarazioni e decreti. Abbiamo contemplato il rinnovamento dello spirito e “il ritorno alle origini” attraverso lo studio liturgico, la ricerca biblica e la dottrina patristica. Abbiamo apprezzato lo sforzo graduale di liberarsi dalla rigida limitazione accademica all' apertura del dialogo ecumenico, che ha condotto alle reciproche abrogazioni delle scomuniche dell'anno 1054, lo scambio di auguri, la restituzione delle reliquie, l'inizio di dialoghi importanti e le visite reciproche nelle nostre rispettive sedi.
Il nostro cammino non è stato sempre facile o esente da sofferenze e sfide. Sappiamo, infatti “quanto stretta è la porta e angusta la via” (ML 7,14). La teologia fondamentale e i temi principali del Concilio Vaticano II - il mistero della Chiesa, la sacralità della liturgia e l'autorità del vescovo - sono difficili da applicare con pratica assidua, e si assimilano con sforzi durante tutta la vita e con l'impegno dell' intera chiesa. Quindi la porta dovrebbe rimanere aperta per una più profonda accoglienza, un maggior impegno pastorale ed una interpretazione ecclesiale del Concilio Vaticano II sempre più approfondita.
Proseguendo insieme questo cammino, offriamo grazie e gloria al Dio vivente - Padre, Figlio e Spirito Santo - perché l'assemblea stessa dei vescovi ha riconosciuto l'importanza della riflessione e del dialogo sincero tra le nostre “chiese sorelle”. Ci uniamo nella “speranza che venga rimossa la barriera tra la Chiesa d'oriente e la Chiesa d'occidente, e che si abbia finalmente una sola dimora solidamente fondata sulla pietra angolare, Cristo Gesù, il quale di entrambe farà una cosa sola” (Unitatis Redintegratio § 18).
Con Cristo nostra pietra angolare e con la tradizione che abbiamo in comune, saremo capaci - o, piuttosto, saremo resi capaci dal dono e dalla grazia di Dio - di raggiungere un apprezzamento migliore ed un'espressione più completa del Corpo di Cristo. Con i nostri sforzi continui conformi allo spirito della tradizione della Chiesa primitiva e alla luce della Chiesa dei Concili del primo millennio, potremmo sperimentare l'unità visibile che si trova solo oltre il nostro tempo d'oggi.
La Chiesa sempre primeggia nella sua peculiare dimensione profetica e pastorale, abbraccia la sua caratteristica mitezza e spiritualità, e serve con umile sensibilità “questi fratelli più piccoli di Cristo” (Mt. 25,40).
Diletto fratello, la nostra presenza qui significa e segna il nostro impegno di testimoniare insieme il messaggio di salvezza e guarigione per i nostri fratelli più piccoli: i poveri, gli oppressi, gli emarginati nel mondo creato da Dio. Diamo inizio a preghiere per la pace e la salute dei nostri fratelli e sorelle cristiani che vivono in Medio Oriente. Nell'attuale crogiolo di violenza, separazione e divisione che va intensificandosi tra popoli e nazioni, che l'amore e il desiderio di armonia che dichiariamo qui, e la comprensione che cerchiamo con il dialogo e il reciproco rispetto, sia di modello per il nostro mondo. Che l'umanità possa stendere la mano 'all'altro' e che possiamo lavorare insieme per superare il dolore dei popoli dovunque, particolarmente dove si soffre a causa della fame, dei disastri naturali, di malattie e della guerra che, alla fine, colpisce la vita di noi tutti.
Alla luce di tutto quanto la Chiesa nel mondo dovrebbe ancora compiere, e con grande apprezzamento per tutto il progresso che abbiamo condiviso, siamo onorati di essere stati invitati a partecipare - e modestamente chiamati ad offrire la nostra parola - in questa solenne e festosa commemorazione del Concilio Vaticano II. Non è solo coincidenza che questa occasione segni per la vostra Chiesa la solenne inaugurazione dell’“Anno della Fede”, dato che è la fede che offre un segno evidente del cammino che insieme abbiamo percorso lungo il sentiero della riconciliazione e dell'unità visibile.
In conclusione, noi sentitamente ci congratuliamo con Lei, Santità, Diletto Fratello - uniti con la benedetta moltitudine dei fedeli qui radunati oggi - e l'abbracciamo fraternamente nella gioiosa occasione di questa celebrazione commemorativa. Che Dio vi benedica tutti.

[00155-01.07] [NN000] [Testo originale: italiano]

FIACCOLATA E PREGHIERA: “LA CHIESA BELLA DEL CONCILIO”

“La Chiesa bella del Concilio” è l'iniziativa promossa dall' Azione Cattolica Italiana in collaborazione con la Diocesi di Roma, in occasione dell' apertura dell' Anno della Fede e mentre è in corso la XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicata alla nuova evangelizzazione. Parteciperanno anche i Padri e gli altri partecipanti all'assise sinodale.
Sono previsti momenti di riflessione e di preghiera, oltre che di testimonianza e di festa. Il raduno è previsto alle ore 18.00. Alle ore 19.30 una fiaccolata partirà da Castel Sant'Angelo per raggiungere Piazza San Pietro. Alle ore 21.00 è previsto il saluto del Santo Padre Benedetto XVI, preceduto dagli interventi di S. Em. R. Card. Agostino Vallini, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma; di Franco Miano, Presidente Nazionale dell' Azione Cattolica Italiana; di S.E.R. Mons. Domenico Sigalini, Vescovo di Palestrina e Assistente ecclesiastico generale dell' Associazione; dalla testimonianza di Mons. Loris Capovilla, segretario di Papa Giovanni XXIII; e dalla proiezione del filmato originale e integrale del “discorso alla Luna” concesso dalla Filmoteca vaticana.
Accompagneranno la serata i canti del “Coro polifonico della diocesi di Roma”, diretto da Mons. Marco Frisina. Subito dopo sarà possibile recarsi nelle chiese del centro di Roma per continuare la preghiera con l'adorazione eucaristica.
L'evento è organizzato per fare memoria viva del Concilio Vaticano II a cinquant' anni dalla sua apertura e dalla storica fiaccolata dell' 11 ottobre 1962, anche questa promossa dall'Azione Cattolica Italiana, la sera del “discorso alla Luna” di Giovanni XXIII.
La diretta dell'evento sarà assicurata dal Centro Televisivo Vaticano e dalla Radio Vaticana. Verrà trasmessa da numerose emittenti, oltre che dal sito internet www.azionecattolica.it.

[00156-01.04] [NNNNN] [Testo originale: italiano]

 

 
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