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34 - 28.10.2012
SOMMARIO
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CAPPELLA PAPALE PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE PER LA CONCLUSIONE DELLA
XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI
- ANGELUS DOMINI
CAPPELLA PAPALE PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE PER LA CONCLUSIONE DELLA
XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI
- OMELIA DEL SANTO PADRE
Alle ore 09.30 di questa mattina 28 ottobre 2012, XXX Domenica del
tempo “per annum”, nella Basilica Vaticana, presso la tomba
dell’Apostolo Pietro, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto la
Celebrazione dell’Eucaristia con i Padri sinodali, per la
conclusione della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei
Vescovi, che si è celebrata nell’Aula del Sinodo in Vaticano dal 7
ottobre 2012, sul tema «La nuova evangelizzazione per la
trasmissione della fede cristiana».
Alle ore 09.15 è iniziato l'ingresso in Basilica. I Concelebranti,
guidati dai Cerimonieri, si sono recati ai propri posti attorno
all'Altare della Confessione. Quindi i Signori Cardinali e i
Componenti della Presidenza della XIII Assemblea Generale Ordinaria
del Sinodo dei Vesdcovi hanno preso parte alla processione
d'ingresso con il Santo Padre.
Con il Papa hanno concelebrato 260 Padri Sinodali (tra cui 49
Cardinali, 6 Presuli delle Chiese Orientali, 71 Arcivescovi, 120
Vescovi e 14 Presbiteri) e 72 collaboratori.
Sono saliti all'Altare per la Preghiera Eucaristica: i Presidenti
Delegati S. Em. R. Card. Francisco ROBLES ORTEGA, Arcivescovo di
Guadalajara (MESSICO), S. Em. R. Card. Laurent MONSENGWO PASINYA,
Arcivescovo di Kinshasa (REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO). S. Em.
R. Card. John TONG HON, Vescovo di Hong Kong (CINA); il Relatore
Generale S. Em. R. Card. Donald William WUERL, Arcivescovo di
Washington (USA); il Segretario Speciale S. E. R. Mons. Pierre-Marie
CARRÉ, Arcivescovo di Montpellier (FRANCIA) ed il Segretario
Generale S. E. R. Mons. Nikola ETEROVIĆ,
Arcivescovo Tit. di Cibale (CITTÀ DEL VATICANO).
La Prima Lettura è stata pronunciata in inglese, il Salmo
responsoriale in italiano e la Seconda Lettura in francese. Il
Vangelo è stato proclamato in latino. La Preghiera dei fedeli è
stata pronunciata in italiano, polacco, spagnolo, svedese, arabo e
ceco.
Durante il Sacro Rito, dopo la proclamazione del Vangelo, il Santo
Padre ha pronunciato l’Omelia che pubblichiamo di seguito nella
versione originale in italiano e nella traduzione portoghese e
polacco. Le traduzioni in inglese, francese, spagnolo e tedesco si
trovano nelle rispettive edizioni linguistiche.
OMELIA DEL SANTO PADRE
Venerati Fratelli,
illustri Signori e Signore,
cari fratelli e sorelle!
Il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo ha una posizione
rilevante nella struttura del Vangelo di Marco. E’ collocato infatti
alla fine della sezione che viene chiamata «viaggio a Gerusalemme»,
cioè l’ultimo pellegrinaggio di Gesù alla Città santa, per la Pasqua
in cui Egli sa che lo attendono la passione, la morte e la
risurrezione. Per salire a Gerusalemme dalla valle del Giordano,
Gesù passa da Gerico, e l’incontro con Bartimeo avviene all’uscita
dalla città, «mentre – annota l’evangelista – Gesù partiva da Gerico
insieme ai suoi discepoli e a molta folla» (10,46), quella folla che,
di lì a poco, acclamerà Gesù come Messia nel suo ingresso in
Gerusalemme. Proprio lungo la strada stava seduto a mendicare
Bartimeo, il cui nome significa «figlio di Timeo», come dice lo
stesso evangelista. Tutto il Vangelo di Marco è un itinerario di
fede, che si sviluppa gradualmente alla scuola di Gesù. I discepoli
sono i primi attori di questo percorso di scoperta, ma vi sono anche
altri personaggi che occupano un ruolo importante, e Bartimeo è uno
di questi. La sua è l’ultima guarigione prodigiosa che Gesù compie
prima della sua passione, e non a caso è quella di un cieco, una
persona cioè i cui occhi hanno perso la luce. Sappiamo anche da
altri testi che la condizione di cecità ha un significato pregnante
nei Vangeli. Rappresenta l’uomo che ha bisogno della luce di Dio, la
luce della fede, per conoscere veramente la realtà e camminare nella
via della vita. Essenziale è riconoscersi ciechi, bisognosi di
questa luce, altrimenti si rimane ciechi per sempre (cfr Gv
9,39-41).
Bartimeo, dunque, in quel punto strategico del racconto di Marco, è
presentato come modello. Egli non è cieco dalla nascita, ma ha perso
la vista: è l’uomo che ha perso la luce e ne è consapevole, ma non
ha perso la speranza, sa cogliere la possibilità di incontro con
Gesù e si affida a Lui per essere guarito. Infatti, quando sente che
il Maestro passa sulla sua strada, grida: «Figlio di Davide, Gesù,
abbi pietà di me!» (Mc 10,47), e lo ripete con forza (v. 48). E
quando Gesù lo chiama e gli chiede che cosa vuole da Lui, risponde:
«Rabbunì, che io veda di nuovo!» (v. 51). Bartimeo rappresenta
l’uomo che riconosce il proprio male e grida al Signore, fiducioso
di essere sanato. La sua invocazione, semplice e sincera, è
esemplare, e infatti – come quella del pubblicano al tempio: «O Dio,
abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13) – è entrata nella tradizione
della preghiera cristiana. Nell’incontro con Cristo, vissuto con
fede, Bartimeo riacquista la luce che aveva perduto, e con essa la
pienezza della propria dignità: si rialza in piedi e riprende il
cammino, che da quel momento ha una guida, Gesù, e una strada, la
stessa che Gesù percorre. L’evangelista non ci dirà più nulla di
Bartimeo, ma in lui ci presenta chi è il discepolo: colui che, con
la luce della fede, segue Gesù «lungo la strada» (v. 52).
Sant’Agostino, in uno dei suoi scritti, fa sulla figura di Bartimeo
un’osservazione molto particolare, che può essere interessante e
significativa anche oggi per noi. Il Santo Vescovo di Ippona
riflette sul fatto che, in questo caso, Marco riporti il nome non
solo della persona che viene guarita, ma anche del padre, e giunge
alla conclusione che «Bartimeo, figlio di Timeo, era un personaggio
decaduto da prosperità molto grande, e la sua condizione di miseria
doveva essere universalmente nota e di pubblico dominio in quanto
non era soltanto cieco ma un mendicante che sedeva lungo la strada.
Per questo motivo Marco volle ricordare lui solo, perché l’avere
egli ricuperato la vista conferì al miracolo tanta risonanza quanto
era grande la fama della sventura capitata al cieco» (Il consenso
degli evangelisti, 2, 65, 125: PL 34, 1138). Così Sant’Agostino.
Questa interpretazione, che Bartimeo sia una persona decaduta da una
condizione di «grande prosperità», ci fa pensare; ci invita a
riflettere sul fatto che ci sono ricchezze preziose per la nostra
vita che possiamo perdere, e che non sono materiali. In questa
prospettiva, Bartimeo potrebbe rappresentare quanti vivono in
regioni di antica evangelizzazione, dove la luce della fede si è
affievolita, e si sono allontanati da Dio, non lo ritengono più
rilevante per la vita: persone che perciò hanno perso una grande
ricchezza, sono «decadute» da un’alta dignità - non quella economica
o di potere terreno, ma quella cristiana -, hanno perso
l’orientamento sicuro e solido della vita e sono diventati, spesso
inconsciamente, mendicanti del senso dell’esistenza. Sono le tante
persone che hanno bisogno di una nuova evangelizzazione, cioè di un
nuovo incontro con Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1),
che può aprire nuovamente i loro occhi e insegnare loro la strada.
E’ significativo che, mentre concludiamo l’Assemblea sinodale sulla
Nuova Evangelizzazione, la Liturgia ci proponga il Vangelo di
Bartimeo. Questa Parola di Dio ha qualcosa da dire in modo
particolare a noi, che in questi giorni ci siamo confrontati
sull’urgenza di annunciare nuovamente Cristo là dove la luce della
fede si è indebolita, là dove il fuoco di Dio è come un fuoco di
brace, che chiede di essere ravvivato, perché sia fiamma viva che dà
luce e calore a tutta la casa.
La nuova evangelizzazione riguarda tutta la vita della Chiesa. Essa
si riferisce, in primo luogo, alla pastorale ordinaria che deve
essere maggiormente animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare
i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si
radunano nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del
Pane di vita eterna. Vorrei qui sottolineare tre linee pastorali
emerse dal Sinodo. La prima riguarda i Sacramenti dell’iniziazione
cristiana. E’ stata riaffermata l’esigenza di accompagnare con
un’appropriata catechesi la preparazione al Battesimo, alla Cresima
e all’Eucaristia. È stata pure ribadita l’importanza della Penitenza,
sacramento della misericordia di Dio. Attraverso questo itinerario
sacramentale passa la chiamata del Signore alla santità, rivolta a
tutti i cristiani. Infatti, è stato più volte ripetuto che i veri
protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi: essi parlano
un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della vita e con
le opere della carità.
In secondo luogo, la nuova evangelizzazione è essenzialmente
connessa con la missione ad gentes. La Chiesa ha il compito di
evangelizzare, di annunciare il Messaggio di salvezza agli uomini
che tuttora non conoscono Gesù Cristo. Anche nel corso delle
riflessioni sinodali è stato sottolineato che esistono tanti
ambienti in Africa, in Asia e in Oceania i cui abitanti aspettano
con viva attesa, talvolta senza esserne pienamente coscienti, il
primo annuncio del Vangelo. Pertanto occorre pregare lo Spirito
Santo affinché susciti nella Chiesa un rinnovato dinamismo
missionario i cui protagonisti siano, in modo speciale, gli
operatori pastorali e i fedeli laici. La globalizzazione ha causato
un notevole spostamento di popolazioni; pertanto, il primo annuncio
si impone anche nei Paesi di antica evangelizzazione. Tutti gli
uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e
a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani –
sacerdoti, religiosi e laici –, di annunciare la Buona Notizia.
Un terzo aspetto riguarda le persone battezzate che però non vivono
le esigenze del Battesimo. Nel corso dei lavori sinodali è stato
messo in luce che queste persone si trovano in tutti i continenti,
specialmente nei Paesi più secolarizzati. La Chiesa ha un’attenzione
particolare verso di loro, affinché incontrino nuovamente Gesù
Cristo, riscoprano la gioia della fede e ritornino alla pratica
religiosa nella comunità dei fedeli. Oltre ai metodi pastorali
tradizionali, sempre validi, la Chiesa cerca di adoperare anche
metodi nuovi, curando pure nuovi linguaggi, appropriati alle
differenti culture del mondo, proponendo la verità di Cristo con un
atteggiamento di dialogo e di amicizia che ha fondamento in Dio che
è Amore. In varie parti del mondo, la Chiesa ha già intrapreso tale
cammino di creatività pastorale, per avvicinare le persone
allontanate o in ricerca del senso della vita, della felicità e, in
definitiva, di Dio. Ricordiamo alcune importanti missioni cittadine,
il «Cortile dei gentili», la missione continentale, e così via. Non
c’è dubbio che il Signore, Buon Pastore, benedirà abbondantemente
tali sforzi che provengono dallo zelo per la sua Persona e per il
suo Vangelo.
Cari fratelli e sorelle, Bartimeo, avuta di nuovo la vista da Gesù,
si aggiunse alla schiera dei discepoli, tra i quali sicuramente ve
n’erano altri che, come lui, erano stati guariti dal Maestro. Così
sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza
di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo. E la loro
caratteristica è una gioia del cuore, che dice con il Salmista: «Grandi
cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia» (Sal
125,3). Anche noi, oggi, ci rivolgiamo al Signore Gesù, Redemptor
hominis e Lumen gentium, con gioiosa riconoscenza, facendo nostra
una preghiera di San Clemente di Alessandria: «Fino ad ora ho errato
nella speranza di trovare Dio, ma poiché tu mi illumini, o Signore,
trovo Dio per mezzo di te, e ricevo il Padre da te, divengo tuo
coerede, poiché non ti sei vergognato di avermi per fratello.
Cancelliamo, dunque, cancelliamo l’oblio della verità, l’ignoranza:
e rimuovendo le tenebre che ci impediscono la vista come nebbia per
gli occhi, contempliamo il vero Dio …; giacché una luce dal cielo
brillò su di noi sepolti nelle tenebre e prigionieri dell’ombra di
morte, [una luce] più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù»
(Protrettico, 113,2 – 114,1). Amen.
[01404-01.01] [Testo originale: Italiano]
TRADUZIONE IN LINGUA
PORTOGHESE
Venerados Irmãos,
Ilustres Senhores e Senhoras,
Amados irmãos e irmãs!
O milagre da cura do cego Bartimeu ocupa uma posição significativa
na estrutura do Evangelho de Marcos. De facto, está colocado no fim
da secção designada «viagem para Jerusalém», isto é, a última
peregrinação de Jesus para a Cidade Santa, para a Páscoa em que,
como Ele sabe, O aguardam a paixão, a morte e a ressurreição. Para
subir a Jerusalém a partir do vale do Jordão, Jesus passa por Jericó,
e o encontro com Bartimeu tem lugar à saída da cidade, «quando –
observa o evangelista – [Jesus] ia a sair de Jericó com os seus
discípulos e uma grande multidão» (10, 46), a mesma multidão que,
dali a pouco, aclamará Jesus como Messias na sua entrada em
Jerusalém. Precisamente na estrada estava sentado a mendigar
Bartimeu, cujo nome significa «filho de Timeu», como diz o próprio
evangelista. Todo o Evangelho de Marcos é um itinerário de fé, que
se desenvolve gradualmente na escola de Jesus. Os discípulos são os
primeiros actores deste percurso de descoberta, mas há ainda outros
personagens que desempenham papel importante, e Bartimeu é um deles.
A sua cura prodigiosa é a última que Jesus realiza antes da sua
paixão, e não é por acaso que se trata da cura dum cego, isto é,
duma pessoa cujos olhos perderam a luz. A partir de outros textos,
sabemos também que a condição de cegueira tem um significado denso
nos Evangelhos. Representa o homem que tem necessidade da luz de
Deus – a luz da fé – para conhecer verdadeiramente a realidade e
caminhar pela estrada da vida. Condição essencial é reconhecer-se
cego, necessitado desta luz; caso contrário, permanece-se cego para
sempre (cf. Jo 9, 39-41).
Situado naquele ponto estratégico da narração de Marcos, Bartimeu é
apresentado como modelo. Ele não é cego de nascença, mas perdeu a
vista: é o homem que perdeu a luz e está ciente disso, mas não
perdeu a esperança, sabe agarrar a possibilidade deste encontro com
Jesus e confia-se a Ele para ser curado. Na realidade, ouvindo dizer
que o Mestre passa pela sua estrada, grita: «Jesus, filho de David,
tem misericórdia de mim!» (Mc 10, 47), e repete-o vigorosamente (v.
48) E quando Jesus o chama e lhe pergunta que quer d’Ele, responde:
«Mestre, que eu veja!» (v. 51). Bartimeu representa o homem que
reconhece o seu mal, e grita ao Senhor com a confiança de ser curado.
A sua imploração, simples e sincera, é exemplar, tendo entrado na
tradição da oração cristã da mesma forma que a súplica do publicano
no templo: «Ó Deus, tem piedade de mim, que sou pecador» (Lc 18,
13). No encontro com Cristo, vivido com fé, Bartimeu readquire a luz
que havia perdido e, com ela, a plenitude da sua própria dignidade:
põe-se de pé e retoma o caminho, que desde então tem um guia, Jesus,
e uma estrada, a mesma que Jesus percorre. O evangelista não nos diz
mais nada de Bartimeu, mas nele mostra-nos quem é o discípulo:
aquele que, com a luz da fé, segue Jesus «pelo caminho» (v. 52).
Num dos seus escritos, Santo Agostinho observa um particular acerca
da figura de Bartimeu, que pode ser interessante e significativo
também hoje para nós. O santo Bispo de Hipona reflecte sobre o facto
de Marcos referir, neste caso, não só o nome da pessoa que é curada,
mas também de seu pai, e chega à conclusão de que «Bartimeu, filho
de Timeu, era um personagem decaído duma situação de grande
prosperidade, e a sua condição de miséria devia ser universalmente
conhecida e de domínio público, enquanto não era apenas cego, mas um
mendigo que estava sentado na berma da estrada. Por esta razão,
Marcos não o quis recordar só a ele, porque o facto de ter
recuperado a vista conferiu ao milagre tão grande ressonância como
grande era a fama da desventura que atingira o cego» (O consenso dos
evangelistas, 2, 65, 125: PL 34, 1138) . Assim escreve Santo
Agostinho!
Esta interpretação de Bartimeu como pessoa decaída duma condição de
«grande prosperidade» é sugestiva, convidando-nos a reflectir sobre
o facto que há riquezas preciosas na nossa vida que podemos perder e
que não são materiais. Nesta perspectiva, Bartimeu poderia
representar aqueles que vivem em regiões de antiga evangelização,
onde a luz da fé se debilitou, e se afastaram de Deus, deixando de O
considerarem relevante na própria vida: são pessoas que deste modo
perderam uma grande riqueza, «decaíram» duma alta dignidade – não
económica ou de poder terreno, mas a dignidade cristã –, perderam a
orientação segura e firme da vida e tornaram-se, muitas vezes
inconscientemente, mendigos do sentido da existência. São as
inúmeras pessoas que precisam de uma nova evangelização, isto é, de
um novo encontro com Jesus, o Cristo, o Filho de Deus (cf. Mc 1, 1),
que pode voltar a abrir os seus olhos e ensinar-lhes a estrada. É
significativo que, no momento em que concluímos a Assembleia sinodal
sobre a Nova Evangelização, a Liturgia nos proponha o Evangelho de
Bartimeu. Esta Palavra de Deus tem algo a dizer de modo particular a
nós que nestes dias nos debruçamos sobre a urgência de anunciar
novamente Cristo onde a luz da fé se debilitou, onde o fogo de Deus,
à semelhança dum fogo em brasas, pede para ser reavivado a fim de se
tornar chama viva que dá luz e calor a toda a casa.
A nova evangelização diz respeito a toda a vida da Igreja. Refere-se,
em primeiro lugar, à pastoral ordinária que deve ser mais animada
pelo fogo do Espírito a fim de incendiar os corações dos fiéis que
frequentam regularmente a comunidade reunindo-se no dia do Senhor
para se alimentarem da sua Palavra e do Pão de vida eterna. Aqui
gostaria de sublinhar três linhas pastorais que emergiram do Sínodo.
A primeira diz respeito aos Sacramentos da iniciação cristã. Foi
reafirmada a necessidade de acompanhar, com uma catequese adequada,
a preparação para o Baptismo, a Confirmação e a Eucaristia; e
reiterou-se também a importância da Penitência, sacramento da
misericórdia de Deus. É através deste itinerário sacramental que
passa o chamamento do Senhor à santidade, que é dirigido a todos os
cristãos. Na realidade, várias vezes se repetiu que os verdadeiros
protagonistas da nova evangelização são os santos: eles falam, com o
exemplo da vida e as obras da caridade, uma linguagem compreensível
a todos.
Em segundo lugar, a nova evangelização está essencialmente ligada à
missão ad gentes. A Igreja tem o dever de evangelizar, de anunciar a
mensagem da salvação aos homens que ainda não conhecem Jesus Cristo.
No decurso das próprias reflexões sinodais, foi sublinhado que há
muitos ambientes em África, na Ásia e na Oceânia, onde os habitantes
aguardam com viva expectativa – às vezes sem estar plenamente
conscientes disso – o primeiro anúncio do Evangelho. Por isso, é
preciso pedir ao Espírito Santo que suscite na Igreja um renovado
dinamismo missionário, cujos protagonistas sejam, de modo especial,
os agentes pastorais e os fiéis leigos. A globalização provocou um
notável deslocamento de populações, pelo que se impõe a necessidade
do primeiro anúncio também nos países de antiga evangelização. Todos
os homens têm o direito de conhecer Jesus Cristo e o seu Evangelho;
e a isso corresponde o dever dos cristãos – de todos os cristãos:
sacerdotes, religiosos e leigos – de anunciarem a Boa Nova.
Um terceiro aspecto diz respeito às pessoas baptizadas que, porém,
não vivem as exigências do Baptismo. Durante os trabalhos sinodais,
foi posto em evidência que estas pessoas se encontram em todos os
continentes, especialmente nos países mais secularizados. A Igreja
dedica-lhes uma atenção especial, para que encontrem de novo Jesus
Cristo, redescubram a alegria da fé e voltem à prática religiosa na
comunidade dos fiéis. Para além dos métodos tradicionais de
pastoral, sempre válidos, a Igreja procura lançar mão de novos
métodos, valendo-se também de novas linguagens, apropriadas às
diversas culturas do mundo, para implementar um diálogo de simpatia
e amizade que se fundamenta em Deus que é Amor. Em várias partes do
mundo, a Igreja já encetou este caminho de criatividade pastoral
para se aproximar das pessoas afastadas ou à procura do sentido da
vida, da felicidade e, em última instância, de Deus. Recordamos
algumas missões urbanas importantes, o «Átrio dos Gentios», a missão
continental, etc.. Não há dúvida que o Senhor, Bom Pastor, abençoará
abundantemente estes esforços que nascem do zelo pela sua Pessoa e
pelo seu Evangelho.
Queridos irmãos e irmãs, Bartimeu, uma vez obtida novamente a vista
graças a Jesus, juntou-se à multidão dos discípulos, entre os quais
havia seguramente outros que, como ele, foram curados pelo Mestre.
Assim são os novos evangelizadores: pessoas que fizeram a
experiência de ser curadas por Deus, através de Jesus Cristo. Eles
têm como característica a alegria do coração, que diz com o Salmista:
«O Senhor fez por nós grandes coisas; por isso, exultamos de alegria»
(Sal 126/125, 3). Com jubilosa gratidão, hoje também nós nos
dirigimos ao Senhor Jesus, Redemptor hominis e Lumen gentium,
fazendo nossa uma oração de São Clemente de Alexandria: «Até agora
errei na esperança de encontrar Deus, mas porque Vós me iluminais, ó
Senhor, encontro Deus por meio de Vós, e de Vós recebo o Pai, torno-me
herdeiro convosco, porque não Vos envergonhastes de me ter por irmão.
Cancelemos, portanto, cancelemos o esquecimento da verdade, a
ignorância; e, removendo as trevas que nos impedem de ver como a
névoa nos olhos, contemplemos o verdadeiro Deus...; já que, sobre
nós sepultados nas trevas e prisioneiros da sombra da morte, brilhou
uma luz do céu [luz] mais pura que o sol, mais doce que a vida nesta
terra » (Protrettico, 113, 2–114, 1). Amen.
[01404-06.01] [Texto original: Italiano]
TRADUZIONE IN LINGUA
POLACCA
Czcigodni Bracia,
Szanowne Panie i Panowie,
Drodzy Bracia i Siostry!
Cud uzdrowienia niewidomego Bartymeusza ma znaczące miejsce w
strukturze Ewangelii Marka. Jest umieszczony na końcu fragmentu,
który nazywany jest „podróżą do Jerozolimy" to znaczy ostatnią
pielgrzymką Jezusa do Miasta Świętego, na święto Paschy, gdzie wie,
że oczekuje Go męka, śmierć i zmartwychwstanie. By wyjść z doliny
Jordanu do Jerozolimy, Jezus przechodzi przez Jerycho, a spotkanie z
Bartymeuszem ma miejsce przy wyjściu z miasta, gdy – jak zauważa
ewangelista – „Jezus wraz z uczniami i sporym tłumem wychodził z
Jerycha" (10, 46), tym tłumem, który nieco później okrzyknie Jezusa
Mesjaszem, podczas Jego wjazdu do Jerozolimy. Właśnie przy drodze
siedział i żebrał Bartymeusz, którego imię oznacza „syn Tymeusza",
jak mówi sam ewangelista. Cała ewangelia Marka jest opisem drogi
wiary, która się stopniowo rozwija w szkole Jezusa. Uczniowie są
pierwszymi aktorami tej drogi odkrywania, ale są także inne osoby,
które zajmują ważną rolę, a Bartymeusz jest jedną z nich. Jego
uzdrowienie jest ostatnim cudem, jakiego Jezus dokonuje przed swoją
męką i nie przypadkiem jest uzdrowieniem ślepego, to znaczy osoby,
której oczy utraciły światło. Wiemy również z innych tekstów, że
stan ślepoty ma w ewangeliach brzemienne znaczenie. Przedstawia
człowieka, który potrzebuje światła Bożego, światła wiary, aby
naprawdę poznać rzeczywistość i kroczyć drogą życia. Istotne jest
uznanie siebie za ślepca, potrzebującego owego światła. W innym
wypadku zostaje się ślepcem na zawsze (por. J 9, 39-41).
Tak więc Bartymeusz, w tym punkcie strategicznym relacji Marka jest
przedstawiony jako wzór. Nie jest on od urodzenia ślepy, lecz
stracił wzrok: jest człowiekiem, który utracił światło i jest tego
świadom, ale nie zatracił nadziei, potrafi skorzystać ze spotkania z
Jezusem i powierza się Jemu, aby być uzdrowionym. Rzeczywiście,
kiedy słyszy, że Mistrz przechodzi obok niego woła: „Jezusie, Synu
Dawida, ulituj się nade mną!" (Mk 10, 47), i z naciskiem powtarza te
słowa (w. 48). A kiedy Jezus go woła i pyta, czego od Niego chce,
odpowiada: „Rabbuni, żebym przejrzał" (w. 51). Bartymeusz jest
człowiekiem, który rozpoznaje swoją biedę i woła do Pana, ufając, że
zostanie uzdrowiony. Jego prośba prosta i szczera stanowi wzór, jest
podobna do błagania celnika w świątyni: „Boże, miej litość dla mnie,
grzesznika!" (Łk 18,13) – i weszła do tradycji modlitwy
chrześcijańskiej. W przeżywanym z wiarą spotkaniu z Chrystusem
Bartymeusz odzyskuje utracone światło, a wraz z nim pełnię swej
godności: wstaje na nogi i podejmuje pielgrzymkę, która od tej pory
ma przewodnika – Jezusa – i drogę, tę samą, którą idzie Jezus.
Ewangelista nie powie nam już nic więcej o Bartymeuszu, ale w nim
pokazuje nam, kim jest uczeń: to ten, który ze światłem wiary „idzie
drogą za Jezusem" (w. 52).
Święty Augustyn, w jednym ze swych pism dokonuje bardzo szczególnej
obserwacji odnośnie do postaci Bartymeusza. Może być ona istotna i
interesująca także dla nas dzisiaj. Święty biskup zastanawia się nad
faktem, iż w tym przypadku Marek przekazuje nie tylko imię osoby,
która została uzdrowiona, lecz także ojca i stwierdza: „Bartymeusz
syn Tymeusza był człowiekiem, który popadł w nędzę z bardzo
wielkiego dobrobytu, a jego stan biedy musiał być powszechnie znany,
publiczny, ponieważ nie tylko był ślepcem, ale także żebrakiem,
który siedział przy drodze. Z tego powodu Marek zechciał upamiętnić
tylko jego, ponieważ przywrócenie mu wzroku przydało cudowi o tyle
większy rozgłos, o ile powszechna była wieść o nieszczęściu, jakie
spadło na ślepca" (De consensu evangelistarum 2, 65, 125: PL 34,
1138). Tak pisze św. Augustyn.
Ta interpretacja, mówiąca, że Bartymeusz był osobą „bardzo zamożną",
która popadła w biedę pobudza nas do zastanowienia. Zachęca do
pomyślenia, że są bogactwa niematerialne, cenne dla naszego życia,
które możemy utracić. W tej perspektywie Bartymeusz może być
przedstawicielem tych, którzy mieszkają w regionach od dawna
ewangelizowanych, gdzie światło wiary osłabło, gdzie ludzie oddalili
się od Boga, już nie uważają, że jest On ważny w ich życiu: osoby,
które utraciły więc wielkie bogactwo, utraciły wzniosłą godność –
nie wynikającą z sytuacji ekonomicznej czy władzy doczesnej, lecz
chrześcijańskiej – stracili pewne i stabilne ukierunkowanie życia i
stali się, często nieświadomie, ludźmi żebrzącymi o sens swej
egzystencji. Tak wiele osób potrzebuje nowej ewangelizacji, czyli
nowego spotkania z Jezusem Chrystusem, Synem Bożym (por. Mk 1,1),
który może ponownie otworzyć ich oczy i wskazać im drogę. Znamienne
jest to, że kiedy kończymy obrady synodalne o nowej ewangelizacji,
liturgia proponuje nam Ewangelię o Bartymeuszu. To Słowo Boże ma coś
do powiedzenia szczególnie nam, którzy w tych dniach stawaliśmy w
obliczu pilnej potrzeby głoszenia na nowo Chrystusa tam, gdzie
osłabło światło wiary, tam gdzie ogień Boży jest podobny do żaru,
który wymaga rozniecenia, aby stał się żywym ogniem, dającym światło
i ciepło dla całego domu.
Nowa ewangelizacja dotyczy całego życia Kościoła. Odnosi się ona w
pierwszym rzędzie do duszpasterstwa zwyczajnego, które w większy
stopniu powinno być ożywiane ogniem Ducha, aby rozpalić serca
wierzących, którzy regularnie uczestniczą w życiu wspólnoty
katolickiej, gromadzących się w Dzień Pański, by karmić się Słowem
Bożym i Chlebem życia wiecznego. Chciałbym tu podkreślić trzy
wskazania duszpasterskie wypływające z Synodu. Pierwsze dotyczy
sakramentów wtajemniczenia chrześcijańskiego. Potwierdzono potrzebę,
by odpowiednia katecheza towarzyszyła przygotowaniu do chrztu,
bierzmowania i Eucharystii. Podkreślono także znaczenie sakramentu
pokuty, sakramentu Bożego miłosierdzia. Poprzez tę drogę
sakramentalną przechodzi Boże wezwanie do świętości, skierowane do
wszystkich chrześcijan. Rzeczywiście wiele razy powtarzano, że
prawdziwymi protagonistami nowej ewangelizacji są święci: mówią oni
językiem zrozumiałym dla wszystkich poprzez przykład swego życia i
pełnione dzieła miłosierdzia.
Po drugie, nowa ewangelizacja jest zasadniczo związana z misją ad
gentes. Zadaniem Kościoła jest ewangelizacja, głoszenie orędzia
zbawienia ludziom, którzy dotychczas nie znają Jezusa Chrystusa.
Także podczas refleksji synodalnych podkreślono, że istnieje wiele
środowisk w Afryce, Azji i Oceanii, których mieszkańcy niecierpliwie
oczekują, czasami nie będąc tego w pełni świadomi, pierwszego
przepowiadania Ewangelii. Trzeba więc modlić się do Ducha Świętego,
aby wzbudził w Kościele odnowiony dynamizm misyjny, w którym
uczestniczyliby w sposób szczególny asystenci duszpasterscy i wierni
świeccy. Globalizacja spowodowała znaczące przemieszczenia ludności;
jednakże pierwsze głoszenie konieczne jest także w krajach
zewangelizowanych już dawno temu. Wszyscy ludzie mają prawo do
poznania Jezusa Chrystusa i Jego Ewangelii; temu właśnie odpowiada
obowiązek chrześcijan, wszystkich chrześcijan – kapłanów, zakonników
i świeckich – by głosić Dobrą Nowinę.
Trzeci aspekt dotyczy osób ochrzczonych, które jednakże nie żyją
zgodnie z wymogami Chrztu św. W trakcie prac synodalnych podkreślono,
że osoby te znajdują się na wszystkich kontynentach, zwłaszcza w
krajach najbardziej zlaicyzowanych. Zwrócona jest na nie szczególna
uwaga Kościoła, aby na nowo spotkały Jezusa Chrystusa, na nowo
odkryły radość wiary i powróciły do praktyki religijnej we
wspólnocie wiernych. Oprócz nadal posiadających swą wartość
tradycyjnych metod duszpasterskich, Kościół usiłuje posługiwać się
także nowymi metodami, dbając jednakże o nowy język, dostosowany do
różnych kultur świata, proponując prawdę Chrystusa w postawie
dialogu i przyjaźni, która ma swe oparcie w Bogu, który jest
Miłością. W różnych częściach świata Kościół podjął już taką drogę
kreatywności duszpasterskiej, aby dotrzeć do osób, które się
oddaliły lub poszukujących sensu życia, szczęścia, a ostatecznie
Boga. Przypomnijmy „Misje wielkich miast", „Dziedziniec pogan", „Misję
kontynentalną" i tak dalej. Nie ulega wątpliwości, że Pan, Dobry
Pasterz obficie pobłogosławi takie wysiłki, wypływające z gorliwości
o Jego Osobę i Jego Ewangelię.
Drodzy bracia i siostry, Bartymeusz, zyskawszy od Jezusa na nowo
wzrok dołączył do rzeszy uczniów, wśród których byli także z
pewnością inni, którzy podobnie jak on zostali uzdrowieni przez
Mistrza. Takimi są też ci, którzy podejmują nową ewangelizację:
ludzie, którzy doświadczyli uzdrowienia przez Boga, przez Jezusa
Chrystusa. Cechuje ich radość serca, mówiąca wraz z psalmistą: „Pan
uczynił nam wielkie rzeczy i radość nas ogarnęła" (Ps 125,3). Także
i my zwracamy się dzisiaj do Pana Jezusa, Odkupiciela ludzi (Redemptor
hominis) i Światła narodów (Lumen Gentium), z radosną wdzięcznością,
słowami modlitwy św. Klemensa Aleksandryjskiego: „Aż dotąd błądziłem
w nadziei znalezienia Boga, ponieważ Ty mnie jednak o Panie
oświecasz, odnajduję Boga poprzez Ciebie i od Ciebie otrzymuję Ojca,
staję się Twoim współdziedzicem, gdyż nie zawstydziłeś się, by mieć
mnie za brata. Usuńmy więc, usuńmy niepamięć o prawdzie, niewiedzę:
i usuwając ciemności, które przeszkadzają nam widzieć, jak mgła dla
oczu, kontemplujmy prawdziwego Boga…; ponieważ nad nami, pogrążonymi
w mrokach, więźniami cieniów śmierci zajaśniało światło z nieba, [światło]
czystsze od słońca, słodsze od życia na tym świecie" (Protreptyk
113,2 - 114,1). Amen.
[01404-09.01] [Testo originale: Italiano]
ANGELUS DOMINI
- PAROLE DEL SANTO PADRE
Al termine della Santa Messa, il Santo Padre Benedetto XVI si
affacciato alla finestra del Suo studio nel Palazzo Apostolico
Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli e i pellegrini presenti
in Piazza San Pietro. Nell’introdurre la preghiera mariana, il Papa
ha pronunciato le parole sulla XIII Assemblea Generale Ordinaria del
Sinodo dei Vescovi appena conclusa, che pubblichiamo di seguito.
PAROLE DEL SANTO PADRE
Cari fratelli e sorelle!
Con la Santa Messa celebrata stamani nella Basilica di San Pietro,
si è conclusa la XIII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.
Per tre settimane ci siamo confrontati sulla realtà della nuova
evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana: tutta la
Chiesa era rappresentata e, dunque, coinvolta in questo impegno, che
non mancherà di dare i suoi frutti, con la grazia del Signore. Prima
di tutto però il Sinodo è sempre un momento di forte comunione
ecclesiale, e per questo desidero insieme con tutti voi ringraziare
Dio, che ancora una volta ci ha fatto sperimentare la bellezza di
essere Chiesa, e di esserlo proprio oggi, in questo mondo così
com’è, in mezzo a questa umanità con le sue fatiche e le sue
speranze.
Molto significativa è stata la coincidenza di questa Assemblea
sinodale con il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano
II, e quindi con l’inizio dell’Anno della fede. Ripensare al Beato
Giovanni XXIII, al Servo di Dio Paolo VI, alla stagione conciliare,
è stato quanto mai favorevole, perché ci ha aiutato a riconoscere
che la nuova evangelizzazione non è una nostra invenzione, ma è un
dinamismo che si è sviluppato nella Chiesa in modo particolare dagli
anni ‘50 del secolo scorso, quando apparve evidente che anche i
Paesi di antica tradizione cristiana erano diventati, come si suol
dire, «terra di missione». Così è emersa l’esigenza di un annuncio
rinnovato del Vangelo nelle società secolarizzate, nella duplice
certezza che, da una parte, è solo Lui, Gesù Cristo, la vera novità
che risponde alle attese dell’uomo di ogni epoca, e dall’altra, che
il suo messaggio chiede di essere trasmesso in modo adeguato nei
mutati contesti sociali e culturali.
Che cosa possiamo dire al termine di queste intense giornate di
lavoro? Da parte mia, ho ascoltato e raccolto molti spunti di
riflessione e molte proposte, che, con l’aiuto della Segreteria del
Sinodo e dei miei Collaboratori, cercherò di ordinare ed elaborare,
per offrire a tutta la Chiesa una sintesi organica e indicazioni
coerenti. Fin da ora possiamo dire che da questo Sinodo esce
rafforzato l’impegno per il rinnovamento spirituale della Chiesa
stessa, per poter rinnovare spiritualmente il mondo secolarizzato; e
questo rinnovamento verrà dalla riscoperta di Gesù Cristo, della sua
verità e della sua grazia, del suo «volto», così umano e insieme
così divino, sul quale risplende il mistero trascendente di Dio.
Affidiamo alla Vergine Maria i frutti del lavoro dell’Assise
sinodale appena conclusa. Lei, Stella della nuova evangelizzazione,
ci insegni e ci aiuti a portare a tutti Cristo, con coraggio e con
gioia.
Dopo la Recita dell’Angelus Domini, il Papa ha detto:
[in francese] Alors que s’achèvent les travaux du Synode pour la
nouvelle évangélisation, la parole du Christ nous invite à la
confiance et à l’acte de foi en Lui. Celui qui croit ne peut garder
pour lui la Bonne Nouvelle du salut. Le Seigneur a confié à tous ses
disciples la responsabilité d’annoncer l’Évangile parmi tous les
peuples. Puisse l’Esprit Saint rendre votre témoignage lumineux afin
que beaucoup découvrent et suivent le Christ, Rédempteur de l’homme.
Que la Vierge Marie, Mère de l’Église, vous accompagne sur les
chemins qui conduisent vers son Fils!
[in inglese] In today’s Gospel, Jesus grants sight to the blind man
with the words: “Your faith has saved you”. As we mark the end of
the Synod on the new evangelization, let us renew both our faith in
Christ and our commitment to the spread of his Gospel of healing and
joy.
[in tedesco] Mit der heutigen Meßfeier in der Petersbasilika habe
ich zusammen mit den Synodenvätern und vielen Gläubigen die XIII.
Ordentliche Generalversammlung der Bischofssynode zur „Neuen
Evangelisierung und Weitergabe des christlichen Glaubens“ beendet.
Wir haben voller Freude im Hallelujavers gesungen: „Unser Retter
Jesus Christus hat dem Tod die Macht genommen und uns das Leben
gebracht durch das Evangelium.“ Liebe Brüder und Schwestern! In der
Gewißheit, daß der Herr lebt und uns nahe ist, wollen wir unseren
Glauben freudig, mit Mut und mit Begeisterung in die Welt hinaus
tragen! Gott segne euch alle.
[in spagnolo] Al concluir la Asamblea General ordinaria del Sínodo
de los Obispos, dedicada al tema de la nueva evangelización, invito
a todos a intensificar la oración para que este evento eclesial
produzca abundantes frutos en la vida de la Iglesia. Encomiendo este
deseo a la amorosa intercesión de María Santísima, y reitero mi
exhortación a dirigirse a Ella cada día con el rezo del Santo
Rosario, confiándole todas nuestras dificultades, retos y alegrías,
para que los presente a su Hijo Jesucristo, luz del mundo y
esperanza del hombre.
[in portoghese] Ao concluir a Sínodo sobre a Nova Evangelização,
confio à Virgem Santíssima os seus frutos e peço-Lhe que guie e
proteja maternalmente os vossos passos ao serviço do anúncio e
testemunho da Boa Nova de Jesus Cristo!
[in polacco] Bracia i Siostry, dzisiaj rano zakonczyl sie Synod
Biskupów. Przypomnial on, ze nowa ewangelizacja jest zadaniem nas
wszystkich, domaga sie od nas wzrostu w gorliwosci, odrodzenia zycia
sakramentalnego, powrotu do praktyk religijnych ze strony tych,
którzy oddalili sie od Kosciola, gloszenia oredzia Chrystusa
wszystkim, którzy Go jeszcze nie znaja. Niech Bozy Duch ozywi nasze
serca moca wiary, obudzi potrzebe trwania w bliskosci z Bogiem. Na
realizacje tych waznych zadan z serca wam blogoslawie.
[Fratelli e sorelle, si è concluso stamani il Sinodo dei Vescovi.
Esso ha ricordato che la nuova evangelizzazione è compito di ognuno
di noi, esige da noi l’intensificazione nello zelo, la rinascita
della vita sacramentale, il ritorno alle pratiche di pietà da parte
di coloro che si sono allontanati dalla Chiesa, l’annunzio del
messaggio di Cristo a tutti coloro che non lo conoscono. Lo Spirito
di Dio ravvivi il nostri cuori con la forza della fede, desti il
bisogno di rimanere nella vicinanza con Dio. Per la realizzazione di
questi importanti impegni vi benedico di cuore.]
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