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SYNODUS EPISCOPORUM
BOLLETTINO

XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
DEL SINODO DEI VESCOVI
7-28 OTTOBRE 2012

Nova evangelizatio ad christianam fidem tradendam


Questo Bollettino è soltanto uno strumento di lavoro ad uso giornalistico.
Le traduzioni non hanno carattere ufficiale.


Edizione plurilingue

34 - 28.10.2012

SOMMARIO

- CAPPELLA PAPALE PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE PER LA CONCLUSIONE DELLA XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI
- ANGELUS DOMINI

CAPPELLA PAPALE PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE PER LA CONCLUSIONE DELLA XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI

- OMELIA DEL SANTO PADRE

Alle ore 09.30 di questa mattina 28 ottobre 2012, XXX Domenica del tempo “per annum”, nella Basilica Vaticana, presso la tomba dell’Apostolo Pietro, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto la Celebrazione dell’Eucaristia con i Padri sinodali, per la conclusione della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si è celebrata nell’Aula del Sinodo in Vaticano dal 7 ottobre 2012, sul tema «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana».

Alle ore 09.15 è iniziato l'ingresso in Basilica. I Concelebranti, guidati dai Cerimonieri, si sono recati ai propri posti attorno all'Altare della Confessione. Quindi i Signori Cardinali e i Componenti della Presidenza della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vesdcovi hanno preso parte alla processione d'ingresso con il Santo Padre.

Con il Papa hanno concelebrato 260 Padri Sinodali (tra cui 49 Cardinali, 6 Presuli delle Chiese Orientali, 71 Arcivescovi, 120 Vescovi e 14 Presbiteri) e 72 collaboratori.

Sono saliti all'Altare per la Preghiera Eucaristica: i Presidenti Delegati S. Em. R. Card. Francisco ROBLES ORTEGA, Arcivescovo di Guadalajara (MESSICO), S. Em. R. Card. Laurent MONSENGWO PASINYA, Arcivescovo di Kinshasa (REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO). S. Em. R. Card. John TONG HON, Vescovo di Hong Kong (CINA); il Relatore Generale S. Em. R. Card. Donald William WUERL, Arcivescovo di Washington (USA); il Segretario Speciale S. E. R. Mons. Pierre-Marie CARRÉ, Arcivescovo di Montpellier (FRANCIA) ed il Segretario Generale S. E. R. Mons. Nikola ETEROVIĆ, Arcivescovo Tit. di Cibale (CITTÀ DEL VATICANO).

La Prima Lettura è stata pronunciata in inglese, il Salmo responsoriale in italiano e la Seconda Lettura in francese. Il Vangelo è stato proclamato in latino. La Preghiera dei fedeli è stata pronunciata in italiano, polacco, spagnolo, svedese, arabo e ceco.
Durante il Sacro Rito, dopo la proclamazione del Vangelo, il Santo Padre ha pronunciato l’Omelia che pubblichiamo di seguito nella versione originale in italiano e nella traduzione portoghese e polacco. Le traduzioni in inglese, francese, spagnolo e tedesco si trovano nelle rispettive edizioni linguistiche.

OMELIA DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli,
illustri Signori e Signore,
cari fratelli e sorelle!

Il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo ha una posizione rilevante nella struttura del Vangelo di Marco. E’ collocato infatti alla fine della sezione che viene chiamata «viaggio a Gerusalemme», cioè l’ultimo pellegrinaggio di Gesù alla Città santa, per la Pasqua in cui Egli sa che lo attendono la passione, la morte e la risurrezione. Per salire a Gerusalemme dalla valle del Giordano, Gesù passa da Gerico, e l’incontro con Bartimeo avviene all’uscita dalla città, «mentre – annota l’evangelista – Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla» (10,46), quella folla che, di lì a poco, acclamerà Gesù come Messia nel suo ingresso in Gerusalemme. Proprio lungo la strada stava seduto a mendicare Bartimeo, il cui nome significa «figlio di Timeo», come dice lo stesso evangelista. Tutto il Vangelo di Marco è un itinerario di fede, che si sviluppa gradualmente alla scuola di Gesù. I discepoli sono i primi attori di questo percorso di scoperta, ma vi sono anche altri personaggi che occupano un ruolo importante, e Bartimeo è uno di questi. La sua è l’ultima guarigione prodigiosa che Gesù compie prima della sua passione, e non a caso è quella di un cieco, una persona cioè i cui occhi hanno perso la luce. Sappiamo anche da altri testi che la condizione di cecità ha un significato pregnante nei Vangeli. Rappresenta l’uomo che ha bisogno della luce di Dio, la luce della fede, per conoscere veramente la realtà e camminare nella via della vita. Essenziale è riconoscersi ciechi, bisognosi di questa luce, altrimenti si rimane ciechi per sempre (cfr Gv 9,39-41).
Bartimeo, dunque, in quel punto strategico del racconto di Marco, è presentato come modello. Egli non è cieco dalla nascita, ma ha perso la vista: è l’uomo che ha perso la luce e ne è consapevole, ma non ha perso la speranza, sa cogliere la possibilità di incontro con Gesù e si affida a Lui per essere guarito. Infatti, quando sente che il Maestro passa sulla sua strada, grida: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (Mc 10,47), e lo ripete con forza (v. 48). E quando Gesù lo chiama e gli chiede che cosa vuole da Lui, risponde: «Rabbunì, che io veda di nuovo!» (v. 51). Bartimeo rappresenta l’uomo che riconosce il proprio male e grida al Signore, fiducioso di essere sanato. La sua invocazione, semplice e sincera, è esemplare, e infatti – come quella del pubblicano al tempio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13) – è entrata nella tradizione della preghiera cristiana. Nell’incontro con Cristo, vissuto con fede, Bartimeo riacquista la luce che aveva perduto, e con essa la pienezza della propria dignità: si rialza in piedi e riprende il cammino, che da quel momento ha una guida, Gesù, e una strada, la stessa che Gesù percorre. L’evangelista non ci dirà più nulla di Bartimeo, ma in lui ci presenta chi è il discepolo: colui che, con la luce della fede, segue Gesù «lungo la strada» (v. 52).
Sant’Agostino, in uno dei suoi scritti, fa sulla figura di Bartimeo un’osservazione molto particolare, che può essere interessante e significativa anche oggi per noi. Il Santo Vescovo di Ippona riflette sul fatto che, in questo caso, Marco riporti il nome non solo della persona che viene guarita, ma anche del padre, e giunge alla conclusione che «Bartimeo, figlio di Timeo, era un personaggio decaduto da prosperità molto grande, e la sua condizione di miseria doveva essere universalmente nota e di pubblico dominio in quanto non era soltanto cieco ma un mendicante che sedeva lungo la strada. Per questo motivo Marco volle ricordare lui solo, perché l’avere egli ricuperato la vista conferì al miracolo tanta risonanza quanto era grande la fama della sventura capitata al cieco» (Il consenso degli evangelisti, 2, 65, 125: PL 34, 1138). Così Sant’Agostino.
Questa interpretazione, che Bartimeo sia una persona decaduta da una condizione di «grande prosperità», ci fa pensare; ci invita a riflettere sul fatto che ci sono ricchezze preziose per la nostra vita che possiamo perdere, e che non sono materiali. In questa prospettiva, Bartimeo potrebbe rappresentare quanti vivono in regioni di antica evangelizzazione, dove la luce della fede si è affievolita, e si sono allontanati da Dio, non lo ritengono più rilevante per la vita: persone che perciò hanno perso una grande ricchezza, sono «decadute» da un’alta dignità - non quella economica o di potere terreno, ma quella cristiana -, hanno perso l’orientamento sicuro e solido della vita e sono diventati, spesso inconsciamente, mendicanti del senso dell’esistenza. Sono le tante persone che hanno bisogno di una nuova evangelizzazione, cioè di un nuovo incontro con Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1), che può aprire nuovamente i loro occhi e insegnare loro la strada. E’ significativo che, mentre concludiamo l’Assemblea sinodale sulla Nuova Evangelizzazione, la Liturgia ci proponga il Vangelo di Bartimeo. Questa Parola di Dio ha qualcosa da dire in modo particolare a noi, che in questi giorni ci siamo confrontati sull’urgenza di annunciare nuovamente Cristo là dove la luce della fede si è indebolita, là dove il fuoco di Dio è come un fuoco di brace, che chiede di essere ravvivato, perché sia fiamma viva che dà luce e calore a tutta la casa.
La nuova evangelizzazione riguarda tutta la vita della Chiesa. Essa si riferisce, in primo luogo, alla pastorale ordinaria che deve essere maggiormente animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si radunano nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del Pane di vita eterna. Vorrei qui sottolineare tre linee pastorali emerse dal Sinodo. La prima riguarda i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. E’ stata riaffermata l’esigenza di accompagnare con un’appropriata catechesi la preparazione al Battesimo, alla Cresima e all’Eucaristia. È stata pure ribadita l’importanza della Penitenza, sacramento della misericordia di Dio. Attraverso questo itinerario sacramentale passa la chiamata del Signore alla santità, rivolta a tutti i cristiani. Infatti, è stato più volte ripetuto che i veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi: essi parlano un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della vita e con le opere della carità.
In secondo luogo, la nuova evangelizzazione è essenzialmente connessa con la missione ad gentes. La Chiesa ha il compito di evangelizzare, di annunciare il Messaggio di salvezza agli uomini che tuttora non conoscono Gesù Cristo. Anche nel corso delle riflessioni sinodali è stato sottolineato che esistono tanti ambienti in Africa, in Asia e in Oceania i cui abitanti aspettano con viva attesa, talvolta senza esserne pienamente coscienti, il primo annuncio del Vangelo. Pertanto occorre pregare lo Spirito Santo affinché susciti nella Chiesa un rinnovato dinamismo missionario i cui protagonisti siano, in modo speciale, gli operatori pastorali e i fedeli laici. La globalizzazione ha causato un notevole spostamento di popolazioni; pertanto, il primo annuncio si impone anche nei Paesi di antica evangelizzazione. Tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani – sacerdoti, religiosi e laici –, di annunciare la Buona Notizia.
Un terzo aspetto riguarda le persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo. Nel corso dei lavori sinodali è stato messo in luce che queste persone si trovano in tutti i continenti, specialmente nei Paesi più secolarizzati. La Chiesa ha un’attenzione particolare verso di loro, affinché incontrino nuovamente Gesù Cristo, riscoprano la gioia della fede e ritornino alla pratica religiosa nella comunità dei fedeli. Oltre ai metodi pastorali tradizionali, sempre validi, la Chiesa cerca di adoperare anche metodi nuovi, curando pure nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo, proponendo la verità di Cristo con un atteggiamento di dialogo e di amicizia che ha fondamento in Dio che è Amore. In varie parti del mondo, la Chiesa ha già intrapreso tale cammino di creatività pastorale, per avvicinare le persone allontanate o in ricerca del senso della vita, della felicità e, in definitiva, di Dio. Ricordiamo alcune importanti missioni cittadine, il «Cortile dei gentili», la missione continentale, e così via. Non c’è dubbio che il Signore, Buon Pastore, benedirà abbondantemente tali sforzi che provengono dallo zelo per la sua Persona e per il suo Vangelo.
Cari fratelli e sorelle, Bartimeo, avuta di nuovo la vista da Gesù, si aggiunse alla schiera dei discepoli, tra i quali sicuramente ve n’erano altri che, come lui, erano stati guariti dal Maestro. Così sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo. E la loro caratteristica è una gioia del cuore, che dice con il Salmista: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia» (Sal 125,3). Anche noi, oggi, ci rivolgiamo al Signore Gesù, Redemptor hominis e Lumen gentium, con gioiosa riconoscenza, facendo nostra una preghiera di San Clemente di Alessandria: «Fino ad ora ho errato nella speranza di trovare Dio, ma poiché tu mi illumini, o Signore, trovo Dio per mezzo di te, e ricevo il Padre da te, divengo tuo coerede, poiché non ti sei vergognato di avermi per fratello. Cancelliamo, dunque, cancelliamo l’oblio della verità, l’ignoranza: e rimuovendo le tenebre che ci impediscono la vista come nebbia per gli occhi, contempliamo il vero Dio …; giacché una luce dal cielo brillò su di noi sepolti nelle tenebre e prigionieri dell’ombra di morte, [una luce] più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù» (Protrettico, 113,2 – 114,1). Amen.

[01404-01.01] [Testo originale: Italiano]

TRADUZIONE IN LINGUA PORTOGHESE

Venerados Irmãos,
Ilustres Senhores e Senhoras,
Amados irmãos e irmãs!

O milagre da cura do cego Bartimeu ocupa uma posição significativa na estrutura do Evangelho de Marcos. De facto, está colocado no fim da secção designada «viagem para Jerusalém», isto é, a última peregrinação de Jesus para a Cidade Santa, para a Páscoa em que, como Ele sabe, O aguardam a paixão, a morte e a ressurreição. Para subir a Jerusalém a partir do vale do Jordão, Jesus passa por Jericó, e o encontro com Bartimeu tem lugar à saída da cidade, «quando – observa o evangelista – [Jesus] ia a sair de Jericó com os seus discípulos e uma grande multidão» (10, 46), a mesma multidão que, dali a pouco, aclamará Jesus como Messias na sua entrada em Jerusalém. Precisamente na estrada estava sentado a mendigar Bartimeu, cujo nome significa «filho de Timeu», como diz o próprio evangelista. Todo o Evangelho de Marcos é um itinerário de fé, que se desenvolve gradualmente na escola de Jesus. Os discípulos são os primeiros actores deste percurso de descoberta, mas há ainda outros personagens que desempenham papel importante, e Bartimeu é um deles. A sua cura prodigiosa é a última que Jesus realiza antes da sua paixão, e não é por acaso que se trata da cura dum cego, isto é, duma pessoa cujos olhos perderam a luz. A partir de outros textos, sabemos também que a condição de cegueira tem um significado denso nos Evangelhos. Representa o homem que tem necessidade da luz de Deus – a luz da fé – para conhecer verdadeiramente a realidade e caminhar pela estrada da vida. Condição essencial é reconhecer-se cego, necessitado desta luz; caso contrário, permanece-se cego para sempre (cf. Jo 9, 39-41).
Situado naquele ponto estratégico da narração de Marcos, Bartimeu é apresentado como modelo. Ele não é cego de nascença, mas perdeu a vista: é o homem que perdeu a luz e está ciente disso, mas não perdeu a esperança, sabe agarrar a possibilidade deste encontro com Jesus e confia-se a Ele para ser curado. Na realidade, ouvindo dizer que o Mestre passa pela sua estrada, grita: «Jesus, filho de David, tem misericórdia de mim!» (Mc 10, 47), e repete-o vigorosamente (v. 48) E quando Jesus o chama e lhe pergunta que quer d’Ele, responde: «Mestre, que eu veja!» (v. 51). Bartimeu representa o homem que reconhece o seu mal, e grita ao Senhor com a confiança de ser curado. A sua imploração, simples e sincera, é exemplar, tendo entrado na tradição da oração cristã da mesma forma que a súplica do publicano no templo: «Ó Deus, tem piedade de mim, que sou pecador» (Lc 18, 13). No encontro com Cristo, vivido com fé, Bartimeu readquire a luz que havia perdido e, com ela, a plenitude da sua própria dignidade: põe-se de pé e retoma o caminho, que desde então tem um guia, Jesus, e uma estrada, a mesma que Jesus percorre. O evangelista não nos diz mais nada de Bartimeu, mas nele mostra-nos quem é o discípulo: aquele que, com a luz da fé, segue Jesus «pelo caminho» (v. 52).
Num dos seus escritos, Santo Agostinho observa um particular acerca da figura de Bartimeu, que pode ser interessante e significativo também hoje para nós. O santo Bispo de Hipona reflecte sobre o facto de Marcos referir, neste caso, não só o nome da pessoa que é curada, mas também de seu pai, e chega à conclusão de que «Bartimeu, filho de Timeu, era um personagem decaído duma situação de grande prosperidade, e a sua condição de miséria devia ser universalmente conhecida e de domínio público, enquanto não era apenas cego, mas um mendigo que estava sentado na berma da estrada. Por esta razão, Marcos não o quis recordar só a ele, porque o facto de ter recuperado a vista conferiu ao milagre tão grande ressonância como grande era a fama da desventura que atingira o cego» (O consenso dos evangelistas, 2, 65, 125: PL 34, 1138) . Assim escreve Santo Agostinho!
Esta interpretação de Bartimeu como pessoa decaída duma condição de «grande prosperidade» é sugestiva, convidando-nos a reflectir sobre o facto que há riquezas preciosas na nossa vida que podemos perder e que não são materiais. Nesta perspectiva, Bartimeu poderia representar aqueles que vivem em regiões de antiga evangelização, onde a luz da fé se debilitou, e se afastaram de Deus, deixando de O considerarem relevante na própria vida: são pessoas que deste modo perderam uma grande riqueza, «decaíram» duma alta dignidade – não económica ou de poder terreno, mas a dignidade cristã –, perderam a orientação segura e firme da vida e tornaram-se, muitas vezes inconscientemente, mendigos do sentido da existência. São as inúmeras pessoas que precisam de uma nova evangelização, isto é, de um novo encontro com Jesus, o Cristo, o Filho de Deus (cf. Mc 1, 1), que pode voltar a abrir os seus olhos e ensinar-lhes a estrada. É significativo que, no momento em que concluímos a Assembleia sinodal sobre a Nova Evangelização, a Liturgia nos proponha o Evangelho de Bartimeu. Esta Palavra de Deus tem algo a dizer de modo particular a nós que nestes dias nos debruçamos sobre a urgência de anunciar novamente Cristo onde a luz da fé se debilitou, onde o fogo de Deus, à semelhança dum fogo em brasas, pede para ser reavivado a fim de se tornar chama viva que dá luz e calor a toda a casa.
A nova evangelização diz respeito a toda a vida da Igreja. Refere-se, em primeiro lugar, à pastoral ordinária que deve ser mais animada pelo fogo do Espírito a fim de incendiar os corações dos fiéis que frequentam regularmente a comunidade reunindo-se no dia do Senhor para se alimentarem da sua Palavra e do Pão de vida eterna. Aqui gostaria de sublinhar três linhas pastorais que emergiram do Sínodo. A primeira diz respeito aos Sacramentos da iniciação cristã. Foi reafirmada a necessidade de acompanhar, com uma catequese adequada, a preparação para o Baptismo, a Confirmação e a Eucaristia; e reiterou-se também a importância da Penitência, sacramento da misericórdia de Deus. É através deste itinerário sacramental que passa o chamamento do Senhor à santidade, que é dirigido a todos os cristãos. Na realidade, várias vezes se repetiu que os verdadeiros protagonistas da nova evangelização são os santos: eles falam, com o exemplo da vida e as obras da caridade, uma linguagem compreensível a todos.
Em segundo lugar, a nova evangelização está essencialmente ligada à missão ad gentes. A Igreja tem o dever de evangelizar, de anunciar a mensagem da salvação aos homens que ainda não conhecem Jesus Cristo. No decurso das próprias reflexões sinodais, foi sublinhado que há muitos ambientes em África, na Ásia e na Oceânia, onde os habitantes aguardam com viva expectativa – às vezes sem estar plenamente conscientes disso – o primeiro anúncio do Evangelho. Por isso, é preciso pedir ao Espírito Santo que suscite na Igreja um renovado dinamismo missionário, cujos protagonistas sejam, de modo especial, os agentes pastorais e os fiéis leigos. A globalização provocou um notável deslocamento de populações, pelo que se impõe a necessidade do primeiro anúncio também nos países de antiga evangelização. Todos os homens têm o direito de conhecer Jesus Cristo e o seu Evangelho; e a isso corresponde o dever dos cristãos – de todos os cristãos: sacerdotes, religiosos e leigos – de anunciarem a Boa Nova.
Um terceiro aspecto diz respeito às pessoas baptizadas que, porém, não vivem as exigências do Baptismo. Durante os trabalhos sinodais, foi posto em evidência que estas pessoas se encontram em todos os continentes, especialmente nos países mais secularizados. A Igreja dedica-lhes uma atenção especial, para que encontrem de novo Jesus Cristo, redescubram a alegria da fé e voltem à prática religiosa na comunidade dos fiéis. Para além dos métodos tradicionais de pastoral, sempre válidos, a Igreja procura lançar mão de novos métodos, valendo-se também de novas linguagens, apropriadas às diversas culturas do mundo, para implementar um diálogo de simpatia e amizade que se fundamenta em Deus que é Amor. Em várias partes do mundo, a Igreja já encetou este caminho de criatividade pastoral para se aproximar das pessoas afastadas ou à procura do sentido da vida, da felicidade e, em última instância, de Deus. Recordamos algumas missões urbanas importantes, o «Átrio dos Gentios», a missão continental, etc.. Não há dúvida que o Senhor, Bom Pastor, abençoará abundantemente estes esforços que nascem do zelo pela sua Pessoa e pelo seu Evangelho.
Queridos irmãos e irmãs, Bartimeu, uma vez obtida novamente a vista graças a Jesus, juntou-se à multidão dos discípulos, entre os quais havia seguramente outros que, como ele, foram curados pelo Mestre. Assim são os novos evangelizadores: pessoas que fizeram a experiência de ser curadas por Deus, através de Jesus Cristo. Eles têm como característica a alegria do coração, que diz com o Salmista: «O Senhor fez por nós grandes coisas; por isso, exultamos de alegria» (Sal 126/125, 3). Com jubilosa gratidão, hoje também nós nos dirigimos ao Senhor Jesus, Redemptor hominis e Lumen gentium, fazendo nossa uma oração de São Clemente de Alexandria: «Até agora errei na esperança de encontrar Deus, mas porque Vós me iluminais, ó Senhor, encontro Deus por meio de Vós, e de Vós recebo o Pai, torno-me herdeiro convosco, porque não Vos envergonhastes de me ter por irmão. Cancelemos, portanto, cancelemos o esquecimento da verdade, a ignorância; e, removendo as trevas que nos impedem de ver como a névoa nos olhos, contemplemos o verdadeiro Deus...; já que, sobre nós sepultados nas trevas e prisioneiros da sombra da morte, brilhou uma luz do céu [luz] mais pura que o sol, mais doce que a vida nesta terra » (Protrettico, 113, 2–114, 1). Amen.

[01404-06.01] [Texto original: Italiano]

TRADUZIONE IN LINGUA POLACCA

Czcigodni Bracia,
Szanowne Panie i Panowie,
Drodzy Bracia i Siostry!

Cud uzdrowienia niewidomego Bartymeusza ma znaczące miejsce w strukturze Ewangelii Marka. Jest umieszczony na końcu fragmentu, który nazywany jest „podróżą do Jerozolimy" to znaczy ostatnią pielgrzymką Jezusa do Miasta Świętego, na święto Paschy, gdzie wie, że oczekuje Go męka, śmierć i zmartwychwstanie. By wyjść z doliny Jordanu do Jerozolimy, Jezus przechodzi przez Jerycho, a spotkanie z Bartymeuszem ma miejsce przy wyjściu z miasta, gdy – jak zauważa ewangelista – „Jezus wraz z uczniami i sporym tłumem wychodził z Jerycha" (10, 46), tym tłumem, który nieco później okrzyknie Jezusa Mesjaszem, podczas Jego wjazdu do Jerozolimy. Właśnie przy drodze siedział i żebrał Bartymeusz, którego imię oznacza „syn Tymeusza", jak mówi sam ewangelista. Cała ewangelia Marka jest opisem drogi wiary, która się stopniowo rozwija w szkole Jezusa. Uczniowie są pierwszymi aktorami tej drogi odkrywania, ale są także inne osoby, które zajmują ważną rolę, a Bartymeusz jest jedną z nich. Jego uzdrowienie jest ostatnim cudem, jakiego Jezus dokonuje przed swoją męką i nie przypadkiem jest uzdrowieniem ślepego, to znaczy osoby, której oczy utraciły światło. Wiemy również z innych tekstów, że stan ślepoty ma w ewangeliach brzemienne znaczenie. Przedstawia człowieka, który potrzebuje światła Bożego, światła wiary, aby naprawdę poznać rzeczywistość i kroczyć drogą życia. Istotne jest uznanie siebie za ślepca, potrzebującego owego światła. W innym wypadku zostaje się ślepcem na zawsze (por. J 9, 39-41).
Tak więc Bartymeusz, w tym punkcie strategicznym relacji Marka jest przedstawiony jako wzór. Nie jest on od urodzenia ślepy, lecz stracił wzrok: jest człowiekiem, który utracił światło i jest tego świadom, ale nie zatracił nadziei, potrafi skorzystać ze spotkania z Jezusem i powierza się Jemu, aby być uzdrowionym. Rzeczywiście, kiedy słyszy, że Mistrz przechodzi obok niego woła: „Jezusie, Synu Dawida, ulituj się nade mną!" (Mk 10, 47), i z naciskiem powtarza te słowa (w. 48). A kiedy Jezus go woła i pyta, czego od Niego chce, odpowiada: „Rabbuni, żebym przejrzał" (w. 51). Bartymeusz jest człowiekiem, który rozpoznaje swoją biedę i woła do Pana, ufając, że zostanie uzdrowiony. Jego prośba prosta i szczera stanowi wzór, jest podobna do błagania celnika w świątyni: „Boże, miej litość dla mnie, grzesznika!" (Łk 18,13) – i weszła do tradycji modlitwy chrześcijańskiej. W przeżywanym z wiarą spotkaniu z Chrystusem Bartymeusz odzyskuje utracone światło, a wraz z nim pełnię swej godności: wstaje na nogi i podejmuje pielgrzymkę, która od tej pory ma przewodnika – Jezusa – i drogę, tę samą, którą idzie Jezus. Ewangelista nie powie nam już nic więcej o Bartymeuszu, ale w nim pokazuje nam, kim jest uczeń: to ten, który ze światłem wiary „idzie drogą za Jezusem" (w. 52).
Święty Augustyn, w jednym ze swych pism dokonuje bardzo szczególnej obserwacji odnośnie do postaci Bartymeusza. Może być ona istotna i interesująca także dla nas dzisiaj. Święty biskup zastanawia się nad faktem, iż w tym przypadku Marek przekazuje nie tylko imię osoby, która została uzdrowiona, lecz także ojca i stwierdza: „Bartymeusz syn Tymeusza był człowiekiem, który popadł w nędzę z bardzo wielkiego dobrobytu, a jego stan biedy musiał być powszechnie znany, publiczny, ponieważ nie tylko był ślepcem, ale także żebrakiem, który siedział przy drodze. Z tego powodu Marek zechciał upamiętnić tylko jego, ponieważ przywrócenie mu wzroku przydało cudowi o tyle większy rozgłos, o ile powszechna była wieść o nieszczęściu, jakie spadło na ślepca" (De consensu evangelistarum 2, 65, 125: PL 34, 1138). Tak pisze św. Augustyn.
Ta interpretacja, mówiąca, że Bartymeusz był osobą „bardzo zamożną", która popadła w biedę pobudza nas do zastanowienia. Zachęca do pomyślenia, że są bogactwa niematerialne, cenne dla naszego życia, które możemy utracić. W tej perspektywie Bartymeusz może być przedstawicie­lem tych, którzy mieszkają w regionach od dawna ewangelizowanych, gdzie światło wiary osłabło, gdzie ludzie oddalili się od Boga, już nie uważają, że jest On ważny w ich życiu: osoby, które utraciły więc wielkie bogactwo, utraciły wzniosłą godność – nie wynikającą z sytuacji ekonomicznej czy władzy doczesnej, lecz chrześcijańskiej – stracili pewne i stabilne ukierunkowanie życia i stali się, często nieświadomie, ludźmi żebrzącymi o sens swej egzystencji. Tak wiele osób potrzebuje nowej ewangelizacji, czyli nowego spotkania z Jezusem Chrystusem, Synem Bożym (por. Mk 1,1), który może ponownie otworzyć ich oczy i wskazać im drogę. Znamienne jest to, że kiedy kończymy obrady synodalne o nowej ewangelizacji, liturgia proponuje nam Ewangelię o Bartymeuszu. To Słowo Boże ma coś do powiedzenia szczególnie nam, którzy w tych dniach stawaliśmy w obliczu pilnej potrzeby głoszenia na nowo Chrystusa tam, gdzie osłabło światło wiary, tam gdzie ogień Boży jest podobny do żaru, który wymaga rozniecenia, aby stał się żywym ogniem, dającym światło i ciepło dla całego domu.
Nowa ewangelizacja dotyczy całego życia Kościoła. Odnosi się ona w pierwszym rzędzie do duszpasterstwa zwyczajnego, które w większy stopniu powinno być ożywiane ogniem Ducha, aby rozpalić serca wierzących, którzy regularnie uczestniczą w życiu wspólnoty katolickiej, gromadzących się w Dzień Pański, by karmić się Słowem Bożym i Chlebem życia wiecznego. Chciałbym tu podkreślić trzy wskazania duszpasterskie wypływające z Synodu. Pierwsze dotyczy sakramentów wtajemniczenia chrześcijańskiego. Potwierdzono potrzebę, by odpowiednia katecheza towarzyszyła przygotowaniu do chrztu, bierzmowania i Eucharystii. Podkreślono także znaczenie sakramentu pokuty, sakramentu Bożego miłosierdzia. Poprzez tę drogę sakramentalną przechodzi Boże wezwanie do świętości, skierowane do wszystkich chrześcijan. Rzeczywiście wiele razy powtarzano, że prawdziwymi protagonistami nowej ewangelizacji są święci: mówią oni językiem zrozumiałym dla wszystkich poprzez przykład swego życia i pełnione dzieła miłosierdzia.
Po drugie, nowa ewangelizacja jest zasadniczo związana z misją ad gentes. Zadaniem Kościoła jest ewangelizacja, głoszenie orędzia zbawienia ludziom, którzy dotychczas nie znają Jezusa Chrystusa. Także podczas refleksji synodalnych podkreślono, że istnieje wiele środowisk w Afryce, Azji i Oceanii, których mieszkańcy niecierpliwie oczekują, czasami nie będąc tego w pełni świadomi, pierwszego przepowiadania Ewangelii. Trzeba więc modlić się do Ducha Świętego, aby wzbudził w Kościele odnowiony dynamizm misyjny, w którym uczestniczyliby w sposób szczególny asystenci duszpasterscy i wierni świeccy. Globalizacja spowodowała znaczące przemieszczenia ludności; jednakże pierwsze głoszenie konieczne jest także w krajach zewangelizowanych już dawno temu. Wszyscy ludzie mają prawo do poznania Jezusa Chrystusa i Jego Ewangelii; temu właśnie odpowiada obowiązek chrześcijan, wszystkich chrześcijan – kapłanów, zakonników i świeckich – by głosić Dobrą Nowinę.
Trzeci aspekt dotyczy osób ochrzczonych, które jednakże nie żyją zgodnie z wymogami Chrztu św. W trakcie prac synodalnych podkreślono, że osoby te znajdują się na wszystkich kontynentach, zwłaszcza w krajach najbardziej zlaicyzowanych. Zwrócona jest na nie szczególna uwaga Kościoła, aby na nowo spotkały Jezusa Chrystusa, na nowo odkryły radość wiary i powróciły do praktyki religijnej we wspólnocie wiernych. Oprócz nadal posiadających swą wartość tradycyjnych metod duszpasterskich, Kościół usiłuje posługiwać się także nowymi metodami, dbając jednakże o nowy język, dostosowany do różnych kultur świata, proponując prawdę Chrystusa w postawie dialogu i przyjaźni, która ma swe oparcie w Bogu, który jest Miłością. W różnych częściach świata Kościół podjął już taką drogę kreatywności duszpasters­kiej, aby dotrzeć do osób, które się oddaliły lub poszukujących sensu życia, szczęścia, a ostatecznie Boga. Przypomnijmy „Misje wielkich miast", „Dziedziniec pogan", „Misję kontynentalną" i tak dalej. Nie ulega wątpliwości, że Pan, Dobry Pasterz obficie pobłogosławi takie wysiłki, wypływające z gorliwości o Jego Osobę i Jego Ewangelię.
Drodzy bracia i siostry, Bartymeusz, zyskawszy od Jezusa na nowo wzrok dołączył do rzeszy uczniów, wśród których byli także z pewnością inni, którzy podobnie jak on zostali uzdrowieni przez Mistrza. Takimi są też ci, którzy podejmują nową ewangelizację: ludzie, którzy doświadczyli uzdrowienia przez Boga, przez Jezusa Chrystusa. Cechuje ich radość serca, mówiąca wraz z psalmistą: „Pan uczynił nam wielkie rzeczy i radość nas ogarnęła" (Ps 125,3). Także i my zwracamy się dzisiaj do Pana Jezusa, Odkupiciela ludzi (Redemptor hominis) i Światła narodów (Lumen Gentium), z radosną wdzięcznością, słowami modlitwy św. Klemensa Aleksandryjskiego: „Aż dotąd błądziłem w nadziei znalezienia Boga, ponieważ Ty mnie jednak o Panie oświecasz, odnajduję Boga poprzez Ciebie i od Ciebie otrzymuję Ojca, staję się Twoim współdziedzicem, gdyż nie zawstydziłeś się, by mieć mnie za brata. Usuńmy więc, usuńmy niepamięć o prawdzie, niewiedzę: i usuwając ciemności, które przeszkadzają nam widzieć, jak mgła dla oczu, kontemplujmy prawdziwego Boga…; ponieważ nad nami, pogrążonymi w mrokach, więźniami cieniów śmierci zajaśniało światło z nieba, [światło] czystsze od słońca, słodsze od życia na tym świecie" (Protreptyk 113,2 - 114,1). Amen.

[01404-09.01] [Testo originale: Italiano]

ANGELUS DOMINI

- PAROLE DEL SANTO PADRE

Al termine della Santa Messa, il Santo Padre Benedetto XVI si affacciato alla finestra del Suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli e i pellegrini presenti in Piazza San Pietro. Nell’introdurre la preghiera mariana, il Papa ha pronunciato le parole sulla XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi appena conclusa, che pubblichiamo di seguito.

PAROLE DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Con la Santa Messa celebrata stamani nella Basilica di San Pietro, si è conclusa la XIII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Per tre settimane ci siamo confrontati sulla realtà della nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana: tutta la Chiesa era rappresentata e, dunque, coinvolta in questo impegno, che non mancherà di dare i suoi frutti, con la grazia del Signore. Prima di tutto però il Sinodo è sempre un momento di forte comunione ecclesiale, e per questo desidero insieme con tutti voi ringraziare Dio, che ancora una volta ci ha fatto sperimentare la bellezza di essere Chiesa, e di esserlo proprio oggi, in questo mondo così com’è, in mezzo a questa umanità con le sue fatiche e le sue speranze.
Molto significativa è stata la coincidenza di questa Assemblea sinodale con il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e quindi con l’inizio dell’Anno della fede. Ripensare al Beato Giovanni XXIII, al Servo di Dio Paolo VI, alla stagione conciliare, è stato quanto mai favorevole, perché ci ha aiutato a riconoscere che la nuova evangelizzazione non è una nostra invenzione, ma è un dinamismo che si è sviluppato nella Chiesa in modo particolare dagli anni ‘50 del secolo scorso, quando apparve evidente che anche i Paesi di antica tradizione cristiana erano diventati, come si suol dire, «terra di missione». Così è emersa l’esigenza di un annuncio rinnovato del Vangelo nelle società secolarizzate, nella duplice certezza che, da una parte, è solo Lui, Gesù Cristo, la vera novità che risponde alle attese dell’uomo di ogni epoca, e dall’altra, che il suo messaggio chiede di essere trasmesso in modo adeguato nei mutati contesti sociali e culturali.
Che cosa possiamo dire al termine di queste intense giornate di lavoro? Da parte mia, ho ascoltato e raccolto molti spunti di riflessione e molte proposte, che, con l’aiuto della Segreteria del Sinodo e dei miei Collaboratori, cercherò di ordinare ed elaborare, per offrire a tutta la Chiesa una sintesi organica e indicazioni coerenti. Fin da ora possiamo dire che da questo Sinodo esce rafforzato l’impegno per il rinnovamento spirituale della Chiesa stessa, per poter rinnovare spiritualmente il mondo secolarizzato; e questo rinnovamento verrà dalla riscoperta di Gesù Cristo, della sua verità e della sua grazia, del suo «volto», così umano e insieme così divino, sul quale risplende il mistero trascendente di Dio.
Affidiamo alla Vergine Maria i frutti del lavoro dell’Assise sinodale appena conclusa. Lei, Stella della nuova evangelizzazione, ci insegni e ci aiuti a portare a tutti Cristo, con coraggio e con gioia.

Dopo la Recita dell’Angelus Domini, il Papa ha detto:

[in francese] Alors que s’achèvent les travaux du Synode pour la nouvelle évangélisation, la parole du Christ nous invite à la confiance et à l’acte de foi en Lui. Celui qui croit ne peut garder pour lui la Bonne Nouvelle du salut. Le Seigneur a confié à tous ses disciples la responsabilité d’annoncer l’Évangile parmi tous les peuples. Puisse l’Esprit Saint rendre votre témoignage lumineux afin que beaucoup découvrent et suivent le Christ, Rédempteur de l’homme. Que la Vierge Marie, Mère de l’Église, vous accompagne sur les chemins qui conduisent vers son Fils!

[in inglese] In today’s Gospel, Jesus grants sight to the blind man with the words: “Your faith has saved you”. As we mark the end of the Synod on the new evangelization, let us renew both our faith in Christ and our commitment to the spread of his Gospel of healing and joy.

[in tedesco] Mit der heutigen Meßfeier in der Petersbasilika habe ich zusammen mit den Synodenvätern und vielen Gläubigen die XIII. Ordentliche Generalversammlung der Bischofssynode zur „Neuen Evangelisierung und Weitergabe des christlichen Glaubens“ beendet. Wir haben voller Freude im Hallelujavers gesungen: „Unser Retter Jesus Christus hat dem Tod die Macht genommen und uns das Leben gebracht durch das Evangelium.“ Liebe Brüder und Schwestern! In der Gewißheit, daß der Herr lebt und uns nahe ist, wollen wir unseren Glauben freudig, mit Mut und mit Begeisterung in die Welt hinaus tragen! Gott segne euch alle.

[in spagnolo] Al concluir la Asamblea General ordinaria del Sínodo de los Obispos, dedicada al tema de la nueva evangelización, invito a todos a intensificar la oración para que este evento eclesial produzca abundantes frutos en la vida de la Iglesia. Encomiendo este deseo a la amorosa intercesión de María Santísima, y reitero mi exhortación a dirigirse a Ella cada día con el rezo del Santo Rosario, confiándole todas nuestras dificultades, retos y alegrías, para que los presente a su Hijo Jesucristo, luz del mundo y esperanza del hombre.

[in portoghese] Ao concluir a Sínodo sobre a Nova Evangelização, confio à Virgem Santíssima os seus frutos e peço-Lhe que guie e proteja maternalmente os vossos passos ao serviço do anúncio e testemunho da Boa Nova de Jesus Cristo!

[in polacco] Bracia i Siostry, dzisiaj rano zakonczyl sie Synod Biskupów. Przypomnial on, ze nowa ewangelizacja jest zadaniem nas wszystkich, domaga sie od nas wzrostu w gorliwosci, odrodzenia zycia sakramentalnego, powrotu do praktyk religijnych ze strony tych, którzy oddalili sie od Kosciola, gloszenia oredzia Chrystusa wszystkim, którzy Go jeszcze nie znaja. Niech Bozy Duch ozywi nasze serca moca wiary, obudzi potrzebe trwania w bliskosci z Bogiem. Na realizacje tych waznych zadan z serca wam blogoslawie.
[Fratelli e sorelle, si è concluso stamani il Sinodo dei Vescovi. Esso ha ricordato che la nuova evangelizzazione è compito di ognuno di noi, esige da noi l’intensificazione nello zelo, la rinascita della vita sacramentale, il ritorno alle pratiche di pietà da parte di coloro che si sono allontanati dalla Chiesa, l’annunzio del messaggio di Cristo a tutti coloro che non lo conoscono. Lo Spirito di Dio ravvivi il nostri cuori con la forza della fede, desti il bisogno di rimanere nella vicinanza con Dio. Per la realizzazione di questi importanti impegni vi benedico di cuore.]

 

 
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