Nei giorni 6-8 marzo di quest’anno il Pontificio Consiglio della Cultura ha
dedicato il lavoro dell’Assemblea Plenaria al tema “La Chiesa e la sfida
della secolarizzazione”. Il testo che ora proponiamo rappresenta una sintesi
dei lavori dell’Assemblea, il cui scopo era quello di elaborare una risposta
pastorale a questo fenomeno. L’intenzione non è di trattare in modo esaustivo il
tema o esprimere un giudizio sulla grande quantità di comunicazioni sul tema,
scritte e orali, con taglio pastorale, accademico o più accessibile. Nel corso
delle sessioni di lavoro, gli interventi dei Membri e Consultori hanno messo in
risalto diversi aspetti ed effetti della secolarizzazione nella società (ad
extra) e nella Chiesa (ad intra): dall’esclusione della religione dalla sfera
pubblica, alla trasformazione del tessuto culturale, agli effetti sulla
liturgia, sull’educazione e sulla vita familiare. Infatti, la secolarizzazione -
che spesso si muta in secolarismo abbandonando l’accezione positiva di
secolarità, mette a dura prova la vita cristiana dei fedeli e dei pastori -
durante i lavori, è stata interpretata e trasformata anche in una sfida
provvidenziale così da proporre risposte pastorali convincenti ai quesiti e alle
speranze dell’uomo, nostro contemporaneo. Dunque, si tratta di una sfida
teologica, pastorale e culturale, che ci spinge a tenere conto dei continui e
rapidi cambiamenti e delle molte sfide che vengono poste alla Chiesa da fenomeni
culturali intrinsecamente connessi con la secolarizzazione: globalizzazione,
urbanizzazione, migrazione e il proliferare delle Sette.
La tentazione preliminare da evitare si riferisce
alla sindrome da incapacità permanente, causa della convinzione che non siamo in
grado di influire sulla società e sulle culture in cui viviamo. La reazione
positiva, invece, è rappresentata dal dialogo, come paradigma di incontro
salvifico – a questo proposito è illuminante il colloquio tra Gesù e la donna
samaritana, narrato nel cap. 4 del Vangelo di Giovanni. Alla luce del dato
biblico risulta chiaro che quando si parla di dialogo, nel contesto di una sua
rigorosa fondazione e modulazione teologica, non s'intende in prima battuta un
esercizio che concerne semplicemente la relazione di reciproca conoscenza e
cooperazione tra diversi, ma più in profondità un atteggiamento che tocca
l'esprimersi e il costruirsi della persona in quanto tale.
Il dialogo, in altri termini, è innanzitutto un centrale tema
antropologico, come si evince dalle frequentazioni filosofiche e bibliche -
antiche e recenti - che ne nutrono il pensiero. E, in intima connessione con
ciò, diventa anche un tema propriamente teologico.
Il dialogo, infatti, esprime l'evento in cui la persona, ricca del
patrimonio culturale e religioso di cui è erede e interprete, si mostra e
realizza per ciò che è, e cioè nella sua identità, grazie e nella relazione con
l'altro, anch'egli accolto e valorizzato nella ricchezza del patrimonio
culturale e religioso di cui vive. Solo a partire da questa concezione
antropologica, che riceve nuova e decisiva luce e singolare e fondamentale
vigore nell'esistenza in Cristo, si possono declinare con pertinenza le diverse
e convergenti espressioni in cui il dialogo prende carne: si tratti
dell'espressione vitale o di quella intellettuale o di quella pratica. Il
dialogo è un incontro e un’esperienza caratterizzati da impegno e
coinvolgimento, da sfide, confronti, da affermazioni, e il tutto vissuto con
rispetto e accoglienza, al fine di stimolare la sete di verità che abita nel
cuore di ogni cultura e di ogni persona. La disponibilità all’incontro e allo
scambio rappresenta il modo migliore per rispondere alle domande cruciali: chi
sono?, da dove vengo?, dove vado?, dal momento che non si tratta solo di parlare
o di condividere un’opinione, ma di un momento significativo del “colloquium
salutis”.
Ma è necessario chiedersi, proprio nella prospettiva pastorale, che cosa
significhi salvezza e che cosa intendano i nostri interlocutori con questo
termine. In alcune culture secolarizzate sembra che la gente non avverta più la
necessità della salvezza, ridotta ormai ad un termine svuotato di ogni
significato, che sembra ridursi a una ricerca di benessere psicologico, molto
simile ad una beauty-farm dello spirito. In un contesto culturale e
pastorale così fluido si rivela necessario il discernimento, atteggiamento
essenziale nel dialogo non solo con i non credenti ma anche con tutte le persone
che hanno affievolito l’impegno per la ricerca della verità e per le scelte
radicali. È necessario, innanzitutto, accettare la complessità della situazione,
così da non esagerare nella semplificazione o cedere alla tentazione del
fondamentalismo, e assumere invece i criteri che ci vengono offerti dalla Parola
di Dio.
A questo proposito richiamiamo due testimonianze, quella di uno scrittore
inglese cattolico molto noto, Gilbert K. Chesterton, il quale in una sua opera
famosa, Ortodossia, faceva notare un aspetto particolare: «Tutta
l’iconografia cristiana - scriveva - rappresenta i santi con gli occhi aperti
sul mondo, mentre l’iconografia buddhista rappresenta ogni essere con gli occhi
chiusi». Ed è significativo questo aspetto, non perché il cristianesimo elimini
la dimensione della contemplazione, dell’intimità, del segreto, della propria
coscienza; esso, però, privilegia certamente lo sguardo aperto sul mondo. Il
cristianesimo è, infatti, una religione storica e quindi idealmente si
impolvera, entra nella piazza, non sta nello spazio tranquillo e sereno del
tempio, non rimane in mezzo alle volute d’incenso, ai ceri baluginanti,
all’interno della preghiera o della scoperta di sé. Entra anche in mezzo alla
città dove ci sono il riso e le lacrime degli uomini, dove ci sono anche le
bestemmie, dove si svolgono i commerci. L’altra testimonianza la assumiamo da un
noto autore americano di testi sulla comunicazione. Si tratta di Dan Zadra che
scrive queste parole: «Se tu e io ci scambiamo un dollaro restiamo sempre con un
dollaro ciascuno. Se invece ci scambiamo le idee, dopo tu ne hai due e io pure».
Ecco, la differenza fondamentale è questa: l’economia nello scambio suppone
sempre un regime di parità, tant’è vero che il gratuito in economia non lo si
concepisce; nella morale invece, nella ricerca di pensiero, lo scambio oblativo
è necessario, la donazione è fondamentale. Siamo, quindi, chiamati ad un dialogo
che assuma nella gratuità le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei
nostri contemporanei, come magistralmente insegna la Gaudium et spes e,
soprattutto, che sia conformato al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio.
1) Alcuni aspetti del fenomeno culturale
La secolarizzazione, che si presenta nelle culture come impostazione del
mondo e dell’umanità senza riferimento alla Trascendenza, invade ormai ogni
aspetto della vita quotidiana e sviluppa una mentalità in cui Dio è di fatto
assente, in tutto o in parte, dall’esistenza e dalla coscienza umana. Questa
secolarizzazione non è soltanto una minaccia esterna per i credenti, ma si
manifesta già da tempo in seno alla Chiesa stessa. Snatura dall’interno e in
profondità la fede cristiana e, di conseguenza, lo stile di vita e il
comportamento quotidiano dei credenti. Essi vivono nel mondo e sono spesso
segnati, se non condizionati, dalla cultura dell’immagine che impone modelli e
impulsi contraddittori, nella negazione pratica di Dio: non c’è più bisogno di
Dio, di pensare a Lui e di ritornare a Lui. Inoltre, la mentalità edonistica e
consumistica predominante favorisce, nei fedeli come nei pastori, una deriva
verso la superficialità e un egocentrismo che nuoce alla vita ecclesiale. La
secolarizzazione non è un problema solo per i cattolici, i protestanti, gli
ortodossi, o un fenomeno che affligge il mondo occidentale, perché i suoi
tentacoli pervadono tutte le culture anche quelle tradizionali dell’Oriente, e
gli effetti si registrano a vari livelli: nel mondo accademico come nella
cultura popolare, nelle strutture sociali come nella vita ecclesiale. Essa pone
interrogativi inaspettati alla fede, confina ai margini il cattolicesimo
tradizionale e propone nuove alternative all’anelito religioso dell’uomo e ad
una corretta visione della persona umana.
Come ci insegna l’esperienza, chi ci contrasta ha tuttavia sempre qualcosa
da insegnarci e ci aiuta a elaborare e focalizzare la nostra risposta a
particolari problemi. Perciò, ci chiediamo: chi sono i nostri antagonisti, oggi?
Il fenomeno della secolarizzazione, talvolta, ha le carte in regola per essere
avvertito come una persecuzione. Tuttavia, pur ritenendo saggio il detto “un po’
di persecuzione non fa male”, noi ci rendiamo conto che la secolarizzazione non
è tanto una persecuzione quanto una tentazione. Infatti la gente segue
istintivamente i costumi della mentalità secolarizzata in cui è immersa e si
lascia piacevolmente avvolgere da un ambiente che solletica l’egoismo e il
relativismo e il successo personale. Non possiamo negare di essere noi,
talvolta, i peggiori nemici di noi stessi, con le nostre indolenze e paure
ingiustificate, con le nostre piccole viltà e incoerenze. Capita a proposito
quanto scriveva la poetessa Nelly Sachs in una strofa di una sua ballata sui
profeti: «Se i profeti irrompessero per le porte della notte incidendo ferite
nei campi della consuetudine [cioè nelle nostre abitudini codificate], se i
profeti irrompessero per le porte della notte cercando un orecchio come patria,
orecchio degli uomini, ostruito di ortiche, sapresti tu ascoltare?».
La nostra storia, umana, culturale e pastorale è spesso segnata dallo
scoraggiamento, dalla mancanza di ardore profetico e ci lamentiamo della
secolarizzazione come se fosse un processo deterministico – in realtà persino i
sociologi della religione hanno dovuto rivedere le loro teorie su una
secolarizzazione integrale e irreversibile – e ci adagiamo su ritornelli
consunti dall’uso, “va sempre peggio”; “sempre meno gente frequenta Chiesa”,
“non si può modificare la tendenza”, e non corrispondiamo, così, alla missione
di proclamare il Vangelo.
In questo contesto culturale, c’è il rischio di cadere in un’atrofia
spirituale e in un vuoto del cuore, caratterizzati talvolta da forme surrogate
di appartenenza religiosa e di vago spiritualismo, che appiattiscono sia lo
slancio culturale che l’anelito verso l’Assoluto. È un fenomeno diffuso anche
nel mondo dell’arte, della musica e dell’architettura, con la conseguente fatica
a dare un volto alle attese spirituali della società. Questo appiattimento non
risparmia neppure la nostra “controparte”, perché dove una volta gli atei erano
intellettualmente onesti, ora anch’essi si manifestano immersi nella
superficialità, che si rivela nella a-teologia di un Michel Onfray, Dawkins,
Hitchens, Odifreddi. Abbiamo bisogno, invece, di riscoprire un termine oggi un
caduto po’ in disuso: l’utopia, una rinnovata tensione nella progettualità verso
l’infinito e la pienezza. Diceva La Rochefoucauld, uno dei grandi scrittori
moralisti del Seicento francese: «Chi si applica troppo alle piccole cose
diventa incapace delle grandi». È inesorabile: diventiamo tutti “ominicchi”
quanto più ci si ferma al piccolo orizzonte e non si ha più il respiro della
tensione, dell’ideale. Un grande mistico spagnolo come Fray Luis de Leòn sulla
scia di questa idea diceva in spagnolo: «En Dios se descubren nuevos mares
cuanto mas se navega», in Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga.
Perciò, è necessario sempre di più coltivare questa tensione, questa pulsione
ulteriore verso la pienezza.
Giovanni Paolo II affermava che peggio della secolarizzazione c’è
l’apostasia silenziosa, soprattutto nelle società tradizionalmente cattoliche.
Un numero non indifferente di comunità cattoliche si trova a confrontarsi con un
cambiamento radicale del modo in cui la Chiesa è presente nel mondo. In pochi
anni, alcuni paesi da cui partivano migliaia di missionari per la missione ad
gentes, ora sono divenuti dipendenti dai missionari provenienti dai paesi
precedentemente evangelizzati. Inoltre, si registra una caduta del numero delle
vocazioni religiose e al sacerdozio, giovani che non frequentano la Chiesa, non
hanno più fede, manifestano difficoltà nell’appartenere ad una religione, hanno
poca familiarità con la Bibbia. È come se la Chiesa si trovasse inaspettatamente
di fronte a fenomeni del tutto imprevedibili e perciò a disagio nell’organizzare
una risposta. Infatti, anche quando i cristiani sono numericamente in
maggioranza, si crea una specie di sudditanza psicologica, come se si fosse
adottata la strategia sbagliata e non si avesse fiducia nella validità e nobiltà
del messaggio cristiano. Solo i grandi eventi - le visite apostoliche, la
Giornata Mondiale della Gioventù e altri appuntamenti ecclesiali organizzati dai
Movimenti - riescono a fare breccia nella società secolarizzata, in particolare
nell’universo mediatico. Invece, la parte più importante dell’evangelizzazione,
cioè il lavoro quotidiano e silenzioso di tanti testimoni nell’educazione,
nell’assistenza sanitaria, nella vita parrocchiale e nelle piccole comunità,
passa senza fare notizia, ma non per questo con minore efficacia.
Le Chiese, un tempo numericamente in maggioranza, ora devono ridefinire la
consapevolezza del proprio ruolo nella società, in una mutata situazione. Qui
nasce la domanda: come essere nel mondo ma non del mondo, come vivere il mistero
della croce, come accogliere la grazia infusa in noi e trasmetterla agli altri?
Testimoniare il Vangelo, con una presenza viva nelle società secolarizzate,
richiede la costituzione di parrocchie organizzate e salde nella fede, la
presenza di famiglie e di piccole comunità di preghiera. Risulta prioritario
individuare che cosa si può fare per risvegliare nei laici il senso delle loro
responsabilità nel momento in cui passano dall’essere cattolici per tradizione
culturale a cattolici artefici di una cultura alternativa, da sviluppare come
fermento e non tanto come aperta contrapposizione alla concezione
socio-culturale dominante.
c) Nuova religiosità
Nella maggior parte dei paesi secolarizzati la gente non ha difficoltà a
credere in qualcosa, il problema riguarda ciò in cui credono. Infatti, dove
regna il relativismo filosofico e morale, si diffondono sempre più i
supermercati del sacro e il sincretismo religioso. Il fenomeno culturale
chiamato New Age, ad esempio, si è evoluto come sfida mirata alla cultura
moderna refrattaria al trascendente, dando origine al cosiddetto “ritorno del
sacro”, e al risveglio di una certa dimensione connessa con la spiritualità.
Mentre le culture si trasformano sotto la pressione della globalizzazione e
delle continue migrazioni, cambia anche il senso religioso dei popoli. La
crescita della mobilità umana comporta l’incontro e l’intersecarsi tra diverse
religioni e filosofie di vita, con una inevitabile influenza sul modo in cui la
gente interpreta il proprio modus vivendi. In questo contesto di
appartenenze liquide e, per certi aspetti fragili, le sette, in cui sono
coinvolti molti artisti che lavorano nel cinema e nella televisione ma anche
molti semplici cittadini, continuano ad essere un fenomeno emblematico e
preoccupante.
A partire dall’esperienza dolorosa dell’abbandono della Chiesa cattolica
da parte di persone impegnate nella pastorale, con la motivazione che “Il
Vangelo e Gesù Cristo lo abbiamo conosciuto nelle sette”, forse, dobbiamo
ammettere che, non sempre abbiamo saputo propiziare l’incontro reale e profondo
con Gesù Cristo che dà senso a tutta l’esistenza, offrendo aiuto, sviluppo
umano, impegno sociale e politico. Per esempio, alla sfida della povertà la
Chiesa ha prontamente ed efficacemente risposto con la solidarietà e le opere
assistenziali in aiuto ai poveri. Le sette, da parte loro, hanno saputo adattare
la loro azione e il loro linguaggio ai destinatari, offrendo la Parola di Dio
con toni apocalittici e con pratiche esoteriche emotivamente coinvolgenti, e
creando l’illusione, con aiuti mirati, di una prosperità frutto dell’adesione a
Dio.
A questo
proposito, non va trascurata la questione della de-sacralizzazione nella
liturgia, che dà vita a celebrazioni e assemblee liturgiche talmente scialbe e
stinte da rischiare di divenire estinte. In esse le persone, che provengono
ormai dall’anonimato urbano, non si conoscono, non hanno il senso della
comunità, e diventano fragili e vulnerabili soprattutto sul piano emotivo e
relazionale. Le culture tradizionali, invece, avevano spazi e tempi, criteri e
metodi per trasmettere la fede che, oggi, purtroppo, risultano assenti dal
modello sociale contemporaneo secolare e globalizzato. La sensibilità
intellettuale e la carità pastorale ci spingono sia verso il recupero delle
pratiche tradizionali, arricchite dalla ecclesiologia del Concilio Vaticano II,
sia verso la individuazione di occasioni e di circuiti nuovi in cui trasmettere
la fede in Cristo e la vita secondo il Vangelo e l’insegnamento della Chiesa.
Per acquisire un’identità è importante sviluppare il senso di
appartenenza, e questo vale ancor più per il cristiano. Nella tradizione
cattolica si diceva “Io appartengo ad una cultura o ad una famiglia cattolica”.
Nella tradizione protestante il motto era: “Io sono un convertito e voglio
trasformare la mia cultura”. Una realtà attuale positiva da non passare sotto
silenzio riguarda una certa controtendenza: dopo il passaggio alle Sette, ora
c’è un ritorno alla Chiesa cattolica. Questo grazie alla riscoperta della pietà
popolare, e soprattutto alla catechesi capillare. Questo ci fa comprendere la
esigenza di un rinnovato annuncio del Kerygma, fatto a persone concrete, senza
la pretesa di dire tutto e subito.
Pertanto, senza nulla togliere all’importanza dell’identità, vale la pena tener
conto del fatto che la storia della cultura e, in definitiva, dell'autocoscienza
umana che nelle forme culturali s’incarna, è retta da un complesso ritmo di
continuità e novità, stabilità e rottura, in cui giocano, da un lato, la
permanenza di ciò ch'è costitutivo della "natura umana" e, dall'altro, il
dinamismo che storicamente la esprime di tempo in tempo, attingendo via via, non
senza riflussi e resistenze, livelli nuovi e diversi di consapevolezza e di
rappresentazione. La nostra risposta, allora, richiede una fantasia pastorale
capace di contemperare saggezza e ottimismo, paziente attesa e annuncio del Dio
Amore che chiama alla riconciliazione, alla pace, al perdono e alla giustizia.
Si può affermare che la secolarizzazione crea una reazione a catena: da
società religiosa a società senza Dio e, infine, a società senza l’uomo. Nel
nuovo umanesimo cristiano (cf. il documento della III Conferenza del CELAM,
Puebla 1979, nn. 4-6) di fronte alla pericolosa contrapposizione tra persona e
tradizione, persona e cultura, persona e strutture, si instaura una dinamica
suggestiva: evangelizzare la cultura contemplando le tre dimensioni della realtà
umana: strutture, persona e valori, così da trasformare la situazione dell’uomo
e il suo anelito religioso e renderlo consapevole della rotta del suo viaggio
esistenziale.
La secolarizzazione, intrecciata con la globalizzazione, ha spesso portato
le politiche economiche e monetarie a scontarsi con le culture locali. Per
esempio, alcuni sistemi tribali dell’Africa sono stati soffocati dai nuovi
approcci al mondo che influenzano radicalmente il rapporto tra l’uomo, lo
spazio, il tempo e la sua relazione con l’Altro. La persona con la sua libertà,
col suo bisogno di manifestazione non può essere considerata semplicemente una
pedina nello scacchiere economico, così come l’essere umano non può essere
piegato e finalizzato al semplice gioco del denaro o dell’economia perché ha in
sé l’immagine di un altro Signore, che non è l’imperatore. Egli ha su di sé l’imprinting
di Dio stesso.
Non si tratta di fare una semplice analisi, pur necessaria, ma
di vagliare il senso dell’inculturazione del Vangelo e della fede. Come
inculturare il Vangelo in questa cultura post-moderna? Come entrare nel deserto
di questa cultura? Come fare discernimento tra ciò che ha bisogno di essere
salvato e ciò che è buono nella cultura di oggi? Come trovare i segni del Vero,
del Bene, del Buono e del Bello in questa cultura? Un discernimento necessario
per non correre il rischio di rispondere a interrogativi che non sono mai stati
posti. Non possiamo dimenticare che la rivoluzione industriale e le scoperte
scientifiche hanno permesso di rispondere a domande che prima erano parzialmente
soddisfatte solo dalla religione. La conseguenza è stata che l’uomo
contemporaneo ha spesso l’impressione di non aver più bisogno di nessuno per
comprendere, spiegare e dominare l’universo; si sente il centro di tutto, la
misura di tutto.
Più recentemente la globalizzazione, per mezzo delle nuove
tecnologie dell’informazione, ha avuto non di rado come esito anche la
diffusione in tutte le culture di molte componenti materialistiche e
individualistiche dell’Occidente. Sempre più la formula "Etsi Deus non
daretur" diventa un modo di vivere che trae origine da una specie di
"superbia" della ragione – realtà pur creata e amata da Dio – la quale si
ritiene sufficiente a se stessa e si chiude alla contemplazione e alla ricerca
di una Verità che la supera. Tuttavia, non possiamo trascurare l’invocazione
dell’uomo “non credo in Dio ma mi manca”; è necessario, invece, percepirla come
un ritorno dell’ansia per la verità, perché Dio esiste, ma ha perso il diritto
di cittadinanza nel cuore dell’uomo delle società secolarizzate.
Perciò, come teologi e pastori abbiamo il compito di evidenziare i segni di
speranza e di celebrare la fiducia nella “teofania”, ossia nell’azione della
grazia divina, anche quando la storia sembra negarla o ignorarla (cf. Rm 10,20;
Ap 3,20), perché l’“essere salvati” nel cristianesimo è primario rispetto al
“salvarsi”.
Il cuore del problema è: come “ricollocare” Dio al suo posto nella nostra
vita, come “raccontarlo” con un linguaggio comprensibile alla gente di oggi?
Ritornando alla questione della salvezza potremmo chiederci che cosa significhi
offrire la salvezza a coloro che non ne hanno più desiderio e si ritengono
soddisfatti. Si tratta di salvezza dal peccato, dalla morte per offrire una
speranza o per far riscoprire il senso della vita? Qual è il significato
dell’esistenza e la grande speranza che noi offriamo? Forse, ci troviamo nella
situazione di proporre una dottrina troppo esigente per la nostra cultura dalle
piccole speranze e dalle ridotte aspettative?
Sembra spesso che la gente non si ponga nemmeno le grandi questioni, non
si tormenti alla ricerca della ragione per cui abbia senso vivere, ossessionata
com’è dal raggiungimento dell’autosufficienza e completamente dimentica della
dimensione del dono. Proprio a queste persone è necessario far riscoprire la
gioia e il significato di essere creature di Dio, insegnare a stupirsi della
bellezza della creazione, dell’arte e della vita cristiana. Infatti, bellezza,
arte, amicizia, comunione, amore, sono azioni che parlano più di tanti discorsi.
Per raggiungere questo traguardo è necessaria la contemplazione, per vedere in
ogni persona il volto di Dio creatore e vivere come Egli ci ha insegnato.
In questo contesto risulta evidente il problema del consenso etico e della
necessaria lettura trasversale dei linguaggi. Infatti, nel parlare di Dio non si
può usare un linguaggio univoco o equivoco, ma simbolico-analogico: il silenzio,
il gesto, l’invocazione, la dossologia, la preghiera, l’autoimplicazione e la
parola, perché l’uomo ha bisogno di simboli e di segni. Si ripropone, così, il
tema del linguaggio, un sistema arduo nella sua ambiguità e grande nel
comunicare il mistero. Per esempio, la cultura e il linguaggio barocchi, di cui,
ancora oggi, ci sono tracce evidenti nei paesi di missione, hanno trasmesso il
Vangelo non solo per mezzo del testo sacro, ma anche attraverso la parola, i
simboli, i riti e i sacramenti, l’architettura, la pittura, la musica, nelle
espressioni della pietà popolare. Diventa sempre più urgente e necessario
“connetterci” con i nostri contemporanei, perché spesso usiamo le stesse parole
ma intendiamo cose diverse. Se non ci anima la preoccupazione per la
individuazione di un linguaggio comune, corriamo il rischio di mediare una
immagine di Chiesa come apparato che impedisce la trasparenza, ostacola il
progresso, rallenta la ricerca per il benessere e le aspettative di vita delle
persone, apparentemente pronta solo a difendere strenuamente le proprie
strutture.
Risulta innegabile che il Vangelo ha portato una visione chiara e fondata
del mondo e della ragione, ma anche di ciò che appartiene al saeculum.
Così, termini come «laico», «secolare» e «ragione» sono per
noi delle preziose conquiste connesse o derivate dalla fede cristiana. Il timore
è che questi risultati vengano spazzati via dalla secolarizzazione negativa a
cui sopra si accennava. Inoltre, non vanno trascurate spinte culturali
paradossali e, per certi aspetti, contraddittorie, in cui riaffiora una
razionalità non meramente “razionalistica” nel campo del rapporto filosofia e
scienza e della filosofia della scienza, un rinnovato interesse per l’etica
delle virtù e per la ricerca di una causa prima, il risveglio della sensibilità
verso dimensioni come la meraviglia e lo stupore, la solidarietà e la
partecipazione, insieme col desiderio di porre le domande più profonde.
Effettivamente, fede e scienza sono dei cammini complementari per arrivare
alla verità e, perciò, per quanto concerne il rapporto scienza e religione, è
urgente impegnare i filosofi, i teologi e gli uomini di pensiero in una ampia
riflessione sulle epistemologie, come elementi fondamentali per il progresso e
il risultato finale della scienza. Parlare di epistemologia non significa
solamente parlare di metodo, ma prendere in considerazione anche l’apertura
all’oggetto della ricerca. Noi constatiamo, oggi, che alcuni uomini di scienza
manifestano una grande umiltà nei confronti del processo scientifico stesso.
Infatti, come punto di partenza della scienza c’è l’applicazione
dell’intelligenza e del genio umano a ciò che è sconosciuto o che necessita di
ulteriori verifiche. Dunque, è proprio questa apertura a ciò che è sconosciuto,
al mistero, che consente l’incontro delle diverse epistemologie.
Tuttavia ci si accorge anche che l’epistemologia non è tutto se
consideriamo la scienza oggi, perché essa pretende di andare oltre, fino a
trasformare l’uomo stesso. Inoltre, è urgente aiutare il mondo scientifico a
sviluppare un’etica – parola che gli scienziati fanno fatica ad accettare –
fondata sulla dignità umana. Un dialogo, perciò, in cui la fede suppone la
ragione e la perfeziona, e la ragione, illuminata dalla fede, trova la forza per
elevarsi alla conoscenza di Dio e delle realtà spirituali. Questo dialogo
continui nella distinzione delle caratteristiche specifiche della scienza e
della fede. Infatti, ognuna ha propri metodi, ambiti, oggetti di ricerca,
finalità e limiti, e deve rispettare e riconoscere all’altra la sua legittima
possibilità di esercizio autonomo secondo i propri principi (cfr
Gaudium et spes,
36); entrambe sono chiamate a servire l’uomo e l’umanità, favorendo lo sviluppo
e la crescita integrale di ciascuno e di tutti.
Il secolarismo non ha la consistenza di un blocco granitico impenetrabile
e impermeabile a qualsiasi influsso culturale. Da ciò nasce la domanda: che cosa
possiamo immettere nelle brecce della secolarizzazione? Innanzitutto, partire
dalla convinzione che non possiamo trincerarci nell’oasi sacra, ma prospettare,
nell’orizzonte della nostra esperienza di fede incarnata nella storia e nelle
vicende dei nostri contemporanei, alcuni messaggi importanti per la vita
dell’uomo. Certamente si può agire partendo dai temi “penultimi”: corporeità,
secolarità, affetto, misericordia, solidarietà, rapporto scienza e teologia. Ma,
quello che è più importante è il coraggio di proporre i temi “ultimi”: ritorno a
Dio, a Cristo, al Kerygma, alle Scritture - per capire non solo il senso dei
testi, ma soprattutto il significato che essi assumono per la nostra vita - alla
capacità di discernere il bene dal male. Si tratta di riproporre, in termini di
testimonianza, i valori alti dell’esistenza, che danno senso alla vita e possono
appagare l’inquietudine del cuore umano alla ricerca della felicità: la dignità
della persona umana e la sua libertà, l’uguaglianza tra tutti gli uomini, il
senso della vita e della morte e di ciò che ci attende dopo la conclusione
dell’esistenza terrena.
Per rispondere a queste istanze, ogni giorno più articolate e complesse,
si fa pressante la formazione spirituale e intellettuale dei cristiani e, in
particolare, del clero, in vista di una sempre maggiore collaborazione tra
presbiteri e laici. Possiamo coinvolgere il laicato nelle scelte pastorali e
missionarie affinché diventi protagonista competente e sensibile
dell’evangelizzazione delle realtà temporali con spirito profetico.
Conclusione
Il nostro mondo "globalizzato" e la cultura dominante sono inclini - come
sappiamo - a mettere tra parentesi la questione della verità, mentre si fatica a
percepire che cos'è bene e che cos'è male, a livello di principi e a livello di
situazioni pratiche. Di qui l’impegno a porre le basi di una nuova e condivisa
esperienza di vita e di pensiero che sprigioni una cultura fondata
sull'esercizio di un'intelligenza ampia e aperta all'infinita ricchezza e
profondità della verità, senza chiusure e preclusioni scientiste, ideologiche o
fondamentaliste. Del resto, nel travaglio e anche negli sbandamenti del nostro
tempo - come accade anche in noi -, c'è spesso la nostalgia, che occorre saper
vedere e darle in qualche modo parola, d'una rinnovata manifestazione, ricca,
bella e liberante, della verità. Di una verità che è vita e che, dunque, è
capace di trasformare, secondo giustizia e solidarietà, nella pace, sia pure nel
chiaroscuro della storia, i rapporti tra le persone e i popoli e insieme le
dimensioni tutte della loro esistenza.
Verso questo traguardo ci spingono le parole di Benedetto XVI ai
partecipanti all’Assemblea Plenaria: “Esorto soprattutto i Pastori del gregge di
Dio a una missione instancabile e generosa per affrontare, sul terreno del
dialogo e dell’incontro con le culture, dell’annuncio del Vangelo e della
testimonianza, il preoccupante fenomeno della secolarizzazione, che indebolisce
la persona e la ostacola nel suo innato anelito verso la Verità tutta intera”.