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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move - N° 91-92, April - August 2003, p. 257-262

Globalizzare la solidarieta' con i Migranti*

S.E. Mons. Stephen Fumio HAMAO

Presidente del Pontificio Consiglio

della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

Rilevare l'impatto della globalizzazione sul fenomeno migratorio e sul diritto di asilo nel continente americano, affinché la Chiesa, coordinandosi con gli organismi della società civile, possa dare le risposte più adeguate per migliorare la qualità della vita dei migranti e dei rifugiati: questo è stato l'obiettivo del Primo Incontro Continentale di Pastorale migratoria, dal 7 al 9 maggio scorso a Bogotà (Colombia).

Come io stesso ho avuto modo di sottolineare nella Prolusione al Convegno, la globalizzazione ha spalancato i mercati ma non le frontiere: essa ha abbattuto i confini dell'informazione, della cultura, dei capitali e della proprietà, ma non quelli dei popoli, ponendo all'attenzione della Chiesa nuovi problemi pastorali. Migranti e rifugiati vengono mantenuti a debita distanza: si emanano misure sempre più dure per l'ottenimento del visto, norme sempre più severe per l'accoglienza dei migranti, misure più sofisticate, insomma, per tenerli il più lontano possibile o per emarginarli una volta approdati nei Paesi di destinazione.

Nella Centesimus Annus il Santo Padre afferma che "l'amore per l'uomo, soprattutto per il povero in cui la Chiesa vede Cristo, si concretizza nella promozione della giustizia". Ciò significa aiutare interi popoli, che rimangono esclusi o emarginati dallo sviluppo economico e umano in atto nel mondo di oggi. Questo sarà possibile non solo utilizzando il superfluo che il mondo industrializzato produce in abbondanza, ma soprattutto cambiando gli stili di vita e i modelli di produzione e di consumo. È una profonda ingiustizia il fatto che oggi, i ricchi diventino sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, sia a livello individuale che a livello di nazioni: è, questo, uno degli effetti della globalizzazione, come afferma il documento Ecclesia in America, se tale processo non sarà adeguatamente governato e diretto. L'economia globalizzata, afferma il documento, deve essere analizzata alla luce dei principi della giustizia sociale, privilegiando l'opzione preferenziale per i poveri.

Su queste linee si è snodato il Convegno - che aveva per tema "Globalizzare la solidarietà con i migranti, i rifugiati e gli sfollati" -   organizzato dalla Segreteria per la Pastorale della mobilità umana (SEPMOV) del Consiglio Episcopale Latino-americano (CELAM), e che ha visto la presenza di dodici Vescovi e di una cinquantina di delegati, tra cui i Direttori nazionali delle Commissioni episcopali di pastorale migratoria di ventidue Paesi e di una Delegazione degli Stati Uniti.

Particolarmente apprezzata è stata la presenza della delegazione del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei migranti, la cui partecipazione è stata interpretata come una speciale attenzione del Santo Padre verso i problemi sociali e pastorali dell'America Latina.

L'assise ha radunato la Chiesa Latino-americana per analizzare, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, la delicata questione dell'impatto della globalizzazione sul fenomeno migratorio, e per concordare orientamenti pastorali nell'ambito della Nuova Evangelizzazione. L'incontro è stato arricchito dalla presentazione di testimonianze ed esperienze realizzate in questo specifico ambito pastorale, che - secondo i partecipanti al Convegno - permetteranno di individuare a breve termine, alcune linee comuni di lavoro.

Numerosi e qualificati i relatori, che hanno esaminato gli aspetti sociali, politici, giuridici, culturali e pastorali della globalizzazione connessi con le migrazioni odierne.

In questi ultimi anni - ha affermato il sociologo argentino Lelio Màrmora, nella relazione ufficiale del Convegno - si è via via formato un unico mercato mondiale delle merci e delle idee. È un grande vantaggio, ovviamente, ma questo processo comporta anche dei rischi. Nell'attuale mercato mondiale infatti si stanno formando enormi sistemi politici, economici, finanziari, tecnologici e culturali, che formano spesso degli oligopoli agguerriti e invincibili. A partire dagli anni Settanta molte economie nazionali hanno intensificato l'integrazione economica a livello mondiale in seguito alla pressione di alcuni fattori: una sempre più vasta liberalizzazione degli scambi; una sempre più stretta interdipendenza delle economie dei singoli; una sempre più larga uniformità, a livello mondiale, dei gusti e delle preferenze dei consumatori, indotta dai mezzi di comunicazione sociale.

Le migrazioni sono considerate ormai una componente strutturale della storia, ha sottolineato il relatore. Le scienze sociali, la politica, l'economia, le religioni, il mondo dei media non possono più considerare questi spostamenti di persone un fatto marginale, quasi un avvenimento di cronaca, ma un fenomeno planetario: non esiste al mondo alcuna nazione che non ne sia toccata, in partenza o in arrivo.

Una precisa previsione delle future tendenze del fenomeno migratorio è a tutt'oggi molto difficile, secondo il relatore, ma tutti gli studiosi sono concordi nell'affermare che le migrazioni non faranno che aumentare, che le medesime non riusciranno certo a risolvere i gravi problemi dell'occupazione e dello sviluppo dei Paesi poveri, e che un consistente aiuto per lo sviluppo economico e sociale dei suddetti Paesi, unito alla stabilità politica e al rispetto dei diritti umani, saranno i mezzi per ridurre, in qualche modo, la pressione migratoria.

Non più di un secolo fa, l'Europa esportò negli altri continenti un numero sterminato di suoi poveri. Oggi milioni di uomini di spingono dall'America Latina, attraverso il Rio Grande, verso gli USA e l'Europa. Questa planetarizzazione è accompagnata da mutamenti rapidi e continui delle direttrici dei flussi. La facilità dei viaggi e delle comunicazioni, l'influsso dei media, i rapidi cambiamenti sociopolitici fanno spostare in continuazione i lavoratori, tanto che l'immagine prevalente del futuro, secondo molti studiosi, sarà quella del "lavoratore a contratto": un uomo senza fissa dimora, prodotto tipico della cultura postmoderna, a cui sembra vietato essere ancorato a strutture solide. Il lavoratore migrante - ha concluso Màrmora - è considerato, oggi forse più di ieri, come una macchina da lavoro da scartare o tenere in deposito, oppure da utilizzare a pieno ritmo a seconda del mercato.

Cifre impressionanti sono state esposte da William Canny e Mariette Grange, della Commissione Cattolica Internazionale delle Migrazioni di Ginevra: 358 supermiliardari del pianeta possiedono una ricchezza pari a quella della metà della popolazione mondiale, il 20% della quale è in grado di far funzionare la grande macchina dell'economia mondiale, mentre l'80% è costituito dalla massa di disoccupati o comunque di emarginati in cerca di lavoro.

Molte centrali di smistamento di capitali - hanno aggiunto i due studiosi -  sono in mano di privati e sfuggono in pratica a ogni controllo di qualsiasi governo o pubblica autorità, nazionale o internazionale. Tali centrali operano in tempo reale in ogni parte del mondo: in pochi istanti sono in grado di trasferire centinaia di miliardi di dollari da New York a Hong Kong, o da Parigi a Francoforte.

E questo "livellamento globale" produce ovviamente i suoi effetti. Se un Paese non può offrire che povertà e miseria, molte persone partono per quelle Nazioni che possono garantire un dignitoso livello di vita.

Il fenomeno migratorio - ha affermato, a sua volta, Fanny Polania Molina, sociologa colombiana - è una esperienza umana che è sempre esistita nella storia e ha dato un notevole contributo allo sviluppo della civiltà e alla diffusione della cultura. La novità delle migrazioni odierne è data dallo loro presenza ormai in tutto il mondo, dalle direzioni sempre più imprevedibili che esse imboccano, dalla relativa facilità dei viaggi intercontinentali. Per il resto esse sono causate, come sempre, dalla crescente disparità economica tra paesi ricchi e paesi poveri: cresce il numero di quanti non trovano più nel proprio ambiente le possibilità di sopravvivenza, di quanti emigrano per motivi politici e/o economici e cercano nei campi profughi un rifugio precario, affrontando fame, sofferenza e spesso ostilità da parte delle popolazioni locali.

Le varie correnti migratorie - ha aggiunto Gabriela Rodriguez Pizarro, dell'Alto Commissariato dei diritti umani, delle Nazioni Unite - rivelano tutta la complessità della situazione. L'Organizzazione mondiale del Lavoro stima che il numero dei migranti per motivi di lavoro superi, in tutto il mondo i cento milioni di persone. A questi si aggiungono circa venti milioni di rifugiati politici e di profughi di guerra, più di venti milioni di profughi interni e un numero pressoché incalcolabile di profughi per motivi ambientali: per alcuni studiosi infatti la problematica ambientale a livello globale potrebbe costituire in futuro la maggiore spinta all'emigrazione.

I conflitti etnici continueranno a produrre profughi - hanno sottolineato, a loro volta,  Fanny Polania e Maria Virginia Trimarco, dell'ACNUR -

La guerra nei Balcani ha provocato l'espulsione di più di due milioni di persone. I sei milioni di profughi che vagano per l'Africa sono la conseguenza di carestie e di guerre tribali o di religione. La rivolta dei Tamil nello Sri Lanka ha le sue radici in un conflitto etnico. Il divario che si sta allargando tra Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo continua a mantenere la pressione migratoria dal Terzo Mondo e dall'Europa Orientale. Le migrazioni sono dunque un aspetto inevitabile delle società moderne e un segno dell'interdipendenza che caratterizza oggi l'economia mondiale, fortemente accelerata dai progressi tecnologici nel settore dei mezzi di trasporto e delle comunicazioni sociali.

I motivi degli attuali flussi migratori e dei rifugiati, secondo i relatori intervenuti al Convegno, devono dunque essere ricercati nell'attuale sistema mondiale: essi sono, in misura sempre maggiore, la conseguenza degli squilibri economici, sociali, demografici e politici a livello planetario. Nello stesso tempo essi sono l'espressione della profonda frattura dell'attuale ordine internazionale, caratterizzato da ingiusti rapporti di dipendenza dettati dalle esigenze economiche dei Paesi capitalistici. I Paesi industriali infatti, sorretti dal loro egoismo nazionale, continuano a mantenere un ordine economico che danneggia i Paesi del Terzo Mondo e dei poveri che vi risiedono, come dimostra, ad esempio, la loro rigorosa politica dei debiti. L'emigrazione dunque è uno degli effetti più macroscopici dell'attuale processo di globalizzazione del pianeta.

La dimensione planetaria e la straordinaria complessità degli odierni flussi migratori fanno prevedere che, con tutta probabilità, i problemi ad essi connessi persisteranno ancora a lungo, e la dimensione di questo problema esigerà, sempre più, una "politica interna mondiale" sul terreno della collaborazione e della solidarietà.

Da questi presupposti ha preso l'avvio l'intensa relazione di Mons. Alvaro Leonel Ramazzini, Vescovo di San Marcos in Guatemala, che ci ha intrattenuto sugli aspetti pastorali del fenomeno migratorio, con una precisa lettura dei documenti della dottrina sociale della Chiesa.

Per quanto le migrazioni possano risultare utili o addirittura necessarie, è incontestabile che occorra una politica di prevenzione riguardo a questo fenomeno: bisogna scongiurare, possibilmente già sul nascere, i flussi di profughi e gli esodi dettati dalla povertà, mediante la promozione a livello mondiale dei diritti umani della persona, una attiva politica di pace che abbatta le tensioni internazionali e una politica di sviluppo in favore dei poveri.

È questo, ha concluso il relatore, il grandioso scenario che Giovanni Paolo II ci prospetta, in una dimensione davvero globale, nell'enciclica Sollicitudo Rei Socialis: "Alla fine del secondo millennio dell'era cristiana, la Chiesa si rivolge a tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell'umanità perché si uniscano in un comune impegno per la sua elevazione materiale e spirituale. Tale sollecitudine per l'uomo può portare non solo al superamento delle tensioni internazionali e alla fine del confronto fra i blocchi, ma può anche favorire il nascere di una solidarietà universale soprattutto nei riguardi dei Paesi in via di sviluppo. Infatti la solidarietà ci invita a vedere l'altro - persona, popolo o nazione - non come uno strumento qualsiasi, ma come un nostro simile, un aiuto, da rendere partecipe, al pari di noi, al banchetto della vita, a cui tutti gli uomini sono ugualmente invitati da Dio".

Le dodici sessioni del Convegno erano strutturate in maniera tale da favorire l'attivo coinvolgimento dei partecipanti: alle riflessioni dei relatori, sono seguiti momenti di dialogo, riflessione personale e lavoro di gruppi, divisi per Regione geografica e anche in gruppi misti.

Particolarmente importanti sono stati gli argomenti di riflessione esaminati nei gruppi di studio, come: "Impatto della globalizzazione sul fenomeno migratorio: tendenze e sfide"; "Traffico di migranti e rifugiati"; "Criteri pastorali alla luce della Dottrina sociale della Chiesa"; "Esperienze nel campo della pastorale migratoria"; "Criteri-guida alla luce dei Diritti umani"; "Prospettive di pastorale migratoria nel contesto della globalizzazione".

Le riflessioni emerse dal Convegno sono state sintetizzate e rilanciate in un Messaggio finale che i partecipanti hanno voluto indirizzare ai migranti e alle loro famiglie, per le quali riaffermano l'impegno di lottare per i loro diritti; alle Chiese particolari, alle quali chiedono di sviluppare una cultura dell'accoglienza e dell'integrazione ecclesiale dei migranti; e alle istituzioni governative, alle quali raccomandano di ratificare, quanto prima, la Convenzione internazionale per la protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e delle loro famiglie, e a proteggere gli sfollati interni, i rifugiati e quanti chiedono l'asilo politico.

Sono invece in via di elaborazione le acquisizioni dei Gruppi di studio che riguardano le proposte circa la sensibilizzazione, la solidarietà e l'integrazione dei migranti, che i convegnisti intendono rivolgere alla società civile, ai Governi, alla Chiesa e agli stessi migranti.

Esse riguardano soprattutto le tendenze in atto in fatto di emigrazione (dal modello di sviluppo economico, alle politiche migratorie, alla frequente violazione dei diritti umani dei migranti, e all'impatto socio-culturale delle migrazione), nonché le sfide che il fenomeno migratorio ci pone: la solidarietà con i migranti, i rifugiati e gli sfollati, la formazione e l'informazione, la promozione umana e culturale.

È stato un Convegno particolarmente ricco di riflessioni, con un esame attento degli attuali problemi sociali dell'America Latina, e con intelligenti prospettive di pastorale migratoria nel continente americano.

Viviamo, ormai irreversibilmente, in un villaggio globale. L'idea di mondializzazione fa paura a molte persone, perché destinata a mettere in questione l'identità e la dignità di formazioni intermedie, dalla famiglia allo Stato, alla Chiesa stessa e alle diverse aree culturali, con la loro storia e i loro modelli di vita. È anche vero però che la globalizzazione rende possibile la realizzazione di una vera "famiglia umana", di un "bene comune del genere umano" e la realizzazione di un sistema di relazioni, in cui la solidarietà e la corresponsabilità acquistano dimensioni universali.

È questo il grande tema e la grande aspirazione di una Chiesa che vuole essere compagna di viaggio dell'intera famiglia umana e testimone del Vangelo di fronte a tutti gli uomini.


* L’Osservatore Romano, giovedì 22 maggio 2003.
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