PONTIFICIO CONSIGLIO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
Istruzione Pastorale « AETATIS
NOVAE» sulle Comunicazioni Sociali nel 20°
Anniversario della Communio et Progressio
Introduzione
UNA RIVOLUZIONE NELLA COMUNICAZIONE
1. All'approssimarsi di una nuova era, la comunicazione conosce una
considerevole espansione che influenza profondamente le culture del mondo nel
suo insieme. Le rivoluzioni tecnologiche rappresentano solo un aspetto di questo
fenomeno. Non c'è luogo in cui l'impatto dei media non si faccia sentire
sugli atteggiamenti religiosi e morali, sui sistemi politici e sociali,
sull'educazione.
Nessuno ignora, per esempio, il ruolo della comunicazione, che le frontiere
geografiche e politiche non hanno potuto arrestare, nei capovolgimenti che si
sono verificati nel corso degli anni 1989 e 1990, e di cui il Papa ha
sottolineato la portata storica. (1)
"Il primo areopago del tempo moderno è il mondo della
comunicazione, che sta unificando l'umanità, rendendola - come si suol
dire - " un villaggio globale ". I mezzi di comunicazione sociale
hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento
informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti
individuali, familiari, sociali. (2)
Più di un quarto di secolo dopo la promulgazione del Decreto del
Concilio Vaticano II sulle comunicazioni sociali, Inter mirifica, e due
decenni dopo l'Istruzione pastorale Communio et progressio, il
Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali desidera riflettere sulle
conseguenze pastorali di questa nuova situazione. Lo fa nello spirito della
conclusione di Communio et progressio: "Il Popolo di Dio, avanzando
nei tempi in cui si svolge la storia umana, ... già scorge con immensa
fiducia e caldo amore le meraviglie che a piene mani gli promette la già
iniziata epoca spaziale della comunicazione sociale ". (3)
Ritenendo che i principi e le idee di questi documenti conciliari e
postconciliari abbiano valore durevole, desideriamo applicarli al contesto
attuale. Non pretendiamo di pronunciare parole definitive su una situazione
complessa, in movimento e in continua evoluzione ma soltanto offrire uno
strumento di lavoro e degli incoraggiamenti a coloro, uomini e donne, che si
trovano di fronte alle conseguenze pastorali di queste nuove realtà.
2. Durante gli anni successivi alla pubblicazione di Inter mirifica
e di Communio et progressio, ci si è abituati ad espressioni come
"società di informazione", "cultura dei media" e "generazione
dei media". Questo tipo di espressione è da mettere in evidenza:
essa sottolinea che ciò che gli uomini e le donne dei nostri tempi sanno
e pensano della vita è in parte condizionato dai media; l'esperienza
umana in quanto tale è diventata una esperienza mediatica.
Gli ultimi decenni sono stati anche teatro di spettacolari novità nel
campo delle tecnologie della comunicazione. Ciò ha comportato sia una
rapida evoluzione delle vecchie tecnologie, sia la comparsa di nuove tecnologie
della comunicazione tra le quali figurano i satelliti, la televisione via cavo,
le fibre ottiche, le videocassette, i compact disc, la creazione di immagini con
il calcolatore ed altre tecnologie digitali ed informatiche. L'utilizzazione di
nuovi media ha dato origine a ciò che si è potuto chiamare "nuovi
linguaggi", ed ha suscitato, da un lato, ulteriori possibilità per
la missione della Chiesa, e dall'altro, nuovi problemi pastorali.
3. In questo contesto, incoraggiamo i Pastori e il Popolo di Dio ad
approfondire il senso di tutto ciò che attiene alla comunicazione ed ai
media, ed a tradurlo in progetti concreti e realizzabili.
"I Padri del Concilio, nel guardare al futuro e nel cercare di
discernere il contesto nel quale la Chiesa sarebbe stata chiamata a compiere la
sua missione, poterono chiaramente vedere che il progresso della tecnologia
stava già "trasformando la faccia della terra" arrivando
perfino a conquistare lo spazio (cf Gaudium et spes, n. 5). Essi
riconobbero che gli sviluppi nella tecnologia delle comunicazioni, in
particolare, erano di proporzioni tali da provocare reazioni a catena con
conseguenze inattese". (4)
"Lungi dal suggerire che la Chiesa debba mantenersi a distanza o
cercare di isolarsi dal flusso di questi eventi, i Padri conciliari videro la
Chiesa essere nel cuore del progresso umano, partecipe delle esperienze del
resto dell'umanità, per cercare di capirle ed interpretarle alla luce
della fede. E proprio dei fedeli del Popolo di Dio il compito di fare uso
creativo delle nuove scoperte e tecnologie per il bene dell'umanità e la
realizzazione del disegno di Dio per il mondo ... perché le potenzialità
"dell'era del computer" siano utilizzate al servizio della vocazione
umana e trascendente dell'uomo, così da glorificare il Padre dal quale
hanno origine tutte le cose buone". (5)
Teniamo ad esprimere la nostra riconoscenza nei confronti di tutti coloro
che hanno permesso la costituzione nella Chiesa di una rete creativa di
comunicazione. A dispetto delle difficoltà - dovute alle risorse
limitate, agli ostacoli posti talvolta alla Chiesa nel suo accesso ai media, al
rimodellamento costante della cultura, dei valori e degli atteggiamenti
provocato dalla onnipresenza dei media - molto è già stato fatto e
continua ad esserlo. I vescovi, il clero, i religiosi e i laici che si
consacrano a questo apostolato fondamentale meritano la gratitudine di tutti.
Occorre anche che esprimiamo la nostra soddisfazione sia per tutti quegli
sforzi positivi di collaborazione ecumenica nel campo dei media in cui sono
implicati dei cattolici e i loro fratelli e sorelle di altre Chiese e Comunità
ecclesiali, sia per la collaborazione inter-religiosa con i membri delle altre
religioni dell'umanità. E non solo auspicabile ma necessario "impegnare
i cristiani ad unirsi ancor più strettamente nella loro azione di
comunicazione e ad accordarsi più direttamente con le altre religioni
dell'umanità in vista di una comune presenza nelle comunicazioni"
(6)
I
CONTESTO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
A. Contesto culturale e sociale
4. Lo sconvolgimento che si verifica oggi nella comunicazione presuppone, più
che una semplice rivoluzione tecnologica, il rimaneggiamento completo di ciò
attraverso cui l'umanità apprende il mondo che la circonda, e ne verifica
ed esprime la percezione. La disponibilità costante di immagini e di
idee, così come la loro rapida trasmissione, anche da un continente
all'altro, hanno delle conseguenze, positive e negative insieme, sullo sviluppo
psicologico, morale e sociale delle persone, sulla struttura e sul funzionamento
delle società, sugli scambi fra una cultura e l'altra, sulla percezione e
la trasmissione dei valori, sulle idee del mondo, sulle ideologie e le
convinzioni religiose. La rivoluzione della comunicazione influisce anche sulla
percezione che si può avere della Chiesa e contribuisce a modellarne le
strutture e il loro funzionamento.
Tutto ciò ha importanti conseguenze pastorali. Si può,
infatti, ricorrere ai media, tanto per proclamare il Vangelo, quanto per
allontanarlo dal cuore dell'uomo. L'intrecciarsi sempre più serrato dei
media nella vita quotidiana influenza la comprensione che si può avere
del senso della vita.
I media hanno la capacità di pesare non solo sulle modalità,
ma anche sui contenuti del pensiero. Per molte persone, la realtà
corrisponde a ciò che i media definiscono come tale; ciò che i
media non riconoscono esplicitamente appare insignificante. Il silenzio può
anche essere imposto de facto a individui o a gruppi che i media
ignorano; la voce del Vangelo può, così anch'essa, ritrovarsi
ridotta al silenzio, senza essere tuttavia interamente soffocata.
E' dunque importante che i cristiani siano capaci di fornire un'informazione
che "crea le notizie", dando la parola a coloro che non hanno voce.
Il potere che hanno i media di rafforzare o di distruggere i punti di
riferimento tradizionali in materia di religione, di cultura e di famiglia
sottolinea bene la pertinente attualità delle parole del Concilio: "Per
usare rettamente questi strumenti è assolutamente necessario che coloro i
quali se ne servono conoscano le norme della legge morale e le osservino
fedelmente in questo settore". (7)
B. Contesto politico ed economico
5. Le strutture economiche delle nazioni sono fortemente dipendenti dai
sistemi di comunicazione contemporanei. Si ritiene generalmente necessario allo
sviluppo economico e politico che lo Stato investa in una efficace
infrastruttura di comunicazioni. Il rialzo del costo di questo investimento ha
d'altronde costituito un fattore di primaria importanza che ha indotto i governi
di numerosi Paesi ad adottare politiche tendenti ad aumentare la concorrenza.
E' in particolare per questa ragione che, in molti casi, i sistemi pubblici
di telecomunicazioni e di diffusione sono stati sottoposti a delle politiche di
deregolamentazione e di privatizzazione.
Così come il cattivo uso del servizio pubblico può portare
alla manipolazione ideologica e politica, ugualmente la commercializzazione non
regolamentata e la privatizzazione della diffusione hanno profonde conseguenze.
In pratica, e spesso in modo ufficiale, la responsabilità pubblica
dell'emittenza si trova svalutata. E' in funzione del profitto, e non del
servizio, che si tende a valutare il suo successo. I motivi di profitto e gli
interessi dei pubblicitari esercitano una influenza anormale sul contenuto dei
media: si preferisce la popolarità alla qualità e ci si allinea
sul denominatore comune più piccolo. I pubblicitari oltrepassano il loro
ruolo legittimo, consistente nell'identificare i bisogni reali e nel
rispondervi, e, spinti da motivi di mercato, si sforzano di creare bisogni e
modelli artificiali di consumo.
Le pressioni commerciali si esercitano anche al di là delle frontiere
nazionali, a spese di alcuni popoli e della loro cultura. Di fronte all'aumento
della concorrenza ed alla necessità di trovare nuovi mercati, le imprese
di comunicazioni rivestono un carattere sempre più "multinazionale";
nello stesso tempo la mancanza di possibilità locali di produzione rende
alcuni Paesi più dipendenti dalle nazioni straniere. E' così che
le realizzazioni di certi media popolari, caratteristici di una cultura, si
diffondono in un'altra cultura, spesso a detrimento delle forme artistiche e
mediatiche che vi si trovano e dei valori che esse contengono.
La soluzione dei problemi nati da questa commercializzazione e da questa
privatizzazione non regolamentate non consiste tuttavia in un controllo dello
Stato sui media, ma in una regolamentazione più importante, conforme alle
norme del servizio pubblico, così come in una maggiore responsabilità
pubblica. Bisogna sottolineare a questo proposito che, se i quadri di
riferimento giuridico e politico all'interno dei quali funzionano i media di
alcuni Paesi sono attualmente in netto miglioramento, vi sono altri luoghi in
cui l'intervento governativo rimane uno strumento d'oppressione e di esclusione.
II
COMPITO DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE
6. Communio et progressio si fonda sulla descrizione della
comunicazione come via verso la comunione. Il testo dice che "comunicare
comporta qualcosa di più della semplice espressione e manifestazione di
idee e di sentimenti. Infatti, la comunicazione è piena quando realizza
la donazione di sé stessi nell'amore" (8) La comunicazione è,
in questo senso, il riflesso della comunione ecclesiale e può
contribuirvi.
La comunicazione della verità può avere veramente una potenza
redentrice che emana dalla persona del Cristo. Egli è il Verbo di Dio
fatto carne e l'immagine del Dio invisibile. In lui e per lui, la vita di Dio si
comunica all'umanità per l'azione dello Spirito. "Infatti, dalla
creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere
contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna
potenza e divinità". (9) Ed ora, "il Verbo si fece carne e
venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di
unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità". (10)
Nel Verbo fatto carne, Dio si comunica definitivamente. Nella predicazione e
nell'azione di Gesù, la Parola si fa liberatrice e redentrice per tutta
l'umanità. Questo atto d'amore attraverso il quale Dio si rivela, unito
alla risposta di fede dell'umanità, genera un dialogo profondo.
La storia umana e l'insieme delle relazioni tra gli uomini si sviluppano nel
quadro di questa comunicazione di Dio nel Cristo. La storia stessa è
destinata a divenire una sorta di parola e di immagine di Dio, e la vocazione
dell'uomo è di contribuirvi vivendo, in modo creativo, questa
comunicazione costante ed illimitata dell'amore riconciliatore di Dio. Noi siamo
chiamati a tradurre ciò in parole di speranza ed in atti d'amore, cioè
attraverso il nostro modo di vita. La comunicazione deve, di conseguenza,
collocarsi nel cuore della comunità ecclesiale.
Il Cristo è nello stesso tempo il contenuto e la fonte di ciò
che comunica la Chiesa quando proclama il Vangelo. La Chiesa non è altro
che il "Corpo mistico di Cristo, la pienezza... del Cristo glorificato che
riempie tutta la creazione" (11) Di conseguenza noi siamo in cammino, nella
Chiesa, attraverso la Parola ed i sacramenti, verso la speranza dell'unità
definitiva in cui "Dio sarà tutto in tutti". (12)
A. I media al servizio delle persone e delle culture
7. Parallelamente a tutto il bene che fanno e sono capaci di fare, i mezzi
di comunicazione che "possono essere effettivi strumenti di unità e
di mutua comprensione, d'altro canto, possono farsi veicoli di una visione
deformata dell'esistenza, della famiglia, dei valori religiosi ed etici; di una
visione non rispettosa dell'autentica dignità e del destino della persona
umana". (13) E' imperativo che i media rispettino e partecipino allo
sviluppo integrale della persona, che comporta "le dimensioni culturali,
trascendenti e religiose dell'uomo e della società". (14)
La fonte di alcuni problemi individuali e sociali risiede anche nel fatto
che alle relazioni interpersonali si è sostituito l'uso sempre più
importante dei media e nel notevole attaccamento affettivo che viene accordato
ai personaggi mediatici di finzione. I media non possono sostituire né il
contatto personale immediato né i rapporti tra membri di una famiglia o
tra amici. Ma possono dare il loro contributo alla soluzione di questa difficoltà:
attraverso gruppi di discussione, dibattiti su films o trasmissioni, stimolando
la comunicazione interpersonale, piuttosto che sostituendosi ad essa.
B. I media al servizio del dialogo con il mondo attuale
8. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato che "il popolo di Dio e
l'umanità, entro la quale esso è inserito, si rendono reciproco
servizio, così che la missione della Chiesa si mostra di natura religiosa
e per ciò stesso profondamente umana" (15) Coloro che proclamano la
Parola di Dio hanno il dovere di prendere in considerazione e di cercare di
comprendere le "parole" dei popoli e delle culture diverse non solo
allo scopo di informarsi su di essi, ma anche di aiutarli a riconoscere e ad
accettare la Parola di Dio. (16) La Chiesa deve dunque conservare una presenza
attiva ed attenta nel mondo, in modo da alimentare la comunità e da
sostenere coloro, uomini e donne, che cercano delle soluzioni accettabili ai
problemi personali e sociali.
Inoltre, se la Chiesa deve sempre comunicare il suo messaggio in modo
adeguato a ciascuna epoca ed alle culture delle nazioni e dei popoli specifici,
deve farlo soprattutto oggi nella cultura e per la cultura dei nuovi media. (17)
Si tratta di una condizione fondamentale se si vuol dare risposta ad una delle
preoccupazioni essenziali del Concilio Vaticano II: la comparsa di "vincoli
sociali, tecnici, culturali" che uniscono gli uomini sempre più
strettamente costituisce per la Chiesa "una nuova urgenza":
raccoglierli tutti nella "piena unità in Cristo" (18)
Considerando il ruolo importante che i mezzi di comunicazione possono giocare
nei suoi sforzi per favorire questa unità, la Chiesa li considera
strumenti "concepiti dalla Divina Provvidenza" per lo sviluppo della
comunicazione e della comunione tra gli uomini durante il loro pellegrinaggio
sulla terra. (19)
La Chiesa, che cerca di dialogare con il mondo moderno, desidera poter
condurre un dialogo onesto e rispettoso con i responsabili dei media. Questo
dialogo implica che la Chiesa faccia uno sforzo per comprendere i media - i loro
obiettivi, i loro metodi, le loro regole di lavoro, le loro strutture interne e
le loro modalità - e che sostenga ed incoraggi coloro che vi lavorano.
Basandosi su questa comprensione e su questo sostegno diventa possibile fare
delle proposte significative per poter allontanare gli ostacoli che si oppongono
al progresso umano ed alla proclamazione del Vangelo.
Per un tale dialogo è necessario che la Chiesa si preoccupi
attivamente dei media profani, e in particolare dell'elaborazione della politica
che li riguarda. I cristiani infatti hanno il dovere di far sentire la loro voce
in seno a tutti i media. Il loro compito non si limita alla trasmissione di
notizie ecclesiastiche. Questo dialogo richiede inoltre che essa sostenga i
professionisti dei media, che elabori un'antropologia ed una vera teologia della
comunicazione affinché la teologia stessa si faccia più
comunicativa, più efficace nel rivelare i valori evangelici e
nell'applicarli alle realtà contemporanee della condizione umana; è
necessario inoltre che i responsabili della Chiesa e gli agenti pastorali
rispondano con buona volontà e prudenza alle domande dei media, cercando
di stabilire, anche con quelli che non condividono la nostra fede, dei rapporti
di fiducia e di reciproco rispetto, fondati su valori comuni.
C. I media al servizio della comunità umana e del progresso
sociale
9. La comunicazione che avviene nella Chiesa e attraverso la Chiesa consiste
essenzialmente nell'annuncio della Buona Novella di Gesù Cristo. E la
proclamazione del Vangelo come parola profetica e liberatrice rivolta agli
uomini ed alle donne del nostro tempo; è la testimonianza resa, di fronte
ad una secolarizzazione radicale, alla verità divina ed al destino
trascendente della persona umana; è, di fronte ai conflitti ed alle
divisioni, la scelta della giustizia, in solidarietà con tutti i
credenti, al servizio della comunione tra i popoli, le nazioni e le culture.
Il senso dato così dalla Chiesa alla comunicazione illumina in
maniera eccezionale i mezzi di comunicazione ed il ruolo che essi debbono
giocare, secondo il piano provvidenziale di Dio, nella promozione dello sviluppo
integrale delle persone e delle società umane.
D. I media al servizio della comunione ecclesiale
10. A tutto ciò che è stato appena detto, non può non
aggiungersi il richiamo importante del diritto fondamentale al dialogo ed
all'informazione in seno alla Chiesa, così come è affermato da
Communio et progressio, (20) e la necessità di continuare a
ricercare quali siano i modi efficaci per favorire e proteggere questo diritto,
in particolare con un'utilizzazione responsabile dei mezzi di comunicazione.
Pensiamo, tra le altre, alle affermazioni del Codice di Diritto Canonico
secondo cui, pur manifestando la loro obbedienza verso i pastori della Chiesa, i
fedeli "hanno il diritto di manifestare ... le proprie necessità,
soprattutto spirituali, ed i propri desideri", (21) e in funzione della
loro scienza, competenza e prestigio, hanno "il diritto, e anzi talvolta
anche il dovere , di esprimere ai loro pastori la propria opinione sulle
questioni riguardanti il bene della Chiesa. (22)
Vi è qui un mezzo per mantenere e rafforzare la credibilità e
l'efficacia della Chiesa. In modo ancor più fondamentale, questo può
essere il mezzo per realizzare concretamente il carattere di "comunione"
della Chiesa, che trova il suo fondamento nella comunione intima della Trinità
di cui è un riflesso. Tra i membri di questa comunità che
costituisce la Chiesa, esiste una innata uguaglianza di dignità e di
missione che proviene dal battesimo e che è alla base della struttura
gerarchica e della diversità delle mansioni. Questa uguaglianza si
esprimerà in uno scambio onesto e rispettoso dell'informazione e delle
opinioni.
In caso di disaccordo, però, è importante sapere che "non
è esercitando ... una pressione sull'opinione pubblica che si può
contribuire alla chiarificazione dei problemi dottrinali e servire la verità"
(23) Infatti, "le idee dei fedeli non possono essere puramente e
semplicemente identificate con il sensus fidei". (24)
Perché la Chiesa insiste tanto sul diritto che ha la gente di avere
una informazione corretta? Perché sottolinea il proprio diritto ad
annunciare l'autentica verità evangelica? Perché insiste sulla
responsabilità che hanno i suoi pastori di comunicare la verità e
di educare i fedeli a fare altrettanto? E per motivo che, nella Chiesa, una
completa comprensione della comunicazione si basa sul fatto che il Verbo di Dio
comunica se stesso.
E. I media al servizio di una nuova evangelizzazione
11. Oltre i numerosi mezzi tradizionali in vigore, come la testimonianza di
vita, l'insegnamento del catechismo, il contatto personale, la pietà
popolare, la liturgia ed altre celebrazioni simili, l'utilizzazione dei media è
diventata essenziale all'evangelizzazione ed alla catechesi. Infatti "la
Chiesa si sentirebbe colpevole davanti al suo Signore se non adoperasse questi
potenti mezzi, che l'intelligenza umana rende ogni giorno più
perfezionati". (25) I mezzi di comunicazione sociale possono e devono
essere strumenti al servizio del programma di ri-evangelizzazione e di nuova
evangelizzazione della Chiesa nel mondo contemporaneo. In vista della nuova
evangelizzazione, un'attenzione particolare dovrà essere data all'impatto
audiovisivo dei mezzi di comunicazione, secondo l'aforisma "vedere,
valutare, agire".
Così, per l'atteggiamento che la Chiesa deve adottare verso i media e
la cultura che essi contribuiscono ad elaborare, è molto importante avere
sempre presente che "non basta usarli (i media) per diffondere il messaggio
cristiano e il magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso
nella "nuova cultura" creata dalla comunicazione moderna ... con nuovi
linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici". (26)
L'evangelizzazione attuale dovrebbe trovare delle risorse nella presenza attiva
ed aperta della Chiesa in seno al mondo delle comunicazioni.
III
SFIDE ATTUALI
A. Necessità di una valutazione critica
12. Se la Chiesa adotta un atteggiamento positivo ed aperto verso i media,
cercando di penetrare la nuova cultura creata dalla comunicazione allo scopo di
evangelizzarla, è necessario che essa proponga anche una valutazione
critica dei media e del loro impatto sulla cultura.
Come è già stato detto altre volte, la tecnologia della
comunicazione costituisce una meravigliosa espressione del genio umano ed i
media giovano considerevolmente alla società. Ma, come è stato
ugualmente sottolineato, l'applicazione della tecnologia della comunicazione è
stata solo in parte un beneficio, e la sua utilizzazione consapevole necessita
di valori sani e di scelte avvedute da parte degli individui, del settore
privato, dei governi e dell'insieme della società. La Chiesa non pretende
di imporre queste decisioni e queste scelte, ma cerca di dare un aiuto reale
indicando i criteri etici e morali applicabili in questo campo, criteri che si
troveranno sia nei valori umani che nei valori cristiani.
B. Solidarietà e sviluppo integrale
13. Nella situazione attuale, accade che i media aggravino gli ostacoli
individuali e sociali che impediscono la solidarietà e lo sviluppo
integrale della persona umana. Tali ostacoli sono, in particolare, il
secolarismo, il consumismo, il materialismo, la disumanizzazione e l'assenza di
interesse per la condizione dei poveri e degli svantaggiati. (27)
In questa situazione, la Chiesa, che riconosce negli strumenti della
comunicazione "la via attualmente privilegiata per la creazione e la
trasmissione della cultura", (28) si fa un dovere di proporre ai
professionisti delle comunicazioni ed al pubblico una formazione che li conduca
a considerare i media con "senso critico, animato dalla passione per la
verità"; essa ritiene anche suo dovere intraprendere "un'opera
di difesa della libertà, del rispetto alla dignità personale,
dell'elevazione dell'autentica cultura dei popoli, mediante il rifiuto fermo e
coraggioso di ogni forma di monopolizzazione e di manipolazione". (29)
C. Politiche e strutture
14. E chiaro che alcuni problemi a questo riguardo sono frutto di
determinate politiche e strutture dei media: citiamo a titolo di esempio il
fatto che taluni gruppi o classi si vedano rifiutare l'accesso ai mezzi di
comunicazione, la riduzione sistematica in certi luoghi del diritto fondamentale
all'informazione, l'accrescimento del controllo che alcuni gruppi economici,
sociali e politici esercitano sui media.
Tutto ciò è contrario agli obiettivi fondamentali ed alla
natura stessa dei media il cui ruolo sociale specifico e necessario è di
contribuire a garantire il diritto dell'uomo all'informazione, a promuovere la
giustizia nella ricerca del bene comune, ad assistere gli individui, i gruppi ed
i popoli nella loro ricerca della verità. I media esercitano queste
funzioni fondamentali quando favoriscono lo scambio di idee e di informazioni
tra tutte le classi ed i settori della società ed offrono a tutte le
opinioni responsabili l'occasione di farsi ascoltare.
D. Difesa del diritto all'informazione ed alla comunicazione
15. Non si può accettare che l'esercizio della libertà di
comunicazione dipenda dalla fortuna, dall'educazione o dal potere politico. Il
diritto di comunicare è il diritto di tutti.
Questo richiede degli specifici sforzi a livelli nazionale ed
internazionale, non solo per dare ai meno abbienti ed ai meno potenti accesso
all'informazione di cui hanno bisogno per il loro sviluppo individuale e
sociale, ma anche per fare in modo che essi giochino un ruolo effettivo e
responsabile nelle decisioni circa il contenuto dei media e nella definizione
delle strutture e delle politiche in seno alle istituzioni di comunicazione dei
loro Paesi.
Là dove le strutture giuridiche e politiche favoriscono il dominio
dei media da parte di gruppi di pressione, la Chiesa deve insistere sul rispetto
del diritto a comunicare, e in particolare sul rispetto del proprio diritto di
accesso ai media, cercando nello stesso tempo altri modelli di comunicazioni per
i suoi membri e per l'insieme della popolazione. Il diritto alla comunicazione
fa parte d'altronde del diritto alla libertà religiosa, il quale non
dovrebbe essere limitato alla libertà di culto.
IV
PRIORITA' PASTORALI E MEZZI PER RISPONDERVI
A. Difesa delle culture umane
16. Data la situazione che esiste in numerosi luoghi, la sensibilità
per i diritti e per gli interessi degli individui può spesso indurre la
Chiesa a favorire altri mezzi di comunicazione. Nel campo dell'evangelizzazione
e della catechesi, la Chiesa dovrà spesso prendere delle misure miranti a
preservare ed a favorire i "media popolari" ed altre forme
tradizionali di espressione, riconoscendo che, in certe società, possono
essere più efficaci per la diffusione del Vangelo che non i media più
recenti, perché rendono possibile una maggiore partecipazione personale e
possono toccare livelli più profondi di sensibilità umana e di
motivazione.
L'onnipresenza dei mass-media nel mondo contemporaneo non diminuisce in
nulla l'importanza di altri media che permettono alle persone di impegnarsi e di
avere una parte attiva nella produzione ed anche nella concezione della
comunicazione. I media popolari e tradizionali, infatti, non rappresentano
soltanto un importante crocevia d'espressione della cultura locale, ma
permettono anche di sviluppare competenza nella creazione e nella utilizzazione
attiva dei media.
Allo stesso modo consideriamo positivamente il desiderio di numerosi popoli
e gruppi umani di disporre di sistemi di comunicazione e di informazione più
giusti e più equi, per garantirsi dalla dominazione, o dalla
manipolazione, sia da parte dello straniero che dai propri compatrioti. I Paesi
in via di sviluppo hanno questo timore di fronte ai Paesi sviluppati; così
come vivono la stessa preoccupazione le minoranze di certe nazioni sviluppate o
in via di sviluppo. Qualunque sia la situazione, i cittadini debbono poter avere
una parte attiva, autonoma e responsabile nei processi di comunicazione, poiché
essi influenzano in molti modi le loro condizioni di vita.
B. Sviluppo e promozione dei mezzi di comunicazione della Chiesa
17. Pur continuando ad impegnarsi in diversi modi nel campo della
comunicazione e dei media, malgrado le numerose difficoltà che incontra,
la Chiesa deve continuare a sviluppare, conservare e favorire i propri strumenti
e programmi cattolici di comunicazione. Questi comprendono la stampa e le
pubblicazioni cattoliche, la radio e la televisione cattoliche, gli uffici di
informazione e di relazioni pubbliche, gli istituti ed i programmi di formazione
alla pratica e alle problematiche dei media, la ricerca mediatica, gli organismi
di professionisti della comunicazione legati alla Chiesa - in particolare le
organizzazioni cattoliche internazionali di comunicazioni -, i cui membri sono
collaboratori qualificati e competenti delle conferenze episcopali e anche dei
singoli vescovi.
Il lavoro dei media cattolici non è soltanto un'attività
supplementare che si aggiunge a tutte quelle della Chiesa: le comunicazioni
sociali hanno infatti un ruolo da giocare in tutti gli aspetti della missione
della Chiesa. Così non ci si deve accontentare di avere un piano
pastorale per la comunicazione, ma è necessario che la comunicazione sia
parte integrante di ogni piano pastorale perché esse di fatto ha un
contributo da dare ad ogni altro apostolato, ministero o programma.
C. Formazione dei cristiani incaricati delle comunicazioni sociali
18. L'educazione e la formazione alla comunicazione devono far parte
integrante della formazione degli operatori pastorali e dei sacerdoti. (30)
Numerosi elementi ed aspetti specifici sono da tener presenti per questa
educazione e per questa formazione.
Nel mondo di oggi, così fortemente influenzato dai media, è
necessario, per esempio, che gli operatori pastorali abbiano almeno una buona
visione di insieme dell'impatto che le nuove tecnologie dell'informazione e dei
media esercitano sugli individui e sulle società. Devono inoltre essere
pronti a dispensare il loro ministero sia a coloro che sono "ricchi di
informazione" sia a coloro che sono "poveri di informazione". E
necessario che sappiano come invitare al dialogo, evitando uno stile di
comunicazione che faccia pensare al dominio, alla manipolazione o al profitto
personale. Coloro che saranno impegnati attivamente nel lavoro dei media per la
Chiesa debbono acquisire sia competenza professionale in materia sia una
formazione dottrinale e spirituale.
D. Pastorale degli operatori delle comunicazioni sociali
19. Il lavoro nei mezzi di comunicazione implica pressioni psicologiche e
dilemmi etici particolari. Se si considera l'importanza del ruolo giocato dai
media nella formazione della cultura contemporanea e nell'organizzazione della
vita di innumerevoli individui e società, appare essenziale che coloro
che sono impegnati professionalmente nei media profani e nelle industrie della
comunicazione considerino le loro responsabilità con una forte carica
ideale e il proposito di servire l'umanità.
Ciò comporta per la Chiesa una responsabilità corrispondente
che la impegna ad elaborare e a proporre programmi pastorali che rispondano con
precisione alle condizioni particolari di lavoro e alle sfide etiche di fronte
alle quali sono messi i professionisti della comunicazione; programmi pastorali
in grado di garantire una formazione permanente capace di aiutare questi uomini
e donne - molti dei quali sono sinceramente desiderosi di sapere e di praticare
ciò che è giusto in campo etico e morale - ad essere sempre più
compenetrati da criteri morali tanto nella loro vita professionale che in quella
privata.
V
NECESSITA DI UNA PROGRAMMAZIONE PASTORALE
A. Responsabilità dei Vescovi
20. Riconoscendo il valore ed anche l'urgenza delle esigenze suscitate
dall'attività mediatica, i vescovi e le persone cui spetta di decidere
circa la distribuzione delle risorse della Chiesa, che sono limitate sul piano
umano come su quello materiale, dovrebbero adoperarsi per accordare una giusta
priorità a questo settore, tenendo conto delle situazioni particolari
della loro nazione, della loro regione e della loro diocesi.
E' possibile che questa esigenza si faccia sentire in modo più acuto
adesso più che in passato proprio perché, almeno in parte, il
grande "Areopago" contemporaneo dei media è stato finora più
o meno trascurato dalla Chiesa. (31) Come fa notare il Santo Padre: "Si
privilegiano generalmente altri strumenti per l'annunzio evangelico e per la
formazione, mentre i mass-media sono lasciati all'iniziativa dei singoli o di
piccoli gruppi che entrano nella programmazione pastorale in linea secondaria"
(32) Questa situazione richiede delle correzioni.
B. Urgenza di un piano pastorale per le comunicazioni sociali
21. Raccomandiamo dunque particolarmente che le diocesi e le Conferenze o le
Assemblee episcopali veglino affinché il problema dei media sia
affrontato in ogni piano pastorale. Spetta a loro, inoltre, redigere piani
pastorali particolari riguardanti le comunicazioni sociali, oppure rivedere e
aggiornare i piani già esistenti in modo da garantire un processo di
riesame e di aggiornamento periodici. Per far questo i vescovi ricerchino la
collaborazione di professionisti che lavorano nei media secolari o negli
organismi della Chiesa legati al campo della comunicazione, e specialmente delle
organizzazioni nazionali e internazionali del cinema, della radio, della
televisione e della stampa.
Ci sono Conferenze episcopali che hanno già ricevuto profitto da
piani pastorali adeguati nel delineare concretamente i bisogni esistenti e gli
obiettivi da raggiungere, e nell'incoraggiare il coordinamento degli sforzi. I
risultati dello studio, così come le valutazioni e le consultazioni che
hanno permesso la redazione di questi documenti, potrebbero e dovrebbero
circolare a tutti i livelli della Chiesa, perché in grado di fornire dati
utili per la pastorale. E possibile anche adattare piani realistici e pratici ai
bisogni delle Chiese locali. Dovrebbero essere fatti permanentemente oggetto di
revisione e adeguamenti in rapporto all'evoluzione delle esigenze.
In appendice a questo documento suggeriamo elementi per un piano pastorale e
argomenti che potrebbero essere oggetto di lettere pastorali o dichiarazioni
episcopali, sia a livello nazionale che diocesano. Sono elementi tratti da
proposte di Conferenze episcopali e di professionisti dei media.
CONCLUSIONI
22. Concludiamo riaffermando che la Chiesa "considera questi strumenti
(della Comunicazione Sociale) "doni di Dio", in quanto essi, nel
disegno della Provvidenza, sono ordinati ad unire gli uomini in vincoli
fraterni, cosicché collaborino nel suo piano di salvezza". (33) Lo
Spirito, così come ha aiutato gli antichi profeti a comprendere il piano
di Dio attraverso i segni del loro tempo, aiuta oggi la Chiesa a interpretare i
segni del nostro tempo e a realizzare il proprio compito profetico con lo
studio, la valutazione e il buon uso, diventati ormai fondamentali, delle
tecnologie e dei mezzi di comunicazione.
APPENDICE
ELEMENTI DI UN PIANO PASTORALE PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI
23. Le condizioni dei media e le opportunità che si offrono alla
Chiesa nel campo delle comunicazioni sociali sono differenti da nazione a
nazione e anche da diocesi a diocesi di uno stesso Paese. Ne consegue
naturalmente che l'approccio della Chiesa ai media e all'ambiente culturale che
essi contribuiscono a formare saranno differenti da luogo a luogo, e che i
progetti e la partecipazione della Chiesa dovranno essere adattati alle
situazioni locali.
Ogni Conferenza episcopale e ogni diocesi dovrebbe perciò sviluppare
un piano pastorale integrato per la comunicazione, preferibilmente con la
consulenza sia dei rappresentanti delle organizzazioni cattoliche,
internazionali e nazionali, che si occupano di comunicazione, sia dei
professionisti dei media locali. Il tema della comunicazione dovrebbe inoltre
essere tenuto presente nella formulazione e nella realizzazione di tutti gli
altri piani pastorali, compresi quelli relativi al servizio sociale, alla
didattica, e alla evangelizzazione. Un certo numero di Conferenze episcopali e
di diocesi hanno già piani di questo tipo che identificano le esigenze
della comunicazione, definiscono gli obiettivi, fanno previsioni realistiche di
finanziamento e coordinano i diversi impegni del settore.
Proponiamo le seguenti linee per aiutare coloro che elaborano nuovi piani
pastorali o sono incaricati di aggiornare i piani già esistenti.
Direttive per l'elaborazione di piani pastorali per le comunicazioni
sociali in una diocesi, Conferenza episcopale o Sinodo patriarcale
24. Un piano pastorale per le comunicazioni sociali dovrebbe comprendere i
seguenti elementi:
a) una presentazione d'insieme a partire da una consultazione ampia
che descriva, per tutti i ministeri della Chiesa, una strategia della
comunicazione rispondente ai problemi ed alle esigenze del nostro tempo;
b) un inventario o un accertamento che descriva il mondo dei media
nel territorio preso in considerazione, comprendente il pubblico, i produttori e
i direttori dei media pubblici e privati, le risorse finanziarie e tecniche, i
sistemi di distribuzione, le risorse ecumeniche e didattiche, il personale delle
organizzazioni cattoliche di comunicazione, compreso quello delle comunità
religiose;
c) una proposta di strutturazione dei mezzi di comunicazione sociale
della Chiesa destinati ad appoggiare l'evangelizzazione, la catechesi e
l'educazione, il servizio sociale e la collaborazione ecumenica, e comprendente
se possibile le relazioni pubbliche, la stampa, la radio, la televisione, il
cinema, le videocassette, le reti informatiche, i servizi in facsimile ed
analoghe forme di telecomunicazione;
d) una educazione ai media con speciale sottolineatura al rapporto
fra i media e i valori;
e) un'apertura pastorale di dialogo con i professionisti dei media,
con attenzione particolare allo sviluppo della loro fede e della loro crescita
spirituale;
f) indicazioni circa le possibilità di ottenere risorse
finanziarie e di assicurare le modalità di finanziamento di questa
pastorale.
Processo per l'elaborazione di un piano pastorale per le
comunicazioni sociali
25. Il piano dovrebbe offrire direttive e suggerimenti utili ai comunicatori
della Chiesa per stabilire finalità e priorità realistiche al loro
lavoro. Si raccomanda che un gruppo di lavoro comprendente rappresentanti del
mondo ecclesiale e professionisti dei media sia associato a questo processo, le
cui due fasi dovrebbero essere: 1. ricerca, e 2. progettazione.
Fase di ricerca
26. Elementi propri di questa fase sono: una valutazione delle esigenze, la
raccolta di informazioni, e la ricerca di possibili modelli di piani pastorali.
Tutto ciò comporta una analisi del contesto in cui si situa la
comunicazione, in particolare gli elementi di forza e di debolezza delle
strutture e dei programmi ecclesiali di comunicazione esistenti come pure delle
possibilità che si offrono e delle difficoltà che si possono
incontrare.
Tre tipi di esame possono essere di aiuto nella raccolta delle informazioni
necessarie: un accertamento delle esigenze, un'indagine sui mezzi di
comunicazione e un inventario delle risorse. Il primo esame consisterà
nel catalogare i settori pastorali che necessitano di una particolare attenzione
da parte della Conferenza episcopale o da parte della diocesi. Il secondo
riguarderà i metodi in vigore con una valutazione della loro efficacia
per identificare le forze e le debolezze delle strutture e delle procedure già
esistenti. Il terzo dovrà individuare le risorse, le tecnologie e il
personale di cui la Chiesa può disporre nel settore della comunicazione,
senza limitarsi alle risorse proprie della Chiesa, cioè tenendo conto
anche di quelle eventualmente disponibili nel mondo degli affari, nelle
industrie dei media e nelle organizzazioni ecumeniche.
Fase di progettazione
27. Dopo questa raccolta e analisi di dati, l'équipe che elaborerà
il piano dovrà interessarsi agli obiettivi ed alle priorità della
Conferenza episcopale o della diocesi nell'ambito della comunicazione. Si entrerà
allora nella fase di progettazione. Tenendo conto delle circostanze locali l'équipe
dovrà poi trattare dei problemi seguenti.
28. L'educazione: le questioni della comunicazione e della
comunicazione di massa interessano tutti i livelli del ministero pastorale,
compreso quello dell'educazione. Un piano pastorale di comunicazione dovrà
sforzarsi:
a) di proporre alcune possibilità di educazione in materia di
comunicazione, presentandole come componenti essenziali della formazione di
tutti coloro che sono impegnati nell'azione della Chiesa, sia che si tratti di
seminaristi, sacerdoti, religiosi e religiose oppure di animatori laici;
b) di incoraggiare le scuole e le università cattoliche a
proporre programmi e corsi in vista delle necessità della Chiesa e della
società in materia di comunicazione;
c) di proporre dei corsi, laboratori e seminari di tecnologia, di
gestione, d'etica e di politica della comunicazione, destinati ai responsabili
della Chiesa in questa materia, ai seminaristi, ai religiosi ed al clero;
d) di prevedere e di mettere in opera dei programmi di educazione e
d'intelligenza dei media da proporre all'attenzione degli insegnanti, dei
genitori e degli studenti;
e) di incoraggiare gli artisti e gli scrittori a preoccuparsi di
trasmettere i valori evangelici nella utilizzazione che essi fanno dei loro
talenti per la stampa, il teatro, la radio, le trasmissioni televisive e i film
ricreativi ed educativi;
f) di trovare nuove strategie di evangelizzazione e di catechesi
rese possibili dall'applicazione delle tecnologie della comunicazione e dei
mezzi di comunicazione.
29. Formazione spirituale e assistenza pastorale. I professionisti
cattolici laici e le altre persone che lavorano nell'apostolato ecclesiale delle
comunicazioni sociali, o nei media profani, attendono spesso dalla Chiesa un
orientamento spirituale ed un sostegno pastorale. Un piano pastorale di
comunicazione dovrebbe dunque cercare:
a) di proporre ai laici cattolici ed agli altri professionisti delle
comunicazioni qualche occasione di arricchire la loro esperienza professionale
attraverso giornate di meditazione, ritiri, seminari e gruppi di sostegno
professionale;
b) di proporre un'assistenza pastorale che procuri il sostegno
necessario per nutrire la fede dei responsabili della comunicazione e appoggiare
il loro impegno in questo difficile compito che consiste nel comunicare al mondo
i valori del Vangelo e gli autentici valori umani.
30. Collaborazione. La collaborazione comprende la divisione delle
risorse tra le conferenze e le diocesi, come anche tra le diocesi e le altre
istituzioni, come le comunità religiose, le università e gli
organismi della sanità. Un piano pastorale dovrebbe mirare:
a) a rafforzare le relazioni e incoraggiare la consultazione
reciproca tra i rappresentanti della Chiesa e i professionisti dei media che
possono offrire molto alla Chiesa in materia di utilizzazione dei media;
b) a cercare mezzi di produzione in collaborazione con i centri
regionali e centri nazionali, e a favorire lo sviluppo delle reti comuni di
promozione, di commercializzazione e di distribuzione;
c) a favorire la collaborazione con le congregazioni religiose che
lavorano nel settore delle comunicazioni sociali;
d) a collaborare con gli organismi ecumenici e con le altre Chiese e
gruppi religiosi per tutto quanto concerne la sicurezza e la garanzia di accesso
della religione ai media, come anche "nel campo dei nuovi media:
soprattutto per ciò che concerne l'uso comune dei satelliti, delle banche
dati, delle reti cablo e, generalmente, dell'informatica, a cominciare dalla
compatibilità dei sistemi. (nota 34)
e) a collaborare con i media profani, in particolare per quanto
riguarda le preoccupazioni comuni sulle questioni religiose, morali, etiche,
culturali, educative e sociali;
31. Relazioni pubbliche. Le relazioni pubbliche necessitano da parte
della Chiesa, di una comunicazione attiva con la comunità per il tramite
dei media, sia profani che religiosi. Queste relazioni, che implicano la
disponibilità della Chiesa a comunicare i valori evangelici e a fare
conoscere i suoi ministeri ed i suoi programmi, richiedono da parte sua che essa
faccia tutto il possibile per verificare che è veramente ad immagine di
Cristo. Un piano pastorale di comunicazione dovrebbe tendere:
a) a organizzare degli uffici di relazioni pubbliche dotati di
risorse umane e materiali sufficienti a rendere possibile una vera comunicazione
tra la Chiesa e l'insieme della comunità;
b) alla produzione di pubblicazioni e programmi radio, di
televisione e video di qualità eccellente, tali da rendere visibili il
messaggio del Vangelo e la missione della Chiesa;
c) a promuovere dei premi ed altri modi di riconoscenza destinati a
incoraggiare e sostenere i professionisti dei media;
d) a celebrare la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali come
un mezzo per promuovere la presa di coscienza dell'importanza della
comunicazione e per appoggiare le iniziative prese della Chiesa in materia di
comunicazione.
32. Ricerca. Le strategie della Chiesa nell'ambito della
comunicazione sociale dovrebbero fondarsi sui risultati di una ricerca seria in
tale materia, che implichi una analisi ed una valutazione fatte con conoscenza
di causa. Occorre che lo studio della comunicazione faccia posto alle questioni
ed ai problemi maggiori ai quali deve far fronte la missione della Chiesa in
seno alla nazione o alla regione interessata. Un piano pastorale della
comunicazione dovrebbe mirare:
a) a incoraggiare gli istituti di studi superiori, i centri di
ricerca e le università a intraprendere ricerche fondamentali insieme ed
applicate, sui bisogni e le preoccupazioni della Chiesa e della società
in materia di comunicazione;
b) a determinare le modalità pratiche per l'interpretazione
della ricerca fatta sulle comunicazioni sociali e sulla sua applicazione alla
missione della Chiesa;
c) a sostenere una riflessione teologica permanente sui processi e
gli strumenti della comunicazione sociale e sul loro ruolo nella Chiesa e nella
società.
33. Comunicazione e sviluppo dei popoli. Comunicazioni e media
realmente accessibili possono permettere a molte persone di partecipare
all'economia del mondo moderno, di esperimentare una libertà di
espressione e di contribuire alla crescita della pace e della giustizia nel
mondo. Un piano pastorale delle comunicazioni sociali dovrebbe mirare:
a) che i valori evangelici esercitino una influenza sul largo
ventaglio delle attività dei media contemporanei - dall'edizione alle
comunicazioni via satellite - in modo che esse contribuiscano alla crescita
della solidarietà internazionale;
b) a difendere l'interesse pubblico e salvaguardare l'accesso delle
religioni ai media prendendo una posizione documentata e responsabile sulle
questioni di legislazione e di politica della comunicazione e sullo sviluppo dei
sistemi di comunicazione;
c) ad analizzare l'impatto sociale delle tecnologie avanzate di
comunicazione ed a contribuire ad evitare inutili rotture sociali e
destabilitazioni culturali;
d) ad aiutare i professionisti della comunicazione a definire ed
osservare delle regole etiche, soprattutto nei riguardi dell'equità,
della verità, della giustizia, della decenza e del rispetto della vita;
e) a elaborare delle strategie che incoraggino un accesso più
esteso, più rappresentativo e responsabile ai media;
f) a esercitare un ruolo profetico prendendo la parola al momento
giusto, allorché si tratta di sostenere il punto di vista del Vangelo in
rapporto alle dimensioni morali di importanti questioni d'interesse pubblico.
Città del Vaticano, 22 febbraio 1992, Festa della Cattedra di San
Pietro Apostolo.
+ JOHN P. FOLEY, Presidente
Mons. PIERFRANCO PASTORE, Segretario
(1) Cf GIOVANNI PAOLO II, Centesimus annus, nn. 12-23, in AAS,
LXXXIII (1991), pp. 807-821.
(2) GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris missio, n. 37, in AAS, LXXXIII
(1991), p. 285.
(3) Communio et progressio, n. 187, in AAS, LXIII (1971), pp.
655-656.
(4) GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XXIV Giornata mondiale delle
comunicazioni sociali, in L'Osservatore Romano, 25-1-1990, p. 6.
(5) Ibid.
(6) Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Criteri di
collaborazione ecumenica ed interreligiosa nel campo delle comunicazioni
sociali, n. 1, Città del Vaticano, 1989.
(7) Inter mirifica, n. 4, in AAS, LVI (1964), p. 146.
(8) Communio et progressio, n. 11, in AAS, LXIII (1971), p. 598.
(9) Rm 1, 20.
(10) Jn 1, 14.
(11) Ef 1, 23; 4, 10.
(12) 1 Cor 15, 28; Communio et progressio, n. 11, in AAS,
LXIII (1971), p. 598.
(13) Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Pornografia e
violenza nei mezzi di comunicazione sociale: una risposta pastorale, n. 7,
Città del Vaticano, 1989.
(14) GIOVANNI PAOLO II, Sollicitudo rei socialis, n. 46, in AAS,
LXXX (1988), p. 579.
(15) Gaudium et spes, n. 11, in AAS, LVIII (1966), p. 1034.
(16) Cf PAOLO VI, Evangelii nuntiandi, n. 20, in AAS, LXVIII (1976),
pp. 18-19.
(17) Cf Inter mirifica, n. 3, in AAS, LVI (1964), p. 146.
(18) Lumen gentium, n. 1, in AAS, LVII (1965), p. 5
(19) Cf Communio et progressio, n. 12, in AAS, LXIII (1971), p. 598.
(20) Ibid, nn. 114-121, in AAS, LXIII (1971), pp. 634-636.
(21) Cf Can. 212.2, in AAS, LXXV, 2 (1983), p. 34.
(22) Cf Can. 212.3, in AAS, LXXV, 2 (1983), p. 34.
(23) Congregazione per la Dottrina de]la Fede, Instruzione sulla
vocazione ecclesiale del teologo, n. 30, in AAS, LXXXII (1990), P. 1562.
(24) Cf ibid., n. 35, in AAS, LXXXII (1990), p. 1565.
(25) PAOLO VI, Evangelii nuntiandi, n. 45, in AAS, LXVIII (1976), p.
35.
(26) GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris missio, n. 37, in AAS, LXXXIII
(1991), p. 285.
(27) Cf GIOVANNI PAOLO II, Centesimus annus, n. 41, in AAS, LXXXXII
(1991), p. 841.
(28) GIOVANNI PAOLO II, Christifideles laici, n. 44, in AAS, LXXXI
(1989), p. 480.
(29) Ibid. p. 481.
(30) Cf Congregazione per l'Educazione Cattolica, Orientamenti per la
formazione dei futuri sacerdoti circa gli strumenti delle comunicazioni sociali,
Città del Vaticano, 1986.
(31) Cf GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris missio, n. 37, c, in AAS,
LXXXIII (1991), p. 285.
(32) Ibid.
(33) Communio et progressio, n. 2, in AAS, LXIII (1971), pp.
593-594.
(34) Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Criteri di
collaborazione ecumenica ed interreligiosa nel campo delle comunicazioni
sociali, n. 14, Città del Vaticano, 1989.
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