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30° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL SERVO DI DIO PAPA PAOLO VI

OMELIA DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO DI SUA SANTITÀ

Brescia, sabato 6 settembre 2008

  

Cari Confratelli Vescovi e sacerdoti,
illustri Autorità,
cari fratelli e sorelle
,

stamattina sono stato nelle grotte vaticane a pregare sulla tomba di Paolo Vi, prima di venire nella sua terra d’origine. Esprimo anzitutto la mia gratitudine al Pastore di questa Diocesi, Mons. Luciano Monari, per avermi invitato a presiedere questa solenne celebrazione. Saluto gli altri Vescovi presenti, i numerosi sacerdoti, le Autorità e la folta schiera di fedeli, che testimoniano tangibilmente l’affetto perdurante che lega Brescia a Paolo VI.

In questo momento, il pensiero va naturalmente a quel 6 agosto di trent’anni fa quando, al tramonto del giorno in cui la liturgia commemora la Trasfigurazione del Signore, Papa Montini lasciava questa terra per la Casa del Padre. Quanti tra noi ricordano ancora molto bene quel momento! All’eco suscitata dalla sua morte e alle emozioni provate in quel giorno si è unito anche il Santo Padre Benedetto XVI. Per tale anniversario, Egli ha voluto inviare al vostro Vescovo uno speciale messaggio, nel quale ha ricordato, tra l’altro, le parole che il suo venerato Predecessore aveva preparato per l’Angelus di quel 6 agosto 1978, solennità della Trasfigurazione di Cristo.

In verità si potrebbe leggere alla luce della Trasfigurazione l’intera vicenda terrena di Paolo VI e soprattutto i quindici anni che lo hanno visto guidare la barca di Pietro tra le onde agitate di quel periodo storico. Alla luce del Signore risorto e trasfigurato, egli si è sforzato di capire l’uomo, la sua solitudine e il suo desiderio di vita, la sua sete di felicità e l’esperienza del proprio limite esistenziale; si è sforzato di comprendere non solo l’uomo in quanto singolo bensì l’umanità nel suo insieme, in un’epoca senz’altro difficile, ma – come amava egli stesso dire – anche affascinante per le mille sfide che interpellavano, e tuttora continuano ad interpellare, i credenti e gli uomini di buona volontà. Paolo VI sentiva di amarla profondamente l’umanità, e rese concreto questo suo amore nel costante sforzo di aiutarla a trovare in Cristo la luce della verità e il valore della vita.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato le seguenti parole tratte dal libro del profeta Ezechiele: “O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia”. Queste parole potrebbero molto opportunamente descrivere l’attitudine con cui Paolo VI ha guidato il popolo cristiano, tracciando per la Chiesa, Madre e Maestra, nuove vie e nuovi metodi, con l’unico scopo di condurre a Cristo Salvatore gli uomini di ogni nazione, senza distinzione di razza e cultura. Egli avvertiva la responsabilità e il dovere “ancor prima di parlare, di ascoltare la voce, anzi il cuore dell'uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo”. Così ebbe a scrivere nella sua prima Enciclica, la Ecclesiam Suam, notando ancora che “non si salva il mondo dal di fuori; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi, in certa misura, nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo” (Cf. n. 90).

“Ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele”. In Papa Montini si avvertiva la preoccupazione costante di essere guida salda per il popolo cristiano, spesso sedotto dalle lusinghe e condizionato dalle minacce dei tanti nemici di Cristo. Pastore generoso e lungimirante, paziente e prudente, saldo nella verità e pronto al dialogo, egli seppe mantenere dritto il timone della Barca di Pietro, che a momenti dava l’impressione quasi di cedere tra i marosi improvvisi di un’umanità sofferente, inquieta e sballottata da ogni più lieve vento di novità. Percepì fino in fondo la sua responsabilità di pastore dell’intero gregge del Signore, e non esitò, come Ezechiele, ad assumere anche posizioni scomode, controcorrente, per amore della Verità, per restare fedele alla Parola di Dio. Sì! Possiamo dire che Papa Montini visse il suo servizio pastorale come sentinella di un popolo smarrito, quasi senza città e senza mura, come vedetta che previene il gregge circa i pericoli che incombono sul suo cammino.

“Ascoltate oggi la voce del Signore”. Quest’invito, che abbiamo ripetuto come ritornello al salmo responsoriale, ci richiama alla mente le sue accorate esortazioni. Con voce ferma, anche se tremolante sotto il peso degli acciacchi fisici degli ultimi anni, Paolo VI non smise di rivolgerle al popolo di Dio e all’umanità intera. Ebbe a scrivere un giorno: “Mi sento padre di tutta l’umanità… non mi sento superiore, ma fratello inferiore, perchè porto il peso di tutti”. L’opinione pubblica, forse anche all’interno della Chiesa, parve talora non capire l’ardore che lo spingeva a spendersi totalmente per il bene dell’uomo, per il vero bene dell’uomo; non colse nei suoi gesti e nei suoi interventi il desiderio costante di capire e di percorrere le esigenti vie dell’amore. Non un amore generico e sentimentale, ma l’amore di cui parla san Paolo nella lettera ai Romani e che abbiamo riascoltato nella seconda lettura: la carità che non fa alcun male al prossimo, la divina carità che è pienezza della Legge.

Sono rimasto personalmente molto colpito quando, nello scorrere la sua biografia, mi è capitato tra le mani il primo scritto del fanciullo Giovanni Battista in un quaderno di scuola. Vi troviamo la scritta a grandi caratteri: “Io amo”, ripetuta per tutta la pagina. “Io amo” è in effetti il leit motiv che attraversa, potremmo dire, tutta la sua vita e che ritroviamo nel suo testamento: “O uomini, comprendetemi: tutti io vi amo… Prego il Signore che mi dia la grazia di fare della mia prossima morte dono d’amore alla Chiesa… Potrei dire che l’ho sempre amata… Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse”. L’amore, questa profonda attitudine del cuore che sta alla base di ogni più autentico gesto umano e che abbiamo sentito richiamare nella seconda lettura, possiamo dunque considerarlo come la nota caratteristica dell’intero suo pontificato. Anzi, di tutta la sua esistenza, come ebbe a notare egli stesso in un appunto personale: “Forse la nostra vita – scriveva - non ha altra più chiara nota che la definizione dell’amore al nostro tempo, al nostro mondo, a quante anime abbiamo potuto avvicinare e avvicineremo: ma nella lealtà e nella convinzione che Cristo è necessario e vero”.

Amore per Cristo e amore per i fratelli. Spinto dalla carità, come san Paolo di cui volle prendere il nome, Paolo VI si fece pellegrino e messaggero di pace fino agli estremi confini della terra. Resta memorabile il discorso che tenne a New York, nella sede delle Nazioni Unite, il 4 ottobre del 1965, quando disse, dopo aver definito la Chiesa “esperta in umanità”: “Noi siamo come il messaggero che, dopo lungo cammino, arriva a recapitare la lettera che gli è stata affidata; così Noi avvertiamo la fortuna di questo, sia pur breve, momento, in cui si adempie un voto, che Noi portiamo nel cuore da quasi venti secoli… è da molto tempo che siamo in cammino, e portiamo con Noi una lunga storia”. A Manila, nelle Filippine, nell’omelia pronunciata il 29 novembre del 1970 commentò: “…non sarei mai venuto da Roma fino a questo Paese estremamente lontano, se non fossi fermamente convinto di due cose fondamentali: la prima: di Cristo, la seconda: della vostra salvezza. Convinto di Cristo, sì io sento la necessità di annunciarlo, non posso tacerlo, guai a me se non proclamassi il Vangelo. Per questo io sono mandato da Lui, da Cristo stesso. Io sono un apostolo, io sono un testimone”.

Nella pagina evangelica dell’odierna XXIII domenica del tempo ordinario, san Matteo riferisce queste parole del Signore ai suoi discepoli: “Tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”. La consapevolezza di tale responsabilità ecclesiale, che incombe in primo luogo sul Successore di Pietro, fu sempre chiara in Paolo VI e lo rese Pastore fedele a Cristo e alla Chiesa, come ha ricordato nel suo messaggio Benedetto XVI. Ciò appare chiaramente nell’azione da lui svolta durante il Concilio Vaticano II, eredità che raccolse dal Beato Giovanni XXIII, come pure negli anni non facili del periodo post-conciliare. Non possiamo negarlo: ci sono stati momenti bui. Nell’omelia del 29 giugno 1972 lo stesso Pontefice accennò al fatto che da qualche fessura sembrava essere entrato “il fumo di Satana nel tempio di Dio… Non ci si fida più della Chiesa - diceva - ci si fida del primo profano che viene a parlarci da qualche giornale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita”. E a proposito del Concilio aggiungeva: “Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli”.

Gli anni del post-Concilio furono per lui segnati talvolta da solitudine con la percezione di non essere compreso; furono però anche anni di indefessa fedeltà alla Chiesa e di dedizione per l’umanità. Come non vedere sotto la luce dell’amore e della speranza cristiana, l’enciclica Mysterium Fidei con la quale Paolo VI volle riproporre la fede nell’Eucaristia, presenza reale del Signore Gesù; il Credo del popolo di Dio,  e ancora l’enciclica sociale Populorum progressio?  Come non leggere in questa chiave di fiducia la passione ecumenica che lo spinse a incrementare il dialogo con i governanti dell’Est europeo? Come non cogliere l’afflato profetico nell’Enciclica “Sacerdotalis caelibatus”, con la quale chiese ai sacerdoti di restare fedeli alla promessa di celibato, segno visibile e diffusivo della gioia cristiana? Sotto lo sguardo dell’amore possiamo vedere anche la mano tesa ai seguaci di Lefebvre e la sua paziente ricerca del dialogo con tutti. Fino agli ultimi istanti mantenne vigile la sua coscienza di essere il Pastore della Chiesa universale. Ripeteva al suo fedele segretario particolare, Mons Pasquale Macchi: “Sono vecchio, sono debole, ma sono Pietro! Io non voglio tradire Cristo!”.

Il 29 giugno 1978, ultimo anniversario della sua elezione a Papa, quasi preavvertendo l’ora del trapasso, tracciò un bilancio del suo pontificato: “Ecco Fratelli e Figli, - disse con commozione - l’intento instancabile, vigile, assillante che ci ha mossi in questi quindici anni di pontificato. ‘Fidem servavi’ ! Possiamo dire oggi, con la umile e ferma coscienza di non aver mai tradito ‘ il santo Vero’ ”. Parole che fanno eco a ciò che un giorno, pensando al suo passaggio all’eternità, aveva scritto: “Mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce… nella riconoscenza che tutto era dono, tutto era grazia”.

Mentre preghiamo perché quest’amato Pontefice possa presto essere venerato come Beato, chiediamo al Signore che conceda anche a noi di vivere fedeli alla nostra vocazione e di comprendere nella fede che tutto è grazia: la vita, la morte, il presente, il futuro. Ci conceda Iddio di essere, come fu Papa Montini, testimoni della gioia cristiana e di proclamare con la vita che noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio. Affidiamo questa spirituale richiesta alla Vergine Maria, che Paolo VI ha voluto proclamare Madre della Chiesa. Amen!

 

 

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