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SANTA MESSA PER LA PROCLAMAZIONE DI
CINQUE NUOVI BEATI
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Domenica, 4 ottobre 1981
Fratelli e sorelle carissimi!
1. Oggi è un giorno di sincera esultanza e di fervida letizia per il Popolo
di Dio! La Chiesa tutta si inginocchia per venerare tre suoi figli e due sue
figlie, che nella loro esistenza terrena in maniera eroica hanno realizzato,
giorno dopo giorno, le esigenze del messaggio del Vangelo. La Chiesa,
santificata dal sangue del suo Sposo, il Cristo, è diventata Madre di santi e
di sante! E in questo giorno ha l’intima fierezza di presentare al mondo
contemporaneo cinque nuovi beati, testimoni della sua perenne, inesauribile,
giovanile vitalità, e portatori di quel messaggio di gioia, che e tipico dell’annuncio
del Vangelo.
E nel segno di questa gioia cristiana noi ascolteremo il messaggio, che i
nuovi cinque beati oggi ci consegnano, perché lo sappiamo fare nostro,
realizzandolo nella nostra vita, e lo trasmettiamo, così, nella sua genuinità
alla odierna società, che é in continua ricerca dell’Assoluto.
2. Alain de Solminihac, nato da un’antica famiglia di Perigord, il cui motto
era “Fede e Coraggio”, aveva da principio pensato di unirsi ai Cavalieri di
Malta. Ma nel 1613, all’età di vent’anni, decide di entrare nell’Abbazia
di Chancelade, nei dintorni di Perigueux, tenuta dai Canonici regolari di sant’Agostino.
Dopo la sua ordinazione, si dedica agli studi di teologia e di spiritualità a
Parigi. Nel giorno dell’Epifania del 1623, riceve la benedizione abbaziale ed
intraprende coraggiosamente la restaurazione materiale e spirituale della sua
Abbazia. È l’epoca della applicazione del Concilio di Trento. Questo esempio
ha una vasta eco nella regione e anche ben oltre. Ora, vorrei sottolineare come
una simile personalità capace di spronare alla vita evangelica possa illuminare
singolarmente gli Istituti religiosi dei nostri tempi. Inevitabilmente
condizionati dai mutamenti socio-culturali attuali, essi devono raccogliere la
sfida del venir meno, al fine di un rinnovamento, della fedeltà alla “via
stretta” insegnata da Gesù stesso e sempre caratterizzata dalla scelta
cosciente e permanente della povertà, della castità e dell’obbedienza
consacrate. L’esperienza di Alain di Solminihac ricorda opportunamente a tutti
i religiosi il valore e la fecondità della loro radicale oblazione, sostenuta
dall’osservanza della Regola dalla mortificazione, dalla vita comunitaria.
Prego il nuovo beato di comunicare loro il suo fervore ascetico.
Nel 1636, la fama dello zelo e della santità dell’Abate di Chancelade fece
sì che egli fosse nominato Vescovo di Cahors da Papa Urbano VIII. Fervente
ammiratore della pastorale conciliare del santo Arcivescovo di Milano, Carlo
Borromeo, Monsignor di Solminihac prese anch’egli la decisione di conferire
alla sua diocesi le caratteristiche e la vitalità tanto raccomandate dal
Concilio di Trento. I suoi ventidue anni di servizio episcopale nella regione di
Quercy furono densi di una incessante serie di attività importanti ed efficaci:
la convocazione di un Sinodo diocesano, la costituzione di un consiglio
episcopale settimanale, la visita sistematica alle ottocento parrocchie della
diocesi, che egli rivide nove volte ciascuna, la creazione di un Seminario
affidato ai Lazzaristi, la moltiplicazione delle missioni parrocchiali, lo
sviluppo del culto eucaristico in un periodo in cui il giansenismo cominciava a
riprendersi, la promozione o la fondazione di opere caritative per gli anziani e
gli orfani, per i malati e le vittime della peste. Tre anni prima della sua
morte, in occasione del Giubileo del 1656, predicò sia perché il suo popolo si
convertisse, che perché fosse sensibilizzato alla missione particolare del
Vescovo di Roma, garante della comunione tra le Chiese. In breve, un versetto
tratto dal Salmo 69 riassume perfettamente la vita pastorale di questo Vescovo
del diciassettesimo secolo: “Mi divora lo zelo per la tua casa”. La figura
ammirevole di Alain di Solminihac merita pienamente di essere messa in luce
dalla Chiesa che egli ha servito tanto ardentemente. Che i Vescovi di Francia e
di tutti gli altri Paesi sappiano trovare nella vita del beato Alain di
Solminihac il coraggio di compiere senza paura la loro funzione di
evangelizzatori nel mondo contemporaneo!
Traduzione
2. Alain de Solminihac, issu d’une vieille famille du Périgord, dont la
devise était “ Foi et Vaillance ”, avait d’abord songé aux Chevaliers de
Malte. Mais en 1613, à l’âge de vingt ans, il décide d’entrer à l’Abbaye
de Chancelade, proche de Périgueux et tenue par les Chanoines réguliers de
Saint-Augustin. Après son ordination, il poursuit des études de théologie et
de spiritualité à Paris. A l’Epiphanie de 1623, il reçoit la Bénédiction
abbatiale et entreprend courageusement la restauration matérielle et
spirituelle de son Abbaye. C’était l’époque de la mise en application du
Concile de Trente. Cet exemple eut un grand retentissement dans la région et
bien au-delà. Ici, je voudrais souligner qu’un tel entraîneur à la vie
évangélique peut singulièrement éclairer les Instituts religieux de notre
temps. Inévitablement touchés par les mutations socioculturelles actuelles,
ils doivent relever le défi de l’affadissement ou même de la dilution par un
renouveau de la fidélité à la “ voie étroite ” enseignée par Jésus
lui-même et à jamais caractérisée par le choix conscient et permanent de la
pauvreté, de la chasteté et de l’obéissance consacrées.
L’expérience d’Alain
de Solminihac rappelle opportunément à tous les religieux la valeur et la
fécondité de leur oblation radicale, soutenue par l’observance de la Règle,
la mortification, la vie en communauté. Je prie le nouveau Bienheureux de leur
communiquer sa ferveur ascétique.
En 1636, la réputation de zèle et de sainteté de l’Abbé de Chancelade le
fit nommer à l’évêché de Cahors par le Pape Urbain VIII. Fervent
admirateur de la pastorale conciliaire du saint Archevêque de Milan, Charles
Borromée, Monseigneur de Solminihac prit lui aussi la décision de donner à
son diocèse le visage et la vitalité tant souhaités par le Concile de Trente.
Ses vingt-deux ans d’épiscopat dans le Quercy furent un déploiement
incessant d’activités importantes et efficaces: convocation d’un synode
diocésain, mise sur pied d’un conseil épiscopal hebdomadaire, visite
systématique des huits cents paroisses du diocèse, qu’il reverra neuf fois
chacune, création d’un séminaire confié aux Lazaristes, multiplication des
missions paroissiales, développement du culte eucharistique en un temps où le
jansénisme commençait à se répandre, promotion ou fondation d’œuvres
caritatives pour les vieillards et les orphelins, pour les malades et les
victimes de la peste.
Trois ans avant sa mort, il prêche lui-même le Jubilé
de 1656, à la fois pour convertir son peuple et pour le sensibiliser à la
mission particulière de l’Evêque de Rome, gardien de la communion entre les
Eglises. Bref, un mot tiré du psaume 69 résumerait parfaitement la vie
pastorale de cet Evêque du dix-septième siècle “ Le zèle de ta Maison me
dévore ”. La remarquable figure d’Alain de Solminihac méritait bien d’être
mise en lumière par l’Eglise qu’il a si ardemment servie. Puissent les
évêques de France et de tous pays trouver dans la vie du Bienheureux Alain de
Solminihac le courage d’évangéliser sans peur le monde contemporain!
3. Luigi Scrosoppi, di Udine, ordinato sacerdote nel 1827, si dà ad un
instancabile apostolato, animato e spinto dalla carità di Cristo. Istituisce la
“Casa delle Derelitte” o “Istituto della Provvidenza”, per la formazione
umana e cristiana delle ragazze; apre la “Casa Provvedimento” per le ex
alunne rimaste senza lavoro; dà inizio all’Opera per le Sordomute, e fonda le
Suore della Provvidenza sotto la protezione di san Gaetano. Padre Luigi entra
nella Congregazione dell’Oratorio e ne fa un dinamico centro di irradiazione
di vita spirituale.
Nella sua vita, spesa totalmente per le anime, egli ha avuto tre grandi amori:
Gesù; la Chiesa e il Papa; i “piccoli”.
Fin da giovanissimo sceglie il Cristo come Maestro e lo ama, contemplandolo
povero e umile a Betlemme; lavoratore a Nazaret, sofferente e vittima nel
Getsemani e sul Golgota; presente nell’Eucaristia. “Voglio essergli fedele
– ha scritto – attaccato perfettamente a lui nel cammino del cielo e
riuscire una sua copia”.
Il suo amore alla Chiesa si manifesta nella fedeltà completa alle leggi
ecclesiastiche; nel suo apostolato, che non conosce pause o esitazioni; nella
docile accettazione del Magistero.
Padre Scrosoppi ha speso letteralmente tutta la sua vita nell’esercizio della
carità verso il prossimo, specialmente verso i più piccoli e i più
abbandonati. Per i poveri distribuì i suoi notevoli beni patrimoniali. “I
poveri e gli infermi sono i nostri padroni e rappresentano la persona stessa di
Gesù Cristo”: sono parole sue; ma sono anche, e più, la sua vita.
A fondamento della sua molteplice attività pastorale e caritativa c’è una
profonda interiorità; la sua giornata è una continua preghiera: meditazione,
visite al Santissimo Sacramento, recita del Breviario, “Via Crucis”
giornaliera, Rosario e, infine, lunga orazione notturna; dando in tal modo ai
fedeli, ai sacerdoti e ai religiosi un luminoso ed efficace esempio di
equilibrata sintesi fra vita contemplativa e vita attiva.
4. Erminio Filippo Pampuri, decimo di undici figli, a 24 anni è medico condotto
e a 30 anni entra nell’Ordine Ospedaliero di san Giovanni di Dio (Fatebenefratelli).
Solo tre anni dopo moriva.
È una figura straordinaria, vicina a noi nel tempo, ma più vicina ancora ai
nostri problemi ed alla nostra sensibilità. Noi ammiriamo in Erminio Filippo,
diventato nell’Ordine Fra Riccardo Pampuri, il giovane laico cristiano,
impegnato a rendere testimonianza nell’ambiente studentesco, come membro
attivo del Circolo Universitario “Severino Boezio” e socio della Conferenza
di san Vincenzo de’ Paoli; il dinamico medico, animato da una intensa e
concreta carità verso i malati e i poveri, nei quali scorge il volto del Cristo
sofferente. Egli ha realizzato letteralmente le parole, scritte alla sorella
suora, quando era medico condotto: “Prega affinché la superbia, l’egoismo e
qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere sempre Gesù
sofferente nei miei malati, Lui curare, Lui confortare. Con questo pensiero
sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe apparirmi l’esercizio
della mia professione!”.
Lo ammiriamo anche come religioso integerrimo di un benemerito Ordine, che,
nello spirito del suo Fondatore san Giovanni di Dio, ha fatto della carità
verso Dio e verso i fratelli infermi la propria missione specifica e il proprio
carisma originario. “Voglio servirti, o mio Dio, per l’avvenire con
perseveranza ed amore sommo: nei miei superiori, nei confratelli, nei malati
tuoi prediletti: dammi la grazia di servirli come servirei Te”: così scriveva
nei propositi in preparazione alla professione religiosa.
La vita breve, ma intensa, di Fra Riccardo Pampuri è uno sprone per tutto il
Popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi.
Ai giovani contemporanei egli rivolge l’invito a vivere gioiosamente e
coraggiosamente la fede cristiana; in continuo ascolto della Parola di Dio, in
generosa coerenza con le esigenze del messaggio di Cristo, nella donazione verso
i fratelli.
Ai medici, suoi colleghi, egli rivolge l’appello che svolgano con impegno la
loro delicata arte animandola con gli ideali cristiani, umani, professionali,
perché sia una autentica missione di servizio sociale, di carità fraterna, di
vera promozione umana.
Ai religiosi ed alle religiose, specialmente a quelli e quelle che, nell’umiltà
e nel nascondimento, realizzano la loro consacrazione fra le corsie degli
ospedali e nelle case di cura, Fra Riccardo raccomanda di vivere lo spirito
originario del loro Istituto, nell’amore di Dio e dei fratelli bisognosi.
5. Claudine Thévenet visse tutta la sua vita a Lione. La sua adolescenza fu
sconvolta dalla rivoluzione francese che scosse violentemente la sua città
natale. Una mattina, nel gennaio dell’anno 1794, questa giovinetta di 19 anni
riconobbe i suoi due fratelli, Louis e François, in un gruppo di condannati a
morte. Ella ebbe allora il coraggio di accompagnarli al luogo del loro supplizio
e di raccogliere le loro ultime parole: “Glady, perdona loro, come noi
perdoniamo!”. Questo avvenimento fu senza dubbio un elemento determinante
della vocazione di Claudine, già tanto animata da sentimenti di compassione per
le miserie accumulate dalla bufera rivoluzionaria. Ella sognava di divenire una
messaggera della misericordia e del perdono di Dio in una società lacerata, e
di dedicare la sua vita all’educazione dell’infanzia, soprattutto dei più
poveri, il cui stato di abbandono sorpassava ogni immaginazione. Ecco perché,
con il sostegno illuminato di Padre Coindre, Claudine fonda nel 1816 una Pia
Associazione, che diventerà due anni più tardi la Congregazione di Gesù-Maria.
Oggi, con grande gioia della Chiesa, le figlie di Madre Thévenet sono più di
duemila, presenti in tutti i continenti e veramente animate del suo spirito.
Scuole e collegi, ostelli per le giovani e per persone anziane, pastorale
catechistica e familiare, dispensari e case di preghiera non hanno che uno scopo:
far conoscere Gesù e Maria, nelle opere per la promozione sociale dei poveri.
A centocinquanta anni di distanza, la vita di questa fondatrice interpella
sempre le sue figlie e interpella anche i cristiani. Non viviamo anche noi in
una società troppo spesso tentata e sfigurata dalla violenza? Non dobbiamo
anche noi lasciarci invadere dall’infinita misericordia di Dio, per portare il
nostro coraggioso contributo a quella “civiltà dell’amore” di cui parla
Paolo VI, la sola che sia degna dell’uomo? Claudine Thévenet si presenta a
noi quale modello d’amore e di perdono: “Che la carità sia come la pupilla
dei vostri occhi”, ci dice ancor oggi proprio come ella amava ripetere alle
sue suore. “Siate disposte a soffrire tutto per gli altri e a non far soffrire
alcuna persona”.
D’altra parte la nuova beata non continua ad essere un modello di vita
evangelica e religiosa per coloro che si consacrano all’educazione della
gioventù, nella Chiesa e secondo le sue direttive? Le intuizioni ed i metodi
pedagogici di Claudine Thévenet sono sempre d’attualità: cioè una
educazione piena di attenzioni materne, molto sollecita a preparare le giovani
alla vita mediante l’acquisizione di una competenza professionale e l’avviamento
progressivo alle loro future responsabilità di mogli e di madri, e soprattutto
in modo profondamente cristiano, perché – diceva – “la peggiore sventura
è vivere e morire senza conoscere Dio”.
Claudine, che ha fatto della sua vita religiosa un “inno di gloria” al
Signore, ad imitazione della Vergine Maria che ella venerava profondamente,
ricorda ai cristiani che vale la pena di offrire tutto a Dio. A coloro che il
Signore invita a consacrarsi più particolarmente al suo servizio, ella conferma
che bisogna saper “perdere la propria vita” (cf. Mt 10,39) perché altri
possano amare e conoscere Dio; ella conferma inoltre mediante il suo esempio che
la più bella riuscita nella vita è la santità.
Traduzione
5. Claudine Thévenet a vécu toute sa vie à Lyon. Son adolescence fut
bouleversée par la révolution française qui secoua si violemment sa ville
natale. Un matin de janvier 1794, cette jeune fille de 19 ans reconnaît ses
deux frères, Louis et François, dans un cortège de condamnés à mort. Elle a
lè courage de les accompagner jusqu’au lieu de leur supplice et dé
recueillir leurs dernières paroles: “ Glady, pardonne, comme nous pardonnons!
”. Cet événement fut sans doute un élément déterminant de la vocation de
Claudine déjà si compatissante aux misères accumulées par l’orage
révolutionnaire. Elle songe à devenir une messagère de la miséricorde et du
pardon de Dieu dans une société déchirée, et à donner sa vie à l’éducation
des jeunes, surtout des plus pauvres, dont l’état d’abandon dépasse l’imagination.
C’est pourquoi, avec le soutien éclairé du Père Coindre, Claudine fonde en
1816 une Pieuse Union, qui deviendra deux ans plus tard la Congrégation de
Jésus-Marie. Aujourd’hui, pour la plus grande joie de l’Eglise, les Filles
de Mère Thévenet sont plus de deux mille, présentes sur tous les continents
et vivant vraiment de son esprit. Ecoles et collèges, foyers pour jeunes filles
et pour personnes âgées, pastorale catéchétique et familiale, dispensaires
et maisons de prière n’ont qu’un but: faire connaître Jésus et Marie,
tout en œuvrant à la promotion sociale des pauvres.
A cent cinquante ans de distance, la vie de cette fondatrice interpelle toujours
ses filles et interpelle aussi les chrétiens. Ne sommesnous pas nous-mêmes
dans une société trop souvent tentée et défigurée par la violence? N’avons-nous
pas à nous laisser envahir par la miséricorde infinie de Dieu, afin d’apporter
notre courageuse contribution à cette “ civilisation de l’amour ” dont
parlait Paul VI, la seule qui soit digne de l’homme? Claudine Thévenet se
présente à nous comme un modèle d’amour et de pardon: “ Que la charité
soit comme la prunelle de vos yeux ”, nous dit-elle encore maintenant comme
elle aimait à le répéter à ses Sœurs. “ Soyez disposées à tout souffrir
des autres et à ne rien faire souffrir à personne ”.
D’autre part, la nouvelle Bienheureuse ne demeure-t-elle pas un modèle de vie
évangélique et religieuse pour ceux et celles qui se consacrent à l’éducation
de la jeunesse, dans l’Eglise et selon ses directives? Les intuitions et les
méthodes pédagogiques de Claudine Thévenet sont toujours d’actualité: à
savoir, une éducation pleine d’attentions maternelles, très soucieuse de
préparer les jeunes filles à la vie par l’acquisition d’une compétence
professionnelle et l’initiation progressive à leurs: futures
résponsabilités d’épouses et de mères, et par-dessus tout profondément
chrétienne, car – disaitelle – “ il n’est pas de plus gránd malheur
que de vivre et de mourir sans connaître Dieu ”.
Claudine, qui a fait de sa vie religieuse une “ hymne de gloire ” au
Seigneur, à l’imitation de la Vierge Marie qu’elle vénérait
profondément, rappelle aux chrétiens qu’il vaut la peine de tout miser sur
Dieu. A ceux et celles que le Seigneur invite à se consacrer plus
particulièrement à son service, elle confirme qu’il faut savoir “ perdre
sa vie ” pour que d’autres puissent aimer et connaître Dieu; elle confirme
aussi par son exemple que la plus belle réussite dans la vie, c’est la
sainteté.
6. Maria Repetto, a 22 anni, entra a Genova nella Congregazione delle Suore di
Nostra Signora del Rifugio, in Monte Calvario. Nelle numerose e gravi epidemie
di colera che si abbattono sulla città, ella corre intrepida al capezzale dei
malati. La fama della “monaca santa” cresce ogni giorno, e, quando assume l’ufficio
di portinaia, ella continua a donare i tesori della sua alta spiritualità a
quanti a lei accorrono per aiuto e consiglio.
Maria Repetto fin dalla giovinezza ha appreso e vissuto una grande verità, che
ha trasmesso anche a noi: Gesù deve esser contemplato, amato e servito nei
poveri, in tutti i momenti della nostra vita.
Essa dà tutto ciò che ha: i suoi
risparmi, le sue cose, la sua parola, il suo tempo, il suo sorriso. “Servire i
poveri di Gesù” era il programma del suo Istituto; programma che essa
realizzò nei 50 anni di vita religiosa, servendo anzitutto Gesù, crescendo
nella perfezione dell’amore, ricordando a sé stessa: “prima di tutto essere
religiosa!”; e servendo i poveri, perché Cristo vive nei poveri.
San Francesco da Caporosso, chiamato dai genovesi “il padre santo”, mandava
a lei, la “monaca santa” persone di ogni estrazione sociale, bisognose di
aiuto e di consigli. L’umile Frate cercatore, canonizzato nel 1962, e l’umile
suora portinaia, che oggi sale agli onori degli altari, furono nel secolo scorso,
i due poli della vita religiosa di Genova. Maria Repetto era sempre lieta e
serena e si rallegrava di tenere il cuore aperto, più della porta del convento,
e di dare, dare sempre, dare tutto.
E questa gioia della sua donazione a Dio
culminò nella sua morte: col sorriso sulle labbra, la beata pronunciò le sue
ultime parole, che sono un inno di giubilo alla Madre di Dio: “Regina coeli,
laetare, alleluia!”.
7. Carissimi!
Abbiamo iniziato questa riflessione nel segno della gioia cristiana; e nel segno
del gaudio pasquale, frutto della Croce di Gesù, noi continuiamo questa solenne
celebrazione, confortati dai mirabili esempi di questi novelli beati, che ci
indicano il cammino, che anche noi dobbiamo percorrere nel nostro pellegrinaggio
terreno: il cammino dell’amore verso Dio e verso i fratelli, specialmente
quelli sofferenti nello spirito e nel corpo.
I novelli beati hanno confidato nel Signore, lo hanno invocato, forti della sua
clemenza e misericordia; hanno seguito le sue vie; hanno cercato di piacergli;
si sono gettati nelle sue braccia (cf. Sir 2,7s). In cima ai loro pensieri, al
di sopra di tutto hanno posto la carità, convinti che essa è “il vincolo
della perfezione” (cf. Col 3,14). Facendo proprio l’invito di Cristo, hanno
venduto tutto ciò che avevano e lo hanno dato in elemosina; si son fatti delle
borse, che non invecchiano, e hanno ottenuto un tesoro inesauribile nei cieli (cf.
Lc 12,32s), come dice il brano evangelico, che è stato letto poco fa.
Mentre ci chiniamo riverenti di fronte ad essi, noi ci affidiamo alla loro
potente intercessione:
O Beato Alain de Solminihac,
O Beato Luigi Scrosoppi,
O Beato Riccardo Pampuri,
O Beata Claudine Thévenet,
O Beata Maria Repetto,
pregate la Trinità Santissima per le vostre Patrie terrene, perché vivano in
serena concordia! Pregate per le vostre Famiglie religiose, perché diano alla
società contemporanea una gioiosa testimonianza della loro donazione di Dio!
Pregate per la Chiesa, pellegrina sulla terra, perché sia sempre segno e
strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano!
Pregate per tutti i popoli del mondo, perché realizzino nei loro rapporti la
giustizia e la pace!
O novelli Beati e Beate, pregate per noi! Amen!
© Copyright 1981 - Libreria Editrice Vaticana
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