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VIAGGIO APOSTOLICO IN CANADA

SOLENNE CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA A MONCTON

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Front Mountain Road (Moncton)
Giovedì, 13 settembre 1984

 

1. “Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti . . . non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2, 1-5).

Queste parole di san Paolo ai cristiani di Filippi sono anche per voi, cari fratelli e sorelle di Moncton, dell’Acadia e di tutta la provincia del Nuovo Brunswick. Io vi incoraggio a formare comunità umane esemplari per la loro pratica della solidarietà; vi esorto a conservare alle vostre comunità ecclesiali la dignità che Cristo conferisce loro: uniformatevi all’ispirazione del Vangelo, ricercate ciò che è giusto agli occhi di Dio. Abbiate il coraggio della fede, il dinamismo della carità e la forza della speranza cristiana, quali che siano le prove da superare. Sì, aprite le vostre comunità allo Spirito di Cristo.

Per approfondire questo appello, vi propongo l’esempio e le parole del santo vescovo che oggi si festeggia, uno dei più celebri dell’Oriente cristiano: san Giovanni Crisostomo. Il salmo esprimeva mirabilmente la sua anima: “Che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero . . . Ho annunziato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi, non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai” (Sal 40, 9-10). Questo pastore eccezionale non ha cessato infatti di aprir bocca per illuminare il suo popolo, per formarlo, per trascinarlo nella sua vocazione cristiana; è stato chiamato Crisostomo, cioè “bocca d’oro”. E il suo insegnamento, tutto impregnato della parola di Dio e della contemplazione del mistero di Cristo, ha saputo trovare un’espressione chiara, suadente, concreta, che spinge i cristiani di tutti i tempi alle scelte essenziali per la loro salvezza, per la realizzazione della “giustizia”.

2. Alla fine del IV secolo, in una Chiesa in piena crescita, Giovanni viveva ad Antiochia di Siria. Egli avrebbe potuto aver successo nel mondo dei tribunali, del teatro e delle lettere, ma preferì, dopo il suo Battesimo verso i vent’anni, iniziarsi allo studio dei libri sacri e dedicarsi al servizio della Chiesa. Egli cercò di vivere la contemplazione e l’ascesi nelle solitudini montane. Poi, per undici anni, come diacono e sacerdote, predicò instancabilmente il Vangelo alle folle di Antiochia. Fu chiamato nel 397 a divenire patriarca di Costantinopoli, ove non poté esercitare liberamente il suo episcopato se non durante sei anni. In presenza di questo ambiente credente e sensibile alla pietà, ma incline alle passioni, agli intrighi mondani, al lusso dei ricchi, al lassismo dei monaci e dei chierici, non volle per nulla attenuare il vigore e la chiarezza del Vangelo, le esigenze del Battesimo cristiano e dell’Eucaristia, del sacerdozio, della carità, della dignità del povero. Egli non ha veramente “tenuto chiuse le sue labbra per annunciare la giustizia”. E nemmeno durante i due esili che gli impose l’imperatrice Eudosia dopo averlo fatto deporre, aggravando ancora la sua seconda deportazione sul cammino del Caucaso, ove egli morì il 14 settembre 407. Lo si può a buon diritto considerare un martire del coraggio pastorale. Ma ciò che riterremo soprattutto è ch’egli ha saputo formare un popolo cristiano, delle comunità cristiane degne di tale nome.

3. L’eloquenza della sua “bocca d’oro” proveniva dalla potenza della sua fede. Con san Paolo, egli poteva dire: “Ho creduto, perciò ho parlato” (2 Cor 4, 13). E questa fede impregnata d’amore trascinava il suo zelo apostolico. “Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio” (2 Cor 4, 15).

In realtà, questo zelo del pastore aveva la sua sorgente nell’unione con Cristo. Questa unione era particolarmente viva allorché il grande vescovo di Costantinopoli doveva conoscere la sofferenza e la persecuzione. Poteva dire anch’egli, seguendo san Paolo: “Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Cor 4, 10). L’unione con il Cristo sofferente e agonizzante ha conferito efficacia al suo servizio apostolico e ne ha fatto una sorgente di vita soprannaturale per gli altri. “Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita” (2 Cor 4, 12).

4. Dei giudizi iniqui, delle vessazioni, delle diffamazioni e delle persecuzioni, Giovanni Crisostomo non aveva paura. Anzi annunziava più fermamente le esigenze del Vangelo, per fedeltà a Cristo e per carità verso coloro di cui voleva la conversione. Ma questa forza irremovibile mai contraddiceva la carità. Egli ha veramente vissuto le parole di Gesù riportate nel Vangelo di san Luca che abbiamo appena ascoltato: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano” (Lc 6, 27-28). La sua eloquenza gli attirava il successo presso le folle ad Antiochia, a Costantinopoli, anche durante il suo esilio in Asia Minore - ma la sua franchezza gli attirava anche l’odio di un certo numero di persone. Egli l’aveva posta unicamente al servizio della verità e della giustizia; egli l’ha pagata a duro prezzo, soffrendo profondamente nel suo cuore e nel suo corpo. Ciò non lo ha distolto dall’amare e dal cercare il bene degli altri, poiché donava senza cercar di ricevere: “Fate del bene e prestate senza sperarne nulla . . . date e vi sarà dato” (Lc 6, 35.38). Piuttosto che vedere i suoi sostenitori versare il sangue dei suoi compatrioti, fu lui a consegnarsi ai soldati.

Ecco il pastore, cari fratelli e sorelle, che ha formato una generazione di cristiani in gran parte dell’Oriente, mediante la sua parola e l’esempio della sua vita. Ecco il testimone che oggi vi viene presentato, a voi che cercate di fortificare le vostre comunità ecclesiali.

5. Il Concilio Vaticano II ha parlato della “comunità cristiana”, segno della presenza di Dio nel mondo: “Nel sacrificio eucaristico essa passa incessantemente al Padre in unione con il Cristo: zelantemente alimentata con la parola di Dio, rende testimonianza del Cristo, cammina nella carità ed è ricca di spirito apostolico” (Ad Gentes, 15). Possano le vostre parrocchie e le vostre diverse comunità realizzare questo programma! Ma per realizzarlo secondo il Vangelo, è utile ascoltare ancora Giovanni Crisostomo esprimere la sua fede: “È nella mia propria forza ch’io confido? Io possiedo la sua parola: ecco il mio appoggio, ecco la mia sicurezza, ecco la mia oasi di pace” (cf. San Giovanni Crisostomo, Omelia prima della partenza per l’esilio, 1-3: PG 52, 427-430). Compenetratevi in questa parola, diceva egli ancora, “voi avete un bisogno continuo di trovare la vostra forza nella Scrittura”. Egli chiede anche che si preghi senza sosta, ovunque, nel tempio di Dio che è il cuore umano.

Giovanni Crisostomo si prende cura di preparare i candidati al Battesimo e soprattutto di aiutare i battezzati a capire la grandezza del dono che Dio ha fatto loro con questo sacramento. Egli parla con entusiasmo dell’Eucaristia che ci rende partecipi della vittoria della Pasqua. Ma egli non dimentica che “il primo cammino della conversione è la condanna delle nostre colpe. Comincia tu stesso col dire le tue colpe per esser giustificato” (cf. PG 49, 263-264).

6. Questa testimonianza di Giovanni Crisostomo sul dono della grazia, sulla fede, la preghiera, i sacramenti, sfocia sempre nelle esigenze di comportamento cristiano che ne conseguono inevitabilmente, salvo cadere nell’illogicità o nell’ipocrisia. Ed è a questo proposito che egli parla con un vigore stupefacente della carità, dell’amore per il prossimo.

Quest’amore è riconciliazione: “Che nessuno di coloro che hanno un nemico si accosti alla mensa eucaristica . . . va’ prima a riconciliarti, poi ricevi il sacramento” (cf. San Giovanni Crisostomo, Omelia al popolo di Antiochia).

Quest’amore è volontà di unità e di fraternità: “La Chiesa non esiste perché noi restiamo divisi venendovi, ma perché le nostre divisioni vi si spengano: questo è il senso dell’assemblea. Se è per l’Eucaristia che veniamo, non compiamo nessun atto che contraddica l’Eucaristia” (cf. Omelia su 2 Cor 24,2; 27,3-5).

Questo amore è rispetto e accoglienza del povero: “Tu vuoi onorare il corpo di Cristo? Non disprezzarlo quando esso è nudo. Non onorarlo qui, in chiesa, mediante tessuti di seta, mentre lo lasci di fuori soffrire il freddo e la mancanza di vestiti . . . Dio non ha bisogno di calici d’oro, ma di anime che siano d’oro . . . Comincia col saziare l’affamato, e con quel che ti rimarrà, ornerai l’altare” (cf. PG 619-622).

L’amore è ricerca di ciò che è utile al prossimo: “Nulla è più freddo di un cristiano indifferente all’altrui salvezza” (cf. PG 60, 162-164). “Noi trascuriamo la salvezza dei nostri figli. Cerchiamo soltanto il profitto. Ci occupiamo più degli asini e dei cavalli che dei nostri figli . . . Cosa c’è di paragonabile all’arte di formare un’anima?” (cf. PG 580-584).

L’amore è apostolato, è zelo missionario fino in capo al mondo. “Dio non ci chiede di riuscire, ma di lavorare . . . Se il Cristo, modello dei pastori, ha lavorato fino alla fine alla conversione di un uomo disperato (Giuda), cosa non dobbiamo fare noi per coloro nei confronti dei quali ci è stato ordinato di sperare?” (cf. San Giovanni Crisostomo, Omelia sulla Cananea, 10-11). “Il lievito, pur scomparendo nella massa, non vi perde la sua forza; esso la comunica al contrario a poco a poco . . . È Cristo soltanto che dà al lievito il suo potere . . . e allorché la massa ha fermentato, essa diviene a sua volta lievito per tutto il resto” (cf. San Giovanni Crisostomo, Omelia su Mt,  2-3).

Queste poche parole di san Giovanni Crisostomo vi dicono la fede, la carità, il coraggio apostolico e la speranza che egli ha voluto condividere con i suoi fratelli.

7. Cari fratelli e sorelle del Nuovo Brunswick: è ancora necessario per il progresso delle vostre comunità che queste esortazioni siano espresse in termini di sfida adatte al nostro tempo?

So che il vostro spirito comunitario vi ha già permesso di superare molte difficoltà iniziali in Acadia; ancora oggi voi vi segnalate per il vostro senso di fraternità, di ospitalità e di comunione cordiale. Ma la vostra regione, come molte altre, sta attraversando una profonda trasformazione che è una nuova prova. La vita urbana si sviluppa, una crisi economica, accompagnata da una crisi spirituale e da una crisi di valori, affligge le comunità locali. Tuttavia, voi potete guardare al futuro con serenità se restate fermi nella fede del Cristo risorto, se permettete al suo Spirito di formulare dentro di voi le risposte alle nuove sfide, se mostrate solidarietà gli uni verso gli altri, se accettate di essere lievito nella Chiesa e nella società.

E le vostre comunità cristiane raccoglieranno immediatamente la sfida se saranno capaci di costruire e approfondire la fede dei loro membri attraverso la catechesi della gioventù e degli studenti, attraverso la formazione permanente degli adulti, attraverso corsi o ritiri. Si tratta di avere una fede che sia un’adesione personale al Dio vivente e che abbracci l’intero credo. Non permettete che il prestigio della cultura profana si accompagni in voi all’ignoranza religiosa! Le vostre comunità faranno progressi e si rinnoveranno se darete maggiore spazio alla meditazione sul Vangelo, alla preghiera, ai sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza.

Tentativi in direzione della giustizia, della carità e della partecipazione che si potrebbe definire “amore sociale” corrono il rischio di diventare mera filantropia, se non attingono le loro radici a quel vigore spirituale che troviamo negli scritti di san Giovanni Crisostomo cui ho fatto riferimento. Ebbene, egli parlava a un gruppo di credenti che avevano dimenticato le esigenze etiche della fede. Oggi è necessario in primo luogo rivivere quella fede che in alcuni è stata scossa e messa in dubbio.

8. Ma è evidente che una fede ben compresa comporta tutti gli impegni della carità di cui parlava il pastore di Costantinopoli e che oggi potrebbe essere così definita:

- rispetto per le persone, per la loro libertà e dignità, cosicché non vengano schiacciate dalle nuove costrizione sociali;

- rispetto per i diritti umani, secondo le carte già note, compreso il diritto alla vita fin dall’istante del concepimento, il diritto alla propria reputazione, il diritto allo sviluppo, il diritto alla libertà di coscienza;

- rifiuto della violenza e della tortura; interessamento per le categorie meno favorite, per le donne, i lavoratori, i disoccupati, gli immigrati;

- ristabilimento di misure sociali per una maggiore uguaglianza e giustizia per tutti, uomini e donne, senza riguardo agli interessi individuali o ai privilegi;

- la volontà di vivere una vita semplice e di spartire i propri beni, in contrasto con l’attuale corsa al profitto, al consumo e alla gratificazione artificiale in modo che non ci sia chi è privato di ciò che gli è essenziale, e sia permesso anche ai poveri, chiunque essi siano, di condurre una vita dignitosa;

- una più universale apertura verso i bisogni basilari dei Paesi meno fortunati, in particolare quelli generalmente denominati “il Sud”, le regioni in cui ogni giorno migliaia di esseri umani muoiono per la mancanza di pace e delle elementari forme di assistenza; e dunque la preoccupazione di trovare, a livello internazionale, soluzioni effettive per una più equa distribuzione dei beni e delle risorse sulla terra;

- lo zelo missionario per l’aiuto tra le Chiese.

Così le vostre comunità saranno in grado di provvedere alla generosa condivisione che comincia da quelli che vi sono più vicini e si apre poi, senza frontiere, al mondo. Voi non aspetterete di veder risolti i vostri problemi sociali - che sono certamente molto gravi, sto pensando in particolare al problema della disoccupazione - prima di vivere quella pienezza di carità descritta da san Giovanni Crisostomo.

Tutte queste attività di solidarietà voi le compirete individualmente o attraverso le vostre associazioni cristiane, e anche prendendo parte alle iniziative delle istituzioni della società civile (cf. Gaudium et Spes, 42-43). E seguendo la motivazione cristiana che vede nell’altra persona un fratello o una sorella in Dio e un membro della Chiesa, sarete il lievito che fa crescere la pasta a un livello di maggiore giustizia, solidarietà fraterna e amore sociale.

9. Le vostre comunità ecclesiali saranno sempre più stabili e dinamiche se ognuno svolgerà il suo ruolo, secondo la sua vocazione e il suo carisma, come ho detto questa mattina nella cattedrale: vescovi, sacerdoti, religiosi, laici.

È necessario senza dubbio che si formino quelli che voi chiamate “groupes-relais” (gruppi di appoggio) allo scopo di manifestare meglio la vitalità della Chiesa permettendo attività specializzate e un’azione veramente umana. Ma tutto deve essere rivolto all’unità nella comune missione dell’evangelizzazione, e qui la parrocchia svolge un ruolo unico. Per tutti i gruppi la vocazione della parrocchia “è quella di essere una casa di famiglia, fraterna e accogliente, dove i battezzati e i cresimati prendono coscienza di essere popolo di Dio. Di lì essi sono rinviati quotidianamente alla loro missione apostolica, in tutti i cantieri della vita del mondo” (cf. Ioannis Pauli PP. II, Catechesi Tradendae, 67).

10. Cari fratelli e sorelle: noi siamo un popolo in viaggio. Noi lavoriamo quaggiù con coraggio e ardente amore per costruire un mondo nuovo più aperto a Dio e più fraterno, un mondo che offre alcune immagini anticipatrici dei mondo che verrà (cf. Gaudium et Spes, 39). Cerchiamo di non dimenticare la pienezza a cui Dio ci chiama!

San Giovanni Crisostomo, un discepolo del Signore, un successore degli apostoli, fu sostenuto durante l’intero corso della sua faticosa e difficile vita da un’escatologica speranza: la speranza dell’aldilà, della nuova vita promessa da Dio che san Paolo annunciava nella sua lettera ai Corinzi: “Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili; le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne” (2 Cor 4, 17-18).

La voce di san Paolo, e la voce del grande santo di Costantinopoli continuino ad echeggiare nei vostri cuori, insieme con la voce dei vostri stessi pastori uniti al successore di Pietro! 

L’intercessione di nostra Signora dell’Assunzione, nostra Signora dell’Acadia, permetta alla Chiesa di Moncton e delle altre diocesi di crescere, di fortificarsi, di irradiare la sua influenza, come anticipazione del suo destino eterno: “Il nostro sguardo è fisso su ciò che non si vede, su ciò che è eterno!”.

Amen.

 

© Copyright 1984 - Libreria Editrice Vaticana

 

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