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CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA PARROCCHIA ROMANA
DELL'ASSUNZIONE DI MARIA SANTISSIMA AL TUSCOLANO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 10 febbraio 1985

 

1. Saluto cordialmente la comunità della parrocchia romana, in via Tuscolana, dedicata all’Assunzione della beata Maria Vergine.

Il mistero di fede che la vostra comunità ha scelto come titolo della sua chiesa, parla a ciascuno di Maria, venerata Madre del Figlio di Dio e insieme Madre di ciascuno di noi. Per riguardo ai meriti del Figlio, ella è stata “piena di grazia” dal primo momento del suo concepimento: Immacolata Concezione e, come Madre del Risorto, ha svolto una funzione di particolare testimonianza della sua risurrezione. Unita alla santissima Trinità con l’anima e con il corpo in cielo, Maria non cessa di avere cura di noi come suoi figli: come figli e figlie adottivi di Gesù Cristo.

La sua Assunzione in cielo ci parla ugualmente di questa destinazione alla vita eterna gloriosa, che in Gesù Cristo viene partecipata da ciascuno di noi. In questo modo Maria assunta in cielo è un’ispirazione incessante per tutti noi “esuli figli di Eva”, a orientare le vie dei nostri cuori verso Dio. E il cuore dell’uomo è inquieto finché non riposa in Dio, come dice Sant’Agostino (S. Agostino, Confessiones, 1, 1).

2. La lettura del Vangelo secondo Marco ci mostra Gesù Cristo in preghiera: “Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava” (Mc 1, 35).

Spesso faceva così, ne testimoniano tutti gli evangelisti. Spesso trascorreva notti intere in preghiera. E quale fosse la sua preghiera è difficile veramente esprimere. forse conosciamo meglio la preghiera nel Getsemani, e poi le ultime parole di Cristo sulla croce. Che cosa era la preghiera di colui, che anche come uomo era vero Figlio di Dio: il Verbo della stessa sostanza del Padre? Certamente non ci fu mai nessuno nella storia dell’uomo sulla terra, che abbia pregato così come Cristo. Nessuno! Nessuno che così come lui si unisce al Padre nello Spirito Santo in preghiera. Questa preghiera rimane un mistero della fede, radicata nel modo più stretto nel mistero dell’incarnazione e della redenzione.

La preghiera di Gesù Cristo continua a svolgersi nella sua Chiesa. Egli stesso prega per tutti noi che siamo diventati, mediante l’incarnazione, suoi fratelli e sorelle. Prega pure in noi. E prega con noi.

3. Si sa che gli apostoli, i quali più di una volta furono testimoni indiretti della preghiera del Maestro e dei suoi colloqui con il Padre (“Abbà”), gli domandarono: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11, 1). E Gesù ha insegnato agli apostoli - e mediante loro a tutta la Chiesa e all’umanità - la sua preghiera: “Padre nostro”. La sua preghiera è diventata nostra, come il suo Padre è diventato “nostro” Padre. In questa preghiera è racchiuso tutto ciò che è essenziale per la nostra comunione con Dio e col prossimo, e che è più importante per la salvezza del mondo. In qualsiasi modo preghiamo, quali che siano le parole che adopriamo rivolgendoci a Dio e conversando con lui devotamente, ognuna di queste preghiere viene radicata, in un certo senso, nella preghiera del Signore, nel “Padre nostro”, e da questa preghiera scaturisce.

A ciò si riferisce in modo particolare il paragone della vite e dei tralci; pregando, siamo come tralci innestati in Gesù Cristo e nella sua preghiera e in questo modo la nostra preghiera “porta frutto” (cf. Gv 15, 2).

E, al tempo stesso, essa è sempre una voce del cuore umano: di quel cuore che è inquieto finché non riposa in Dio. In questo modo anche sull’orizzonte della nostra preghiera appare il mistero dell’Assunzione in cielo di Maria: il culmine dell’elevazione dello spirito umano verso Dio e dell’unione con lui.

4. Che cosa dunque è la parrocchia?

Che cosa è la vostra parrocchia dedicata all’Assunzione? È, prima di tutto, una comunità di preghiera. Ed è tale, non soltanto quando, riuniti in chiesa, pregate insieme, specie nel corso della liturgia o della santa messa, ma anche quando pregate nelle vostre case, in famiglia, nei luoghi di lavoro e anche durante il riposo fuori casa, dovunque . . .

Occorre che preghiate nei diversi luoghi e in diversi modi: “È necessario pregare sempre, senza stancarsi” (cf. Lc 18, 1), come dice il signore Gesù.

È molto importante la preghiera nella comunità familiare: la preghiera dei genitori coi figli, la preghiera comune dei coniugi, e prima ancora la preghiera dei fidanzati. Soprattutto mediante la preghiera, la famiglia si trasforma in “Chiesa domestica”, che gli antichi scrittori cristiani chiamavano appunto “ecclesiola”, piccola chiesa.

Ma non soltanto la famiglia. Ogni uomo. Ogni cristiano è, secondo le parole dell’apostolo, “tempio di Dio”, e perciò la questione-chiave è: che ogni uomo preghi . . ., che non si allontani dalla preghiera, che non si lasci mai vincere dalla tentazione di non pregare, dalla pigrizia spirituale . . ., che ritorni alla preghiera, anche a costo dei più grandi sforzi.

Proprio così: è la questione-chiave che la nostra vita cristiana, per la vita umana.

E la preghiera è anche la fondamentale dimensione della parrocchia. La parrocchia è prima di tutto comunità di coloro che pregano. E pure - e deve essere - una scuola di preghiera. Tutta la ricchezza delle sue forme e delle sue consuetudini deve svilupparsi in essa. I parrocchiani devono conoscere la preghiera orale, la preghiera cantata - secondo le loro possibilità - devono poter gustare la preghiera mentale, la preghiera interiore.

5. La preghiera è anche il primo e fondamentale apostolato della comunità cristiana, apostolato della preghiera e apostolato della parrocchia mediante la preghiera.

E da ciò nasce pure tutta l’evangelizzazione della parrocchia: la responsabilità per il Vangelo, della quale parla oggi, nella Lettera ai Corinzi, San Paolo: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1 Cor 9, 16).

Mediante la preghiera, inoltre, mediante l’ardente preghiera, un cristiano, un sacerdote, una persona consacrata, un laico può, come l’apostolo delle genti “farsi tutto a tutti” (cf. 1 Cor 9, 22). Senza preghiera ci si inaridisce interiormente, ci si chiude negli oscuri limiti del proprio “egoismo” o egocentrismo, “si perde la propria anima” non si conquista altri alla salvezza, per il regno di Dio, per il bene, per la pace, per la giustizia e per l’amore.

6. Gesù che prega è quegli stesso che prende su di sé le nostre debolezze, fa proprie le nostre malattie, e “risana i cuori affranti” (Sal 146, 3).

Le letture dell’odierna liturgia, in particolare la prima, dal libro di Giobbe, e il salmo responsoriale ci inducono a riflettere molto sulla sofferenza: sulla molteplice sofferenza umana.

“Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra?” (Gb 7, 1) domanda Giobbe allorché questa fatica e questa lotta sembrano ormai essere una sconfitta totale e una disfatta. Tuttavia, proprio allora - nella sofferenza, nella prova - quella “buona battaglia” ricomincia, e la sua prima arma diventa di nuovo la preghiera. Essa ci permette di conseguire la vittoria spirituale, ci insegna infatti dall’intimo la potenza redentrice della sofferenza in unione con Cristo crocifisso, uomo dei dolori.

Questa è ancora la dimensione fondamentale della vita e dell’apostolato della comunità parrocchiale. La potenza di Dio, infatti, si dimostra in modo particolare nella debolezza e proprio di questa potenza hanno bisogno non soltanto la parrocchia, ma anche la Chiesa intera e tutto il mondo.

7. Cari fratelli e sorelle della parrocchia dell’Assunzione, accogliete questa parola del vostro Vescovo, nata dalla fede e dall’esperienza cristiana.

Desidero utilizzare questa visita per condividere con voi questa verità: la più semplice e al tempo stesso la più importante. So come la vostra parrocchia - insieme con tanti altri ambienti ecclesiali - ha sofferto qualche crisi in conseguenza di un malinteso senso di rinnovamento. Ma lo Spirito del Signore, che non abbandona la sua Chiesa, ci fa oggi intravedere nuovi segni di speranza, che ci mostrano gli autentici risultati del Concilio e la via del vero rinnovamento. Rimangono ancora fenomeni di incertezza, ma non bisogna scoraggiarsi. Non dobbiamo spaventarci della nostra debolezza, quando vogliamo compiere sinceramente la volontà di Dio, perché allora sappiamo che egli è con noi.

So, in modo particolare, della rifioritura, nella vostra parrocchia, dell’amore alla preghiera, specie tra i giovani. È un’ottima cosa. E risponde pienamente a quanto ho appena detto sull’importanza della preghiera nella comunità parrocchiale, nei suoi gruppi, nelle sue famiglie, nelle singole persone. Andate avanti così. La preghiera umile, sincera e fervorosa, personale e comunitaria, nella religiosa osservanza delle norme ecclesiali sulla liturgia, è il germe di ogni grande iniziativa di carità, il principio di ogni autentico rinnovamento spirituale, la difesa contro ogni pericolo per le nostre anime. La preghiera è l’anima della parrocchia.

8. Desidero ora salutare cordialmente tutti i presenti: il cardinale vicario, il parroco col presbiterio, le religiose, il consiglio pastorale, i vari gruppi parrocchiali, le famiglie, gli anziani, i giovani, i fanciulli, tutti. Portate il saluto e la benedizione del Papa anche a coloro che, per vari motivi, non hanno potuto venire, soprattutto ai malati. Dite a questi ultimi che il Papa conta molto sulle loro preghiere.

Affido la vostra parrocchia alla materna protezione della Vergine santissima: guardiamo con occhio di fede al mistero dell’Assunzione della Genitrice di Dio.

In questo mistero Maria raggiunge la pienezza assoluta della preghiera, il culmine dell’unione con Dio.

Con la sua presenza spirituale tra tutti coloro che appartengono alla parrocchia a lei dedicata, diventi un continuo ricordo e incoraggiamento alla preghiera.

“È necessario pregare sempre, senza stancarsi” (cf. Lc 18, 1).

La preghiera è una via.

Su questa via si compie la terrena e soprattutto la definitiva vocazione dell’uomo, perché la nostra anima è inquieta finché non riposa in Dio.


Incontro con i vari gruppi.

Ai bambini:

Adesso facciamo un po’ di geografia. La settimana scorsa, dieci giorni fa, io mi trovavo in una città che si chiama Lima. Dov’è questa città? Dove? . . . Sì, nel Perù, bravi. Due settimane fa, domenica, mi trovavo a Caracas. Dov’è questa città? In Venezuela. Bravi, vedo che con la geografia tutto va bene. Sì, ho visitato tre Paesi dopo il Venezuela: l’Ecuador, il Perù, e poi alla fine, tornando, Trinidad. In quale lingua ho dovuto parlare là? . . . Sì, bravi, in spagnolo, soprattutto spagnolo; a Trinidad invece in inglese. Durante questo viaggio ho incontrato molti ragazzi, bambini, molti bambini, come voi; giovani, molti giovani. Ma naturalmente sono state visite brevi. Il programma era sempre molto intenso. Adesso, tre giorni fa, sono ritornato a Roma per venire, questa domenica, in una parrocchia romana, la vostra, che costituisce una parte della Chiesa di Roma, della diocesi di Roma. Adesso io vorrei domandarvi perché il Vescovo di Roma fa questi viaggi? Venezuela, Perù, Ecuador . . . Perché? [“Per portare la pace . . . per conoscere tutti gli uomini . . . per far conoscere Gesù in tutto il mondo”, sono state alcune delle risposte gridate dai bambini]. Sì, tutte le vostre risposte sono giuste, sono buone ma devono essere ancora completate. Io faccio queste visite perché i miei fratelli, i vescovi, mi invitano. E mi invitano perché il Vescovo di Roma ha una responsabilità speciale nella Chiesa universale. In tutte le Chiese che costituiscono la Chiesa cattolica il Vescovo di Roma ha una responsabilità essendo successore di San Pietro. Come Pietro apostolo aveva questa responsabilità fra i dodici apostoli, così anche il Vescovo di Roma, suo successore, ha una sua responsabilità speciale tra i vescovi. Ecco, molto brevemente, abbiamo fatto un po’ di geografia e soprattutto abbiamo fatto un po’ di ecclesiologia.

Che cosa è l’ecclesiologia? È quella parte della teologia che tratta della Chiesa. Quando noi facciamo la nostra confessione di fede, diciamo anche, “Credo nella Chiesa una santa cattolica e apostolica”; è questa una parte della teologia che interessa la Chiesa. Certo, quando io vado via, lascio la Chiesa di Roma. Ma nella Chiesa di Roma c’è il cardinale vicario, voi lo conoscete bene, è qui accanto a me. È lui che si occupa della Chiesa di Roma, della diocesi di Roma. È il mio più vicino collaboratore. Potrei dirvi che il cardinale vicario conosce molto meglio di me la nostra diocesi. Una conoscenza di cui anch’io partecipo nel prendermi carico della responsabilità specifica, fondamentalmente della diocesi di Roma.

Voglio congratularmi con voi, perché vedendovi e salutandovi ho constatato che siete tutti cristiani, siete battezzati; molti di voi, come il bambino che mi ha parlato, si preparano alla prima Comunione. Tanti altri si preparano invece a ricevere il sacramento della Cresima. Questi tre sacramenti, Battesimo, Comunione e Cresima, si ricevono specialmente nell’età giovanile, nella vostra età, e si chiamano sacramenti dell’iniziazione cristiana. Ciò vuol dire che mediante questi sacramenti un bambino, un ragazzo, un giovane, un uomo, viene introdotto nei grandi misteri della fede, misteri rivelati da Dio, rivelati soprattutto da Gesù Cristo e insegnati sistematicamente dalla Chiesa. Questi misteri, queste verità non sono solamente da conoscere ma sono da vivere. Iniziazione vuol dire infatti imparare a vivere le realtà della nostra fede, i misteri della nostra fede. Vivere le realtà della nostra fede vuol dire vivere la vita divina che Dio Padre ci ha offerto in Gesù Cristo. Per questo è molto importante il periodo in cui vi preparate, già come battezzati, alla prima Comunione, alla Cresima. È molto importante, fondamentale. Naturalmente lo si fa nell’età giovanile. Ma anche nell’età adulta si deve continuare ad approfondire la conoscenza delle verità della vita cristiana, e continuare sempre la partecipazione alla vita sacramentale, alla vita soprannaturale. E non solamente questo devono fare gli adulti come i vostri genitori, i catechisti, i sacerdoti; loro devono anche aiutare i piccoli e anche i loro coetanei ad andare avanti nella fede. Così vive la Chiesa. Così vive la Chiesa in Europa, così vive in Ecuador, in Venezuela, in Perù, in Trinidad. E così vive a Roma che è centro di tutta la Chiesa universale cattolica.

Adesso voglio offrirvi, insieme con il cardinale vicario e con i vescovi qui presenti, una benedizione a voi, alle vostre famiglie e a tutti coloro che collaborano all’iniziazione cristiana dei giovani di questa parrocchia.

A i gruppi di impegno laicale

Siate il lievito della massa, il lievito che fa crescere cristianamente questa grande massa di persone che vive nella vostra parrocchia. A tutti i gruppi voglio rivolgere la mia parola di augurio, perché siano gruppi fruttuosi. Auguro abbondanti frutti della preghiera e del vostro apostolato specifico. Vi auguro di esser lievito nella massa. La vostra parrocchia è una massa abbastanza considerevole con le sue ventimila persone. E allora ci vuole molto lievito. Vi auguro di far crescere cristianamente questa massa in una Chiesa viva. Auguro tutto il bene alle vostre famiglie e alle vostre persone.

Ai catechisti

Voi svolgete un lavoro fondamentale per la vita della Chiesa, perché nell’evangelizzazione la catechesi è sempre il primo compito. Ha naturalmente diverse dimensioni: è catechesi missionaria e catechesi della Chiesa già fondata, già radicata nella sua sostanza ecclesiologica e sacramentale. Così è la Chiesa di Roma dopo duemila anni. Dovrebbe essere così. Ma la Chiesa ha sempre bisogno della catechesi e ha bisogno di tanti catechisti, non solamente catechisti sacerdoti, suore, ma catechisti laici. Vedo che a Roma ci sono molti catechisti laici e ringrazio il Signore per questo dono, per il dono dei catechisti volontari, che vogliono non solo imparare la parola di Dio, la Sacra Scrittura, il magistero della Chiesa, ma vogliono anche trasmettere tutto questo, introdurre a questo i giovani soprattutto quando si preparano a ricevere i sacramenti. Mi sento legato personalmente con tutti voi perché l’opera della catechesi nella diocesi è opera principalmente del vescovo. Tutti coloro che la svolgono lo fanno insieme con lui, i sacerdoti, i parroci, ma soprattutto insieme con il vescovo. Vi ringrazio per questo vostro impegno volontario e vi auguro che la parola di Dio fruttifichi in voi stessi e poi negli altri, in questi giovani che vi sono affidati. Vi auguro di trovare in questa parola di Dio una grande luce. È sempre meglio camminare nella luce che al buio. Voi siete dei privilegiati. Ringraziate il Signore per avervi indicato la via per trovare la luce, per portare la luce. Molti vivono nel buio. Voi siete dei privilegiati. Ringraziate il Signore.

Alle religiose

Voi siete le persone consacrate e portate nel vostro cuore un segno specifico della predilezione del Signore; la vostra consacrazione infatti è frutto della sua consacrazione. Lui che si è consacrato per la salvezza del mondo porta i frutti della sua consacrazione nei cuori delle diverse persone. Siete voi che facendo apostolato dovete portare questi frutti come un tesoro prezioso per la vostra santificazione e per la santificazione degli altri. Benedico ciascuna di voi, le vostre famiglie religiose; benedico i campi dell’apostolato affidato alle vostre congregazioni, qui in questa parrocchia e in tutte le parti del mondo.

Al consiglio pastorale

Vi ringrazio molto per questa introduzione e per questa analisi molto adeguata su quello che è il consiglio pastorale nella parrocchia, che è la cellula fondamentale, organica della Chiesa locale e di quella universale. In questo stesso concetto c’è certamente una novità, un frutto dell’ecclesiologia del Vaticano II, attraverso la quale si devono leggere la realtà e i compiti dei consigli pastorali. Il Vaticano II sottolinea molto, nella fede di ogni cristiano, la dimensione comunitaria e la dimensione missionaria. La Chiesa è missionaria. Naturalmente la Chiesa è composta da persone, ognuna delle quali ha la sua fede che è grazia e che è anche risposta alla grazia, anzi la risposta è la grazia. Ma a questa dimensione personale, interiore, della fede viene affiancato nel magistero del Vaticano II l’aspetto comunitario e missionario. Così tutti i cristiani sono chiamati a partecipare alla missione della Chiesa. Non solamente a sentirsi membri della Chiesa, ma a partecipare alla sua missione. Naturalmente, questo deve essere concretizzato in una dimensione organica, vuol dire nella parrocchia. Si deve partecipare insieme con i pastori. Allora i laici hanno un ruolo più attivo. Non sono più “la Chiesa passiva”, ma sono anche loro la Chiesa che porta le sue osservazioni, le sue esperienze, che porta la maturità specifica della propria fede e la porta nell’insieme della vita parrocchiale per far sviluppare questa cellula organica della Chiesa che è la parrocchia.

Così voi tutti, carissimi fratelli e sorelle, siete coinvolti, ciascuno a proprio modo e tutti in modo comunitario, in quella che è la vostra parrocchia. Siete in un certo senso specialmente responsabili della vostra parrocchia, corresponsabili insieme con noi vescovi, con i sacerdoti, con il vostro parroco. Questa coscienza di essere corresponsabili naturalmente arricchisce molto la nostra fede, la rende più responsabile. Noi vediamo questa fede non solamente in modo privato, ma come inserimento nel corpo mistico di Cristo, per farlo crescere tramite gli altri che ci sono accanto e che sono anche loro membri dello stesso corpo mistico. Vi ringrazio per questo vostro inserimento nella parrocchia, per questo vostro impegno molto specifico, responsabile. Vi auguro un frutto specifico di questa vostra missione: dare buoni consigli. I buoni consigli sono molto importanti per ogni attività umana, specialmente per un’attività di tipo pastorale, spirituale come quella della parrocchia. Vi auguro di trovare un approfondimento della vostra fede personale, un avvicinamento a Cristo, una partecipazione a quella novità che dopo il Concilio è diventata la Chiesa per gli stessi cristiani. Auguro anche alla parrocchia i buoni frutti della collaborazione, della corresponsabilità di questo consiglio pastorale.

Al comitato di quartiere

Formate un gruppo molto interessante e ben corrispondente a quello che è l’indirizzo del Vaticano II, perché il Concilio, nel suo insieme, ha contemplato la Chiesa in se stessa, nel suo mistero, nella sua struttura gerarchica, nelle diverse dimensioni del popolo di Dio; poi, in un altro documento, la Gaudium et spes, ha contemplato la Chiesa e il mondo. Quel mondo qui si chiama quartiere, che è il mondo in cui vive la vostra parrocchia dell’Assunzione. Penso che le iniziative e le attività che sono state presentate possono essere modeste ma sono significative. Vi auguro di continuare e sviluppare questa esperienza apostolica, così come è necessario continuare l’esperienza del consiglio pastorale che corrisponde più alla Chiesa in se stessa, alla parrocchia come tale. Qui è il legame tra la parrocchia e il quartiere. In un certo senso si può dire che questo quartiere è parrocchia. D’altra parte, sappiamo bene che non è pienamente così, che il quartiere è un po’ fuori della parrocchia o non è pienamente nella parrocchia. Certamente sono diversi i problemi che toccano più il quartiere che la parrocchia e un’apertura della parrocchia verso il quartiere è molto auspicabile. Vi auguro di continuare.

Ai vigili urbani

Non mi era mai capitato di incontrarmi con i vigili urbani durante le mie visite alle parrocchie romane, anche se ci siamo visti in tante altre circostanze come ad esempio in occasione della festa dell’Immacolata a Piazza di Spagna. La vostra presenza, qui, mi fa pensare alla parola di Cristo: “Vigilate”, che si adatta senz’altro a voi. Ma Cristo ha aggiunto un’altra parola: “Vigilate et orate”. Vi auguro che anche questa seconda parola trovi spazio e attuazione nella vostra vita, in quella delle vostre famiglie. Si deve riconoscere, io personalmente riconosco, grande importanza al vostro servizio sociale. Per questo vi ringrazio e vi benedico.

Ai giovani

Carissimi, voglio, prima di tutto, ringraziarvi per la vostra presenza in questa parrocchia che si fa visibile e sensibile. Si può sentire la vostra presenza. Durante la messa c’era un forte vento, ma anche con questo vento si potevano sentire la vostra presenza e la vostra resistenza nel pregare e nel cantare. Due punti sono molto forti, la preghiera e il canto, che vanno insieme. Vi voglio poi ringraziare per l’accoglienza; per i gruppi artistici, specie per i cori. So che ce n’è uno che canta alla messa delle undici e un altro che canta a quella delle dodici. Ora, vorrei parlarvi del legame con quei giovani che ho incontrato durante la mia visita apostolica in America Latina. Ho incontrato migliaia di giovani dappertutto, in tutte le strade, durante tutte le celebrazioni, anche in incontri specifici: uno con i venezuelani a Caracas, un altro a Quito con gli ecuadoriani, poi a Guayaquil dove c’era un gruppo giovanile specialmente dedicato alla Madonna, e poi un grandissimo gruppo, si parlava di due milioni di giovani, a Lima, in Perù. Voglio salutare, da parte di quei giovani, tutti voi, giovani di Roma, così come dappertutto ho portato il saluto dei romani, della Chiesa di Roma. Ho portato il vostro saluto a quelle Chiese che ho visitato, a quelle popolazioni, a quel popolo di Dio, dove c’erano sempre giovani.

Vi ringrazio molto delle parole del vostro collega che ha illustrato molto bene il ruolo dei giovani in questa parrocchia e le loro aspettative. Ha parlato dei diversi gruppi che ho potuto così conoscere, anche perché li incontro in diverse parrocchie. Apprezzo molto le loro attività, come per esempio quella dei gruppi scout e quella dei vari movimenti e associazioni giovanili. Apprezzo specialmente i gruppi che si preparano alla vita sacramentale. Il vostro parroco ha più volte sottolineato il gruppo post-Cresima. Io vorrei aggiungere che questo momento nella vita dei giovani è importante, perché si deve riflettere sull’importanza della Cresima. Se il Battesimo dato a noi cristiani ci fa vivere nella figliolanza divina, ci fa figli di Dio in Cristo e ci fa cristiani fin dal momento della prima infanzia, quando ancora non si ha coscienza di se stessi, la Cresima fa di noi dei cristiani ma con una caratteristica più specifica. Fa di noi dei testimoni di Cristo. Lo specifico della Cresima è proprio quello di farci dare testimonianza di Cristo. Così come Cristo diceva ai suoi discepoli: sarete la mia testimonianza; sarete miei testimoni dappertutto, in Gerusalemme, nella Samaria, fino ai confini del mondo. Ecco, questa è la caratteristica della vostra età. Voi siete già maturi, sacramentalmente maturi, dovete fare di tutto per essere maturi, cioè testimoni.

Ho potuto vedere che qui, in questa parrocchia, voi siete veramente testimoni di Cristo. La vostra testimonianza dà vita a questa comunità parrocchiale. Ma ci sono tanti problemi della vita personale, della vita familiare, della vita sociale, della vita professionale. Voi vi trovate dinanzi a diverse scelte per il futuro della vostra vita. È importante che queste scelte siano penetrate dallo spirito della testimonianza data a Cristo, dallo spirito della Cresima. Con la Cresima noi riceviamo lo Spirito Santo, in un senso molto specifico, come gli apostoli l’hanno ricevuto nel Cenacolo il giorno della Pentecoste. Anche voi avete ricevuto con la Cresima lo Spirito Santo per essere come gli apostoli testimoni di Cristo. Questo è il programma, il programma globale. All’interno di questo programma dovete trovare il cammino personale di ciascuna e ciascuno di voi. Naturalmente, per essere testimoni di Cristo ci vuole una convinzione profonda, ci vuole una fede solida, ci vuole una coerenza tra la fede e il comportamento etico. Questo e importante. Noi diamo testimonianza a Cristo tramite il nostro comportamento, il nostro modo di vivere, di agire, di operare. Ci vuole coerenza. Questa coerenza dei cristiani è la forza della Chiesa, è la forza della società. La società guarda verso i cristiani. Vediamo sempre di più che la società italiana guarda verso i cristiani, guarda verso la Chiesa. Dipende molto dalla coerenza dei giovani cristiani, come la Chiesa potrà servire, oggi e nel futuro, per il bene della comunità italiana come di tutto il mondo.

Ecco, io vi auguro di essere testimoni di Cristo e di essere coerenti in voi stessi, nella vostra fede, nel vostro comportamento, per essere testimoni di Cristo. Questo vi darà gioia. Essere cristiano è una gioia. Cristo lo ha detto agli apostoli più volte. Più volte ha detto che egli darà la pace e la gioia ai suoi discepoli, ai suoi fedeli, e questa promessa di Cristo si compie dappertutto, in ciascuno di noi. Vi auguro anche di possedere questa gioia che è propria dei cristiani, dei discepoli di Cristo, dei testimoni di Cristo.

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

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