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VIAGGIO APOSTOLICO IN TOGO, COSTA D'AVORIO II, CAMERUN I,
REPUBBLICA CENTRO-AFRICANA, ZAIRE II, KENYA II, MAROCCO

CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA PIAZZA «2 FEBBRAIO»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Lomé (Togo) - Giovedì, 8 agosto 1985

 

1. “Noi siamo il popolo che il Signore conduce per mano” (cf. Sal 100, 3).

Oggi, nel corso di questa solenne liturgia eucaristica, voi tutti, cari fratelli e sorelle, figli e figlie di questo paese del Togo, radunati nella vostra capitale, desiderate anzitutto proclamare davanti a Dio e davanti agli uomini: sì, noi siamo il popolo che il Signore conduce per mano.

Oggi voi fate questa professione di fede, esprimendo ciò che sta al centro stesso della vostra fede: la gioia di essere il popolo di Dio, la fiducia di essere guidati da lui, dal Buon pastore.

E lo fate sotto la condotta di coloro che sono i vostri padri e pastori visibili della Chiesa che è nel Togo, i vostri vescovi, aiutati dal ministero dei vostri sacerdoti, sostenuti dalla testimonianza dei vostri religiosi e religiose, dei vostri catechisti, e questa sera - per la prima volta nella storia del vostro paese - in presenza del successore dell’apostolo Pietro che viene a farvi visita per confermare la vostra fede, rafforzare la vostra unità e incoraggiare il rinnovamento cristiano al quale vi siete preparati.

2. In questo paese, gli uomini hanno vissuto dei secoli, dei millenni utilizzando nel modo migliore le risorse della loro intelligenza e del loro cuore per organizzare il loro lavoro, la loro vita familiare e sociale, il loro governo, secondo strutture adatte e sotto l’autorità di capi sperimentati e rispettati. Il loro senso religioso sembra aver sempre segnato profondamente la loro vita. Poi è venuta l’ora dei legami politici con dei Paesi d’Europa.

Ma l’avvenimento che ha fatto si che voi siate qui questa sera, per celebrare Gesù Cristo, è l’evangelizzazione che è cominciata meno di un secolo fa con i missionari della Società del Verbo divino, poi con quelli delle missioni africane di Lione, e che è stata continuata fino ai nostri giorni con l’aiuto di molte congregazioni di religiosi e religiose. Questa sera, noi facciamo memoria di queste generazioni di missionari che non hanno avuto di mira altro che il comando di Nostro Signore: “Andate, insegnate a tutte le nazioni”, e il vostro stesso bene: offrirvi la possibilità di divenire, come loro, dei discepoli del Cristo, di ricevere la salvezza che egli ci reca.

Onore e riconoscenza anche alle famiglie togolesi che hanno volentieri accolto il cristianesimo, al punto da formare un popolo di cristiani già molto numeroso, con sacerdoti e vescovi togolesi che prendono in mano l’animazione delle diocesi. Saluto qui i diocesani di Lomé, con il loro arcivescovo, monsignor Robert Casimir Dosseh-Anyron, che ringrazio della sua accoglienza; e gli altri cristiani della regione costiera, degli altipiani e delle savane dove si trovano le diocesi di Atakpamé, di Sokodé e di Dapaong. Saluto anche cordialmente i cristiani dei Paesi vicini, in particolare i vescovi del Benin con una numerosa delegazione di fedeli: so, cari amici, che la storia religiosa del vostro Paese è profondamente legata a quella del Togo. Saluto pure i cristiani del Ghana con i loro pastori. Mi ricordo con gioia dell’accoglienza di questi due popoli in occasione della mia visita pastorale.

Vi invito tutti a rendere grazie a Dio, perché è lui che ha disposto i cuori a predicare e ad accogliere la buona novella.

“Riconoscete che il Signore è Dio; egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo” (Sal 100, 3). Alleluia, alleluia!

3. Una buona novella, si! Attraverso Gesù Cristo, attraverso il suo Vangelo, vi è stato dato di conoscere il vero Dio, quale egli ha voluto rivelarsi agli uomini per opera dei profeti e del suo Figlio diletto. Molto spesso le religioni tradizionali vi davano già il senso della sua esistenza, inclinandovi al rispetto verso di lui, ad un rispetto timoroso, ma generalmente non all’amore, ad un certo culto di lui, ma spesso nell’incertezza di sapere ciò che conveniva offrire a questo Dio considerato come lontano. Il Dio che vi è stato annunciato dalla Chiesa è al tempo stesso nostro Creatore e nostro Padre. Voi lo avete scoperto e lo conoscete ormai come colui che ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unico, non per condannare il mondo, ma per salvarlo. E Gesù Cristo, che è l’immagine perfetta del Padre, in un’umanità simile alla nostra, si è manifestato come l’amore: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Voi sapete, infatti, che il Cristo ha dato la sua vita per noi: “Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2 Cor 5, 15). Sì, veramente ci sentiamo “rapiti” da questo amore, perché attraverso di esso ci sono rivelati i disegni insondabili del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo verso gli uomini che essi associano alla loro vita divina, e noi scopriamo al tempo stesso la dignità unica che l’uomo, che ogni uomo, ha agli occhi di Dio.

4. Questa benevolenza di Dio per voi, cari fratelli e sorelle, che è sempre esistita ma di cui siete divenuti più consapevoli credendo al messaggio cristiano, non è una realtà astratta, lontana, anonima. L’amore di Dio si è esteso a ciascuno di coloro che lo hanno accolto con la fede, che hanno accettato il Battesimo, al prezzo di un catecumenato esigente. Allora, veramente, voi siete divenuti per il Cristo degli “amici” (cf. Gv 15, 15), dei fratelli e delle sorelle (cf. Mc 3, 35). Siete divenuti con lui dei figli e delle figlie di Dio per adozione. Siete divenuti la dimora dello Spirito Santo che è in voi e che agisce in voi. Siete divenuti dei membri attivi della Chiesa, che è il corpo del Cristo. Voi siete, dice San Paolo, “passati attraverso la morte”, cioè, siete morti al peccato, sottratti alla morte eterna. Voi avete ricevuto in voi - nascosta ma reale - la vita del Cristo risorto. La vostra vita è “centrata su di lui”, inseparabile da lui. Voi dimorate in lui, nel suo amore: Gesù stesso lo ha detto nel Vangelo di questo giorno. E questo legame con il Cristo, se voi lo volete, non cesserà mai, sussisterà e avrà il suo compimento nella vita eterna. E fin da ora, in lui, voi potete portare molto frutto (cf. Gv 15, 5).

5. “Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e voi siate ripieni di gioia”, dice ancora Gesù agli apostoli (cf. Gv 15, 11). Si, rallegratevi, e non cessate mai di rendere grazie!

Poiché si tratta anzitutto di un dono di Dio, di una scelta gratuita, di cui anche voi siete stati fatti oggetto, cari cristiani del Togo. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16). Quanto a voi, voi si avete scelto di seguire il Cristo, di obbedire al suo Vangelo, ma perché lui stesso vi ha scelti. Egli ha voluto chiamarvi, voi eravate nel suo piano della salvezza, egli ha preparato il vostro cuore. Il Vangelo è un dono gratuito, una grazia. La fede, la vostra risposta di credenti è una grazia.

6. A partire da questa grazia, c’è tutto un rinnovamento che può essere compiuto, che voi dovete compiere, nella vostra vita personale, familiare, culturale, sociale, nazionale, nei vostri costumi, nelle vostre istituzioni, in tutto il mondo nel quale vivete. “Se uno è in Gesù Cristo, egli è una creatura nuova. Il mondo antico è passato, un mondo nuovo è già nato” (cf. 2 Cor 5, 17).

È un mistero molto bello, questo rinnovamento. Lo troviamo espresso in molte parole di Gesù e degli apostoli, e lungo tutta la tradizione della Chiesa, fino al recente Concilio Vaticano II. Gesù ha paragonato il suo Vangelo a un vino nuovo che richiedeva otri nuovi, o anche a un tessuto nuovo, che non poteva adattarsi che a un abito nuovo (cf. Mt 9, 16-17). Egli è venuto a stabilire la nuova alleanza nel suo sangue (cf. Lc 22, 5), che esige e comporta “un cuore nuovo”, “uno spirito nuovo”, come aveva annunciato il profeta Ezechiele (cf. Ez 36, 26). Gesù ha parlato a Nicodemo di una nascita nuova (cf. Gv 3, 5), mediante il Battesimo e la parola di verità (cf. Gc 1, 18).

A sua volta, San Paolo ha riccamente spiegato ai cristiani di Efeso questo rinnovamento del discepolo di Gesù: “Dovete - egli dice - deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4, 22-24). E Paolo elenca un certo numero di ostacoli da superare: menzogna, collera, furto, pigrizia, cattive parole, animosità, cattiveria.

Sì, tutta l’opera della redenzione compiuta da Gesù è un rinnovamento delle persone, e attraverso di esse, del mondo che le circonda, dell’universo intero.

7. Fratelli e sorelle, desiderate veramente questo rinnovamento nel Cristo, della vostra mentalità, della vostra vita, delle vostre abitudini? Forse alcuni ne hanno paura? Perché la tendenza umana, ben comprensibile, è di attaccarsi o di ritornare al passato, a ciò che è noto, familiare, già vissuto. Il rinnovamento può perfino sembrare un’infedeltà al passato. In ogni caso, è in qualche modo un’avventura, è un rischio, e soprattutto richiede una certa rinuncia, una certa rottura. E ciascuna misura le sue forze: mi piacerà? ne avrò il desiderio? il coraggio? la perseveranza?

Cari amici, non è così che si deve ragionare. Se il Cristo vi chiede di seguirlo, anche per un cammino esigente, attraverso una porta stretta (cf. Mt 7, 14), dev’essere senz’altro per un bene, un guadagno, un sovrappiù di vita. “Tu hai parole di vita eterna” gli rispondeva Pietro (Gv 6, 68). Occorre dargli fiducia. E non è una semplice decisione della vostra volontà, la quale resterebbe debole. Lo Spirito Santo che è in voi è colui che vi attira verso il bene, che vi dà la forza, quando gliela domandate. “Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo concederà” (Gv 15, 16). Dio vi propone un progetto meraviglioso: “Rivestirvi del Cristo”!

8. Parlavamo di una rottura. Voi l’avete promessa nel momento del Battesimo. “Rinuncio al peccato, a ciò che conduce al peccato, a Satana, l’autore del peccato”. Ma avete aggiunto poco dopo: “Credo in Dio, il Padre, credo in Gesù Cristo, credo nello Spirito Santo”. Ecco colui che vi attira, il Dio trinitario. L’importante è di fissare il vostro sguardo su di lui, per passare dalle tenebre alla sua luce. E, nella vita del battezzato, occorre sovente rinnovare questo passaggio, uscire da una situazione di peccato nella quale eravamo forse ricaduti, o da una vita cristiana tiepida, mediocre, nella quale mancavano la preghiera, l’amore degli altri, la purità dei rapporti, la verità. Ed è ciò che molti di voi hanno fatto in queste ultime settimane, rispondendo all’appello dei vostri vescovi, in preparazione a questo incontro. Voi avete seguito delle missioni popolari, avete preso coscienza dei vostri peccati, di ciò che contraddice la vita cristiana. Avete voluto farla finita con delle abitudini vecchie alle quali eravate forse tornati. Avete confessato i vostri peccati, avete ricevuto il sacramento di riconciliazione, avete fatto degli sforzi di pace tra di voi. Avete posto il vostro amore umano sotto il segno del sacramento del matrimonio. Avete organizzato delle veglie di preghiera, dei periodi di digiuno, di comunione dei beni. Mi rallegro con voi, cari amici. Ecco degli atti di rinnovamento nella vostra vita cristiana personale. Occorrerà tornarvi spesso. E sono sicuro che voi gustate già la pace, la gioia. Rimanete nell’amore del Signore!

9. Attraverso e al di là di questi atti meritori, il Signore vuole operare progressivamente una profonda trasformazione delle mentalità, al punto che si possa dire: ecco una famiglia cristiana, ecco una comunità cristiana, ecco una società cristiana.

Il Concilio Vaticano II diceva dei catecumeni - ma questo vale per tutti -: “Sotto l’azione della grazia di Dio, il neo-convertito inizia un itinerario spirituale . . . Questo passaggio, che implica un progressivo cambiamento di mentalità e di costumi, deve manifestarsi nelle sue conseguenze di ordine sociale . . . E poiché il Signore in cui crede è segno di contraddizione, non di rado chi si è convertito va incontro a rotture e a distacchi, ma anche a gioie, che Dio generosamente concede” (Ad gentes, 13). E il mio predecessore Paolo VI scriveva: “La Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del messaggio che essa proclama, cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro propri” (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 18).

Questa trasformazione può riguardare taluni costumi tradizionali che vi appartenevano, o che vi appartengono, in questo paese. È un campo delicato, difficile, perché questi costumi corrispondono spesso ad una lunga esperienza sociale, e comportano aspetti positivi d’iniziazione alla vita, di equilibrio o di coesione sociale. La loro abolizione può suscitare delle resistenze tenaci. Ciascuna consuetudine va esaminata prudentemente, con discernimento, senza strappare prematuramente il grano buono con la gramigna. E tuttavia, la novità e la libertà del Vangelo devono fare la loro opera in questo campo. Si può, si deve lasciare che la coscienza dei battezzati interroghi questi costumi, per conservare ciò che è sano, giusto, vero, benefico; compatibile con la fede nel Dio unico, con la carità del Vangelo, con l’ideale cristiano del matrimonio, e per troncare, invece, con ciò che si oppone alla rivelazione di Dio e alla carità che egli ha diffuso nei nostri cuori, o con pratiche contaminate da sincretismo. Questo si fa - non occorre dirlo - nel rispetto delle persone che, in coscienza, pensano di dover mantenere le loro abitudini tradizionali. La carità cristiana lo esige. Ma la verità e la libertà cristiane possano invitare a prendere le distanze da tali abitudini; questo richiede coraggio personale, e coesione nella comunità cristiana attorno a dei sacerdoti. Si tratta di essere autenticamente africani e autenticamente cristiani, senza separare l’una cosa dall’altra, e senza temere di testimoniare in pubblico le proprie convinzioni. È quello che si è fatto ovunque il Vangelo è stato predicato, ovunque la Chiesa è stata costruita: a Corinto, ad Efeso, a Roma, nelle giovani nazioni europee nel Medio Evo, e, oggi, da voi.

10. In senso più ampio, si potrebbe dire altrettanto dei diversi aspetti della cultura. C’è da compiere uno sforzo d’inculturazione. Ciascun paese africano, dopo aver ricevuto la fede da pionieri insigni, venuti da fuori, deve vivere il Vangelo con la sua qualità e le sue qualità proprie; deve tradurlo, non solo nella sua lingua, ma nei suoi costumi, tenendo conto dei valori umani del suo proprio patrimonio. Questo non potrà essere fatto che da voi, vescovi, sacerdoti, religiosi, laici togolesi, secondo la misura della vostra propria maturazione, con una grande preoccupazione di fedeltà all’essenziale della fede e della disciplina ecclesiastica della Chiesa universale. Quest’opera magnifica, necessaria, richiede al tempo stesso l’audacia e la prudenza, l’intelligenza e la fedeltà, diciamo la santità di apostoli quali furono Cirillo e Metodio. Voi sapete che undici secoli fa, venendo da Bisanzio, la città dalla splendida cultura greca, questi due sacerdoti hanno portato il Vangelo ai popoli slavi di cui il mio Paese fa parte. Ed essi hanno contribuito a suscitare una nuova cultura, slava e cristiana. A questo riguardo ho scritto un’enciclica, dicendo fra l’altro: “Nell’opera di evangelizzazione che essi compirono è contenuto un modello di ciò che oggi porta il nome di “inculturazione” - l’incarnazione del Vangelo nelle culture autoctone - ed insieme l’introduzione di esse nella vita della Chiesa” (Giovanni Paolo II, Slavorum Apostoli, 21, 2 giugno 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/2 [1985] 24).

11. Lo spirito di rinnovamento cristiano si deve esercitare anche nei riguardi di ciò che apportano, tra voi le civilizzazioni moderne dei paesi sviluppati. Spesso si tratta di meravigliosi successi tecnici che possono essere utilizzati per il bene economico, sanitario e culturale del Paese; ma voi vedete apparire anche i limiti della mentalità che spesso li accompagna: per esempio, la tentazione di sottomettere l’uomo alla materia, l’amore umano al piacere egoista, la libertà al capriccio, l’autonomia dello spirito alla dimenticanza o al rifiuto di Dio. Anche l’accoglimento di tutte queste possibilità, a volte ambigue, vi chiede molto discernimento e coraggio, Penso che i testi del Concilio Vaticano II vi offrano una luce per tracciare il vostro cammino in mezzo a queste nuove realtà, raggiungendo “l’aggiornamento” opportuno della fedeltà all’essenziale.

12. Tenendo conto di questi differenti ambiti, su quale punto preciso può vertere il rinnovamento morale che la vostra fede richiede? lo non posso che evocarli, lasciandovi la cura di riflettervi con i vostri vescovi, i vostri sacerdoti, i vostri catechisti.

Globalmente, sarà sempre nel senso dell’amore fraterno. Cristo ci ha dato “un comandamento nuovo”, il suo comandamento, amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati (cf. Gv 13, 34; 15, 12). Amare nel vostro ambiente, significa guardare l’altro con rispetto, sopportarlo malgrado i suoi difetti, far tacere l’animosità, l’odio nei suoi riguardi, significa perdonarlo, condividere con lui quando è nel bisogno, affamato, senza tetto, in prigione, malato, straniero. Amare significa aprirsi agli altri in uno spirito di pace e di cooperazione, al di là delle frontiere del proprio gruppo, della propria tribù, della propria nazione.

Voi siete chiamati pure ad un “amore sociale”, ossia a lavorare per il bene comune della nazione, ad assumere al vostra parte di responsabilità nella vita sociale, per promuovere in essa sempre più giustizia, più concordia, per creare le condizioni che rispettano la dignità di ogni uomo ed i suoi diritti fondamentali. La vostra professione, soprattutto se siete funzionari, vi contribuisce già, quando l’esercitate con integrità, coscienza professionale, come un servizio. Se siete studenti, cercate di acquisire una vera competenza perché domani si possa contare su di voi. È così che si può, gradatamente, rinnovare il tessuto della società. Nella vita sociale il cristiano ha la preoccupazione di proteggere i più bisognosi, di aiutarli; si sente solidale con le regioni più svantaggiate del suo paese e anche del mondo.

Infine, l’amore coniugale, familiare, ha incessantemente bisogno di essere rinnovato. Il sacramento del matrimonio permette di santificare l’unione e tutta la vita degli sposi, ed è importante che i cristiani vi si preparino con cura; esso non dispensa dagli sforzi quotidiani per rafforzare, con l’aiuto di Cristo, l’unità della famiglia, la fedeltà permanente degli sposi, la delicatezza del reciproco amore, la cura dell’educazione alla fede dei bambini. La pastorale familiare, nel senso esposto dall’esortazione Familiaris consortio, deve avere un posto privilegiato in questa Chiesa.

13. Tutte queste esigenze morali preparano il rinnovamento che voi attendete. Esse sono ancorate nella nostra coscienza. Esse manifestano la serietà della nostra fede che, senza gli atti, non servirebbe a nulla (cf. Gc 2, 14). È per questo che restiamo nell’amore stesso di Dio: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore” (Gv 15, 10).

Ma bisogna mantenere direttamente questo amore di Dio in noi. Bisogna dare a Cristo i mezzi per diffondere in noi la sua grazia, di essere come un fermento che farà lievitare tutta la pasta.

Cari fratelli e sorelle del Togo, bisogna essere consapevoli, ogni giorno, del dono di Dio che è in voi, e dei suoi appelli. Occorre cercare i mezzi per conoscere meglio il Vangelo, approfondire la vostra fede, riflettere alle sue implicazioni connesse con la vita. In particolare penso alla catechesi adatta da proporre a questa numerosa gioventù, nelle scuole, nei licei, nelle parrocchie. Dovete cercare sostegno nei movimenti cristiani perché, abbandonati a voi stessi, non potreste resistere. Dovete sviluppare, rinnovare il vostro modo di pregare: la preghiera è vitale per un cristiano, essa l’unisce al pensiero e alla volontà di Dio e nello stesso tempo gli espone i suoi bisogni. Dovete assumere la vostra parte nelle eucaristie domenicali, che sono allo stesso tempo una festa e un nutrimento. Dovete costantemente attingere la santità nei sacramenti di Cristo: la penitenza, la comunione. Così rimarrete nel suo amore.

Voi sapete che il mio pellegrinaggio in Africa conoscerà il suo culmine al congresso eucaristico internazionale di Nairobi. Cristo è il cuore della Chiesa. È lui che la nutre e che la trasforma a sua immagine. Essa è il suo corpo.

14. Il signore Gesù vi dice ancora: “lo ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16). Il vescovo di Roma, il successore di San Pietro, ve lo augura. Egli prega con voi che costituite la Chiesa del Togo:

“Perché andiate”; sì, perché prendiate una nuova partenza, ciascuno e tutti insieme.

“Perché portiate frutto”: il frutto della redenzione di Cristo che si è consegnato per voi, il frutto della grazia e della salvezza, il frutto dell’amore del Padre, il frutto dello Spirito Santo che vi anima, perché siate delle creature nuove.

“E perché il vostro frutto rimanga”. Amen.

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

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