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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN INDIA

SANTA MESSA NELLO STADIO «INDIRA GANDHI» DI DELHI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Sabato, 1° febbraio 1986

 

Cari fratelli e sorelle,

1. Questo pomeriggio Gesù Cristo ci ripete le parole del Vangelo: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).

All’inizio del mio pellegrinaggio al tempio che è il popolo di Dio che vive in questa vasta terra d’India, desidero ricordare queste parole di Gesù Cristo tratte dalla odierna liturgia. Queste parole si riferiscono al nostro pellegrinaggio attraverso la fede. Attraverso la fede noi camminiamo verso Dio lungo la via che è Cristo. Egli è il Figlio di Dio, ed è della stessa sostanza del Padre. Dio da Dio e Luce da Luce, si è fatto Uomo, per essere per noi la via che conduce al Padre. Nel corso della sua vita terrena, egli parlava incessantemente al Padre. A lui, al Padre, dirigeva i pensieri e i cuori di coloro che lo ascoltavano. In un certo senso, condivideva con loro la paternità di Dio, e questo appare in modo particolare nella preghiera che insegnò ai propri discepoli: il Padre Nostro.

Al termine della sua missione messianica sulla terra il giorno prima della sua passione e morte, disse agli apostoli: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto” (Gv 14, 1). Se il Vangelo è rivelazione della verità che la vita umana è un pellegrinaggio verso la casa del Padre, esso è allora insieme e allo stesso tempo una chiamata alla fede attraverso la quale camminiamo come pellegrini: una chiamata alla fede pellegrinante. Cristo dice: “Io sono la via, la verità e la vita”.

2. Sì, la vita umana sulla terra è un pellegrinaggio. Noi tutti siamo consapevoli di essere di passaggio nel mondo. La vita dell’uomo comincia e finisce, inizia alla nascita e continua sino al momento della morte. L’uomo è un essere transitorio. E in questo pellegrinaggio della vita, la religione aiuta l’uomo a vivere in modo tale da raggiungere il proprio fine. L’uomo è costantemente posto di fronte alla natura transitoria di una vita che egli sa essere estremamente importante come preparazione alla vita eterna. La fede pellegrina dell’uomo lo orienta verso Dio e lo dirige nel compiere quelle scelte che lo aiuteranno a raggiungere la vita eterna. Dunque ogni momento del pellegrinaggio terreno dell’uomo è importante: importante nelle sue sfide e nelle sue scelte.

Una cosa che interessa da vicino l’uomo nel suo pellegrinaggio è la realtà della cultura umana. Il Concilio Vaticano II ha insistito sul fatto che “fra il messaggio della salvezza e la cultura umana esistono molteplici rapporti. Dio infatti, rivelandosi al suo popolo, fino alla piena manifestazione di sé nel Figlio incarnato, ha parlato secondo il tipo di cultura propria delle diverse epoche storiche” (Gaudium et Spes, 58). E ancora: “I cristiani, in cammino verso la città celeste, devono cercare e gustare le cose di lassù: questo tuttavia non diminuisce, ma anzi aumenta l’importanza del loro dovere di collaborare con tutti gli uomini per la costituzione di un mondo più umano” (Gaudium et Spes, 57).

La Chiesa proclama che l’uomo nella sua vita pellegrina è tanto più degno di rispetto e d’amore e di sollecitudine nelle molteplici circostanze della vita terrena proprio perché è destinato a vivere per sempre. E ogni vera cultura umana, che tenga in considerazione la dignità dell’uomo e il suo destino ultimo, è un aiuto per l’uomo a vivere in modo nobile e retto, in questa terra di pellegrinaggio. Lo stesso san Paolo rivolge questo invito alla comunità cristiana: “Fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4, 8).

3. Mentre su questa terra passa dalla nascita alla morte, l’uomo è consapevole d’essere un pellegrino dell’Assoluto. Qui in India questa consapevolezza è molto profonda. I vostri antichi saggi hanno espresso il tormentato anelito dell’anima verso l’Assoluto. Vi è infatti un’aspirazione all’infinito risalente alla notte dei tempi, una costante consapevolezza della presenza divina e manifestazioni a non finire di sentimenti religiosi attraverso le feste e le tradizioni popolari. E nella ricerca stessa dell’Assoluto vi è già un’esperienza del divino. Tra tutti coloro che nel corso dei secoli hanno cercato Dio, ricordiamo il famoso Agostino di Ippona, il quale, trovatolo, esclamò: “Dove dunque ti ho trovato, per conoscerti, se non in te, al di sopra di me?” (S. Augustini Confessiones, 10, 26). In India questa ricerca di Dio e questa esperienza di lui sono state accompagnate da grande semplicità, ascetismo e rinuncia. Tutto ciò rende grande onore all’India quale nazione religiosa generosamente impegnata nel proprio pellegrinaggio spirituale.

4. Nella rivelazione dell’antica e della nuova alleanza, l’uomo che vive nel mondo visibile, in mezzo alle cose temporali, è allo stesso tempo profondamente consapevole della presenza di Dio, che penetra tutta la sua vita. Questo Dio vivente è in realtà il baluardo ultimo e definitivo dell’uomo in mezzo a tutte le prove e le sofferenze dell’esistenza terrena. Egli anela a possedere questo Dio in modo definitivo, nel momento in cui ne sperimenta la presenza. Egli si sforza per arrivare alla visione del suo volto. Nelle parole del Salmista: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 42 [43], 1).

5. Mentre l’uomo si sforza di conoscere Dio, di vedere il suo volto e sperimentare la sua presenza, Dio si rivolge all’uomo per rivelargli la sua vita. Il Concilio Vaticano II si sofferma a lungo sull’importanza dell’intervento di Dio nel mondo. Esso spiega che “con la divina rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini” (Dei Verbum, 6). Allo stesso tempo, questo Dio misericordioso e amorevole che comunica se stesso attraverso la rivelazione rimane ancora per l’uomo un imperscrutabile mistero. E l’uomo, il pellegrino dell’Assoluto, continua per tutta la vita a cercare il volto di Dio. Ma al termine del pellegrinaggio di fede, l’uomo giunge alla “casa del Padre”, ed essere in questa “casa” significa vedere Dio “a faccia a faccia” (1 Cor 13, 12).

6. Questo vedere Dio “a faccia a faccia” è il più profondo desiderio dello spirito umano. Quanto eloquenti a questo proposito sono le parole dell’apostolo Filippo, tratte dal Vangelo di oggi, là dove egli dice: “Signore, mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14, 8). Queste parole sono effettivamente eloquenti perché danno testimonianza della sete e del desiderio più profondi dello spirito umano; ma più eloquente ancora è la risposta che dà Gesù. Spiega Gesù: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Gesù è la rivelazione del Padre; egli spiega al mondo com’è il Padre, non perché egli sia il Padre, ma perché egli è tutt’uno col Padre nella comunione della vita divina. Nelle parole di Gesù: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14, 11). L’uomo non deve più cercare Dio da solo. Insieme a Cristo, l’uomo scopre Dio e lo scopre in Cristo.

7. Nel Figlio, in Gesù Cristo, l’autorivelazione di Dio raggiunge la sua pienezza e il suo culmine. L’autore della Lettera agli Ebrei (Eb 1, 1-2) sottolineò questo punto quando scrisse: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”.

Così Cristo è per sempre la via. Egli è la via perché è la verità. Egli fornisce la risposta ultima alla domanda: “Chi è Dio?”. Testimonia l’apostolo Giovanni: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui Io ha rivelato” (Gv 1, 18).

Per mezzo della sua incarnazione, Gesù Cristo, quale Figlio di Dio, rende manifesti l’amore, la sollecitudine e la misericordia del Dio eterno. E lo fa quale Figlio di Maria, Dio fatto uomo, in un modo che l’umanità può capire.

Noi “giungiamo” a Dio attraverso la verità. Attraverso la verità su Dio e attraverso la verità su tutto ciò che è al di fuori di Dio: sulla creazione, il macrocosmo, e sull’uomo, il microcosmo. Noi “giungiamo” a Dio attraverso la verità proclamata da Cristo, attraverso la verità che Cristo è realmente. Giungiamo a Dio in Cristo, il quale continua a ripetere: “Io sono la verità”. E questo “giungere” a Dio, attraverso la verità che è Cristo, è la fonte della vita. È la fonte della vita eterna che inizia qui sulla terra nell’“oscurità della fede” per giungere alla sua pienezza nella visione di Dio “faccia a faccia”, nella luce della gloria, dove egli è in realtà.

Cristo ci dà questa vita, poiché egli è la vita, proprio come dice: “Io sono la vita”. “Io sono la via, la verità e la vita”. “Perché ti rattristi, anima mia? . . . Spera in Dio . . . Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo” (Sal 42 [43], 5). Siamo venuti qui per celebrare l’Eucaristia. L’Eucaristia è il Sacramento più santo del nostro pellegrinaggio attraverso la fede. È il nutrimento del nostro viaggio. È il banchetto della vita. In essa noi siamo uniti con Cristo che è la Via, la Verità e la Vita. Lo rendiamo presente sotto le specie del pane e del vino nella sua morte e risurrezione. Il nostro pellegrinaggio attraverso la fede ha nell’Eucaristia il suo segno più pieno e più espressivo. Nello stesso tempo ci uniamo gli uni agli altri in comunione fraterna. Ci uniamo all’intera Chiesa. Ci uniamo all’umanità intera e agli angeli. Rendiamo a Dio l’intera creazione. Insieme a tutti gli altri, cantiamo: “Santo, santo, santo”!

E proclamiamo a tutti quello che abbiamo appreso dal cuore stesso di questa liturgia, dal cuore dell’Eucaristia: Rallegratevi! Rallegratevi con noi! Il Signore è vicino! Amen.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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