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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN BANGLADESH, SINGAPORE, FIJI,
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SANTA MESSA CON ORDINAZIONI SACERDOTALI NELLO STADIO DI ERSHAD

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Dacca (Bangladesh) - Mercoledì, 19 novembre 1986

 

“O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra” (Sal 8, 1).

Caro arcivescovo Michael Rozario e voi tutti vescovi del Bangladesh, cari vescovi della Birmania, cari fratelli e sorelle.

1. Su tutta la terra, in ciascun paese, tra tutte le genti, il nome dell’Altissimo è conosciuto e adorato. In Bangladesh avviene altrettanto. In questo Paese in cui siamo riuniti per la celebrazione dell’Eucaristia, l’uomo, e con lui ogni creatura che Dio ha posto in suo potere - con le parole del Salmo “tutti, i greggi e gli armenti, addirittura le bestie feroci, gli uccelli dell’aria e i pesci che si fanno strada nell’acqua” - tutti proclamano la gloria dell’unico Dio e lodano il suo santo nome.

Fratelli e sorelle del Bangladesh: genti di razze diverse, di diverse lingue e religioni, riuniamoci come membri della stessa famiglia umana, nell’adorazione del Dio misericordioso: Quanto è grande il tuo nome, o Dio, su tutta la terra!

Fratelli vescovi, cari sacerdoti, cari religiosi e care religiose e laici del Bangladesh. Ringrazio il Padre di Nostro Signore Gesù Cristo per avermi concesso l’opportunità di celebrare questa santa Messa tra di voi, nel vostro paese. Voi siete un “piccolo gregge”, ma siete molto vicini al cuore del successore di Pietro.

Illustri uomini e donne del Bangladesh, rappresentanti del Governo e della vita pubblica, capi religiosi e rappresentanti del mondo della cultura e dell’arte: vi ringrazio per la vostra presenza e per l’affettuoso benvenuto con cui mi avete accolto. Mi rivolgo a voi come un fratello, come una persona profondamente preoccupata per il destino dell’umanità, come pellegrino di pace e ricercatore della giustizia secondo la volontà di Dio.

2. Chi rende gloria e lode a Dio? L’intero universo, ogni creatura. Ma soprattutto è l’uomo che riconosce e adora il suo Creatore. Proprio per questo motivo ogni cosa è stata posta sotto il suo controllo. Il Salmo dice: “Lo hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato, gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi” (Sal 8, 5-6).

Commentando questo principio, il Concilio Vaticano II insegna che “l’uomo, creato a immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene, e di governare il mondo nella giustizia e nella santità, e così pure di riportare a Dio se stesso e l’universo intero, riconoscendo in lui il creatore di tutte le cose; in modo che, nella subordinazione di tutte le realtà all’uomo, sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra” (Gaudium et Spes, 34).

Compito dell’uomo su questa terra è quindi di rendere più umana la propria vita e di sottomettere a questo fine tutta la terra. In questo senso l’uomo è padrone di ogni realtà materiale. In verità, egli è il “sacerdote” del cosmo, il cui compito è di proclamare, a nome di tutte le creature, la venerabile grandezza dell’Onnipotente e di restituire l’intero universo al Creatore, come sacrificio gradito.

In questa prospettiva religiosa universale è immediatamente riconoscibile la grande e inalienabile dignità dell’uomo. Là dove questa dignità viene calpestata, dalla povertà, dalla fame e dalla malattia, dalla mancanza di condizioni di vita dignitose e di possibilità di ricevere un’educazione e di trovare un lavoro, la coscienza del mondo deve essere messa in allarme, affinché sia difesa l’immagine di Dio nell’uomo. Anche in Bangladesh i professionisti e i leaders hanno ampio spazio d’azione per intervenire nel servizio ai loro concittadini, nella costruzione di una società giusta e nella risposta alle urgenti necessità di tante persone. Mossi e ispirati da valori veri, religiosi e umani, essi possono dare una nuova direzione e nuovo impulso all’impegno per lo sviluppo e il progresso.

3. Nell’ampio raggio d’azione in cui si colloca il dovere dell’uomo di servire il suo prossimo e di rendere gloria a Dio, questa cerimonia di ordinazione sacerdotale assume un significato particolare. Diciotto figli di questo Paese parteciperanno al ministero sacerdotale di Gesù Cristo, profeta, sacerdote e re della nuova ed eterna alleanza. Mediante la consacrazione dello Spirito Santo, essi saranno prescelti per l’edificazione del popolo di Dio attraverso uno specifico ministero e servizio di amore. Soprattutto questi giovani, che sono nostri fratelli, riceveranno l’autorità di agire nella persona di Cristo, offrendo il sacrificio eucaristico a nome di tutte le genti (cf. Lumen Gentium, 10).

Cari candidati, siete in grado di comprendere quale grande dignità e responsabilità vi sarà conferita? Vi siete preparati a questo momento di grazia per molti anni. Con fiducia in Cristo e nell’amorevole protezione di Maria, dedicatevi interamente al compito che ora verrà posto sulle vostre spalle.

4. Il sacerdozio ministeriale viene conferito a coloro che hanno ricevuto una grazia particolare da Dio. È infatti una vocazione speciale ed esige una chiamata personale: “Nessuno può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio” (Eb 5, 4).

La vocazione di Geremia, di cui si narra nella prima lettura, rappresenta il tipo e il modello di ciascuna vocazione speciale: “Prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni . . . io sono con te per proteggerti” (Ger 1, 5-8).

Nell’esperienza interiore di ciascun sacerdote e di ciascun fratello o sorella nella vita consacrata, vi è una coscienza di questa chiamata personale da Dio, una coscienza che si è prodotta sotto l’impulso della grazia e che cresce costantemente fino a diventare quella certezza di cui san Paolo dice: “So infatti a chi ho creduto e son convinto che egli è capace di conservare il mio deposito” (2 Tm 1, 12). Questa certezza è la certezza di essere amati, in maniera personale e unica, da Cristo, il pastore delle nostre anime. La lettura del Vangelo ricorda le parole di Gesù all’ultima cena: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15, 9). Tutti i discepoli di Cristo ascoltano queste parole nel loro cuore. Ma esse vengono percepite con un effetto drammatico da coloro che partecipano al ministero degli apostoli, perché a loro Gesù dice in modo particolare: “Voi siete miei amici . . . non vi chiamo più servi . . . io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (Gv 15, 14-16).

È importante per la perseveranza e la fecondità del ministero sacerdotale che non perdiamo mai il contatto con la persona che ha pronunciato queste parole. Cosa si aspetta Cristo da voi, che siete suoi amici? Egli cerca il vostro amore. “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati”. E quindi ci mostra fin dove si spinge il suo amore: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 12. 13). Di questo amore Gesù stesso ha dato un esempio perfetto, e ogni volta che celebrerete l’Eucaristia, ricorderete e rinnoverete il suo sacrificio salvifico per la gloria del Padre e la salvezza del mondo.

Il vostro servizio alla comunità potrà assumere diverse forme, ma tutte dovranno essere espressione di questo amore. Quando pronuncerete le parole di vita e amministrerete i sacramenti della fede, quando attraverserete in lungo e in largo questo paese per raggiungere i vostri fratelli e le vostre sorelle nel bisogno, quando guarirete le anime, quando educherete e incoraggerete i giovani, quando contribuirete al consolidamento dello sviluppo e della pace con giustizia e compassione per tutti, fate che l’amore sia la vostra ispirazione e la vostra forza. Allora porterete “frutti che restano”, che alimentano la vita divina delle anime e la vitalità della comunità del popolo di Dio, il “corpo di Cristo”, al quale fa riferimento la seconda lettura.

L’esortazione di san Paolo in questa lettura a “vivere una vita degna della vocazione che avete ricevuto con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore” (Ef 4, 1-2), è diretta all’“edificazione del corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo”. In altre parole, la vita della Chiesa in Bangladesh è intimamente legata alla forza del vostro amore per Cristo.

5. Le parole di san Paolo trovano la loro eco nel tema scelto per questa mia visita: Comunione e fratellanza. Quale programma migliore per questi sacerdoti appena consacrati, e per l’intera Chiesa del Bangladesh, se non prendere la decisione di rafforzare i legami che uniscono i discepoli di Cristo nella comunione di “un solo corpo, un solo Spirito . . . un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4, 4-6); e, allo stesso tempo, di costruire e rafforzare i legami di fratellanza, libertà, armonia e giustizia in tutta la comunità nazionale.

6. Voi dovrete cercare di mostrare ai vostri fratelli musulmani e ai seguaci delle altre tradizioni religiose che la vostra fede cristiana, lungi dall’indebolire il vostro senso di orgoglio per il vostro paese e il vostro amore per esso, vi aiuta ad apprezzare e rispettare la cultura e l’eredità del Bangladesh. Essa vi sostiene nell’affrontare le sfide dei nostri giorni con amore e responsabilità.

Appena un anno fa ho avuto il piacere di parlare a un gruppo di giovani musulmani a Casablanca, in Marocco. Ho parlato a loro, come ora parlo ai giovani del Bangladesh, delle molte cose che cristiani e musulmani hanno in comune come esseri umani e credenti. Ho sottolineato che “il dialogo tra cristiani e musulmani è, oggi, più necessario che mai” (IOANNIS PAULI PP. II Allocutio apud Casablanca in Marochio, ad iuvenes Muslimos habita, 4, die 19 aug. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2 [1985] 500).

La Chiesa cattolica si è impegnata nella via del dialogo e della collaborazione con gli uomini e le donne di buona volontà di ogni tradizione religiosa. Abbiamo in comune molte risorse spirituali che dobbiamo condividere lavorando per un mondo più umano. I giovani, in modo particolare, sanno come essere aperti gli uni agli altri, ed essi vogliono un mondo in cui tutte le libertà fondamentali, compresa la libertà del credo religioso, siano rispettate. A volte, cristiani e musulmani si temono e diffidano gli uni degli altri a causa di un passato di malintesi e di conflitti. Questo avviene anche in Bangladesh. Ognuno, in particolare i giovani, deve imparare a rispettare sempre il credo religioso del suo prossimo e a difendere la libertà di religione, che è un diritto di ogni essere umano.

7. Le parole di Cristo sono state ripetute oggi in questo paese: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi” (Gv 15, 9). Egli rivolge queste parole a voi, giovani scelti per il sacerdozio! A tutti voi che siete la Chiesa del Bangladesh! Egli rivolge queste parole a tutti coloro che vivono in questo Paese! Ed egli continua, dicendo: “Rimanete nel mio amore”.

Questo è il fervente desiderio e la fervente preghiera del successore di Pietro, che oggi vi visita. Rimanete nell’amore di Cristo! Siate fedeli ai suoi comandamenti, come Cristo è stato fedele ai comandamenti del Padre ed è così rimasto nel suo amore.

Cari fratelli e sorelle: rimanete nell’amore del Padre! Nell’amore di Dio! “Perché la vostra gioia sia piena”. Amen.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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