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VISITA PASTORALE A MESSINA E A REGGIO CALABRIA

CELEBRAZIONE EUCARISTICA A CHIUSURA
DEL XXI CONGRESSO EUCARISTICO NAZIONALE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Reggio Calabria - Domenica, 12 giugno 1988

 

1. “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo” (1 Cor 10, 17).

Le parole della prima lettera di san Paolo ai Corinzi sono il filo conduttore del Congresso eucaristico nazionale a Reggio Calabria: siamo un corpo solo grazie all’Eucaristia! Così la Chiesa in Italia - in tutta la penisola, che dalle Alpi si protende, attraverso gli Appennini, fino alla Sicilia - vuol manifestare la sua devozione per il santissimo sacramento del corpo e sangue di Cristo ed esprime, nello stesso tempo, una verità sostanziale su se stessa: siamo un corpo solo, siamo una unità!

Nel nome di questa verità eucaristica sulla Chiesa saluto tutti voi che siete riuniti fisicamente e spiritualmente a Reggio Calabria: saluto la Chiesa che è in terra italiana - nel continente e nelle isole -, in tutte le diocesi e in tutte le parrocchie; in tutte le comunità che vivono e crescono grazie a questo sacramento del sacrificio di Cristo, della sua croce e della sua risurrezione, e che - nell’Eucaristia e per l’Eucaristia - sono “un corpo solo”.

Saluto in particolare te, Chiesa di Reggio Calabria, che sotto la guida del tuo zelante pastore, l’Arcivescovo Aurelio Sorrentino, hai promosso questa grande manifestazione di fede e di amore verso il sacramento eucaristico! Saluto il tuo clero, i religiosi e le religiose e tutte le persone consacrate; saluto i membri delle associazioni cattoliche e dei movimenti ecclesiali, i laici impegnati nelle attività pastorali di evangelizzazione e di carità; saluto l’intero popolo fedele, che conserva in sé il ricchissimo patrimonio di valori cristiani accumulato nei secoli da generazioni di credenti. Su di te riversi i suoi favori la divina bontà e ti conduca su vie di prosperità e di pace!

2. Il Vangelo che abbiamo ascoltato poco fa richiama alla nostra coscienza lo sviluppo della vita, quale si attua nella natura. È noto che a simili fenomeni e processi Gesù si riferiva volentieri nel suo insegnamento sul Regno di Dio. Benché, infatti, tra questo Regno e l’ordine della natura ci sia una differenza, allo stesso tempo c’è tra di essi anche una somiglianza. Proprio questa somiglianza - una somiglianza facile da scoprire - spiega in maniera convincente la forza dell’insegnamento di Cristo nelle parabole.

Perché il Regno di Dio è simile al grano, al seme gettato nella terra? Cristo induce i suoi ascoltatori a considerare come questo seme, gettato nella terra, cresca. Orbene “la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga” (Mc 4, 28). Ciò avviene senza la partecipazione dell’uomo. Dopo che questi ha seminato il grano, la terra opera “spontaneamente”: “dorma (il seminatore) o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa” (Mc 4, 27). Solo quando la spiga è matura, quando “il frutto è pronto”, l’uomo, che prima ha seminato il grano nella terra, deve riprendere la sua attività. E allora “si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura” (cf. Mc 4, 29).

Cristo parla della spontanea produttività della terra: “La terra produce spontaneamente”. Tuttavia è noto come, dietro questa attività spontanea della terra, vi sia la potenza vivificante, che il Creatore ha donato a ogni creatura vivente.

3. Dal momento della messe, inizia come una nuova fase nella storia della raccolta. Il grano viene, attraverso il lavoro dell’uomo, “cambiato” in pane e adeguato, così, ai bisogni umani. Diventa cibo per gli uomini.

Ed ecco, entriamo nella vita quotidiana dell’uomo, al quale il Figlio di Dio ha raccomandato di chiedere nel “Padre nostro”: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6, 11). Il pane è dono del Creatore e, contemporaneamente, è frutto della solerzia umana: “frutto . . . del lavoro dell’uomo”, come ricordiamo ogni giorno alla presentazione dei doni nella santa Messa.

Il pane era presente anche nel cenacolo di Gerusalemme durante l’ultima cena. Cristo prese il pane del banchetto pasquale nelle sue mani, lo spezzò e lo diede agli apostoli, dicendo: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo” (Mt 26, 26).

Ne rende testimonianza san Paolo nel brano della lettera che abbiamo ascoltato, quando domanda ai suoi destinatari di Corinto: “E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” (1 Cor 10, 16).

Sì. Lo è. Cristo disse: “Questo è il mio corpo che è dato per voi” (Lc 22, 19). E poi, porgendo agli apostoli il calice colmo di vino, dopo averlo benedetto con la benedizione pasquale, disse: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi” (Lc 22, 20).

L’Apostolo domanda pertanto ai corinzi: “Il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo?” (1 Cor 10, 16). Sì, lo è. Cristo infatti, dopo aver istituito il sacramento del suo corpo e del suo sangue nel pane e nel vino della cena pasquale, disse alla fine agli apostoli: “Fate questo in memoria di me” (1 Cor 11, 25).

4. E così fa la Chiesa sin dall’inizio, sin dai tempi apostolici; continua a farlo oggi e lo farà ancora sino alla fine della storia, sino alla definitiva venuta di Cristo. “Voi annunziate la morte del Signore finché egli venga (1 Cor 11, 26). Così fa la Chiesa in tutti i luoghi della terra. Così fa da duemila anni qui, in questa terra, che è la vostra patria.

La Chiesa annuncia la morte e la risurrezione di Cristo con le parole del Vangelo, tuttavia, parola particolarmente eloquente e ricca di contenuto divino e umano è l’Eucaristia; il sacramento che la Chiesa celebra e mediante il quale costantemente si costruisce (cf. Dominicae Cenae, 4); la fonte, il centro e il culmine della vita della Chiesa e il suo tesoro più grande (cf. Lumen Gentium, 11; Christus Dominus, 30; Ad Gentes, 9). Il sacramento che racchiude tutto il bene spirituale che la Chiesa ha ricevuto direttamente da Cristo (cf. Presbyterorum Ordinis, 5); il sacramento nel quale permane senza interruzione il mistero pasquale: il sacramento nel quale la Chiesa pronunzia incessantemente il suo ringraziamento per “le grandi opere di Dio” (cf. At 2, 11).

“È bello dar lode al Signore
e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunziare al mattino il tuo amore,
la tua fedeltà lungo la notte” (Sal 92 [91], 2-3).

Così fa la Chiesa. Lo fa in particolare la Chiesa in Italia, la quale manifesta il suo ringraziamento per “le grandi opere di Dio” mediante questo Congresso eucaristico nazionale a Reggio Calabria, che oggi giunge al suo culmine.

5. “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo” (1 Cor 10, 17): queste parole di san Paolo, sul rapporto fra Eucaristia e Chiesa, rappresentano il tema di questo XXI Congresso eucaristico nazionale.

L’Eucaristia, in quanto sacrificio e convito, ha un riferimento essenziale alla Chiesa, la quale si è sviluppata nelle singole comunità attorno agli apostoli e ai primi messaggeri della fede; tali comunità avevano la consapevolezza di essere cellule di un’unica Chiesa, a motivo dell’unicità del sacrificio di Cristo sulla croce che ogni Eucaristia riattualizzava e a motivo dell’efficacia unificante che la partecipazione al medesimo pane e al medesimo calice sviluppava nella moltitudine dei credenti.

Ciò vale anche per le comunità ecclesiali di oggi. La via per conseguire l’unità con Cristo è l’Eucaristia, della quale Gesù aveva detto nel discorso della promessa: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6, 56).

È nota la preghiera che i primi cristiani rivolgevano al Signore nella celebrazione eucaristica: “Come questo pane spezzato era sparso sui colli e, raccolto, diventò una cosa sola, così la tua Chiesa si raccolga dai confini della terra nel tuo Regno” (“Didaché”, IX, 4).

E san Cipriano, il Vescovo martire di Cartagine, approfondendo tale tema, affermava: “Gli stessi gesti sacrificali del Signore mettono in luce l’unanimità cristiana, concentrata con salda e indivisibile carità. Infatti, quando il Signore chiama suo corpo il pane composto dall’unione di molti grani, indica il nostro popolo adunato, che egli sostenta; e quando chiama suo sangue il vino spremuto dai molti grappoli e acini e fuso insieme, indica similmente il nostre gregge composto di una moltitudine unita insieme” (S. Cypriani “Epist. ad Magnum”, VI: PL 3, 1189).

Tale unità dei cristiani con Cristo e tra di loro si manifesta particolarmente nell’unità di fede e nell’unità di carità; una fede che, in modo limpido e schietto, sia vissuta nella propria famiglia, nell’ambito della professione, della società civile e politica. Una carità operosa, fattiva, aperta ai bisogni dei fratelli, vittime di tante nuove forme di povertà e di emarginazione.

A motivo di questa unità di fede e di carità, che trova la sua forza e il suo sostegno nell’Eucaristia, il cristiano non può impegnarsi nella difesa dell’uomo, della sua dignità, dei suoi fondamentali diritti, primo fra tutti il diritto alla vita fin dal suo concepimento; non può non rifiutare i metodi dell’odio e della violenza palese o subdola: non può non dar prova di generosità verso gli altri, tutti fratelli in Cristo e figli di Dio.

6. “A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?” (Mc 4, 30).

La liturgia ci invita a riflettere sulla parabola del grano seminato in terra. Da tale grano crescono nei campi le spighe fino al tempo della mietitura. Da un altro seme - il granellino di senapa - cresce uno splendido albero. La parabola del grano di senapa fa riferimento alle parole del profeta Ezechiele, ascoltate nella prima lettura, nella quale si parla del modo con cui il ramoscello di cedro piantato nella terra mette radici e rami, fa frutti e diventa un cedro magnifico. Tutti gli uccelli vi dimorano, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposa (cf. Ez 17, 23).

Il Concilio Vaticano II, riferendosi a queste analogie, mostra, come mediante l’Eucaristia, cresca e maturi il Regno di Dio nella storia terrena dell’umanità. Ecco “il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, fattosi carne lui stesso, e venuto ad abitare sulla terra degli uomini, entrò nella storia del mondo come l’uomo perfetto, assumendo questa e ricapitolandola in sé” (Gaudium et Spes, 38).

Egli chiama alcuni a dare testimonianza di fede nel loro ambiente, altri a consacrarsi al servizio degli uomini. In tutti Cristo “opera una liberazione, in quanto nel rinnegamento dell’egoismo e con l’assumere nella vita umana tutte le forze terrene, essi si proiettano nel futuro quando l’umanità stessa diventerà oblazione accetta a Dio” (Gaudium et Spes, 38); e “un pegno di questa speranza e un viatico per il cammino il Signore lo ha lasciato ai suoi in quel sacramento della fede nel quale degli elementi naturali coltivati dall’uomo vengono trasformati nel corpo e nel sangue glorioso di lui, in un banchetto di comunione fraterna che è pregustazione del convito del cielo” (Gaudium et Spes, 38)

7. “Mediante l’Eucaristia siamo un corpo solo” - così proclama la Chiesa in Italia nel presente congresso.

Questo non significa forse che, anche mediante questa unità del corpo di Cristo, noi operiamo per la crescita del Regno di Dio nella nostra terra, e nel mondo intero?

Non significa questo che, mediante l’Eucaristia, viviamo del mistero di quella maturazione del Regno di Dio, la cui immagine evangelica è la maturazione del grano seminato nella terra “fino alla mietitura”, oppure la maturazione del granello di senapa e la sua trasformazione in un magnifico albero frondoso?

L’Eucaristia ci dice che questa crescita, questa maturazione è dono di Dio stesso. Ci dice anche che l’uomo e la Chiesa intera a tempo opportuno debbono accogliere la chiamata del donatore divino a seminare, a coltivare, a mietere.

8. L’Eucaristia.
Il sacramento del corpo e del sangue di Cristo.
Il sacramento della crescita e della maturazione del Regno di Dio sulla terra e in tutti noi.
Del resto, la lingua umana dispone forse di parole sufficienti per esprimere ciò che l’eucaristia è?
Mistero veramente inscrutabile! Semplice di una semplicità massima! Ricco di una suprema ricchezza!

Allora forse, al termine di questa assemblea eucaristica dell’intera Chiesa in Italia, una cosa soltanto possiamo fare. Possiamo assumere dalla Madre di Dio le ben note parole del “Magnificat” e ripeterle dal profondo dei nostri cuori:
“Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome” (Lc 1, 49).
Sì. “Grandi cose” ha fatto in noi - in ciascuno e in tutti.
Santo è il suo nome!

Amen.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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