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VISITA PASTORALE IN AUSTRIA

SANTA MESSA PER I FEDELI
DELL’ARCIDIOCESI DI SALZBURG IN «RESIDENZPLATZ»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Salisburgo - Domenica, 26 giugno 1988

 

Cari fratelli e sorelle.

1. “Dio ha creato l’uomo per la immortalità” (Sap 2, 23). Questa gioiosa professione di fede dal libro della Sapienza è posta come segno di speranza nella solenne liturgia odierna. È la risposta agli interrogativi fondamentali dell’uomo, che oggi si ripresentano con particolare forza. Il Concilio Vaticano II li ha così formulati: Cos’è l’uomo? Qual è il significato del dolore, del male e della morte che malgrado ogni progresso continuano a sussistere? Cosa valgono queste conquiste ottenute a così caro prezzo? Cosa ci sarà dopo questa vita? (cf. Gaudium et Spes, 10).

Confidando nella Parola di Dio io rispondo: “Dio ha creato l’uomo per l’immortalità”. Come apostolo di Cristo continuo a rispondere: attraverso la sua morte e la sua resurrezione il Signore ha posto il fondamento anche per la nostra vittoria definitiva sulle potenze di morte, per farci dono della vita eterna in Dio.

2. Forte di questa identica fede e di questa speranza che tutti ci accomuna, la Chiesa cattolica austriaca mi ha invitato per questa nuova visita pastorale. In occasione di questa visita, che ho iniziato con grande gioia e pieno di aspettative, mi trovo oggi qui con voi in questa illustre città di Salisburgo, antica sede arcivescovile che da secoli porta addirittura il titolo onorifico di “Primas Germaniae”. Sono felice e grato di questo incontro con voi e con la vostra rinomata città e diocesi. Saluto di cuore il vostro venerabile Arcivescovo Karl Berg, attuale presidente della Conferenza episcopale austriaca e i miei confratelli nel servizio episcopale e sacerdotale insieme a tutti i fratelli e sorelle che fanno parte del Popolo di Dio qui riuniti o collegati attraverso i mezzi di comunicazione.

3. Sì, la nostalgia di una vita incorruttibile presente in ognuno di noi trova il suo compimento grazie all’opera salvifica di Gesù Cristo. Lo incontriamo nel Vangelo di oggi in una circostanza commovente. Si recò da lui uno dei capi della sinagoga di nome Giairo, che gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza di aiutarlo. “La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva” (Mc 5, 23).

In questa preghiera avvertiamo la profonda nostalgia di ogni padre e di ogni madre, di ogni sposo preoccupato per la vita e per il bene dei suoi cari. Ma, nello stesso tempo, si manifesta la forte fede dell’ebreo Giairo, la sua fiducia in Cristo, inviato da Dio in grado di salvare sua figlia dalla morte e di renderle la vita e la salute. Quando giunge la notizia che la fanciulla è già morta, Gesù deve ricordare a Giairo la sua fede: “Non temere, continua solo ad avere fede!” (Mc 5, 36). Il Signore si rivolge quindi alla figlia morta con la sua potenza divina che dà la vita: “Fanciulla io ti dico alzati!”. E l’evangelista prosegue: “Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare” (Mc 5, 42).

Possiamo supporre che il capo della sinagoga fosse profondamente grato a Dio onnipotente per questo dono inaudito, e si rivolgesse a lui con le parole del salmo responsoriale oggi letto:
“Signore, vieni in mio aiuto.
Hai mutato il mio lamento in danza,
Signore, mio Dio, ti loderò per sempre” (cf. Sal 30 [29], 11-13).
In questa drammatica vicenda di vita e di morte riconosciamo il Signore che compie nella sua persona le parole del libro della Sapienza:
“Perché Dio non ha creato la morte
e non gode della rovina dei viventi
egli infatti ha creato tutto per l’esistenza...
Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità;
lo fece a immagine della propria natura” (Sap 1, 13; 2, 23).

4. Per dimostrare questa verità Gesù ha ridato la vita alla fanciulla morta. Egli è disposto a farsi condannare da coloro che non credono ad una morte ignominiosa e a morire sulla croce e a manifestare con la sua resurrezione la potenza della vita nella sua stessa persona.

Come ci ricorda la seconda lettura tratta dalla lettera ai Corinzi, il Signore si è fatto “povero” fino alla totale spoliazione sulla croce. Egli si è fatto povero per rendere noi ricchi, facendoci dono della vita eterna. Cristo ha inserito nella storia dell’uomo che è mortale, come vuole la legge della morte, la risposta di vita, della sua vita divina. D’ora in poi la sua resurrezione è presente ed agisce nella storia del mondo per una vita rinnovata ed eterna. Essa resta per sempre una fonte inesauribile di speranza. Chiunque è disperato e stanco fino alla morte, accanto a Gesù ricomincia a vivere contagiato dalla potenza del suo amore per la vita. Il povero, il cieco, l’indemoniato e l’emarginato: tutti osano farsi nuovamente avanti perché percepiscono la forza vitale che proviene dal Signore. Cristo si preoccupa di tutti coloro che non vedono via di scampo e li riporta alla vita con la sua parola salvifica. A tutti noi è rivolta la sua promessa: Io vivo e voi vivrete (Gv 14, 19).

5. Cari fratelli e sorelle, questa parola del Signore indica la vita nella sua espressione più alta: indica la partecipazione alla vita divina che, in quanto verità creatrice e amore, è l’unica vita in senso pieno. Quando Cristo dice: “lo vivo e anche voi vivrete” è una provocazione inaudita e allo stesso tempo un annuncio. Significa: Voi dovete diventare come Dio – simili a Dio. Ma questa volta la parola non esce dalla bocca del tentatore, ma da quella del Figlio. Con questo non si toglie niente alla ricchezza della vita umana. Tutto ciò che la vita umana comporta con la sua fatica e la sua bellezza è un dato di fatto: poter pensare e capire, provare gioia, dolore, amore e tristezza. Accettare dei compiti e assolverli creativamente; discernere tra il bene e il male. E ancora, guardare al di là di se stessi, rivolgersi agli altri. Tutto questo cadrebbe nel nulla come una onda si perde nella corrente, se mancasse il fondamento più profondo che ci viene indicato da Dio: la vita trova la sua compiutezza solo se ci lasciamo toccare da Dio con fede e accogliamo la grazia del suo amore che ci apre le porte dell’eternità e già da ora ci fa entrare nel suo Regno.

La maggior parte di noi è dolorosamente consapevole delle minacce che incombono sulla vita nelle sue varie manifestazioni. L’uomo si distingue perché tiene conto dei pericoli e li affronta. Soprattutto noi cristiani siamo chiamati a farci carico di questa angoscia esistenziale e ad arginarla, annunciando e testimoniando il sì di Dio alla vita. Mi riferisco qui alla paura di non avere abbastanza; alla paura di invecchiare e di soccombere al ritmo del lavoro; alla paura delle pericolose potenzialità di distruzione e di violenza dell’uomo; alla paura dell’oscuro abisso del nostro mondo interiore; alla paura della morte e del nulla. Queste paure aspettano di essere riscattate o addirittura sanate dai positivi valori della speranza della nostra fede.

Si è soprattutto accresciuta la necessità per l’uomo di cogliere il senso del tutto. Molti sono tormentati dalla paura di vivere inutilmente o di lasciarsi sfuggire la vera vita. La monotona routine “lavorare-guadagnare-consumare e di nuovo lavorare” non risponde alla domanda sul senso di tutto ciò. Sempre di più quindi i giovani chiedono: “Tutto qui?”. Con timore i più anziani si chiedono: Che nel turbinio della mia vita quotidiana, io non abbia ancora scoperto e realizzato la cosa più importante della mia vita?

Per poter dare una risposta a questi problemi esistenziali dobbiamo sempre rivolgerci alla fonte della vita che Cristo ha lasciato sgorgare per noi. In lui incontriamo l’immagine di Dio, a somiglianza della quale siamo stati creati e che sempre più deve orientare il nostro cammino sulla terra.

6. L’impronta dell’immagine di Dio nella vita dell’uomo però, non inizia solo ora. In molte terre cristiane essa ha già una lunga storia, come anche qui a Salisburgo. Guardiamo a questa splendida città, circondata dalle sue belle montagne e allo stesso tempo resa famosa dai suoi numerosi monumenti storici, dalle sue opere d’arte, dall’architettura e dalla musica. Nella vivace esistenza di questa città, da sempre troviamo, insieme al commercio e alla cultura, un terzo pilastro: la fede cattolica. Ne sono prove inconfutabili i campanili della città, le cappelle e i monasteri arroccati e le croci lungo le strade. Esse ci ricordano i patroni della vostra diocesi, Ruperto e Vigilio, i due Vescovi fondatori ai quali aggiungiamo la santa madre badessa Erentrud. È noto che da qui partirono molti missionari diretti in Oriente e verso il sud-est. Così quel sale che ha dato il nome alla vostra città e ai suoi dintorni è comunque sempre stato il “sale della terra” in senso evangelico (cf. Mt 5, 13), che partendo da qui è penetrato in gran parte dell’Occidente.

Anche la storia di questa città testimonia l’eterna aspirazione dell’uomo alla verità, l’aspirazione al bene e al bello. Allo stesso tempo però si levano gli interrogativi su ciò che resta della vita terrena per l’eternità. Come Pilato anche i vostri antenati si sono chiesti con scetticismo: “Cos’è la verità”. E allora come oggi la Chiesa dà agli uomini la stessa risposta di Gesù che di sé dice: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).

Da più di un millennio, qui nel duomo e nelle numerose chiese del vostro Paese, i cristiani hanno attinto da Cristo la forza per vivere. Hanno orientato il proprio cammino secondo la sua parola. Nei momenti cruciali della loro vita si sono uniti a Dio nei sacramenti della Chiesa: quando nasceva una nuova vita; quando due persone univano i loro destini nel sacro vincolo del Matrimonio e si promettevano fedeltà per tutta la vita; quando Vescovi e sacerdoti venivano consacrati pastori del Popolo di Dio, e autentici testimoni della buona novella. Quando una vita si concludeva sul letto di morte. Sempre in questi casi le vostre chiese si rivelavano veramente “Dimora di Dio e porte del cielo” (cf. Gen 28, 17).

7. Ma ancora oggi molti uomini seguono, più o meno consapevolmente, il cammino di Cristo e si lasciano plasmare dalla sua verità. Essi costituiscono la vera storia interiore del vostro Paese. Ad essa appartengono i santi che vivono tra di noi senza che ce ne accorgiamo e che operano come una sorgente chiara e limpida nel loro ambiente. Ad essi appartengono coloro che ogni giorno operano responsabilmente per il loro prossimo nelle famiglie e nel circondario, nelle parrocchie e nei comuni, negli ospedali e negli ospizi, nella vita pubblica e privata. Mi riferisco anche ai coniugi che malgrado le molte difficoltà si sforzano di vivere in pace e di dare spazio al mistero della vita nell’accoglienza e nella cura dei loro figli. Penso a coloro che grazie a una fede in Dio salda e matura aiutano gli altri a sopportare un destino doloroso e la tentazione della disperazione. Grazie a questi e a molti altri uomini si realizza il Regno di Dio in mezzo a noi, il Regno della giustizia e della verità, il Regno della fedeltà e dell’amore.

Ma spesso la fedeltà silenziosa dei giusti non è sufficiente. Essi devono farsi riconoscere, devono unirsi e lottare contro coloro che oggi sono più influenti e più potenti; coloro che considerano debolezza il rispetto per gli altri, chiamano la mancanza di attenzione per gli altri realizzazione di sé e che esaltano la loro astuzia come se si trattasse di un fatto eroico; che disprezzano tutti i valori tradizionali come pure i frutti di vite spirituali generose; che irridono il matrimonio, la famiglia, la fedeltà e il sacrificio.

Coloro che pensano ed agiscono così non sono vostri nemici; ma dovete opporvi al loro comportamento e non rassegnarvi. Non fatevi privare della gioia di essere uomini e cristiani e di essere capaci di pensare e amare! Abbiate il coraggio di operare costruttivamente per la riconciliazione laddove regnano discordia ed egoismo! Come genitori siate pronti a donare la vita ai vostri figli e a seguire l’avventura della loro crescita dando loro aiuto e protezione! Uomini e donne, impegnatevi a favore della vita una volta che è stata creata. Questo vale per voi come per coloro che vi circondano, a costo di qualsiasi sacrificio materiale o dell’eventuale necessità di un cambiamento del vostro modo di vivere! Aiutate i vostri figli durante la loro crescita a resistere alla tentazione dell’illusorio mondo della droga. Vi raccomando soprattutto questo nella domenica in cui in tutto il mondo è stata proclamata per la prima volta la “Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illegale di stupefacenti” patrocinata delle Nazioni Unite. Accettate quindi le sfide del tempo presente e dite “Sì alla fede”, “Sì alla vita”.

8. Dite sì a Dio, che si è rivelato a noi come un buon Padre e che ha mostrato la sua incrollabile fedeltà in tutte le circostanze della storia dell’uomo. Perciò “Ama il Signore tuo Dio, obbedisci alla sua voce, e tieniti unito a lui; poiché è lui la tua vita” (Dt 30, 20). Sapere che Dio ti vuole e ha voluto darti una meta importante, è un buon fondamento per agire in suo nome e intraprendere con realismo ma, allo stesso tempo con fiducia, il cammino della vita. Con tutti noi Dio ha cominciato un’opera importante; sta a noi compiere la nostra per fare confluire tutto nel suo raccolto. Ogni “salute” grazie a Dio che pronunciamo ci riporta ai fondamenti della nostra vita.

Cogliamo con gratitudine questa opportunità che ci è stata data e si aprano i nostri occhi per vedere le molte possibilità di vivere e condividere la propria vita. Nel saluto accogliamo il prossimo, rendiamolo partecipe della nostra vita, auguriamogli la protezione di Dio per la riuscita del suo cammino.

Dite sì a Gesù Cristo. In lui la benevolenza di Dio per l’uomo è diventata visibile; in tutti i modi egli ci ha rivelato cosa sia la vita e cosa può l’amore. Il suo esempio rende aperti, liberi e senza paura. Confidiamo nella sua affermazione nel Vangelo di Giovanni “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). Allora oseremo “abbandonarci” talmente al servizio dei fratelli che anche in noi si compiranno le parole di Gesù: “Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà” (Mt 16, 25).

Dite sì allo Spirito Santo, allo Spirito del Padre e del Figlio che dà la vita. Da quasi duemila anni la Chiesa vive del soffio dello Spirito. Ed è questo stesso Spirito che le permette di entrare nel terzo millennio cristiano. Se siamo disposti a lasciarci guidare da lui, egli a poco a poco risveglierà in noi anche quelle energie che non abbiamo ancora conosciuto: esse devono essere poste al servizio della vita.

9. Lo Spirito Santo esorta soprattutto a un amorevole spirito di abnegazione. Si tratta certamente di un rischio, probabilmente il più grande nella vita dell’uomo che è spesso esposto alle delusioni. Ma è proprio quest’amore che caratterizza Dio. Altrimenti come farebbe l’uomo a darsi “immagine di Dio” se non vive nell’amore? “L’amore non avrà mai fine” (1Cor 13,8); esso continua nell’eternità di Dio mentre tutto il resto finisce con la soglia della morte. E di tutte le energie che scaturiscono dalla fede e che contribuiscono ad una vita vera, l’amore è la più potente.

La più straordinaria possibilità dell’uomo – voi tutti lo sapete – è l’amore, che, tuttavia, è anche quella che più rischia di essere contaminata dalle scorie del nostro egoismo. Di tanto in tanto quindi il nostro pensiero e la nostra azione devono essere messi in discussione e purificati dal perdono nel sacramento della Confessione che la Chiesa amministra. L’amore ha bisogno anche di essere nutrito e rafforzato. E ciò avviene per il cristiano alla mensa della Parola e dell’Eucaristia nella santa Messa: il sacrificio di Cristo è la motivazione più profonda dell’amore per il prossimo e il criterio più sicuro della sua autenticità. Un’altra possibilità di verificare questo amore e questa abnegazione è la condivisione, la condivisione concreta, pratica dei nostri beni con coloro che sono privi del necessario e conducono una vita di stenti. L’attività della Caritas, l’impegno politico dei cristiani e gli aiuti allo sviluppo hanno le loro radici nell’amore di Dio, quell’amore che Cristo ci ha testimoniato nel corso della sua esistenza: “Da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8, 9).

Cari fratelli in Cristo: “Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità e lo fece a immagine della propria natura” (Sap 2, 23). Grazie all’amore che non ha mai fine e che è, esso stesso, Dio, viene annunciata anche all’uomo l’eternità e la vita eterna nella pienezza di Dio. Per la forza di quell’amore il Padre ha risuscitato il Figlio alla nuova vita, alla vita eterna. Come capo della Chiesa, come Signore della storia, come compagno di viaggio egli continua a rivolgersi a noi con le parole e con il cuore: “Io vivo, e voi vivrete”. Amen.

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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