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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN FRANCIA

SANTA MESSA NELLO STADIO DELL’ILL A MULHOUSE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Martedì, 11 ottobre 1988

 

1. “Canterò senza fine le grazie del Signore” (Sal 89 [88], 2).

“Senza fine”, questo evoca per noi duemila anni di vita cristiana in Europa. Secoli di cristianesimo qui, a Mulhouse. Radici profonde per la vita dei popoli che si incontrano in questo crocevia di nazioni.

“Annunzierò la tua fedeltà nei secoli” perché hai detto: la mia grazia rimane per sempre” (Sal 89 [88], 2-3).

Costruire la comunità dei battezzati, costruire una tradizione nella fede, è opera dell’amore rivelato dal Vangelo di Cristo. È l’opera di Dio nella fedeltà alla sua alleanza, è l’opera affidata alle nostre mani e ai nostri cuori.

Eppure, nel corso della storia, i battezzati si sono divisi. Oggi, alcuni desiderano costruire su fondamenta diverse dalla buona novella portata dagli apostoli. Ecco perché la vecchia Europa ha bisogno di una nuova evangelizzazione. Essa deve accogliere nuovamente il Signore che, in eterno, conserva sempre il suo amore (cf. Sal 30 [29]).

Fratelli e sorelle, sono venuto incontro a voi per incoraggiarvi a proseguire nell’opera di evangelizzazione che hanno intrapreso i vostri padri. Saluto voi che avete ricevuto con il Battesimo la grazia della nuova alleanza!

Vi saluto, comunità cristiane dell’Alsazia del sud, e desidero manifestare ai bambini che sono venuti numerosi a partecipare a questa festa della fede, la mia gioia di vederli con noi. Saluto i Vescovi presenti e le delegazioni di Bál, del paese di Bade, delle diocesi di Saint-Dié, di Belford-Montbéliard.

Saluto il vostro Arcivescovo, monsignor Brand, e il suo ausiliare monsignor Hégelé, che mi ha accolto a nome di tutti voi. Esprimo loro la mia gratitudine per tutta la sollecitudine con cui hanno organizzato la mia visita pastorale.

Rivolgo anche un rispettoso saluto alle autorità della regione che hanno tenuto a partecipare a questa celebrazione. E ringrazio in modo particolare il sindaco di Mulhouse per la sua collaborazione attiva che ha reso possibile questo incontro.

2. Cari fratelli e sorelle, nella prima lettura della liturgia, noi abbiamo sentito l’apostolo Paolo parlare dei vincoli fraterni tra i cristiani tessalonicesi e quelli macedoni. Essi sono i primi europei che hanno ricevuto il Vangelo. Il messaggio che Paolo aveva trasmesso loro aveva un unico punto di partenza: il Verbo di Dio, il Figlio del Dio vivente è la nostra Pasqua. In lui, Dio si è unito all’uomo di tutti i tempi in una alleanza nuova ed eterna attraverso la croce e la resurrezione di Cristo.

Il punto di partenza della nuova evangelizzazione, è sempre Cristo, il salvatore dell’uomo. I popoli di oggi aspettano la buona novella: Dio è fedele alla sua alleanza con l’umanità, attraverso il Figlio offerto in sacrificio per noi tutti, risorto il terzo giorno, presente con noi fino alla fine dei secoli. La sua luce penetra le tenebre del dubbio. I muri dell’odio vengono abbattuti. Il peccatore viene redento. Il perdono viene offerto fino all’ultimo giorno. La tavola viene imbandita per la comunione nell’amore.

A conclusione di questo secondo millennio, l’appello evangelico si rivolge ad ogni uomo, ricco della sua cultura e della sua storia, ma incerto sul senso del suo cammino. Che egli si rivolga verso la verità intera, “che intraprenda il cammino della conversione”.

Con il Cristo che gli schiude una nuova vita, egli dirà: “Tu sei mio Padre, mio Dio e roccia della mia salvezza” (Sal 89, 27).

3. Al centro del messaggio evangelico, noi ascoltiamo ancora una volta le otto beatitudini. Le beatitudini indicano il cammino del Regno di Dio all’uomo di oggi, forgiato dalla tecnica e dai mezzi di comunicazione, all’uomo che soffre per le ineguaglianze e che è atterrito di fronte ai conflitti, all’uomo che pensa di dominare il mondo e la propria vita ma si lascia sedurre dall’illusione di una libertà disorientata.

Le beatitudini gli danno una risposta. Esse promettono la misericordia, una terra di pace e di giustizia, la consolazione dei cuori, la gioia di essere chiamati figli di Dio, la visione di Dio nella sua gloria. Ogni beatitudine proclama la pienezza della vita eterna. Essa mostra la vocazione dell’uomo.

“In spirito e in verità” (Gv 4, 23), le otto beatitudini tracciano il ritratto del cristiano, perché esse disegnano la figura di Cristo stesso. Egli è venuto povero e libero fra gli uomini. Egli ha la dolcezza di coloro che sanno guarire le ferite degli altri. Egli piange sul gregge senza pastore e sui peccati del mondo. Egli ha fame di una giustizia a misura di uomo, quella del Signore che non disdegna l’operaio dell’undicesima ora. Egli è misericordioso al punto di perdonare coloro che lo mettono a morte. Con il cuore puro, egli compie incessantemente la volontà del Padre. Operatore di pace, avendo amato i suoi simili fino all’estremo, egli lascia loro la sua pace e la sua gioia. Perseguitato per la giustizia, oltraggiato, egli apre il Regno a colui che muore insieme a lui.

O uomo, tu sei fortunato ad avere un simil Salvatore, o uomo sei fortunato, tu che sei stato battezzato con l’acqua che sgorga dal fianco aperto di Cristo crocifisso! Tu puoi dire con il salmo: “Canterò senza fine le grazie del Signore” (Sal 89 [88], 2).

4. Con le otto beatitudini la Parola di Dio guida il cristiano nella imitazione di Cristo. Se egli vive nel loro spirito può conformarsi alle esigenze di giustizia, di purezza e di abnegazione che Gesù insegna nel discorso della montagna. Allora la legge di Cristo non è un obbligo, essa svela all’uomo la verità della sua vocazione, essa gli restituisce la sua condizione di figlio ad immagine e somiglianza di Dio.

Gesù ci dice: “Beati i poveri di spirito . . . beati i miti . . . beati i puri di cuore”. Sono queste le qualità dell’essere cristiano. Egli non fa l’elogio dell’indigenza. E questa mitezza non è debolezza. Egli ci invita alla gioia di essere liberi anche riguardo ai nostri possessi materiali o affettivi, a condividere con gioia ciò che siamo e ciò che abbiamo, ad aprire il nostro cuore alla presenza infinitamente amorevole di Dio e alla speranza della vita nel Regno che ci è promesso.

Gesù ci dice: “Beati coloro che piangono . . . beati i misericordiosi . . . beati i perseguitati per la giustizia”. Egli non si rassegna al male che fa soffrire, né al peccato che divide e distrugge. Egli chiede, di fronte alla sofferenza e al peccato, di aprirsi alla compassione, di vivere il perdono. Egli chiede di essere fedeli alla giustizia secondo Dio, alla verità evangelica al punto da accettare l’ostilità e la persecuzione. Egli chiede di saper offrire come un dono d’amore tutte le forme della sofferenza umana.

Gesù ci dice: “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia . . . beati gli operatori di pace”. Beati saremo, se con tutte le nostre forze e tutta la nostra generosità, lavoreremo affinché ciascuno dei nostri fratelli abbia il privilegio di essere trattato secondo la sua dignità, affinché tutti insieme possiamo costruire la civiltà tanto desiderata dove “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13).

5. Nel corso delle altre tappe di questo viaggio ho parlato dei vari aspetti della vita ecclesiale alla luce del Vangelo. Qui a Mulhouse, vorrei dire che lo spirito delle beatitudini riguarda anche il lavoro dell’uomo.

Mulhouse, città del lavoro, simboleggiato dalla ruota nel suo stemma. Abitanti di Mulhouse, la “città dalle cento ciminiere”, voi sapete cosa vuol dire avere fame e sete di giustizia, nelle fabbriche, nelle miniere, quando il fardello del lavoro è pesante, e anche quando si prova l’angoscia di perdere la possibilità di lavorare.

Nel secolo scorso, ispirati da sacerdoti come Landolin Winterer e Henry Cetty, voi siete stati tra i pionieri del cattolicesimo sociale. I vostri padri hanno voluto conservare la dignità dei lavoratori e meglio consolidare la comunità della “famiglia operaia” organizzando la solidarietà professionale, il reciproco aiuto e promuovendo l’istruzione. Era il periodo in cui Papa Leone XIII dava alla dottrina sociale della Chiesa il suo slancio dell’epoca moderna con l’enciclica Rerum Novarum.

In condizioni oggi diverse, è tuttora necessario mettere l’uomo in primo piano e non ridurre il lavoro al rango di una mercanzia. Con l’opera della sua intelligenza e delle sue mani, la persona umana è associata tramite Dio alla sua opera creatrice. È vero che il lavoro provoca sofferenza con lo sforzo e il peso della fatica. Ma è umano portare questa croce quando ne deriva un nuovo bene poiché tramite il suo lavoro l’uomo realizza se stesso. Il lavoro è una fonte per la sua vita - gli procura i mezzi per vivere -, per la vita della sua famiglia. Esso gli permette allo stesso tempo di sviluppare le sue doti, le sue attitudini. Gli dà la possibilità di servire, contribuire al progresso economico e culturale della società, di trasformare la terra per renderla abitabile a beneficio di tutti. Il lavoro è fonte di progresso sociale: grazie ad esso, i legami della comunità di persone impegnate negli stessi compiti si rafforzano. Per i cristiani il lavoro significa partecipazione alla vita di Cristo che ha lavorato con le sue mani, e al suo sacrificio redentore. Possano i lavoratori scoprire tutte le dimensioni del lavoro, senza essere privati di alcuno dei suoi valori!

Noi ora offriremo il pane. Esso è il frutto della terra, della creazione di Dio. È anche l’opera delle mani umane cha hanno macinato il grano alla ruota del mulino. Presentando questa offerta fra di voi, io prego il Signore affinché riunisca i lavoratori in uno “spazio sociale” dove ciascuno trovi il suo giusto posto, dove nessuno sia disprezzato, dove nessuno sia privato del lavoro. Io lo prego affinché si moltiplichino sulla terra non soltanto “i frutti della nostra attività”, ma anche “la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà” (cf. Laborem Exercens, 27; Gaudium et Spes, 39).

6. La vostra situazione in quella che voi chiamate la “Dreieckland”, vi ha sempre portati a degli scambi attivi con le regioni confinanti della Svizzera, della Germania e, in Francia, dei Vosgi e del “Franche-Comté”. Inoltre, l’attività industriale e mineraria di Mulhouse e dell’Alsazia del sud ha attirato numerosi stranieri che sono entrati nella vostra comunità di lavoro.

Vorrei qui salutare coloro che sono venuti da Paesi d’Europa, i miei compatrioti della Polonia, gli italiani, i portoghesi - e anche tutti coloro che sono venuti da altre regioni del mondo.

Mulhouse conserva una antica e felice tradizione di ospitalità, rispettosa di culture e patrimoni spirituali diversi. La regola per l’accoglienza del prossimo, noi la troviamo nella lettera di san Paolo: “Voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri” (1 Ts 4, 9).

L ‘amore fraterno non ha frontiere. Un operatore di pace riconosce in ogni uomo un essere amato da Dio, qualunque siano le sue origini. Con la sua accoglienza, il discepolo del Signore si sforza di alleviare tra quanti arrivano la prova dell’espatrio. Egli rispetta la vita delle famiglie attaccate ai loro costumi e sollecite nel trasmetterli ai loro figli.

Questo atteggiamento profondamente umano e pacifico, so che corrisponde in larga misura a ciò che voi vivete già da generazioni. Da parte dei cristiani, questa convivialità - anche se vissuta al modesto livello di quartiere o di villaggio - serve realmente la causa della pace e della unità all’interno dell’Europa, e anche tra gli europei e i loro fratelli delle altre regioni del mondo. Non ci si deve accontentare di una sorta di reciproca tolleranza fra stranieri, ma creare dei legami ben più profondi: ciò che ci avvicina a ciascun uomo è lo spirito delle beatitudini, la sete di giustizia e di pace, l’amore fraterno che abbiamo appreso da Dio.

7. Fratelli e sorelle, ascoltiamo il primo messaggero dell’evangelizzazione in Europa, san Paolo: “Avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più!” (1 Ts 4, 1).

Gli apostoli hanno annunciato all’Europa la verità intera. Il Battesimo ha unito milioni di uomini al Cristo redentore. Nella Chiesa, essi sono chiamati a formare un corpo vivente e unito. E la Chiesa stessa deve essere un segno di fratellanza per tutti gli uomini.

“Fratelli, noi vi incoraggiamo a fare ancora nuovi progressi”, lavorando con le vostre mani, costruendo l’unità. Come non esprimerne l’ardente desiderio nella vostra regione segnata dalle divisioni fra cristiani avvenute nel passato?

“Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù” (1 Ts 4, 2). La nuova evangelizzazione di cui l’Europa ha bisogno trova nel messaggio delle beatitudini un punto di riferimento centrale. Non ne sminuite le esigenze!

Meditate sulla Parola vivente di Dio. Siate pronti a rendere conto della speranza che è in voi (cf. 1 Pt 3, 15).

Trasmettete tutta la verità ai vostri figli tramite l’insegnamento e la testimonianza della vita cristiana nelle vostre famiglie e nelle vostre comunità.

Con Pietro, io vi dico: “Ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta” (cf. 1 Pt 1, 15).

Rimanete fedeli all’alleanza! Ogni giorno, in ogni incontro, lasciatevi prendere da Cristo! E potrete cantare con il salmista: “Canterò senza fine le grazie del Signore; con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli” (Sal 89 [88], 2).

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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