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MESSA PER L’INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO
DELLE PONTIFICIE UNIVERSITÀ ROMANE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica di San Pietro - Venerdì, 27 ottobre 1989

 

1. “Veni, Creator Spiritus”.

Con questa invocazione allo Spirito di verità inauguriamo il nuovo anno accademico a Roma.

Ringrazio per la parola introduttiva del prefetto della congregazione per l’educazione cattolica.

Do un cordiale benvenuto a tutti i presenti: a tutti coloro che, in diversi modi, formano questa grande comunità accademica della Chiesa che è a Roma.

Che ciascuno di voi, cari fratelli e sorelle, accetti di partecipare alla sollecitudine per la dottrina, che la Chiesa custodisce e sviluppa “sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti” (Ef 2, 20).

Che ciascuno di noi si apra ai doni dello Spirito di verità, che oggi in modo particolarmente solenne invochiamo ed invitiamo a visitarci interiormente. “Egli vi insegnerà ogni cosa perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (cf. Gv 16, 14). La Chiesa vive di questa promessa di Cristo. Il successore di Pietro, per primo, edifica su di essa il suo servizio.

2. San Paolo si rivolge oggi a noi con le parole della lettera ai Romani. Queste parole sono sconvolgenti. L’Apostolo parla di sé - ma la verità che esprime riguarda, al tempo stesso, tutto il genere umano. Riguarda ognuno di noi. Ogni uomo.

“Io so . . . che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo” (Rm 7, 18).

“Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7, 19).

“Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me” (Rm 7, 21).

“Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo” (Rm 7, 22-24).

“Sono uno sventurato! Chi mi libererà?” (Rm 7, 24).

3. È l’Apostolo a porre questa domanda: l’eterno interrogativo dell’uomo sulla liberazione dall’oppressione del male. Egli l’ha fatta precedere da un’analisi - che certamente appartiene ai vertici della letteratura - dell’intimo umano. È una “supertestimonianza”.

L’analisi giustifica la domanda. E la risposta al quesito è: Gesù Cristo.

Come si vede, il pensiero paolino ci porta dall’antropologia alla cristologia.

Il Concilio Vaticano II prende la stessa strada, affermando che: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo . . . Cristo che è il nuovo Adamo . . . svela . . . pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (Gaudium et Spes, 22).

Questa rivelazione è liberatoria. Anzi, essa attua la liberazione invocata da Paolo.

Liberare dal male vuol dire rivelare il bene. Rivelare ed aiutare a realizzarlo.

Cristo “svela l’uomo all’uomo” - insegna il Concilio - “proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore” (Gaudium et Spes, 22).

4. Come si vede, la strada passa dall’antropologia - attraverso il mistero di Cristo - alla teologia.

Dobbiamo sempre prendere questa via. Questa è la via della suprema conoscenza. Su questa via vi attende lo Spirito di verità di cui Cristo disse: “Prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16, 14). Su questa via lo Spirito di verità attende anche da ciascuno di voi una grande disponibilità, una sincera apertura delle vostre menti e delle vostre coscienze.

Sì. Anche delle vostre coscienze. Occorre che esclamiate a Dio insieme al Salmista: “La tua legge, Signore, è la nostra gioia” (cf. Sal 119, 111).

La conoscenza deve diventare amore, perché l’amore vi aiuti a conoscere pienamente.

In questo modo la teologia dimostra di essere l’intimo tesoro dell’uomo. Dopo, occorre condividere questo tesoro con gli altri, riconoscendo i segni dei tempi, come dice il Vangelo di oggi: “Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12, 56-57).

5. Occorre dunque anche che “l’uomo interiore” - in ognuno di noi - “acconsenta alla legge di Dio” (cf. Rm 7, 22).

Non è possibile soltanto “imparare” la teologia. Bisogna renderla “vita” della propria anima, affinché porti frutti in noi stessi e in coloro ai quali veniamo inviati.

6. Veni, Creator Spiritus . . .

Oggi qui, presso quest’altare della Basilica di san Pietro, ci uniamo con tutti coloro che nel mondo prendono parte alla stessa opera. In tante università, accademie, presso tante cattedre.

Chiediamo per tutti il dono dello Spirito di verità:

“Accende lumen sensibus, / infunde amorem cordibus”.

“Veni, Creator . . . / mentes tuorum visita / Veni Creator / imple superna gratia, / quae tu creasti, pectora. / Veni, Creator”. Amen.

 

© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana

 

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